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Secondo i calcoli di Graciela Bevacqua, l’ex direttrice dell’Area dei prezzi INDEC, nel mese di febbraio una famiglia tipo con due figli minorenni, per non essere povera deve guadagnare 7.353 dollari, rispetto al valore di un anno fa, che rappresentava un incremento del 52%. I numeri sono simili a quelli dell’Osservatorio Sociale Azopardo CGT, di Hugo Moyano, che ha stimato 6.818 dollari. Da questi valori, è chiaro che rispetto allo scorso anno, c’è stato un forte aumento della povertà, che viene calcolato in base ai valori del paniere totale del mercato sulla base del numero dei componenti delle famiglie. Per esempio, per una famiglia di 5 persone, più un adulto (nonno) – la quota salta a 9400 dollari. Se invece viene ridotta a 4.140 è il caso di una giovane coppia senza figli. Se questi valori vengono confrontati con i redditi della popolazione ne deriva una percentuale elevata di famiglie che non rientrano in queste cifre. Sulla base dei dati ufficiali, Clarin ha riferito che il 75% delle persone che lavorano, 12 milioni di persone, guadagnano meno di 6500 dollari al mese. Con questi numeri, attualmente la povertà è aumentata dal 30% al 35% della popolazione: 14 milioni di poveri. Sia il paniere della CGT che della Bevacqua sono composti dagli stessi beni e servizi che, fino alla fine del 2013, l’INDEC aveva utilizzato per misurare l’evoluzione dei prezzi di base dei prodotti che utilizzano le famiglie e gli individui. Da allora, senza alcuna spiegazione, l’INDEC ha deciso di non diffondere i valori del paniere e quindi ha smesso di segnalare i livelli dei senzatetto e della povertà. Secondo le varie ipotesi questa decisione è stata presa a seguito dei vari interrogativi posti su queste cifre che sono sintetizzate e diffuse sulle “famose” informative in base alle quali per nutrirsi, pro capite, vengono richiesti 6 dollari al giorno. Il forte aumento dei prezzi del paniere del mercato è principalmente spiegato dall’aumento delle materie prime. Secondo Bevacqua, “tra il mese di ottobre del 2013 e il mese di febbraio del 2014, i prodotti che compongono il paniere alimentare di base hanno avuto un aumento del 32%, colpendo i settori più vulnerabili. Nel mese di febbraio, i principali aumenti sono stati riportati nelle verdure, carne, tè, pollo, pasta, farina di frumento e mais”. Questi rincari sono stati corroborati dall’INDEC che sebbene abbia cessato di diffondere i prezzi medi ottenuti dalle loro indagini, ha segnalato i cambiamenti dei prezzi all’ingrosso. E nell’ultima valutazione, del mese di febbraio, le verdure e i legumi conducevano la classifica dei maggiori aumenti: il 43,3% nei soli primi due mesi di quest’anno.

Source: clarin

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Per la prima volta nella storia la Corte Suprema di Israele riceverà una petizione che contiene le prove in base alle quali numerosi funzionari di alto rango sono stati coinvolti in crimini di guerra durante le operazioni militari in Libano e a Gaza. Infatti presso la Corte Suprema sarà presentata una petizione di 52 pagine che evidenziano i presunti crimini di Israele in tre operazioni: in Libano a metà del 2006, nell’Operazione Piombo Fuso a Gaza alla fine del 2008 e nell’attacco a una flottiglia di aiuti umanitari nel mese di maggio del 2010, ha riferito Al Jazeera. L’udienza sarà concentrata sulle “forti conclusioni de facto e di diritto” di fonti pubbliche, comprese le relazioni sulle indagini ufficiali israeliane che possono coinvolgere un certo numero di militari di alto rango e pesi massimi politici, tra i quali l’ex Primo Ministro israeliano, Ehud Olmert e l’attuale Ministro della Giustizia, Tzipi Livni. Gli oneri sono stati depositati da un avvocato palestinese, l’ex procuratore capo dell’Aia, Marwan Dalal. La sua prova con tutta ipotesi include le dichiarazioni degli alti funzionari israeliani che presumibilmente sono complici di reati quali omicidi ingiustificati, punizioni collettive e attacchi contro le infrastrutture civili. Dalal e il suo gruppo per i diritti umani, Gratius, pensano che tali azioni hanno violato la quarta convenzione di Ginevra, come anche la legge israeliana. Dalal inoltre cercherà di convincere la Corte che è necessario che la polizia di Israele indaghi sull’evidenza delle prove per l’accusa di crimini di guerra. “La prova è di dominio pubblico e costringe i pubblici ministeri israeliani a ordinare le indagini”, ha asserito. “Non farlo è un comportamento irrazionale e il giudice ha il dovere di risolvere il problema”, ha aggiunto l’avvocato. Oltre a Olmert e a Livni, la richiesta coinvolge anche due ex capi militari, un ex capo dell’intelligence nazionale e un ex Ministro della Difesa.

Source: actualidad.rt

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Dopo aver colpito il sud della Guinea, il virus Ebola si è diffuso nella vicina Liberia, dove sono stati rilevati sei casi sospetti. In Sierra Leone, casi sospetti sono stati segnalati nel nord del paese, vicino al confine con la Guinea. Mentre da gennaio, l’epidemia Ebola ha provocato sessanta morti nella Guinea meridionale, il virus ha raggiunto la Liberia. Diversi casi sospetti sono stati segnalati in Sierra Leone, oggi Martedì 25 Marzo. “Fino a questa mattina (Lunedì, 24 marzo ndr), sono stati rilevati sei casi di questi cinque sono già morti: quattro donne e un bambino”, ha confermato il Ministro liberiano della Sanità, Walter Gwenigale in una dichiarazione. Queste persone sono venute dal sud della Guinea, dove avevano partecipato a un funerale per farsi curare negli ospedali nel nord della Liberia. Un Dipartimento responsabile della Sanità di Sierra Leone ha reso noto che alcuni casi “sospetti” sono stati rilevati nel distretto di Kambia (nord) al confine con la Guinea. Le équipe mediche sul posto non hanno ancora determinato oggi Martedì, 25 marzo, se i pazienti sono stati infettati dal virus Ebola o un da altro tipo di febbre emorragica.

Analisi in corso

A migliaia di chilometri ad ovest del Canada, una persona con i sintomi della febbre emorragica è stata ricoverata in ospedale poco dopo il suo ritorno dall’Africa occidentale. Ma un test ha dimostrato che non è stata colpita dal virus Ebola. In Guinea meridionale, i casi sospetti di febbre emorragica virale hanno contato 61 vittime. Le prime analisi elaborate su un campione e condotte dall’Istituto Pasteur di Lione, in Francia, hanno dimostrato che questi casi erano effettivamente dovuti al virus Ebola. Questo virus provoca febbre alta, vomito e diarrea. È fatale in molti casi, non esiste alcun trattamento. Il virus si trasmette da uomo a uomo solo attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei come sangue, sperma, feci, sudore o saliva. Solo misure preventive possono prevenire la sua diffusione. Nel tentativo di arginare l’epidemia, i team di Medici Senza Frontiere e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, già presenti in loco, saranno rafforzati per adottare misure preventive e per distribuire kit d’igiene.

Source: france24

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La polizia ugandese Martedì, 18 marzo, ha vietato la circolazione di camion cisterna a Kampala poichè, come ha reso noto, è in possesso di informazioni su un progetto degli islamisti Shebab elaborato far saltare uno di questi veicoli nella capitale. Il giorno prima, la polizia keniota aveva arrestato due persone che viaggiavano su auto imbottita di esplosivo a Mombasa, la seconda città più grande del Kenya. Sulla 7° strada, quella dei depositi di carburante situata nel cuore di Kampala, numerosi camion cisterna sono parcheggiati lungo il marciapiede. Da Martedì, sotto nuove misure di sicurezza, non possono circolare nella capitale se non dalle 21:00 alle 06:00 del mattino. Daniel Ouaherou Mwengui riposa nella cabina del suo camion. Come tutti qui, ha seguito l’avvertimento della polizia contro il rischio di un attacco terroristico Shebab contro le navi cisterna: “Sono venuto dal Kenya per la società di carburante Transit Good. Sono arrivato questa mattina a Kampala. Non ho visto nessun incidente sulla strada. Ho solo notato i posti di blocco della polizia, ma la situazione è come al solito”. Secondo la polizia, nel mirino sono inclusi i anche depositi di carburante e le stazioni di servizio. Namla gestisce un ristorante di fronte ai serbatoi di benzina. Non ha voluto farsi prendere dal panico: “Personalmente, ho paura come tutti gli altri, ma c’è la polizia che controlla la situazione che comunque rimane calma. Il Governo deve proteggerci. Se riescono nel loro colpo di Stato, numerosi saranno i problemi. Ma sono felice perché hanno già iniziato: ci sono le pattuglie della polizia e i militari per cui è tutto sotto controllo”. Tuttavia, altri residenti condividono le loro preoccupazioni, come Aimé un kampalese di origine congolese: “I Shebab commettono un sacco di danni, quindi bisogna avere paura. “Nel 2010, un doppio attentato rivendicato dagli Shebab ha ucciso 76 persone in un bar e in un ristorante a Kampala.

Source: allafrica

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François Hollande e il suo Governo non hanno emesso una sentenza, spingendo la decisione sulla transizione energetica. Adesso o mai più. Se l’Europa Ecologia-Verde (EE-LV) spera che la sua presenza al Governo non sia servita a niente, ora è il momento di agire e di influenzare le decisioni politiche in essere. La transizione energetica, compresa la riduzione della nostra dipendenza dal nucleare, promessa ammiraglia di François Hollande, sarà l’oggetto di una legge discussa attualmente tra i dipartimenti. I leader di EE-LV hanno spesso ricordato che il contenuto di questa legge è stato decisivo per la loro futura partecipazione alla maggioranza del Governo. Se EE-LV non vuole lasciare il Governo prima dell’estate, allora è il momento di alzare la voce. François Hollande ha promesso di ridurre dal 75 al 50% la quota del nucleare nella produzione dell’elettricità ma non ha mai detto come. Tra l’iter di Greenpeace che prevede di chiudere 20 reattori nucleari entro il 2020 e quello di FES, che prevede al contrario, l’estensione della vita dei nuovi impianti dei reattori esistenti o la costruzione di nuove centrali, c’è una differenza enorme. Ma François Hollande e il suo Governo non hanno mai sentenziato, respingendo la decisione sulla famosa legge sulla transizione energetica. Gli elementi del disegno di legge che abbiamo sono più che deludenti. L’impegno di ridurre la quota di energia nucleare non è nemmeno menzionata. L’età dei reattori, della flotta attuale si avvicina a quella pericolosamente fatidica del limite dei 40 anni. Superare questa soglia sarà irresponsabile: l’enorme costo ad esso associato e l’aumento del rischio di incidenti che vanno di pari passo rendono questa opzione obsoleta.

Pochi mesi prima delle elezioni di Hollande, il PS aveva raggiunto un accordo con EE-LV che prevedeva la chiusura di 24 reattori nucleari. Ma oggi, la maggioranza da prova di una amnesia colpevole. Il capo di Stato non si sente vincolato da un testo di Martine Aubry e EE-LV non si è affrettato a ricordare al capo di Stato di seguire gli impegni assunti dal suo partito. I membri e gli elettori di EE-LV nella lotta anti-nucleare hanno la pelle dura. Questa battaglia storica ha forgiato la spina dorsale dell’ecologia politica in Francia. Nessuno intende accettare un compromesso su questa questione. La futura legislazione deve prevedere la chiusura dei reattori nucleari, al di là di Fessenheim. E’ solo ora impegnandosi ad uscire da una fase nucleare, che potrà essere sviluppata l’industria delle energie rinnovabili che proteggono dai cambiamenti climatici e creano nuovi posti di lavoro dei quali abbiamo bisogno per uscire dal marasma economico. Non possiamo essere soddisfatti di applaudire EE-LV dopo le azioni di protesta nelle centrali nucleari.

Source: liberation.fr

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La vita è una legge ed è uguale per tutti, per tutti i prigionieri e anche per lo yemenita Moath al-Alwi, che dal 2002 è detenuto a Guantanamo, e descrive in una lettera il trattamento umiliante e crudele subito dai prigionieri del famigerato carcere americano in risposta al loro sciopero della fame. Ciò che scrive non è solo disumano, ma una vera vergogna leggiamo insieme il testo.  ”Scrivo questa lettera come ho scritto l’ultima, tra attacchi di vomito violenti e forti dolori allo stomaco causati dalla sessione di alimentazione forzata di questa mattina”. Così inizia la lettera del prigioniero al-Alwi, che ha scritto allo scopo di richiamare l’attenzione degli scioperi della fame ed è stata pubblicata sul sito della catena ‘Aljazeera’. Secondo il reo, questo tipo di lettera è “l’unica voce pacifica di protesta” sulla quale i prigionieri possono contare. Il detenuto descrive come il colonnello Bogdan, direttore del carcere a Guantanamo, “ha ordinato perquisizioni all’inguine in maniera umiliante” e ha sequestrato oggetti personali come spazzolini da denti e saponette nella rappresaglia per i tentativi di protesta. Secondo l’autore della lettera “un tranquillo sciopero della fame colloca il prigioniero automaticamente in “regime disciplinare”, che coinvolge varie punizioni come l’isolamento o l’alimentazione forzata. Coloro che ricevono la seconda punizione devono indossare una maschera sulla testa, che mira a tutelare l’abbigliamento delle guardie dai vomiti dei puniti. “Stringono la maschera e tengono premuto il volto. Sono quasi annegato perché rigettavo nella maschera e non riuscivo a respirare”, ha informato. “All’infuori di coloro che sono in prigione con me, nessuno può realmente avere un’idea di come soffriamo”, ha rivelato al-Alwi nella lettera. Secondo il detenuto, 21 prigionieri attualmente osservano lo sciopero della fame e 16 di loro sono stati sottoposti all’alimentazione forzata, e aggiunge “il Governo degli Stati Uniti non vuole che il popolo americano sappia che siamo ancora in sciopero”. La prigione di Guantanamo è da tempo sotto i riflettori di diverse organizzazioni che difendono i diritti umani, che accusano il Governo degli Stati Uniti di torturare sia fisiche che psicologiche dei detenuti.
Source: actualidad.rt

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Almeno 69 persone sono state uccise nella Nigeria nord-occidentale. Alcuni attacchi che non sono attribuiti a Boko Haram, moltiplicano gli abusi nel paese, e sono le conseguenze di tensioni comunitarie. Lo Stato di Katsina, dove gli attacchi hanno avuto luogo, le tensioni tra le comunità son ataviche tra le etnie musulmane: i pastori Fulani e gli agricoltori Hausa. Entrambi i gruppi si oppongono da un decennio al possesso e all’uso del territorio. Con lo sviluppo delle aziende agricole, i Fulani lamentano di avere meno aree per pascolare il loro bestiame. Martedì, 11 marzo, gli uomini di questa comunità hanno attaccato quattro villaggi in moto. Un deputato originario dello Stato afferma che “sono stati trovati 69 corpi. Tra le vittime ci sono uomini, donne, e bambini, ma le squadre di soccorso stanno ancora cercando tra la vegetazione”. Il commissario di polizia della zona ha invece riportato che in base a una prima valutazione i morti sono 30 morti e ha insistito sul fatto che questi attacchi non hanno nulla a che fare con l’insurrezione del gruppo islamista Boko Haram. Per i precedenti attacchi erano stati incolpati i membri della comunità di Peul, e sono stati segnalati furti di bestiame e di cibo. Questa volta, nulla è stato toccato, gli attaccanti hanno ucciso, e hanno bruciato le case prima di fuggire.

Source: allafrica

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Il Parlamento di Crimea ha adottato all’unanimità la decisione di diventare parte della Federazione russa e ha chiesto un referendum popolare sullo status della Crimea il, 16 marzo. La penisola non riconosce il Governo autoproclamato a Kiev lo scorso, 22 Febbraio, che ha spodestato il Presidente Viktor Yanukovich, ha cambiato la Costituzione e ha sollecitato le elezioni anticipate. Da allora, il paese è sull’orlo della guerra civile, dal momento che le regioni dell’est e del sud-est non riconoscono la legittimità del nuovo Governo autoproclamato a Kiev. Insieme alla formazione di truppe di autodifesa nella penisola, diverse unità militari ucraini hanno giurato fedeltà alle autorità della Crimea. Accusando la Russia dell’invio di forze armate sulla penisola, gli USA hanno annunciato questa settimana che hanno sospeso i negoziati commerciali e la cooperazione militare che mantiene con Mosca.

Source: actualidad.rt

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Una società israeliana è stata messa sotto contratto per l’installare sistemi di sorveglianza nel militarizzato ‘Apartheid Wall’ nella Cisgiordania occupata, ed è stata scelta dagli Stati Uniti per installare un sistema simile sul suo confine con il Messico. La Elbit Systems ha annunciato che la sua filiale ha stipulato un contratto di 145 milioni di dollari con il Dipartimento di sicurezza nazionale e della protezione delle frontiere degli Stati Uniti per installare sistemi di sorveglianza lungo il confine meridionale degli Stati Uniti, riporta il portale Homeland Security News Wire. Secondo lo stesso sito, il contratto di un anno potrà essere esteso fino a raggiungere 1.000 milioni di dollari se il Congresso degli Stati Uniti approverà una legge per limitare severamente l’immigrazione. La società israeliana erigerà torri di avvistamento sulla recinzione di confine con il Messico e saranno dotati di sensori per rilevare e seguire i potenziali immigrati provenienti dal paese latinoamericano. Inoltre sono previsti centri di comando e di controllo. Nel frattempo, le autorità statunitensi hanno giustificato la scelta della società israeliana per questo progetto mettendo in evidenza la sua “vasta esperienza” nella manutenzione di muri e barriere, come è avvenuto in Cisgiordania. Elbit Systems è uno dei principali fornitori di tecnologia militare per l’esercito d’Israele. I droni sviluppati da questa azienda sono frequentemente utilizzati nella assediata Striscia di Gaza in attacchi mortali contro i palestinesi. La tecnologia di sorveglianza, sarà fornita lungo il ‘Muro Apartheid’ costruito da Israele in Cisgiordania. L’Homeland Security News Wire, indica anche che la Elbit ha raccomandato che il Department of Security USA “adotti una sicurezza delle frontiere più completa, che coordina sensori e radar elettro-ottici, sensori da terra senza pilota, droni e veicoli da terra per migliorare la flessibilità degli agenti di frontiera e la loro capacità di risposta”.

Source: actualidad.rt.

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Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso Mercoledì, 5 marzo, con la risoluzione 2142 adottata all’unanimità, di prorogare fino al, 25 ottobre 2014, l’embargo sulle armi alla Somalia. Il divieto non è applicato alle forze di sicurezza del Governo federale somalo, tranne nel caso di missili superface-air, di cannoni, obici e cannoni da 12,7 mm di calibro, mortai con calibro superiore a 82 millimetri, armi anti-tank, cariche e dispositivi per uso militare contenenti materiali energetici, e quelli per la visione notturna. Il Governo federale deve non oltre i 30 giorni dopo una consegna di armi, confermare per iscritto al comitato istituito a norma delle sue sue risoluzioni 751 (1992) e 1907 (2009) che la consegna è stata fatta. Il Consiglio di Sicurezza ha inoltre esortato il Governo federale a fare un rapporto entro e non oltre il, 13 giugno 2014, e di nuovo il, 13 settembre 2014, sulla struttura, le dimensioni e la composizione delle sue forze di sicurezza, sull’infrastruttura dello stoccaggio, e a conservare e distribuire materiale militare e rispettare le procedure e i codici di comportamento che le forze di sicurezza nazionali devono applicare per registrare, distribuire, utilizzare e conservare le armi, come anche le procedure per ricevere, verificare e importare le armi. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, è stato invitato a presentare, entro 30 giorni, le soluzioni e i consigli in materia di assistenza tecnica che l’ONU, compresa la Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Somalia (MANUSOM) possono fornire al Governo federale. La Somalia è soggetta a sanzioni dal 1992, tra le quali un embargo sulle importazioni delle armi e le esportazioni di carbone. I cittadini somali e  le entità specifiche sono soggetti al divieto a viaggiare e al congelamento dei beni.

Source:allafrica

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Tre settimane di negoziati per un piccolo profitto. I belligeranti del Sud Sudan hanno rinviato al, 20 marzo 2014, i negoziati su un accordo di pace. Dal 15 dicembre 2013, il Sud Sudan è afflitto da una divisione dell’esercito che ha provocato migliaia di morti. In tre settimane la delegazione del Governo e i ribelli non sono riusciti nemmeno a concordare l’agenda dei colloqui e le modalità di discussione. Ciò che i negoziatori eufemisticamente chiamano “dichiarazione politica” è rimasta nei cassetti. L’IGAD, l’organismo regionale che conduce i colloqui, si aggrappa all’unica cosa positiva, e cioè che entrambe le parti sono d’accordo sul meccanismo di monitoraggio del cessate il fuoco. Bisogna comunque precisare che il cessate il fuoco è regolarmente stato violato. Gli insorti di Riek Machar occupano la città di Malakal e secondo le informazioni di RFI, l’ex Vice Presidente entrato in dissidenza conta di farne la sua roccaforte. Riek Machar sembra occupare porzioni significative di territorio, allo scopo di rafforzare la propria posizione nelle future discussioni.

Emergenza umanitaria

Verso Juba, non sembrano più desiderosi di sbloccare la situazione. Forte del supporto ugandese che gli ha permesso di rendere la capitale un santuario, Juba e la città di Bor, il Presidente Salva Kiir cerca chiaramente di prendere tempo. La sua scommessa è che i ribelli alla fine vacillino. Mentre i giocatori non ascoltano, l’emergenza umanitaria lancia invano l’allarme. Secondo l’UNICEF, il paese è sull’orlo di una catastrofe umanitaria. L’agenzia stima che 3,7 milioni di sudanesi del Sud rischiano di morire di fame.

Source: allafrica

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Cinque mesi dopo l’incidente, i responsabili dell’annegamento di oltre trecento migranti africani sulle coste italiane affrontano i giudici. Cinque mesi più tardi, Lampedusa ritorna sotto la lente d’ingrandimento delle responsabilità. Oltre trecento bare allineate, comprese quelle dei bambini, di uomini e donne che cercavano di fuggire dall’Africa per raggiungere l’Europa a tutti i costi. Il, 3 OTTOBRE 2013 – circa cinquecento disperati sono stati stipati in una nave stanca come loro. L’acqua che si era infiltrata, la folla si era raggruppata su un lato: naufragio. Hanno dovuto salvarsi a nuoto, le coste siciliane di Lampedusa non erano lontane. Più di trecento persone non sapevano nuotare o sono state spinte sul fondo dal peso di coloro che erano aggrappati a non importa cosa pur di fuggire: trecento morti in una logica dove i numeri rotondi, in ogni dramma umano, di rado arrivano alla verità dei fatti. Questo evento è stato uno shock per l’Italia, dove, tuttavia, non era la prima volta che anche in diretta televisiva, i disperati venivano a morire sulle spiagge meridionali della penisola. Ma questa volta era troppo. Troppo mostruoso. Il Paese ha osservato un lutto nazionale, ha offerto il funerale. Il Primo Ministro, all’epoca, Enrico Letta, ha reso omaggio alle bare delle vittime. Fine del primo atto. L’atto successivo, al di là delle avventure che sono seguite e tutte le reazioni di indignazione attorno a una tale mostruosità, è stato inaugurato Venerdì scorso davanti alla Corte d’Assise di Agrigento presieduta da Luisa Turco. L’accusa è sostenuta, per conto dello Stato italiano, da Andrea Maggioni. Ma alla sbarra, curiosamente, una sola persona, per ora. Questo è Mouhamoud Muhidin, un somalo di 34 anni che faceva parte della banda criminale che ha organizzato la terribile attraversata. Nei flussi migratori di Lampedusa i membri della organizzazione finiscono nei centri di detenzione in attesa di espulsione (quando non vengono identificati) o in prigione quando le vittime li segnalano. Questo è quello che è successo questa volta. Oltre a Muhidin sfuggito dal linciaggio della folla dei sopravvissuti al centro dove erano stati portati, c’era anche un tunisino il cui caso è stato esaminato dagli investigatori della giustizia italiana. L’accusa crimine costituente non è l’unico incentivo per l’immigrazione clandestina. Molti immigrati sub-sahariani hanno riferito che sono stati derubati, picchiati, e imprigionati nella traversata del deserto del Sahara nei paesi di transito dai carnefici del Niger, Tunisia, Marocco e Libia in particolare. Oltre a pagare una grossa somma di denaro per un passaggio non sempre senza rischi, come si è visto, le donne hanno riferito che sono state violentate in questa avventura e spogliate di tutto. Questo caso mette in evidenza i bassi fondi della miseria, e le politiche della ‘nazione ospitante’ sono severe rispetto alla questione dell’immigrazione clandestina.

Source:allafrica

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Le persone che sono affette da HIV/AIDS in Camerun, dove il tasso della malattia è prevalente ed è anche il più alto dell'Africa dell'ovest e dell'Africa centrale, sono vittime di una stigmatizzazione generale. Alcuni trovano difficoltà a ottenere un prestito bancario, altri subiscono maltrattamenti negli ospedali, rendono noto i pazienti e gli osservatori. "Un buon numero di persone portatrici di HIV/AIDS, in Camerun sono discriminate, nella pratica corrente negli ambienti professionali e nelle istituzioni di servizio, come le Banche, le compagnie di assicurazione e gli ospedali", ha dichiarato Isaac Bissala, Presidente dell'Unione generale dei lavoratori del Camerun. "Sebbene un gran numero di portatori di questa malattia conducono una vita normale in Camerun, l'HIV è ancora considerato come una malattia mortale", ha precisato a IRIN, Bissala. Circa 600.000 camerunesi sono infetti dall'HIV, ossia il 4,5% secondo le statistiche fornite dal Programma comune delle Nazioni Unite sull'AIDS, (ONU-AIDS). Dal 2007, i trattamenti antivirali, (ARV), sono gratuiti in Camerun. La decisione di rendere i trattamenti gratuiti mira soprattutto a rifiutare la credenza popolare secondo la quale le persone che hanno l'HIV sono condannate a morire, ha indicato David Kob del comitato nazionale della lotta contro l'AIDS. Malgrado gli sforzi fatti dal Governo per assicurare i trattamenti gratuiti  ARV, per decentralizzare i centri di trattamento e mettere in servizio dei programmi di sostegno ai pazienti colpiti dall'AIDS, i miti e le discriminazioni a esso associati sono molto diffusi, ha continuato Bissala, sottolineando che non c'è una legge che tutela le persone affette dall'HIV contro la discriminazione. Il codice di lavoro camerunese proibisce ogni forma di discriminazione in Camerun, dal momento che spesso i pazienti sono stigmatizzati e si discriminano da se stessi, senza fare nessuna segnalazione alle autorità", ha concluso Kob.

Source: allafrica

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Nell’ambito di un’operazione mirata e condotta sullo sfruttamento di fonti informative anonime, un gruppo di criminali è stato smantellato Martedì, 18 febbraio 2014, a Yopougon. I detenuti facevano parte di una banda di quattro giovani, due (02) dei quali sono studenti e sono stati arrestati mentre erano impegnati in attività illecite. Il ritrovamento del materiale informatico sequestrato ha permesso di rapportare i sospetti arrestati con molti casi di criminalità informatica registrati dal PLCC. In effetti, quello che è stato scoperto sono documenti amministrativi e finanziari falsi, decine di falsi profili con foto usurpate, tracce di ricevute di denaro sotto falsi nomi. Quando è stato chiesto agli indagati la natura delle prove trovate in loro possesso, precisamente a Aboua Yves Landry alis “Landry, la meraviglia” Sohi Keable Anthelme, Brissi Gnahoua Guy Dario, Youbouet Kouamé Franck Eremita alias “il kikital” hanno confermato all’unanimità agli investigatori del PLCC che erano impegnati nella campo cibernetico da molti anni. L’indagine ha evidenziato che Aboua Yves Landry alias “Landry meraviglia”, di 26 anni, è un criminale esperto in frodi attraverso la tecnologia Internet ed è ricercato da molti anni dai servizi della polizia ivoriana. Il capo della banda smantellata vanta una reputazione ben definita nell’universo criminale ivoriano, ed era riuscito a attaccare i servizi delle giovani reclute che lui stesso aveva “impiegato”, nel quadro delle sue attività illegali. Inoltre, il criminale informatico è colpevole di tentata corruzione di agenti della polizia del PLCC, e ha proposto il pagamento di tangenti considerevoli (in natura e in denaro) in cambio della sua liberazione. I quattro criminali sono stati portati nella sede di Abidjan-Plateau per rispondere alle numerose accuse esposte contro di loro. Questa indagine fa parte di un piano di smantellamento su larga scala dei più attivi a livello nazionale di gruppi cybercriminali avviato dal PLCC nei primi mesi del 2014 anno.

Source:allafrica

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“Bisogna intervenire militarmente in Libia, più precisamente nel sud” questa è la richiesta del Niger su RFI tramite il suo Ministro degli Interni, Massoudou Hassoumi. Questa non è la prima volta che questa vasta regione viene presentata come il nuovo santuario jihadista, ma la raccomandazione non era mai stata così chiara. Questo appello di aiuto, questa comunicazione mirata a preparare l’opinione pubblica, non determina l’esatto significato delle dichiarazioni Massoudou Hassoumi. Per il Ministro degli Interni del Niger, “Il sud della Libia è un incubatore di gruppi terroristici”. Una chiara espressione, presa in prestito da James Clapper. Infatti il direttore della National Intelligence aveva usato le stesse parole, il 29 gennaio.

Per il Pentagono, il Sahel è diventato un “incubatore” jihadista

Il sud della Libia è presentato, fin dall’inizio dell’intervento Serval in Mali, come l’area di declino, di scarsa fornitura di cibo, di armi, come il nuovo “Santuario” jihadista. Per le autorità nigeriane, è chiaro che è necessario l’intervento militare. “E’ perfettamente legittimo, che la Francia, gli Stati Uniti intervengano per sradicare la minaccia terroristica”, ha dichiarato Massoudou Hassoumi. A quanto pare, l’idea di un intervento internazionale in un paese sovrano non ha scioccato il Ministro nigeriano, che conclude: “Questi poteri devono fornire un intervento after-sale contro Gheddafi”. Il Niger, che ha una frontiera comune con la Libia, teme ulteriori attacchi da parte dei gruppi armati, diversi dei quali negli ultimi mesi sono avvenuti nella capitale, ma anche contro gli edifici di Areva nel nord del paese. Infine, il Niger è un alleato delle potenze occidentali nella regione. Gli Stati Uniti hanno informazioni importanti a Niamey. I francesi hanno, loro stessi, una base per le forze speciali.

Source: allafrica

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In Sud Africa, a Numsa, il sindacato della metallurgia, Lunedì, 3 Febbraio, ha aderito allo sciopero nelle miniere di platino. Nel frattempo, proseguono le discussioni tra i gruppi minerari e il sindacato dell’AMCU. I siti dei primi tre produttori mondiali di platino sono a un punto morto completo, Anglo American, Impala e Lonmin. Circa 80.000 minatori hanno smesso di lavorare per chiedere un aumento dello stipendio. L’appello allo sciopero è stato avviato da AMCU, un piccolo sindacato radicale, che è diventato la maggioritario nel settore del platino. L’AMCU ha respinto l’offerta di stipendio per tre anni, con un incremento compreso tra il 7,5 e il 9% nel primo anno. L’AMCU chiede semplicemente che i salari siano raddoppiati. Ma per Johan Olivier, economista presso Webber Wentzel, sarà difficile trovare un compromesso, quindi le posizioni di ambedue le parti sono molto distanti: “Sarà molto difficile. E’, ovvio, che i produttori di platino non faranno una proposta più concreta più attraente. Per esempio, forse potevano proporre un incremento del 9,5% e aggiungere a questo degli stanziamenti supplementari. Ma è ancora molto lontano da quello che AMCU chiede, e quindi dovrà fare anche fare uno sforzo e essere molto più realistico”. Una adunanza dei minatori dell’Associazione dei Minatori e della costruzione (AMCU) a Rustenburg nel nord-ovest di Johannesburg, è stata tenuta il, 19 gennaio del 2014. Il sindacato AMCU ha fatto delle promesse ai dipendenti che l’economista giudica inaccessibili: “E’ qui che il sindacato è un po ‘bloccato, perché ha fatto credere ai suoi membri che poteva ottenere almeno 12.500 rand, che è ben oltre il minimo versato dai produttori di platino. Credo che ci stiamo dirigendo verso un lungo sciopero dei minatori e che diventano gradualmente frustrati e che potranno esplodere nuove violenze”.

Source: allafrica

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Il Governo deve pensare a riparare i danni subiti dalle vittime dei reati commessi nella RDC, ha dichiarato il Presidente dell’Alleanza per l’universalità dei diritti umani (AUDF), Henry Wembolua, Giovedì, 20 febbraio, a Kinshasa durante una tavola rotonda incentrata sulla legge sull’amnistia per gli atti d’insurrezione, i fatti di guerra e le infrazioni politiche, emanata in data, 11 febbraio. Il Presidente dell’organizzazione per la difesa dei diritti dell’uomo ha ricordato che l’amnistia si svolge in un contesto specifico della giustizia di transizione e ha bisogno dell’applicazione di alcune misure tra queste il risarcimento: “Esistono ricorsi individuali e risarcimenti collettivi. È possibile creare ospedali per le vittime e le persone avranno un trattamento gratuito. È possibile creare un fondo speciale per le vittime”, ha spiegato. Il AUDF propone anche l’istituzione di una camera mista dedicata alla RDC allo scopo di giudicare gli autori dei crimini di guerra, perché la legge stessa, prevede che i criminali di guerra e gli autori di crimini contro l’umanità non siano amnistiati. In tutti i casi, bisogna evitare la promulgazione di questa legge che dà l’impressione di gratificare coloro che hanno commesso i crimini contro il popolo a scapito delle vittime.

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In un dibattito del Consiglio della Sicurezza sullo stato di diritto, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha dichiarato Mercoledì, 19 febbraio, che l’Organizzazione dovrà rafforzare la sua assistenza in questa materia nei paesi che sono coinvolti nei conflitti. “Quando le istituzioni pubbliche non riescono a garantire giustizia o a tutelare i diritti delle persone, l’insicurezza e la guerra prevalgono”, ha commentato Ban in un suo discorso, osservando che a livello nazionale, la riconciliazione e la pace sostenibile richiedono uno Stato di diritto solido attraverso le istituzioni reattive e aperte a tutti. “Le persone devono essere in grado di fidarsi delle loro istituzioni per risolvere le controversie in modo rapido e giustp, allo scopo di fornire un accesso equo ai servizi di base, tra i quali la giustizia e la sicurezza”, ha detto Ban. “A livello internazionale, il rispetto dello stato di diritto è fondamentale per la prevenzione dei conflitti e la risoluzione pacifica delle controversie. I meccanismi per combattere l’impunità e garantire che le persone responsabili, compresi i tribunali penali sostenuti dalle Nazioni Unite, rafforzino lo stato di diritto”, ha aggiunto. E’ per questo motivo che il rafforzamento dello stato di diritto è ora incluso nei mandati delle operazioni di mantenimento della pace e delle missioni politiche speciali, il segretario generale ha osservato, che 18 missioni delle Nazioni Unite attraverso il mondo hanno ora il mandato per sostenere lo Stato di diritto.

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A Kiev, Piazza Indipendenza è occupata da tre mesi dagli antagonisti al Governo almeno 20 persone sono morte, di queste sei sono poliziotti. Piazza Indipendenza a Kiev è diventata un vero campo di battaglia. Gli Stati Uniti hanno seguito con preoccupazione gli scontri di ieri a Kiev e la Casa Bianca è intervenuta con Viktor Yanukovich per porre fine alle violenze. Il Vice Presidente, Joe Biden ha avuto un contatto telefonico con il Presidente ucraino per esprimergli di nuovo la “grave preoccupazione” degli Stati Uniti per l’escalation di violenze a Kiev e per chiedergli di ritirare le forze dell’ordine e di osservare la massima moderazione. Joe Biden ha ricordato a Yanukovich che il Governo ha la responsabilità di calmare la situazione e ha sottolineato l’urgenza di un dialogo immediato con i leader dell’opposizione per soddisfare le legittime richieste dei manifestanti. Barack Obama vuole aiutare a superare questa crisi, ma è impegnato con la Siria e l’Iran. Tuttavia, è difficile ignorare ciò che sta accadendo in Ucraina, dove i manifestanti sono in attesa di ricevere il sostegno di Washington. Finora, questo appoggio è stato essenzialmente morale. John Kerry ha lanciato un appello alla calma e al dialogo. Ma finora non è stato fatto nulla per fermare le brutalità con cui la polizia reprime l’opposizione. Il Washington Post ritiene che il dialogo è ancora possibile, ma in caso contrario, scrive, i paesi occidentali dovranno essere pronti a imporre delle sanzioni come hanno minacciato di fare se una soluzione alla crisi non sarà trovata.

Source: rfi.fr

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I Presidenti della Mauritania, di Burkina Faso, del Mali, del Ciad e del Niger hanno avuto un incontro in un mini vertice a Nouakchott lo scorso, 16 febbraio, ai margini del quale è stato creato il “G5 Sahel” per coordinare le loro politiche di sviluppo e di sicurezza. Secondo il comunicato finale, il nuovo gruppo è “un quadro istituzionale per il coordinamento e il monitoraggio della cooperazione regionale”, presieduto dal Capo di Stato della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz, e nuovo Presidente dell’Unione Africana in esercizio. Sapevamo che c’è il G8 e il G20, ora c’è anche il G5, il gruppo dei cinque paesi del Sahel: Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad, hanno reso noto ieri i 5 a Nouakchott confermando la loro volontà ad affrontare insieme i problemi spesso simili che condividono nella loro regione. La comunità internazionale ha promesso a questi paesi oltre 8 miliardi di euro alla fine dello scorso anno per gli investimenti nel campo della sicurezza e dello sviluppo. E ‘proprio per vedere come utilizzare questi fondi che oggi è nato il G5. Questa istanza dovrà consentire a sviluppare nei prossimi mesi una mappatura completa e accurata dei bisogni e dei progetti per esempio il dragaggio del fiume Niger, il tarring delle strade regionali, la creazione di interconnessioni elettriche tra il Mali e la Mauritania, il Mali, Burkina Faso e il Niger. ”L’idea è quella di concentrarsi sui progetti nelle aree abbandonate e quindi favorevole alla diffusione del terrorismo”, ha spiegato il Ministro nigeriano della Pianificazione. Il G5 non è una struttura in più o di troppo ha assicurato Amadou Boubacar Cisse. “Questo è un nuovo spazio necessario per la solidarietà che permetterà ai paesi del Sahel di organizzarsi meglio”. Il segretariato permanente del gruppo dei 5 del Sahel avrà la sua sede a Nouakchott, ma è un nigeriano a essere stato nominato come suo capo. Il prossimo incontro del G5 Sahel è in Ciad entro sei mesi.

Source: rfi.fr

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Quando i colloqui di Ginevra sembravano essere entrati in una fase di stallo, il Presidente americano Barack Obama ha reso noto che è intenzionato a voler aumentare la pressione sul regime siriano. “Azioni immediate saranno adottate per aiutare la situazione umanitaria”, ha riferito Obama durante un incontro, svolto nella serata di Venerdì, 14 febbraio, con il re Abdullah II di Giordania. Il Presidente Obama ha informato il re giordano Abdullah II, ricevuto al Rancho Mirage in California, che ha cercato di convincere il Congresso a rinnovare un aiuto per cinque anni dal valore di oltre tre miliardi di dollari, per ripagare le spese occasionali sostenute per la presenza nel suo regno di oltre 600.000 profughi siriani.

Intensificare gli sforzi

Gli Stati Uniti garantiscono anche i prestiti per un miliardo di dollari allo scopo di consentire all’economia giordana di restare a galla. L’impasse nella crisi siriana ha dominato la conversazione come anche le pressioni sulla capacità produttiva. Questa intervista con il re Abdullah II rientra nel quadro di una intensificazione degli sforzi diplomatici degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Alleato affidabile

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu è atteso a Washington il prossimo, 3 marzo, in seguito Barack Obama sarà in visita in Arabia Saudita e forse in altri Stati del Golfo. La diplomazia americana è impegnata su diversi fronti: il processo di pace israelo-palestinese, l’accordo nucleare con l’Iran e la ricerca di una soluzione politica in Siria. Re Abdullah II è partito per gli Stati Uniti accompagnato da uno degli alleati arabi più affidabili nella regione.

Source:rfi.fr

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I partecipanti all’ultima serie di consultazioni della commissione condotta sotto l’egida del Programma della Nazioni Unite sul virus HIV/AIDS e la rivista scientifica The Lancet, il cui membro, Donald Kaberukam è Presidente della Banca africana dello sviluppo,(BAD), ha sottolineato, giovedì, 13 febbraio, a Londra l’importante ruolo del capitale umano nella creazione delle ricchezze e della crescita inclusiva. Creata nel mese di maggio del 2013, questa commissione, intitolata “ONUAIDS-Lancet: Sconfiggere l’AIDS – Promuovere la sanità mondiale”, è stata co-presieduta da Joyce Banda, Presidente della commissione dell’Unione africana, e da Peter Piot, direttore della prestigiosa London School of Hygiene and Tropical Medicine (LSHTM). Dopo la seduta tenuta in Malawi nel giugno del 2013, questa seconda e ultima serie di consultazioni, che è stata sviluppata nella capitale britannica il, 13 e 14 febbraio, dovrà sfociare su un rapporto maggiore che sarà pubblicato prossimamente sulla rivista medica The Lancet.

Source: allafrica

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Un rapporto pubblicato Venerdì, 14 febbraio, dal Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (DESA) indica che dei 232 milioni di migranti nel mondo, 75 milioni sono sotto i 30 anni, e la maggior parte di loro vive in paesi in via di sviluppo. Il rapporto descrive la situazione dei giovani migranti nel mondo, comprese le principali sfide che devono affrontare, le loro principali preoccupazioni, ma anche molti esempi di successo, grazie alle testimonianze raccolte attraverso le indagini condotte online dalla DESA. La relazione conferma che i giovani migranti sono un gruppo eterogeneo. Le situazioni, le storie e le motivazioni che li inducono a lasciare i loro paesi di origine sono diversi. Le loro condizioni di vita nei paesi di accoglienza sono anche molto diverse, soprattutto se sono migranti regolari e irregolari e in base alla motivazione che li ha indotti a lasciare il loro paese, dal momento che alcuni lo lasciano volontariamente mentre altri sono costretti a lasciarlo. “Le migrazioni volontarie per motivi di studio, di lavoro o per riunirsi ai membri della loro famiglia sono più frequenti rispetto alla migrazione forzata. Lo status giuridico dei migranti varia tra i paesi di transito e quelli di destinazione. Alcuni viaggiano con documenti validi e con mezzi normali. Altri invece lo fanno senza documenti o rimangono nel paese ospitante dopo la scadenza del loro visto, e quindi si trovano in una situazione irregolare”, precisa la DESA nella relazione. Nel rapporto, l’Onu raccomanda di prendere più in considerazione le opinioni dei giovani e di coinvolgerli soprattutto nella progettazione di politiche e di programmi in materia di migrazione allo scopo di migliorare la situazione dei giovani migranti.

Source:.rfi.fr

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In Sud Africa, circa 200 minatori sono rimasti intrappolati in una miniera d’oro illegale a Benoni, a est di Johannesburg. Le squadre di soccorso sono sul sito da alcune ore e cercano di assistere i lavoratori bloccati. In un primo momento, l’organizzazione privata del soccorso d’emergenza ER24 è entrata in contatto con un gruppo di circa trenta minatori intrappolati, i quali hanno riferito che altri 200 erano rimasti sotto terra. ” Stiamo cercando di aiutarli”, ha dichiarato all’AFP, il portavoce dei servizi di emergenza, Roggers Mamaila, del Metropolitan Municipality, di Ekurhuleni, al quale appartiene Benoni. Gli esperti di soccorso sono intervenuti nella miniera per tentare di aprire il suo accesso. Non è ancora noto quanti sono i feriti tra i minatori intrappolati sottoterra, ma il personale medico è stato inviato sul posto. In un Tweet, i soccorritori di ER24 hanno riferito che potevano sentire i minatori sottoterra, e hanno anche trasmesso molte immagini del salvataggio. I soccorritori hanno spiegato che i minatori sono entrati nella miniera la mattina di Sabato, 15 febbraio, e sono rimasti bloccati a seguito della caduta di una grande frana. Oggi, domenica, a metà pomeriggio, la prima pietra che ostruiva l’ingresso è stata tolta. Allo stesso tempo, i servizi di emergenza mirano a fornire assistenza ai minatori, cercando di inviare loro bottiglie d’acqua.

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Il cancro si sta sviluppando a un ritmo allarmante in tutto il mondo, secondo un nuovo rapporto sulla malattia pubblicato Lunedì, 3 febbraio, dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), e dall’agenzia specializzata dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Il rapporto, che è concentrato sulla necessità di una urgente attuazione di strategie di prevenzione efficaci per combattere la malattia è il risultato della collaborazione tra oltre 250 eminenti scienziati provenienti da oltre 40 paesi diversi. “Nonostante i progressi promessi, questo rapporto dimostra che non è possibile risolvere il problema del cancro soltanto con i trattamenti”, ha riferito il dottor Christopher Wild, direttore di IARC e co-redattore della relazione. “Una maggiore mobilitazione per la prevenzione e la diagnosi precoce è oggi assolutamente necessaria per completare il trattamento e far fronte al preoccupante aumento dell’incidenza del cancro in tutto il mondo”. Nel 2012, il cancro è salito a circa 14 milioni di nuovi casi l’anno, una cifra che tenderà a aumentare a 22 milioni l’anno per i prossimi 20 anni. Nello stesso periodo, le morti per cancro aumenteranno da circa 8,2 milioni l’anno a 13 milioni l’anno. Complessivamente, nel 2012, i tumori più frequentemente diagnosticati sono quelli al polmone (1,8 milioni di casi, pari al 13% del totale), quelli alla mammella (1,7 milioni di casi, o l’11,9% del totale), e al colon-retto (1,4 milioni o il 9,7% del totale). Le cause più comuni di decesso per cancro sono il cancro al polmone (1,6 milioni di morti, o il 19,4% del totale), al fegato (0,8 milioni, 9,1% del totale), e allo stomaco (0,7 milioni, 8,8% del totale). A causa della crescita e dell’invecchiamento della popolazione, le PVS sono colpite in misura sproporzionata dal numero di tumori. Oltre il 60% del numero totale dei casi di cancro in tutto il mondo si verificano in Africa, in Asia e in America centrale e meridionale, e queste regioni sono circa il 70% delle morti per cancro nel mondo, una situazione aggravata dalla mancanza di diagnosi precoce e di accesso alle cure. L’accesso ai trattamenti accessibili ed efficaci contro il cancro nei paesi in via di sviluppo, compresi i tumori del bambino, ridurrà significativamente la mortalità, anche nei luoghi dove i servizi sanitari sono meno sviluppati. Tuttavia, l’impennata dei costi associati al trattamento del cancro è anche dannosa per le economie dei paesi più ricchi e supera la capacità dei paesi in via di sviluppo e colpisce i sistemi di assistenza sanitaria. Nel 2010, il costo economico totale annuo di cancro è stato stimato a 1.160 miliardi di euro. Molti paesi in via di sviluppo continuano ad affrontare in modo sproporzionato un doppio onere, da un lato l’alto tasso di tumori correlati alle infezioni (tumori al collo dell’utero, al fegato e allo stomaco) e in secondo luogo la crescente incidenza di tumori associati a modelli di vita industrializzata (polmone, mammella e colon-retto). “I Governi devono dimostrare il loro impegno politico e accelerare l’attuazione dei programmi di screening e le diagnosi precoci di alta qualità, che dovranno essere considerati come un investimento e non un costo”, ha spiegatoil co-autore del rapporto, il dottor Bernard Stewart.

Source: allafrica

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Il riscaldamento globale potrà esacerbare la competizione per l’accesso all’acqua e alla terra. Questo è quanto emerge da un documento pervenuto alla redazione di allafrica che preconizza la gestione sostenibile di queste risorse. L’Africa sta già vivendo le conseguenze dei cambiamenti climatici e l’aumento della sua popolazione, e soprattutto il suo alto tasso a livello mondiale di urbanizzazione. Solo i giovani africani, precisa un rapporto, costituiscono, più di un quarto della popolazione attiva mondiale. “Con una classe media crescente e la rapida urbanizzazione a un ritmo che è più del doppio del tasso di crescita urbana nel mondo del 3,7% l’anno, la richiesta alimentare, energetica e idrica aumenterà costantemente”, osserva il Vice segretario delle Nazioni Unite e segretario esecutivo della Commissione economica per l’Africa (UNECA), Carlos Lopes, il quale era il, 7 febbraio a Nuova Delhi, in India. Se gli scienziati e i ricercatori non presteranno attenzione ai cambiamenti climatici, la crescita della popolazione spianerà la strada a una corsa per l’accesso all’acqua, all’energia e al cibo. Tuttavia, il futuro non è preoccupante per il continente nero, a condizione che gli Stati si impegnino nella green economy, e nell’uso dell’energia pulita. ”Il Vice segretario delle Nazioni Unite ha chiesto maggiori investimenti nella climatologia, nei servizi e nella produzione dei dati di alta qualità sul clima, allo scopo di facilitare lo sviluppo dei sistemi di allerta precoce e di avviare la ricerca, se necessario, sugli impatti dei cambiamenti climatici, sulla vulnerabilità e sull’adattamento ai cambiamenti climatici e per creare un’economia della conoscenza”, aggiunge la scrittura. L’attuazione di queste raccomandazioni avrà un impatto positivo sulle economie nazionali e porterà all’estensione delle condizioni di vita degli africani. “Con una crescita media del PIL che dovrà raggiungere il 6% quest’anno, e con una continua prosperità favorevole, l’Africa sarà suscettibile a superare la crescita record in Asia nel 2050″, rende noto il Vicesegretario delle Nazioni Unite il quale rileva che l’Africa è il continente più dinamico, nonostante una travagliata economia globale.

Source:allafrica

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Il Ministro maliano, della riconciliazione nazionale e dello sviluppo nelle regioni settentrionali, Cheick Oumar Diarra, ha annunciato la creazione in Mali, a partire dalla prossima settimana, di una “Commissione di dialogo, verità, giustizia e riconciliazione”. A suo giudizio, dopo essersi rifiutato di sottoporsi al giogo totalitario, fanatico degli jihadisti, e il suo successo nel ripristino della democrazia, il paese deve trovare un nuovo futuro, inventare un altro futuro finalmente girando la pagina oscura dell’impunità ricorrente. Tuttavia, in un paese dove le élite dominanti tendono a ridurre gli eventuali problemi seri con la magia di una parola, bisogna rilevare in questo caso che non è solo rispettando e rigorosamente articolando le parole “verità, giustizia e riconciliazione” che si assisterà all’avvento di una nuova socialità del Mali, vale a dire un nuovo modo di pensare e di vedere il mondo e gli altri. In altre parole, la verità, la giustizia, la riconciliazione non devono essere parole di parata per coprire la disumanità. Ovviamente, i maliani devono dimostrarsi capaci di guardare in faccia il loro recente passato, un’occupazione storica del nord del paese e i crimini terroristici.

In nessun caso bisogna sacrificare la verità e la giustizia in nome della riconciliazione nazionale

La ricostruzione del Mali non dovrà essere solo politica, economica, culturale: dovrà essere anche morale e etica. Perché l’occupazione e i crimini jihadisti hanno rotto l’armonia sociale nel Paese, poichè i terroristi demagoghi sono stati reclutati nella loro impresa criminale, dei guardiani tra le popolazioni nel nord del Mali. Naturalmente, non bisogna cessare di ripetere: tutti gli abitanti del nord del Mali non sono terroristi e tra di loro, ci sono molte vittime dello jihadismo. Ma tutti coloro che sono colpevoli di crimini contro l’umanità, di atti barbarici, vale a dire i fresatori di armi, i lapidatori “professionisti” delle donne, devono essere portati davanti ai tribunali, processati e puniti. Da qui la necessità di stabilire chiaramente i fatti, per individuare la responsabilità di ogni maliano durante l’occupazione jihadista. Basta ricordare questa semplice ragione e pertanto decisiva: è perché alcuni maliani hanno disperato della Repubblica e della democrazia, che dubitano del Mali, prima di prendere finalmente le armi contro di lui allo scopo di sviluppare una ideologia nichilista e totalitaria.

Source:allafrica

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Il Programma alimentare mondiale sta vivendo una carenza di fondi – e quindi delle scorte alimentari – per le sue operazioni nella RDC. Questo ha costretto il PAM a ridurre le razioni di cibo nei campi per gli sfollati nel paese. La situazione finanziaria è diventata così grave che l’aiuto alimentare potrà essere fermato nei prossimi mesi. Durante gli ultimi sei mesi, Faida, 40 anni, e con otto bambini a carico, sopravvivono con metà razione a Mugungu 1, un campo nella provincia del Nord Kivu, nella RDC orientale. Di fronte alla limitazione delle risorse, il PAM è stato costretto a ridurre il livello degli aiuti a questa famiglia e ad altri sfollati (IDPs) allo scopo di garantire la continuità dei suoi programmi nel resto del paese. La situazione è ben lungi dall’essere ideale, e almeno il cibo che hanno ricevuto Farida e i suoi figli è appena sufficiente per dar loro da mangiare. Farida, il marito e i figli sono stipati in una delle migliaia di tende di fortuna che affollano il suolo vulcanico e roccioso, ai piedi del monte Nyiragongo vicino Goma. Vivono lì da quando i combattimenti li hanno costretti a fuggire dai loro villaggi nel territorio di Mahanga Masisi nel 2011. In tutto, a Mugunga 1 sono 53.000 gli sfollati.

Rischi nella foresta

“Senza l’aiuto del PAM noi donne avremmo dovuto camminare nel bosco per tagliare la legna da vendere”, ha reso noto Faida. “Ma tutti sanno che le donne e le ragazze che vanno nella foresta vengono rapite o violentate”. Per il “privilegio” di andare e venire nei boschi senza correre un tale rischio, le donne devono pagare una “tassa” di 200 franchi congolesi (circa 20 centesimi di dollari) al racket senza scrupoli, e alcuni dei quali sostengono di fare parte delle forze della sicurezza locale. “Poche di noi hanno i soldi”, ha spiegato Faida. “Se ne abbiamo, li dobbiamo usare per comprare il cibo. Ma chi ci protegge si approfitta di noi.”

Cinque campi

Suo marito lavora come operaio a giornata in una cava di sabbia. Lui guadagna 50 centesimi al giorno e deve provvedere alla sua famiglia, con il suo stipendio. Nessuno dei figli di Faida frequenta la scuola. Sono cinque i campi improvvisati intorno a Goma, che ospitano oltre 150.000 sfollati. In tutta la provincia del Nord Kivu, sono 900.000 gli sfollati. Il WFP ha fornito assistenza alimentare a mezzo milione di persone nel Nord Kivu, di questi 300 000 sono sfollati. A partire dal prossimo mese, le riserve alimentari del PAM a Goma saranno quasi esaurite. Considerati i lunghi ritardi nel trasporto merci in questo remoto angolo d’Africa, la prossima consegna del cibo – sarà possibile solo grazie a un contributo di 30 milioni di dollari – e non avrà luogo fino a marzo o aprile.

I più vulnerabili

Nei mesi successivi, il PAM non avrà altra scelta che limitare gli aiuti alimentari ai beneficiari più vulnerabili nei campi, compresi i minori non accompagnati, gli orfani, gli anziani, i malati e i nuovi arrivati. E’ probabile che nei prossimi mesi, Faida e la sua famiglia non riceveranno più assistenza alimentare dal WFP perché non rientrano nella categorie di soggetti ad alto rischio. I combattimenti tra le forze della FARDC (l’esercito congolese) e il gruppo ribelle M23 sembra che siano terminati dopo l’arresa di questi ultimi. Ma con tutte le altre milizie armate nella RDC orientale, la pace non è garantita. Come Faida e la sua famiglia tante altre persone saranno riluttanti a tornare a casa e ad andare avanti con le loro vite.

Source:allafrica

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“La missione del Gruppo della Banca mondiale è quella di porre fine alla povertà estrema e di promuovere una visione condivisa per il 40% dei più poveri della popolazione di ciascun paese. Questo significa che lavoriamo con i Governi, con le imprese e la società civile per creare le condizioni per una crescita inclusiva dei poveri e facciamo degli sforzi per fornire loro i mezzi per godere delle migliori condizioni di vita. “In questo contesto, siamo allarmati dalle notizie che fanno stato delle espulsioni delle popolazioni nelle zone di frontiera di Embobut e sulle colline di Cherangany in Kenya. Siamo consapevoli che questa situazione nasce dalla volontà di proteggere i bacini idrografici in queste aree della foresta e nelle zone collinari del Kenya. Tuttavia, sollecitiamo le autorità keniote a indagare a fondo sulle denunce fatte dalla società civile, comprese le comunità colpite, dai critici sfratti non conformi al procedimento giudiziario. “La Banca Mondiale non è in alcun modo collegata a queste espulsioni e non ha né finanziato né sostenuto queste azioni. Tuttavia, non siamo semplici spettatori”. “Il Gruppo della Banca Mondiale sta lavorando a stretto contatto con il Governo del Kenya allo scopo di sostenere gli sforzi e per migliorare la vita di tutti i keniani. In questo quadro, intensificheremo le discussioni con tutte le parti interessate, tra le quali il Governo e la società civile. Troppo spesso nel mondo, la voce dei poveri e degli svantaggiati non è ascoltata. In Kenya, i casi relativi alle famiglie colpite devono essere valutati con urgenza in modo equo e trasparente”.

Source:allafrica

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L’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha espresso venerdì, 14 febbraio, una profonda preoccupazione per l’escalation della violenza in Venezuela e soprattutto dopo la morte di tre persone durante le manifestazioni che hanno avuto luogo a Caracas negli ultimi giorni. Migliaia di persone hanno protestato nelle principali città del paese contro i recenti arresti degli studenti. Il procuratore venezuelano ha dichiarato Giovedì che tre persone sono morte, 66 sono rimaste ferite e 69 sono state arrestate a seguito degli scontri tra le forze della sicurezza e i manifestanti. A questo proposito, il portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Rupert Colville, ha esortato il Governo del Venezuela a garantire la libertà di espressione e la riunione pacifica dei cittadini e a promuovere un’indagine imparziale su questi decessi. “Gli autori dovranno essere perseguiti e quelli che si sono resi colpevoli di atti di violenza e della morte di queste persone dovranno essere puniti con le sanzioni”, ha scandito Colville, chiedendo anche l’inizio di un dialogo pacifico tra le parti allo scopo di trovare una soluzione alla crisi.

Source:un.org

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Medici Senza Frontiere (MSF) ha iniziato Sabato, 8 febbraio, a sostegno delle autorità sanitarie della Guinea, una campagna di vaccinazione contro il morbillo per i bambini dai sei mesi ai dieci anni. Questo per arginare un’epidemia scoppiata nel paese a metà gennaio, poichè i pazienti in lista d’attesa sono centinaia. Il morbillo è una malattia molto contagiosa e può diffondersi a macchia d’olio. Da qui è nata l’urgenza di implementare questa campagna, ha dichiarato Corinne Benazech, capo missione di MSF a Conakry. Da parte sua, il dottor Reynaldo Ortuño di MSF sostiene che, se il tasso di vaccinazione di Conakry, la capitale, è relativamente buono, quella dei figli sparsi nel resto del paese rimane comunque basso. A partire da questo fine settimana poi, circa 400 membri di MSF e il Ministero della Salute della Guinea saranno a lavoro per due settimane allo scopo di mettere in atto e ampliare il processo di vaccinazione, che è gratuito, ha confermato il dottor Ortuño.

Source: allafrica

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La povertà resta un problema reale in Europa e in Asia centrale, dove quasi l’uno per cento della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno inoltre in queste regioni 80 milioni di persone vivono con meno di 5 dollari per soddisfare le loro esigenze quotidiane di base. A riguardo, la Banca Mondiale ha pubblicato un dossier, dal titolo i “Volti della povertà”, dove confronta questi livelli con quelli dell’Asia meridionale e dell’Africa sub-sahariana, dove rispettivamente il 31% e il 48% vive in condizioni simili. Tuttavia, l’Organizzazione ha spiegato che 1,25 dollari in Europa e in Asia centrale equivalgono a pochissimi soldi per sopravvivere perché le famiglie devono affrontare un inverno estremamente gelido che perdura per diversi mesi. Gli alti costi delle bollette del riscaldamento e una alimentazione calorica per sopportare le dure condizioni invernali rendono i bisogni di base più cari che in altre regioni. Inoltre, la disoccupazione e i bassi salari contribuiscono alla grave povertà, ha sottolineato la stessa fonte. La Banca Mondiale ha invitato i paesi in via di sviluppo ad affrontare i bisogni dei più vulnerabili e a seguire le raccomandazioni contenute nella sua pubblicazione.

Source: unmultimedia.org

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Con il sostegno del Belgio ai margini della Giornata Internazionale del Bambino soldato celebrata il, 12 febbraio di ogni anno, MONUSCO ha lanciato ufficialmente Martedì scorso la campagna contro il reclutamento dei minori nelle file dei gruppi armati nella RDC. Il, 12 febbraio di ogni anno, è dedicato alla Giornata Internazionale del bambino soldato. In previsione della commemorazione di questo anniversario, la MONUSCO Task Force incaricata dei bambini e dei conflitti armati, con il sostegno del Regno del Belgio ha proceduto ieri Martedì, 11 febbraio, al lancio ufficiale della campagna contro l’assunzione dei bambini nelle fila dei gruppi armati nella Repubblica democratica del Congo, presso la sede della residenza dell’ambasciatore del Regno del Belgio nella RDC. Il tema scelto per questa campagna è: “Never again Kadogo” (NdR: Mai più bambini soldato). E’ il rappresentante del Ministro della Difesa e dei Veterani della RDC che ha ufficialmente lanciato questa campagna. Oltre al Ministro belga incaricato della Cooperazione e lo Sviluppo, Jean-Pascal Labille, c’erano anche il Vice Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite nella RDC, i diplomatici accreditati presso il Congo – Kinshasa e molti altri dignitari che hanno partecipato anche alla cerimonia animata dal gruppo teatrale “I Béjarts”. L’ex Kadogo, che è diventato uno scrittore, Junior Nzita è stato chiamato a rendere testimonianza della sua esperienza. Cogliendo questa opportunità, l’autore del libro “Se la mia vita come un soldato bambino potesse essere raccontata” spera di vedere meno Kadogo nella RDC, e ha ricevuto dalle mani del rappresentante del Ministro della Difesa nazionale, un attestato di riconoscimento. Attraverso una scenetta, il gruppo teatrale “I Béjarts” ha mostrato come i gruppi armati reclutano bambini, e le sofferenze che subiscono, sottolineando che la scuola e la famiglia sono luoghi ideali per i bambini. Perché la guerra non è un gioco da ragazzi. Da parte sua, il Vice Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite nella RDC, Wafy Abdallah, ha confermato che secondo le ultime stime, 20.000 bambini vengono separati dalle loro famiglie nella RDC. Questa situazione preoccupa MONUSCO, che sotto la sua attuale missione è chiamata a proteggere i civili, compresi i bambini classificati come vulnerabili.

Source: allafrica
 

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L’ambasciatore degli Stati Uniti responsabile della politica degli Stati Uniti contro i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità ha chiesto che venga istituito un tribunale misto specializzato per la RDC per giudicare i responsabili che hanno commesso gravi crimini soprattutto nella RDC orientale, questa e la notizia dichiarata dal diplomatico Venerdì, 7 febbraio, a Goma, in occasione delle sue visite di lavoro nella regione dei Grandi Laghi.

Il funzionario americano spiega dove ha lavorato per realizzare un tribunale simile in Africa:

“Una volta ero procuratore del Tribunale speciale per la Sierra Leone. Era un tribunale misto. Io sono americano e il mio assistente era di Sierra Leone. C’erano giudici internazionali e nazionali. Abbiamo ottenuto un atto d’accusa contro il Presidente del paese limitrofo, Charles Taylor, il quale era fuggito e in esilio e aveva trovato rifugio in Nigeria. Questo paese aveva l’obbligo di inviare Taylor al Tribunale di Sierra Leone. Eravamo in un tribunale misto specializzato e composto da giudici internazionali. Abbiamo ottenuto il mandato d’arresto e il trasferimento di Charles Taylor”. L’ambasciatore americano ricordando la guerra contro il M23 e altri gruppi armati che hanno commesso crimini nella RDC orientale, ha osservato che la creazione di un tribunale è necessaria per garantire una magistratura indipendente e per sostenere gli sforzi di estradizione dei criminali rifugiati nei paesi limitrofi. Inoltre pensa che bisogna cercare i mezzi per sviluppare un sistema giudiziario efficace che possa permettere l’estradizione e il processo dei sospetti criminali. Stephen Rapp ha precisato che se sarà creata questa Corte, il Ruanda, l’Uganda e il Burundi non dovranno essere inclusi. La Repubblica Democratica del Congo orientale è stata colpita da un conflitto armato per molti anni. Le milizie e le ribellioni hanno messo a rischio le popolazioni civili. L’esercito congolese, sostenuto dalle forze della missione delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo, è riuscito a sconfiggere i ribelli del M23 nel Nord Kivu lo scorso novembre. Le loro azioni comuni si sono orientate verso altri gruppi armati nazionali ed esteri. L’idea di istituire un tribunale speciale per processare i criminali di guerra nella RDC è stata difesa nel mese di agosto del 2013, da cinquantadue figure femminili che hanno firmato una dichiarazione di stupro come arma di guerra e la creazione di un Tribunale penale internazionale per la Repubblica democratica del Congo. Tra i firmatari di questa dichiarazione, c’erano soprattutto gli ex-Ministri francesi Rama Yade e Roselyne Bachelot e Ingrid Betancourt, un donna politico franco-colombiana, tenuta in ostaggio per diversi anni dai ribelli delle FARC.

allafrica

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Durante la loro visita di due giorni in Mali, conclusasi lo scorso, 3 febbraio, i quindici membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno osservato gli sforzi di assistenza dell’istituzione in questo paese dell’Africa dell’ovest che ritrova la pace dopo diversi mesi di guerra. Nel mese di aprile del 2013, il Consiglio di Sicurezza aveva autorizzato lo spiegamento della missione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Mali (Minusma) allo scopo di assistere le autorità nei loro sforzi per affrontare le cause profonde della crisi che aveva colpito il paese lo scorso anno. Durante questa visita, la delegazione delle Nazioni Unite ha incontrato il Presidente del Mali, Ibrahim Keita Boubabar, i funzionari governativi e i membri del Parlamento, come anche il comandante dell’operazione francese Serval e lo Chief Training Mission dell’Unione europea, il governatore della città di Mopti, sita a 600 chilometri a nord-est della capitale Bamako, e i rappresentanti della società civile. La rappresentanza ha anche visitato il campo Minusma in questa città. In una conferenza stampa al termine della loro visita, i membri del Consiglio di sicurezza hanno riferito che hanno trovato “una chiara volontà da parte di tutti i soggetti interessati in Mali a trovare una soluzione duratura alla crisi ricorrente in questo paese”. Inoltre hanno ribadito la loro disponibilità tramite il rappresentante speciale del segretario generale e del Minusma, a “sostenere gli sforzi delle parti del Mali”, e hanno esortato tutti gli attori politici del Mali “ad avviare le discussioni inclusive per una soluzione sostenibile senza precondizioni”. Notando che è “indispensabile avviare queste discussioni in breve tempo e con un calendario chiaro”, il gruppo ha evidenziato che l’assenza di un quadro politico inclusivo può essere sfruttata dai “facinorosi”. Infine, hanno incoraggiato il Governo del Mali a continuare a distribuire l’amministrazione, in particolare nel nord per ripristinare i servizi sociali di base.

Source: allafrica

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L’Associazione di monitoraggio e di assistenza ai malati di mente (ASSAMM) ha proposto come “soluzione immediata” per far fronte ai numerosi assassini perpetrati nei confronti dei malati mentali nella città di Tambacounda, di raggrupparli tutti in attesa che venga autorizzata l’apertura del Centro di gestione e di trattamento a Kaolack dove saranno trasferiti. Nel giro di pochi mesi, cinque casi di omicidio di malati mentali vagabondi sono stati contati nella città di Tambacounda, ed è stato notato che gli erano stati asportati gli organi. “Attualmente, la soluzione immediata è stata quella di raggruppare i malati di mente come è avvenuto con l’arrivo del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a Dakar e poi mandarli da qualche parte a Tambacounda, in attesa di aprire rapidamente un Centro a Kaolack, costruito esclusivamente per il loro pick-up gratuito e il loro reinserimento”, ha indicato l’ASSAMM in una lettera aperta al Capo di Stato. “Ciò richiede ingenti risorse, e da ciò è nata l’urgenza di questo incontro che abbiamo sempre chiesto”, continua il testo, ribadendo il suo appello a realizzare una seduta sotto la supervisione del capo di Stato dedicata ai malati di mente vagabondi. “Durante il viaggio nei vari territori per presentare una denuncia contro X presso il pubblico ministero, nel caso dell’omicidio e atto di barbarie perpetrato contro il malato di mente Abasse Sane, abbiamo incontrato il governatore della regione il quale ha garantito l’adozione di tutte le misure per evitare tali tragedie”, riferisce il testo, aggiungendo “Ma questo è niente tornati a Rufisque ci hanno rivelato che Lunedì sera, 3 febbraio, è morto un altro malato di mente, questa volta, ucciso e gettato nel roveto non lontano dalle abitazioni”. Il Presidente dell’Associazione, Ansoumana Dione prevede di tornare a Tambacounda per ricevere un aggiornamento delle indagini svolte da parte della Brigata di ricerca della gendarmeria, per parlarne Lunedì, 10 febbraio, con il suo comandante.

Source: allafrica
 

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Il Niger auspica in un intervento delle potenze straniere nel sud della Libia, che è “un incubatore dei gruppi terroristici”, ha dichiarato mercoledì, 5 febbraio, il Ministro nigeriano degli Interni, Massoudou Hassoumi sulle onde di Radio France Internazionale. Sul terreno, le capacità militari della Francia e degli Stati Uniti sono state rafforzate. Secondo RFI, dei droni assassini degli Stati Uniti, non destinati alla semplice osservazione, ma a delle soppressioni mirate, sono arrivati ​​a Niamey. Quando il Niger ha chiesto l’intervento delle potenze straniere, ha avuto una buona possibilità di essere ascoltato. Occupando una posizione centrale nel Sahel, il paese è ora una piattaforma nella lotta contro il terrorismo guidata dalla Francia e dagli Stati Uniti nella regione. Il Niger ha accettato la presenza sul suo suolo, di mezzi destinati alle soppressioni mirate. Secondo quanto è stato riferito, tre droni assassini dell’armata americana sono appena arrivati a Niamey. Alcune fonti hanno indicato una successiva distribuzione nei pressi di Agadez vicino la Libia. Sul versante francese sulla base aerea di Niamey, tutto è pronto per ospitare un distaccamento di aerei da combattimento francese. Parigi ha costruito un hangar in grado di ospitare dei caccia Rafales o Mirage, dei depositi per lo stoccaggio del combustibile e dei bunker per le armi. “Rimarremo in Niger, per tutto il tempo richiesto” ha assicurato il Ministro della Difesa Jean Le Drian, durante la sua visita a Niamey all’inizio di quest’anno. Dall’inizio dell’anno, diverse allerte hanno mobilitato le forze speciali francesi e le autorità nigeriane temono un’importante operazione dei gruppi terroristici che trovano rifugio oltre il confine libico. A Washington, a fine gennaio, il Ministro della Difesa ha chiesto un partenariato strategico rafforzato con gli Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda la lotta contro il terrorismo in Africa. A metà febbraio, un nuovo distaccamento degli Stati Uniti e delle forze speciali francesi sono attesi in Niger, per partecipare ufficialmente all’esercizio Flint Lock 2014. L’esercitazione regionale ha già avuto luogo in passato in Mali e in Mauritania.

Source: allafrica

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Papa Francesco ha ricordato questa Domenica,9 febbraio, durante l’Angelus gli organizzatori e gli atleti che partecipano ai Giochi Olimpici di Sochi (Russia) e desidera che sia “una vera festa di sport e di amicizia”. Il Papa ha anche menzionato che “tutti coloro che hanno riportato danni e hanno dei problemi causati dalle catastrofi naturali nei paesi di tutto il mondo”. “La natura ci sfida ad essere di supporto e attenti a salvaguardare ciò che è stato creato”, ha dichiarato il Pontefice rivolgendosi ai pellegrini riuniti in piazza San Pietro in Vaticano. Il Papa argentino ha anche esortato i fedeli a “prevenire per quanto possibile le conseguenze più gravi” di queste calamità. Per quanto riguarda la Giornata Mondiale del Malato, che sarà celebrata Martedì, 11 marzo, il Papa ha ringraziato il personale medico e sanitario. “Il vostro lavoro è prezioso!” ha esclamato esortando le famiglie a “non avere paura della fragilità” dei propri cari affetti da questa malattia. Commentando il brano evangelico che corrisponde a questa Domenica, ha sottolineato che il ruolo dei cristiani è quello di “trasmettere al mondo la luce” di Dio. “Noi battezzati, siamo discepoli missionari chiamati a convertire il mondo in un vangelo vivente con una vita santa, daremo ‘sapore’ in vari ambienti e difenderemo la corruzione, come fa il sale, e porteremo la luce di Cristo attraverso la testimonianza di una autentica carità”, ha aggiunto il Papa. “Che bella missione! Un cristiano deve essere una persona brillante. Come volete vivere come una lampada accesa o spenta?”, ha interrogato il Papa, concludendo il suo sermone. Sì, come una lampada accesa, questa è la vocazione cristiana”, ha aggiunto con un sorriso. Poco prima di lasciare il balcone del Palazzo Apostolico, il Papa ha invitato i fedeli a andare “sempre avanti con la luce di Gesù” e ha concluso con il consueto “buon pranzo e buona Domenica”.

Source:ecodiario.eleconomista.es

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Oltre 70.000 ucraini hanno aderito al decimo meeting popolare realizzato nella piazza principale di Kiev, Maidan, per manifestare il loro antagonismo nei confronti dell’attuale Governo. Questo è il decimo Meeting People dalla fine dello scorso novembre, quando una ondata di indignazione da parte dei sostenitori dell’integrazione europea ha invaso il paese dopo che il Presidente Viktor Yanukovich ha rifiutato di firmare l’accordo di associazione con l’Unione europea. I principali leader dell’opposizione ucraina hanno pronunciato un discorso rivolto alla folla, tra questi il leader del gruppo d’opposizione Batkivschina (Arseniy Yatseniuk), il partito Udar (ex-pugile Vitali Klitschko) e Svoboda Party (Oleg Tiagnibok). Klitschko ha riferito nel suo discorso alla riunione che Yanukovich lo ha sfidato a un dibattito pubblico. Il centro antiterrorismo del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina è in allerta in connessione “con la crescente minaccia di natura terroristica” a Piazza Indipendenza, come riferisce il suo servizio stampa.

Source: actualidad.rt

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Le voci relative alla guerra in Medio Oriente possono diventare una realtà, data la ‘concorrenza’ che Israele sta mantenendo con le altre nazioni per il controllo dei giacimenti di gas nel Mediterraneo, che, a giudizio degli esperti, è un pericolo reale. “Se c’è un posto dove potrà esplodere una guerra improvvisa e fuori controllo, probabilmente non sarà nel Sinai, nel Golan e nella Cisgiordania (o Giudea e Samaria). (Quel posto) sarà chiamato Leviathan, Dalit e Karish, i vasti campi di gas naturale e di petrolio scoperti nelle acque profonde tra Israele e Cipro negli ultimi cinque anni”, dichiara il corrispondente di ‘The Daily Beast’, Christopher Dickey. Chi controlla tale ricchezza, probabilmente monitora il futuro economico della regione. “Gli israeliani lo sanno. Come anche i suoi alleati, i suoi rivali e i suoi nemici. E le tensioni aumentano di giorno in giorno”, continua Dickey. Nel frattempo, Pierre Terzian, redattore del settimale dell’industria petrolifera ‘Petrostrategies’ corrobora questa teoria, aggiungendo che “tutti gli elementi di pericolo sono lì”. Mentre Washington sta riducendo la propria presenza in Medio Oriente, molti paesi stanno aumentando la loro. In particolare Israele, che è stato veloce nel creare “la flotta più avanzata, tecnologicamente, nella parte orientale del Mediterraneo”, cita un rapporto pubblicato sulla rivista ‘Tablet’.

Sfide per il controllo israeliano

A questo proposito, mentre la Turchia può essere un ostacolo per i piani di Israele volti a monitorare le risorse petrolifere della regione, poichè sotto la presidenza del mandatario turco, Recep Tayyip Erdogan tra i due Paesi i rapporti sono freddi, la vera preoccupazione di Israele nella disputa sul petrolio o del gas potrà essere il Libano. Quest’ultimo e Israele restano formalmente in stato di guerra. Le Nazioni Unite hanno delimitato la loro frontiera terrestre comune nel 2000, ma non le linee di demarcazione tra le 200 miglia nautiche delle loro rispettive “zone economiche esclusive” sovrapponendo i loro interessi su 860 chilometri quadrati del bacino del Levante (l’area del Mediterraneo orientale con circa 3,5 miliardi di metri cubi di gas naturale e 1.600 milioni di barili di petrolio). Allo stesso modo Israele percepisce Hezbollah e l’Iran come una minaccia. Tuttavia, lo Stato ebraico è l’unico paese della regione le cui imprese hanno davvero la capacità di operare in mare e il suo potente esercito è pronto a tutelare i propri interessi nella zona e, assicura, che è disposto ad usare la forza se necessario.

Source: actualidad.rt

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Due Medici brasiliani Celso Roberto e Claudio Carneiro Scafi Rogerio Fernandes sono stati condannati rispettivamente a 18 e 17 anni di reclusione, per traffico illegale di organi presi dai loro pazienti con diagnosi irregolare di morte cerebrale, hanno pubblicato i media locali. Entrambi i medici che esercitavano l’attività di urologi nello stato di Minas Gerais, nel sud-est del paese, dove sono stati trattenuti dalle autorità locali sono stati accusati di aver rimosso i tessuti e gli organi da persone viventi. E’ stata loro anche ritirata la licenza per esercitare la professione.

Source: actualidad.rt

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Gli analisti politici e militari esprimono varie ragioni per spiegare perché la Cina avvolge in un manto di mistero la sua modernizzazione militare. Ne presentiamo alcune.  Una delle richieste più frequenti in Cina è quella di rendere più trasparente la sua modernizzazione militare. Per mancanza di informazioni confermate sull’apparente grande modernizzazione delle forze armate cinesi, gli analisti militari speculano su ogni foto che appare nei blog militari del gigante asiatico e su ogni immagine scattata dai satelliti di intelligence statunitensi provocando una moltitudine di ipotesi e di teorie. La mancanza di trasparenza militare cinese ha raggiunto livelli tali che lo stesso Segretario della Difesa, Robert Gates, non era a conoscenza che nel corso della sua visita in Cina, l’Air Force di questo paese aveva appena portato a termine il primo volo di prova del suo sigillato caccia-bombardiere J-20. Una sorpresa simile l’avevano condotta gli esperti con il recente test del primo missile ipersonico cinese. Il blogger Zachary Keck, uno degli autori di The Diplomat, ha dato il suo parere su questo segreto. Secondo l’analista, numerose sono le ragioni che giocano contro la ‘mancanza di trasparenza’ dell’Esercito Popolare di Liberazione. In primo luogo, mostrando il suo potenziale militare, la Cina sarà in grado di dissuadere i potenziali avversari. Inoltre, esistono forti motivazioni interne che incitano il Partito comunista cinese a mostrare i suoi successi militari. In particolare, mettendo in evidenza le conquiste militari sarà aumentato il patriottismo dei cittadini e promossa l’idea che la nazione si sta modernizzando. Sembra che solo una maggiore trasparenza militare possa rafforzare questo effetto.

Primo motivo: l’autonomia del comando militare cinese dai politici

Uno dei motivi di questa mancanza di trasparenza può essere un alto grado di autonomia del comando militare nei confronti dei capi di Stato, in caso affermativo, i generali cinesi potranno opporsi a questa trasparenza per la semplice ragione che loro sono molto più interessati all’uso del proprio equipaggiamento militare che a rafforzare lo stato d’animo patriottico della popolazione. Un’altra possibile ragione è che la Cina è riluttante alla trasparenza militare temendo che le nazioni straniere usino questa trasparenza per minare la propria difesa.

Effetto sorpresa

Una possibilità relativa (e probabilmente la più pericolosa), è che la Cina rifiuti di fornire maggiore visibilità, perché ha una dottrina militare basata sul fattore sorpresa per essere efficace. Pertanto, fornire ai militari stranieri e alle agenzie d’intelligence un maggiore accesso alle informazioni militari può comportare di elaborare metodi migliori e armi migliori per superare le difese del paese.

Gigante con piedi d’argilla

Infine, la Cina può opporsi ad adottare una maggiore nitidezza, perché le loro capacità militari non sono così grandi come la gente pensa. In questo scenario, la Cina preferisce l’opacità, poichè una maggiore visibilità può permettere agli eserciti degli altri paesi di essere più consapevoli del vero potenziale del paese e di costruire la loro tattica politica contro la Cina basata sull’idea che il suo esercito è debole.

Source: actualidad.rt

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Più di una persona sa che la democrazia americana significa servire gli interessi degli Stati Uniti. Più di una persona sa che per gli interessi degli Stati Uniti si intendono gli interessi di una manciata “d’elite”. Più di una persona sa anche che questa “élite” sono per lo più i cartelli delle multinazionali, economicamente parlando. E politicamente parlando, le lobby sioniste. Più di una persona sa che “Israele” è una perfetta rappresentazione di tutti gli interessi. Chiunque crede che gli americani sono andati in Palestina per installare la democrazia, non per servire i loro interessi, ma, quelli di “Israele”, deve guardare l’esempio iracheno. L’Iraq al tempo della democrazia americana. Infatti, nel 2003, sono arrivati ​​gli americani in Iraq e hanno lasciato cadere tutti i sistemi del Paese, militari, politici, economici e anche amministrativi, tra le altre cose, e hanno spiegato oltre cinque mila uomini del loro esercito. Hanno speso oltre due miliardi di dollari. Chi può credere che tutti questi sacrifici sono stati fatti per liberare il paese da un dittatore, sapendo che i dittatori riempiono il mondo? Dieci anni più tardi, è vero che l’esportazione del petrolio iracheno è aumentato raggiungendo ben presto tremila barili al giorno. Ma è anche vero che il numero dei poveri, dei disoccupati, dei senza dimora, dei senza speranza di crescita si sono ritrovati ad affrontare una manciata di corrotti e di collaboratori sempre più ricchi. Tutto dimostra molto chiaramente che per gli americani, l’Iraq è solo un pezzo di terra che possiede enormi riserve di petrolio che dovrà rimanere un’energia a basso costo a servizio dell’Occidente. Una parvenza di paesi. Diversi eserciti. Una lotta perenne tra connazionali. Le religioni si uccidono. I musulmani si uccidono. Le scuole dell’Islam si uccidono. E tutto va bene, il petrolio sale, e “Israele” sta bene. Naturalmente, alcuni uomini e donne onesti lavorano per salvare il paese e la sua gente. Purtroppo, il loro numero e i loro sforzi si dissolvono di fronte a tutti coloro che uccidono per guadagnare potere e di fronte a tutto ciò che spinge il paese verso un futuro incerto, vago, e sconosciuto. Peccato che, il petrolio sia esportato negli Stati Uniti e in Europa. Dieci anni più tardi, questa è la scena irachena, per non parlare delle esplosioni quotidiane che uccidono e feriscono decine di civili innocenti, di agenti della polizia e di militari. I palestinesi che cercano la democrazia correndo dietro agli americani e riponendo fiducia negli israeliani, non ascoltano le notizie? Forse non è necessario. Essi vedono con i propri occhi le operazioni di giudaizzazione in tutta la Palestina. Essi vedono e sperimentano le azioni dei coloni. Vedono le colonie sioniste espandersi sempre di più lacerando la Cisgiordania in mille pezzi, in piccoli cantoni: uno scenario che rassomiglia allo squarcio iracheno! Perché gli americani finalmente non fanno nulla? Perché non muovono un dito? La risposta è semplice e si trova nell’esempio iracheno.

Source: palestine-info

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I combattimenti tra i ribelli e le forze governative sudanesi del Sud sono stati particolarmente virulenti negli Stati dell’Alto Nilo e dell’Unità, e hanno costretto i leader delle compagnie petrolifere straniere a rimpatriare gran parte dei loro dipendenti. Ma l’indeterminatezza intorno al controllo o no delle città petrolifere è stata consapevolmente mantenuta da entrambe le parti. Le forze del Presidente del Sud Sudan, Salva Kiir si sono opposti ai ribelli dell’ex Vicepresidente, Riek Machar per il controllo di Malakal, capitale dello Stato del petrolio dell’Alto Nilo nel nord. Tuttavia, entrambi i campi rivendicano il controllo. “Mentre parliamo, Malakal è sotto il completo controllo delle forze fedeli all’ex Vicepresidente Riek Machar”, ha dichiarato Mosè Ruai, un portavoce dei ribelli, aggiungendo che le forze governative sono già state cacciate. Descrivendo queste affermazioni come “fuorvianti”, il Ministro del Sud Sudan della Difesa, Kuol Manyang Juuk, ha riferito che la città di Malakal è invece “del tutto sotto il controllo delle forze del Governo”. Gli elementi di Riek, che comprendono infatti alcuni membri della polizia e dell’esercito, sono stati sconfitti e non sono più a Malakal. Questa confusione per il controllo delle città petrolifere mira anche ad abbassare o no la produzione del petrolio, che nel Sud Sudan è di circa 350.000 barili al giorno. Come citano diverse fonti, la produzione dell’oro nero è scesa di quasi il 15%. Prendendo contro corrente queste informazioni, il Ministro sudanese dell’Informazione, Ahmed Bilal Osman, ha reso noto lo scorso, 16 gennaio che “i proventi del petrolio del Sud Sudan sono aumentati nelle ultime settimane, nonostante le battaglie infuriano tra il Governo e i ribelli”.

Negoziatori commerciali

Il Sudan ha scoperto il petrolio nel 1999 e da allora questa risorsa rappresenta quasi l’80% di tutte le esportazioni dell’ex Sudan, mentre oggi sono il 98% delle esportazioni del Sud Sudan conferma Marc Lavergne, direttore di ricerca CNRS. Quest’ultimo va oltre, un’intervista alla stampa: “Un lapsus motivato dal fatto che il Nord ha imposto delle royalties per il passaggio, del petrolio usato, attraverso il suo territorio nel Sud e che deve raggiungere il Mar rosso attraversando tutto il territorio del Nord Sudan. C’è un disaccordo sulla ammontare dei canoni, perché la richiesta del Governo di Khartoum è di 34 dollari al barile mentre il Governo meridionale è disposto a pagare solo 4 o 5 dollari. Questo non è un dibattito ideologico, ma alla fine è quello dei negoziatori commerciali”. Juba deve a Khartoum un miliardo di dollari di risarcimento ai sensi dell’accordo sul petrolio del 2012. Ma con la guerra che continua, la capacità del Sud Sudan non può rispondere a questa richiesta.

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E’stato ipotizzato che il reattore nucleare di Yongbyon nella Corea del Nord, potrà esplodere a causa di una scarsa manutenzione, hanno segnalato i media della Corea del Sud citando un rapporto di una società di consulenza britannica, IHS Jane. Quest’ultima ha lanciato l’allerta su un possibile incidente nell’impianto, e ha aggiunto che l’esplosione potrà colpire la Corea del Sud e tutta l’Asia nordorientale. “E’ molto probabile che il reattore di Yongbyon prenderà fuoco, e nel caso in cui il fuoco non sarà monitorato in maniera adeguata ciò provocherà delle conseguenze terribili”, precisa la nota. In secondo luogo la stessa spiega che la radioattività potrà causare “gravi danni” nella Corea del Nord, in Siberia, nella regione del nord-est della Cina e nella Corea del Sud. “Anche l’ex Unione sovietica, che vanta una tecnologia più all’avanguardia rispetto a quella della Corea del Nord, non ha potuto evitare il disastro di Chernobyl, e non siamo sicuri che il Nord possa controllare un potenziale incidente”, osserva IHS Jane. Secondo Seo Kyun-Ryeol, docente del Dipartimento di Ingegneria Nucleare, dell’Università nazionale di Seul, il reattore nordcoreano, di cinque megawatt, utilizza una tecnologia obsoleta, quindi è molto vulnerabile agli incidenti provocati dagli incendi. “Tutti gli incidenti derivanti da esplosioni nucleari avvenuti in passato, tra i quali quello di Cernobyl e la centrale nucleare di Windscale in Gran Bretagna, sono stati attribuiti ai reattori moderati da grafite come quello di Yongbyon. Il reattore di Yongbyon, situato a circa 100 chilometri a nord di Pyongyang, è stato finora l’unica fonte di plutonio della Corea del Nord in grado di produrre, secondo alcuni analisti, le barre di combustibile dalle quali è possibile estrarre questo materiale con caratteristiche idonee per fare almeno una bomba nucleare ogni anno.

Source: actualidad.rt

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La fotografia di un adolescente negro torturato e incatenato a un palo della luce ha scatenato un’ondata di critiche. Un presunto gruppo di «vigilantes» ha deciso di punire il ragazzo per furto. Il 15enne ha confessato agli agenti della polizia che aveva rubato un telefono cellulare il, 31 gennaio di quest’anno, giorno in cui avevano avuto luogo degli eventi a Flamengo, nella zona sud di Rio de Janeiro, segnala il quotidiano ‘O Globo’. ‘Una banda che voleva farsi giustizia’ ha pensato che era opportuno castigarlo in maniera crudele. Infatti è stato picchiato, spogliato nudo, accoltellato e incatenato ad un lampione e legato per il collo a una catena chiusa con un lucchetto per biciclette. Sapendo quello che era successo, l’artista Yvonne Bezerra de Mello, ha chiamato i vigili del fuoco e ha avvisato la polizia e subito dopo l’adolescente è stato ricoverato in un ospedale. La donna ha deciso di fotografare il giovane e di pubblicare la sua immagine nel suo profilo di facebook. La risposta dei media non si è fatta attendere. Tuttavia, non tutti hanno criticato il gruppo che si è voluto far giustizia da solo che sembra si chiami ‘Giustizieri del Flamenco’ e che secondo alcuni mezzi di comunicazione è formato da alcune persone di classe media. Comunque la foto pubblicata da Yvonne ha ricevuto commenti a difesa dei membri di questo gruppo. E’ stata aperta un’indagine sulla aggressione assurda come anche il reato che il ragazzo ha potuto commettere. Tuttavia una cosa non giustifica l’altra.

Source: actualidad.rt

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Gli scienziati e gli ingegneri russi sono disposti a creare armi ad alta precisione, che saranno in grado di raggiungere qualsiasi obiettivo a una distanza di oltre 100 km con un rendimento paragonabile a quello delle armi nucleari, dichiara uno studioso russo. “Solo un paese con un alto livello di sviluppo tecnologico è in grado di creare una nuova generazione di armi ad alta precisione”, ha affermato il direttore scientifico del Centro Nucleare della Russia, l’accademico Georgi Rykovánov, in un’intervista rilasciata a “Rossiyskaya Gazeta”, spiegando che la Russia ha tutte le tecnologie necessarie “per sviluppare e produrre i sistemi di navigazione di inerzia e i sistemi di controllo e inoltre ha già un sistema di posizionamento globale (GLONASS), la produzione microelettronica con un sufficiente grado di integrazione per risolvere questo problema”. “Ciò che è ncora più importante, è che abbiamo specialisti che sono in grado di risolvere i piani stabiliti”, ha aggiunto Rykovánov.  Secondo le sue parole, Mosca ha un piano molto ambizioso: raggiungere un determinato obiettivo a una distanza molto maggiore di 100 miglia. “In precedenza, a causa della scarsa precisione della consegna delle munizioni, erano necessarie le armi nucleari per attaccare un bersaglio a tali distanze. Supponiamo che abbiamo attaccato un oggetto a meno di 10 metri. In questo caso, è possibile fare una sostituzione con una distruzione esplosiva convenzionale, eliminando le parti più vulnerabili e importanti. Pertanto, l’efficacia delle armi di precisione raggiunge quella delle armi nucleari”, continua l’esperto russo. Il complesso militare-industriale della Russia, continuerà a sviluppare in via prioritaria la triade nucleare nazionale, come anche le moderne armi di precisione, ha comunicato il Presidente Vladimir Putin.

Source: actualidad.rt

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Al Qaeda in Siria è tornata a scuotere la comunità internazionale, questa volta con un video che mostra un bambino di quasi 4 anni che impara a gestire un AK-47. I jihadisti lo incoraggiano gridando “Dio è grande”. Per poter imparare a sparare, il bambino che copre il suo volto con un passamontagna nero, appoggia il suo fucile d’assalto su un pezzo da recinzione, poichè non è in grado di sostenere il peso dell’arma. Al termine della ripresa, il piccolo si alza, rimuove la sua maschera, e davanti alla telecamera pronuncia il suo nome, Muhammad, e si avvicina a un uomo, presumibilmente suo padre per ricevere l’approvazione. La rete Fox News, facendo riferimento alle fonti locali, ha riferito che il bambino è arrivato in Siria dall’Uzbekistan o dall’Albania insieme a suo padre, uno dei mercenari stranieri che hanno deciso di entrare nelle fila di Al Qaeda per combattere contro le truppe del Presidente Bashar al Assad. Il video originale è intitolato ‘Messaggio da un cucciolo arabo lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante’. Il gruppo, le cui iniziali sono EIIL, è noto per le sue atrocità e inizialmente era un ramo di Al Qaeda in Siria, ma di recente quest’ultimo ha annunciato la sospensione del suo sostegno al gruppo, sostenendo che i membri di EIIL non obbediscono agli ordini del capo di Al Qaeda, Ayman al-Zawahiri. Il video è stato pubblicato lo scorso, 21 gennaio, in un canale di YouTube gestito da uno jihadista che sostiene di vivere nel nord della Siria. Anche se è stato successivamente rimosso a causa di richieste da parte di alcuni attivisti che hanno lamentato che le immagini mostravano un caso di pedofilia, le copie del video continuano a circolare in rete. Non è il primo video che conferma l’uso di bambini nei combattimenti da parte dei militanti siriani. In internet circolano numerosi video registrati sui campi di addestramento dei ribelli dove il minore è impegnato in esercitazioni militari con armi micidiali, anche se questa è la prima volta che un video mostra un ragazzo di età prematura. In realtà la censura non contribuisce argina il fenomeno semmai lo alimenta l’omertà rende i bambini-soldato ancora più schiavi della guerra ignari in definitiva di tutto ma complici comunque di un conflitto.  ”Il conflitto siriano è l’unico comparato a quelli che abbiamo visto negli ultimi 20 anni. ‘Utilizzano i bambini come pedine da guerra, e non solo come danni collaterali”, ha commentato per Fox News, Kate Adams, di War Child, una ONG con sede nel Regno Unito, che aiuta i bambini nelle aree colpite dai conflitti armati.

Source:actualidad.rt

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Un terzo banchiere è morto suicida la scorsa settimana, preconizzando i presagi di coloro che pensano che una nuova crisi finanziaria sia all’orizzonte. Mike Dueker, capo economista per la società Russell Investments dedicata alla gestione patrimoniale, è stato trovato morto in una strada nei pressi di Tacoma Narrows nello Stato di Washington. Dueker è caduto da un ponte situato a un’altezza di 15 metri, e secondo la polizia, è suicidio. I suoi amici, che avevano denunciato la scomparsa lo scorso, 29 gennaio, hanno dichiarato che di recente aveva avuto “problemi di lavoro”. Il presunto suicidio di Dueker segue un altro verificatosi sempre la scorsa settimana, quello di Gabriel Magee, un dirigente del JP Morgan a Londra, Martedì, 28 gennaio, è caduto dalla parte superiore della sede della banca, nella quale aveva lavorato 10 anni, e poi ricordiamo il decesso di William ‘Bill’ Broeksmit, ex alto funzionario della Deuche Bank di 58 anni, che doveva andare in pensione lo scorso Venerdì, e due giorni prima è stato ritrovato impiccato nella sua casa di Londra. Oltre a questi decessi c’è anche quello del direttore delle comunicazioni di Swiss Re AG, che è stato trovato morto nel suo appartamento a Londra, anche se le cause della sua morte sono sconosciute. I suicidi tendono ad aumentare dopo il grande crollo del mercato azionario, che non corrisponde alla situazione attuale, dal momento che l’indice Dow Jones ha raggiunto un record il mese scorso, ma negli ultimi giorni alcune aziende hanno subito grandi perdite. Nel frattempo, le varie speculazioni collegano questi suicidi a altre potenziali crisi finanziarie che sono in fase di sviluppo e intraviste all’orizzonte.

Source: actualidad.rt.

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La storia di un uomo messicano che è morto per mancanza di un’assicurazione e di denaro e a causa della negligenza medica e dell’insensibilità delle autorità nello Stato di Sonora nel Messico nord-occidentale, ha commosso la comunità di Internet. Se uno dei rappresentanti della catena locale El Chacoteo non registrava la storia di quest’uomo sicuramente il caso rimaneva dietro le quinte e nessuno poteva immaginare che un contadino, José Sánchez Carrasco, dopo essersi recato in ospedale nella città messicana di Guaymas è morto cinque giorni dopo che era stato rifiutato dai medici. “Non posso camminare, cammino come un vecchietto, e mi stanco. Il Dottore, non mi ha detto niente, non mi ha aspettato e non ha mai parlato con me”, ha dichiarato l’uomo di, 38 anni, membro di una piccola famiglia composta da madre e sorella che vivono nel villaggio di Casas Grandes nello Stato settentrionale di Chihuahua. Come racconta Carrasco, era andato a Sonora per raccogliere le angurie e ha riportato un trauma alla colonna vertebrale. Mentre continuano le ricerche dei parenti per consegnare il corpo e procedere alla sua sepoltura, il cadavere continua a rimanere ancora nel retro di una casa funeraria. L’amministrazione dell’ospedale ha ammesso che gli sono state negate le dovute cure, ma ha anche indicato che avevano allertato i servizi sociali, ma anche loro non gli hanno dato ascolto. Il caso, ha suscitato indignazione nella società messicana, e ha allarmato il Ministero della Salute, che ha ordinato di aprire un’inchiesta “dettagliata per sapere quello che è realmente successo”. Il dirigente dell’ospedale è stato licenziato. La stessa sorte ha avuto un addetto alla reception e il direttore dell’Ospedale delle Donne a Tehuacan, nello Stato di Puebla, per non aver assistito Maria del Carmen Oseguera León, che ha dato alla luce il suo secondo figlio sul pavimento della ricezione di questa struttura. Una settimana prima di questo incidente, una donna di 28 anni aveva partorito nel cortile di uno degli ospedali nello Stato di Oaxaca, tutta sola, senza alcun aiuto professionale.

Source:actualidad.rt

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La Banca centrale tedesca ha deciso Lunedì, 27 gennaio, di tassare i più ricchi allo scopo di poter aiutare a prevenire il fallimento dello Stato. Una proposta in contrasto con l’ortodossia sostenuta dalla Bundesbank, ma che è stata ben ponderata in antecedenza. La Gotha dunque sarà tassata per salvare una nazione a rischio. Questo non è l’ultimo slogan del movimento “Occupy Wall Street”, ma un suggerimento della potente Bundesbank. Linfluente banca centrale tedesca, infatti, ha esposto nei dettagli questa “rivoluzione”, secondo il giornale “Les Echos” nella sua relazione mensile, pubblicata Lunedì, 27 gennaio. Attenzione, non è una questione di sostenere una tassa sul patrimonio diffuso in tutta Europa. I grandi banchieri tedeschi sono attenti a non spingersi troppo in alto. La loro idea è quella di pungere le grandi fortune di un paese europeo solo quando lo Stato è sull’orlo della bancarotta e se le “altre misure” di equilibrio dei conti pubblici non hanno portato a niente. La Bundesbank non è quindi diventata la moderna Robin Wood. Tuttavia, questa proposta rompe con la tradizionale ortodossia di bilancio di questa istituzione, attraverso la quale una buona riduzione del deficit passerà attraverso la spesa pubblica. Il rapporto della banca centrale prevede, che tale tassazione delle attività private potrà essere “la soluzione più efficace” per riempire rapidamente le casse di uno Stato assente. Tuttavia deve ancora porre delle misure. La Bundesbank ha messo in atto una vera e propria guida breve per chi vorrà tassare la classe abbiente. Tale imposta dovrà essere assolutamente “unica” nel tempo in modo da non spaventare i mercati, e dovrà essere concentrata sul patrimonio tradizionale fatto in passato, vale a dire punzecchiare i benestanti piuttosto che gli imprenditori di successo. Infine, l’applicazione della tassa dovrà essere rapida per evitare la fuga dei capitali.

Meglio greci Ricchi greci che Tedeschi poveri

La proposta della Bundesbank, assomiglia infatti, a quella avanzata qualche mese fa dal FMI, un’altra istituzione accanita sostenitrice dell’ortodossia fiscale. L’organizzazione internazionale, presieduta dalla francese Christine Lagarde aveva adottato, nel mese di ottobre del 2013, una “imposta unica” sul patrimonio privato come “un metodo, tra gli altri, per ridurre i deficit”. Ma nel caso della Bundesbank, alcune considerazioni tedesco-germaniche entrano in gioco. L’idea della banca centrale, era quella di “tassare le grandi fortune di un paese travagliato prima di richiedere un sostegno finanziario agli altri Stati della zona euro” sottolinea il quotidiano conservatore tedesco “Frankfurter Allgemeine”. La Germania, infatti, da tempo è turbata da un dibattito sull’opportunità di aiutare la Grecia finanziariamente mentre per una parte della popolazione, Berlino non deve pagare gli errori di Atene. In questo senso, le misure proposte dalla Bundesbank mirano piuttosto a tutelare i contribuenti più ricchi dei paesi europei. In particolare, gli interrogativi sorgono sulla tempistica di questa proposta. Nella sua relazione, la banca centrale tedesca accoglie, infatti, le riforme adottate nella maggior parte dei paesi finanziariamente fragili (Grecia, Portogallo, Irlanda) che hanno bandito lo spettro del fallimento di uno Stato membro della zona dell’euro. Gli oppositori hanno chiesto perché la Bundesbank, che ha una certa influenza sulla politica monetaria europea ha aspettato così tanto tempo per sfoderare la sua proposta shock che potrà attenuare l’impatto delle politiche di austerità in molti paesi.

Source: france24

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La legge sulla soppressione del terrorismo è entrata in vigore in Arabia Saudita ieri Sabato, 1° febbraio, dopo che era stata approvata, da parte del Consiglio dei Ministri lo scorso mese di dicembre. La nuova normativa definisce il quadro giuridico per la lotta contro il terrorismo e prevede sanzioni severe per coloro che lo finanziano. Secondo questa misura, il terrorismo è un atto illecito che mina l’ordine pubblico, la sicurezza e la stabilità, direttamente o indirettamente e minaccia l’unità nazionale. Le forze di sicurezza hanno il compito di arrestare e detenere il sospettato di attività terroristiche in custodia cautelare per un periodo di sei mesi, con la possibilità di estendere la sua detenzione  per altri sei mesi.

Source: actualidad.rt

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Come al solito a pagarne le spese sono sempre gli indifesi o gli innocenti, questa è la storia di Antonio e ve la raccontiamo. Quattro persone sono state arrestate Venerdì, 31 gennaio, durante uno sfratto a Madrid. L’Assemblea Housing Center ha cercato di fermare lo sfratto di Antonio, un uomo di 53 anni affetto da una malattia cronica e gravemente invalido. Questo Venerdì, 31 gennaio, la Polizia Municipale è arrivata ​​nel quartiere di Lavapiés a Madrid per esercitare lo sfratto di Antonio, che da mesi non pagava l’affitto per il suo appartamento perché la sua pensione di invalidità non è abbastanza sufficiente per coprire le spese. Dopo che l’Assemblea Housing Center è stata messa al corrente di tutta la storia ha iniziato a protestare sotto la dimora dell’invalido, ma la stessa è stata accusata di disobbedienza e di resistenza alle forze dell’ordine. Entrando nell’appartamento la polizia ha arrestato due giornalisti, il mediatore e lo stesso sfrattato. Alcuni testimoni hanno dichiarato che l’uomo, che ha problemi di mobilità, è stato trascinato dagli agenti sulla strada. I quattro sono stati rilasciati in serata. Una vera indecenza.

Source: actualidad.rt

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Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha chiesto a tutte le parti coinvolte nei conflitti, attualmente in corso in tutto il mondo di cessare le ostilità durante i Giochi Olimpici Invernali che saranno svolti nella città russa di Sochi a partire dal prossimo, 7 febbraio. “Invito tutte le forze, ovunque esse siano, ad osservare la tregua olimpica, che è stata approvata dai 193 stati membri delle Nazioni Unite”, ha dichiarato il Segretario delle Nazioni Unite. A suo giudizio, la tregua olimpica permetterà ai paesi e alle persone di mettere da parte le loro divergenze, almeno per un giorno. Inoltre, Ban Ki-moon, ha aggiunto che in questo modo sarà possibile trovare la via per la pace, la prosperità e il rispetto dei diritti umani. Come promemoria, ricordiamo che la Tregua Olimpica è una tradizione dell’antica Grecia e risale al 778 A. C. Nel 1992 il Comitato Olimpico Internazionale aveva rinnovato questa tradizione, e l’anno successivo l’ONU aveva invitato gli Stati membri a rispettarla. Questo invito è stato ribadito nella Dichiarazione del Millennio nel 2000.

Source: actualidad.rt

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Undici persone sono morte oggi Sabato, 1 febbraio, dopo essere state inghiottite da una nuvola di cenere calda emanata dal vulcano Sinabung, in Indonesia, a causa della sua più grande eruzione avvenuta nei giorni scorsi, hanno riferito alcuni funzionari. Otto persone sono decedute nel villaggio di Sukameriah, vicino Sinabung sull’isola di Sumatra, tra questi quattro studenti che avevano partecipato a una gita sul vulcano, ha dichiarato Sutopo Purwo Nugroho, portavoce dell’Agenzia nazionale gestione delle catastrofi. Altri tre corpi sono stati trovati nel villaggio nel tardo pomeriggio e portati in ospedale per l’identificazione, ha aggiunto. Foto scattate sulla zona, da un reporter per l’AFP mostrano scene apocalittiche di cadaveri coperti di cenere e a pochi metri anche una motocicletta ribaltata, mentre i soccorritori che indossano maschere lottano contro il fumo per raggiungerli. Le autorità temono che il bilancio dei morti possa continuare a salire dopo l’eruzione di questo tragico Sabato. Purtroppo, per effetto di un alto contenuto di gas mortali e del calore della nube provocata dal vulcano, le ricerche e il salvataggio sono state interrotte, hanno spiegato i funzionari. In base ai calcoli pensiamo che il numero delle vittime continui ad aumentare, ma non siamo in grado di recuperarle, perché sono sul percorso della nube (di cenere) che ha una temperatura molto elevata ha continuato Nugroho. Altre tre persone, un padre e suo figlio e un altro uomo hanno riportato delle ustioni, ha raccontato all’AFP il responsabile del distretto di Karo, Johnson Tarigan. I tre feriti sono in terapia intensiva in un ospedale locale. Il vulcano Sinabung aveva mostrato una riduzione dell’attività a metà gennaio, ma ha ripreso a eruttare Sabato mattina, emanando cenere calda e frammenti di roccia fino a 2.000 metri sul livello del mare, ricoprendo la campagna circostante con una polvere grigia, ha commentato il vulcanologo, Kristianto.

Source: letempsdz

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Portare pace in Africa: Questo è l’obiettivo dichiarato dal nuovo Governo del paese. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha adottato una risoluzione per dissuadere i potenziali perturbatori della transizione. Una risoluzione proposta dalla Francia e adottata all’unanimità che minaccia di sanzionare chiunque sia tentato di disturbare la transizione in corso o coloro che sono colpevoli di abusi. Le ammende saranno mirate e congeleranno i beni e vieteranno di viaggiare.

Prendere in considerazione tutto il territorio CAR

Questo è chiaramente un deterrente per sostenere il nuovo esecutivo centrale che cerca di portare la pace. Thierry Vircoulon responsabile del programma Africa Centrale presso il Gruppo di crisi internazionale supplica che l’interno del paese non sia trascurato in questo processo. “Se le cose a Bangui possono essere migliorate in tempi brevi, dovremo anche occuparci della provincia ed è un problema molto più grande. Questo potrà richiedere più tempo”. E non è solo una questione di tempo per l’Organizzazione ma bisognerà anche munirsi di più uomini, oltre 10.000 caschi blu sono oramai necessari per mettere al sicuro il CAR.

Verso un aumento delle truppe

In attesa di un possibile aumento delle truppe, il testo approvato oggi nel Consiglio di Sicurezza dele Nazioni Unite mette sotto mandato circa 500 soldati europei da inviare a sostegno delle forze francesi e africane attualmente già sul posto. Secondo Thomas Mayr Harting, l’ambasciatore dell’Unione europea alle Nazioni Unite: “L’Unione europea con una moltitudine di strumenti, invita a un approccio globale e questa è un’azione che non è limitata solo all’aspetto militare. La prima dimensione è quella umanitaria, per noi resta sempre, la sicurezza e lo sviluppo”. E’ in questo contesto che abbiamo appreso che circa 200 combattenti dell’ex ribelle Seleka hanno lasciato l’Africa centrale per dirigersi verso il Ciad. A giudizio del Ministro delle Comunicazioni del Ciad, Hassan Sylla Bakari, sono stati disarmati e rimossi dal confine CAR. Inoltre circa 1.700 civili sono fuggiti dalle violenze ma sono stati raggiunti dall’ex Seleka.

Source: allafrica

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Il dieci per cento della spesa mondiale per l’istruzione primaria va perso in una formazione di qualità scadente che non permette ai bambini di imparare, avverte l’United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO) in un rapporto pubblicato Mercoledì, 29 gennaio. Secondo l’11° “Global Monitoring Report on Education for All”, il costo associato ai 250 milioni di bambini nel mondo che non hanno un’istruzione di base comporta una perdita di circa 129 miliardi di dollari. In totale, 37 paesi perdono almeno la metà della somma che spendono per l’istruzione primaria, perché i bambini non apprendono. La scarsa qualità dell’istruzione provoca un alto tasso di analfabetismo. Nei paesi poveri, quasi 175 milioni di bambini – circa un quarto dei giovani – non sa leggere tutto o in parte una frase. In molti paesi dell’Africa sub-sahariana, per esempio, il rapporto rivela che tra i bambini più svantaggiati, solo uno su cinque ha finito la scuola primaria imparando le nozioni di base nella lettura e in matematica. Nei paesi terzi analizzati dal rapporto, meno di tre quarti degli insegnanti della scuola primaria sono formati in una struttura secondo le norme nazionali. Nell’Africa occidentale, dove alcuni bambini acquisiscono le nozioni preliminari, gli insegnanti precari percepiscono bassi salari e poca formazione professionale e questa dato rappresenta più della metà del corpo degli insegnanti. Anche nei paesi ad alto reddito, i sistemi di istruzione non riescono a soddisfare le esigenze delle grandi minoranze. In Nuova Zelanda, mentre quasi tutti gli studenti provenienti da famiglie ricche hanno raggiunto gli standard di base a livelli 4 e 8, solo due terzi degli studenti svantaggiati hanno avuto successo nei loro studi. Nei paesi ricchi, gli immigrati sono abbandonati a se stessi: in Francia, per esempio, meno del 60% degli immigrati ha raggiunto il livello minimo nella lettura. Sulla base delle tendenze attuali, la relazione prevede che bisognerà attendere il 2072 affinchè tutte le giovani donne nei paesi in via di sviluppo e in quelli più poveri siano alfabetizzate, e forse nel prossimo secolo tutte le ragazze delle famiglie povere nell’Africa sub-sahariana completeranno il primo ciclo d’istruzione secondaria. La relazione sottolinea che per raggiungere un’istruzione di qualità tutti i Governi dovranno fornire degli insegnanti qualificati, concentrare le loro politiche su questo tema e soddisfare le esigenze dei soggetti svantaggiati. Questo significa attrarre migliori candidati verso l’insegnamento, fornire una formazione adeguata, assegnarli delle aree dove c’è più bisogno, e offrire loro incentivi allo scopo di impegnarli a lungo termine in materia di istruzione. “Gli insegnanti hanno il futuro di questa generazione nelle loro mani”, ha dichiarato il Direttore Generale dell’UNESCO, Irina Bokova. “Abbiamo bisogno di assumere 5,2 milioni di insegnanti entro il 2015, dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per contribuire a garantire il diritto ai bambini all’istruzione universale, gratuita e di qualità”. La relazione dimostra che offrire un’istruzione equa e di qualità per tutti può generare grandi benefici economici, aumentando il prodotto interno lordo pro capite di un paese del 23% in 40 anni.

Source: allafrica

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L’allarme bomba era una semplice bufala, ma lo scorso, 14 gennaio, i funzionari della High School di Hebron, un liceo vicino Dallas, non hanno voluto prendere rischi: hanno chiamato la polizia e hanno chiuso l’edificio. A 3.000 km di distanza, un collegio di Stato di Washington lo stesso ha chiuso i battenti dopo che uno studente aveva preso parte a un corso con una pistola di plastica. Al contrario, nella Scuola Berrendo Middle a Roswell, New Messico, l’allarme era testato e il fucile era vero: Martedì, 14 gennaio, uno studente del quinto è entrato nella palestra armato di un fucile a canne mozze e ha aperto il fuoco sui suoi compagni, ferendo due persone. I funzionari scolastici e gli insegnanti, che erano stati preparati da lungo tempo a questo tipo di tragedia, hanno fatto chiudere i locali mentre la polizia e i genitori accorrevano sul posto. Per gli studenti nelle scuole americane, le evacuazioni degli edifici scolastici sono diventati parte della vita quotidiana: Le esercitazioni sono diventate una routine per la generazione cresciuta all’ombra delle tragedie di Columbine (che ha provocato 13 vittime nel 1999 in Colorado) e di Sandy Hook (che ha ucciso 28 persone in una scuola elementare nel dicembre del 2012 nel Connecticut). Nella scuola materna, i bambini imparano a nascondersi tra gli scaffali e a rimanere lì senza fare rumore. Nelle scuole, gli insegnanti mettono in guardia i loro studenti contro la luce del loro schermo del telefono, che può renderli dei bersagli. E i genitori, ricevono regolarmente dalle autorità scolastiche gli sms che annunciano la chiusura dello stabilimento del loro figlio. La procedura è chiara: al minimo accenno di pericolo, gli insegnanti devono subito spegnere tutte le luci, chiudere le porte della loro stanza a chiave e ordinare ai propri studenti di posizionarsi agli angoli o vicino agli armadi. La direzione scolastica, ha il dovere di chiamare la polizia. Nel frattempo, dopo pochi minuti o diverse ore, gli studenti sono trincerati nella loro classe e passano il tempo, a inviare messaggi di testo, a giocare a carte o a fare giochi da tavolo, o aspettano semplicemente di sapere che non c’è più pericolo.

Arsenale di sicurezza

Queste chiusure fanno parte dell’arsenale delle nuove misure di sicurezza messe in atto negli ultimi dieci anni nelle scuole, oltre alle telecamere di sorveglianza, alle porte a chiusura automatica e alla presenza della polizia nelle scuole. La maggior parte degli Stati americani hanno adottato una nuova legislazione che richiede alle scuole di adottare le procedure di sicurezza, alcuni di questi, il Michigan, il Kentucky e il North Dakota impongono espressamente esercizi di chiusura. Alcuni di questi esercizi sono semplici: il Preside fa un annuncio e gli studenti restano al loro posto, in silenzio, nelle classi immerse nel buio. Ma in alcune scuole, la polizia e i funzionari dell’edificio scolastico simulano una sparatoria, camminando per i corridoi in maniera frenetica e controllano le chiusura delle porte. Per questi leader istituzionali e per alcuni esperti, questi esercizi sono un modo semplice e intelligente per proteggersi dal peggio, allo scopo di contribuire a migliorare la sicurezza degli studenti e a insegnare loro come comportarsi con calma e disciplina in caso di una sparatoria o di un’altra tragedia.

Sequele psicologiche

Da parte dei genitori, tuttavia, c’è la preoccupazione che i bambini vivono ora in un clima scolastico di paura e di paranoia. Nel Nord Carolina, la scuola del piccolo Jackson Green, di 5 anni, ha già subito due chiusure dall’inizio dell’anno scolastico, una per esercizio, e un’altra per motivi reali. Lui e i suoi compagni di classe hanno dovuto ogni volta rannicchiarsi in un angolo, non in vista, della classe fino a quando il maestro non gli ha riferito che il pericolo era scampato. L’11 ottobre, la scuola è rimasta chiusa durante la mattinata dopo che uno studente del CM2 aveva riferito di aver visto nel recinto scolastico uno sconosciuto – che poi era un genitore. Nell’edificio, le cui entrate sono monitorate dalle telecamere, le porte erano bloccate durante l’orario scolastico, e sono stati avvisato sia i genitori che la polizia. “Questo ha provocato inevitabilmente un impatto sullo stato psicologico dei bambini, i quali sono sempre all’erta”. Questo pericolo è presente in ogni momento per loro, ha dichiarato Sarah Green, la madre di Jackson aggiungendo: “pensano solo a questo”.

Source: courrierinternational

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Nelle ultime settimane, sono state lanciate diverse segnalazioni sulla evacuazione di acqua radioattiva dalla centrale di Fukushima nell’Oceano Pacifico, e hanno scatenato un grande interesse ma anche una grande preoccupazione. La domanda alla base di questo interesse è semplice da capire: c’è un rischio di contaminazione dell’Oceano oltre che degli ecosistemi di tutto il mondo? Le squadre di Greenpeace che lavorano sulla crisi nucleare di Fukushima sin dall’inizio che risale al mese di marzo del 2011, tentano di rispondere, o di proporre delle idee per dare una spiegazione alle preoccupazioni del pubblico. Dal mese di aprile del 2011, gli esperti nelle radiazioni provenienti dagli uffici di Greenpeace hanno condotto indagini in tutto il mondo. In particolare, hanno preso dei campioni e fatto dei test sulla vita marina in tutto il lato giapponese, prendendo campioni dal Rainbow Warrior, ma anche in collaborazione con i pescatori giapponesi e le cooperative alimentari giapponesi. Tali dichiarazioni, indipendenti, sono documentate e ricercabili sulla pagina Fukushima indagini sulle radiazioni. Non c’è certamente un biologo marino in questa squadra, ma un certo numero di esperti sulle radiazioni i cui risultati e le analisi sono stati condivisi con gli accademici e gli scienziati. Molte sono le ragioni per essere preoccupati sull’impatto che il disastro di Fukushima può avere sulla popolazione e sull’ambiente. Le perdite di acqua contaminata proveniente dai reattori danneggiati presso l’impianto sono, la domanda ancora irrisolta dello stoccaggio – debole – gli enormi volumi di acqua contaminata è un altro quesito, come anche le enormi quantità di materiale radioattivo prodotto dagli sforzi di decontaminazione in corso nella prefettura di Fukushima. C’è anche il destino di oltre 100.000 sfollati. Le loro vite sono ancora oggi tra parentesi. Dopo quasi tre anni, non hanno ricevuto un indennizzo che poteva permettere loro di iniziare una nuova vita. Né il Governo giapponese, né le aziende private responsabili del disastro se ne sono occupati. Numerose persone sono state esposte a livelli significativi di radiazioni. Migliaia di chilometri quadrati sono stati contaminati dalle ricadute radioattive dell’incidente, e tutto questo scenario rimarrà tale per molti decenni. E poi esistono le sfide che ancora devono arrivare dallo smantellamento di tutte le centrali nucleari distrutte. Dai suoi reattori e dal combustibile fuso all’interno. Tutte queste ragioni sono più che sufficienti per concludere che la situazione a Fukushima è davvero drammatica.

Source: energie-climat.greenpeace

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Il Gruppo Nestlé è impegnato, entro il 2015, a commissionare 40 scuole in Costa d'Avorio, allo scopo di lottare contro il lavoro minorile e per contribuire ad alimentare l'accesso alla formazione in questo Paese industriale dove l'azienda già possiede una fabbrica e un centro di ricerca ad Abidjan. In un articolo apparso su Jeune Afrique, Kais Marzouki, Direttore di Nestlé della Divisione dell'Africa Centrale e dell'Africa Occidentale ha reso noto che questo investimento sociale è un modo per contribuire ad affrontare le "molte sfide" e per stabilire una leadership con i 22 paesi della zona. Questo cittadino tunisino gestisce sette fabbriche e 5.300 dipendenti, come anche i rapporti con decine di migliaia di fornitori, distributori o trasportatori, ma cura anche i rapporti con oltre 150 villaggi che beneficiano dei programmi agricoli con il suo gruppo. Marzouki, che ha vissuto a lungo in Senegal, ha reso noto che i nuovi principi di condotta negli affari, sottolineano l'opzione di privilegiare la Creazione del Valore Condiviso (CVP), a lungo termine, tra gli azionisti della società e le comunità circostanti ai loro insediamenti. Al di là del principio morale della responsabilità sociale delle imprese, il CVP è concentrato sugli investimenti che permettono all'industria di assicurare la redditività e la sostenibilità lavorando con le comunità locali, e ciascuna delle parti curerà il proprio interesse. Per questomotivo, il gruppo agro-alimentare ha attuato un programma di lotta contro la malnutrizione e l'obesità dei bambini, in collaborazione con i Ministeri della Pubblica Istruzione della Nigeria, del Ghana e e del Camerun, e circa 26.000 studenti beneficeranno di questo progetto. Il CVP, permetterà anche che oltre 100.000 persone che vivono nelle zone rurali dove viene prodotto il cacao in Costa d'Avorio, avranno accesso all'acqua potabile e ai servizi igienici. "Questa iniziativa è una partenariato stabilito con la Federazione Internazionale della Croce Rossa e dla Mezzaluna Rossa (IFRC)", ha comunicato Marzouki, sottolineando che in Nigeria, il suo gruppo organizza le operazioni che promuovono l'igiene tra gli scolari. A suo giudizio, inoltre, l'inizziativa migliorerà la qualità dei cereali acquistati localmente in Ghana e in Nigeria cereali e coinvolgerà oltre 50.000 produttori locali. Nel 2009, Nestlé ha aperto ad Abidjan il Centro di ricerca e di sviluppo per l'Africa, diretta dall'ingnere Serigne Gueye Diop di origine senegalese. Mentre l'ingegnere Sheikh Mbacké Mboup è il capo del progetto agronomia. Questa struttura, sviluppa delle tecnologie sulle materie prime e sugli ingredienti specificamente africani allo scopo di trovare soluzioni innovative per migliorare la qualità nutrizionale delle materie prime, come il mais, il miglio e la manioca. Official website AIUO: http://ftp.aiuoumanitariaopere.altervista.org/index.html


Source: allafrica

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I cadaveri di altre tre persone che mancavano all’appello, sono state ritrovate ieri sabato, 25 gennaio, a El Rodeo, la principale cittadina turistica di Catamarca che Giovedì notte, 23 gennaio, è stata devastata da una frana e dalla piena del fiume Ambato dopo un forte temporale. Con questo, il bilancio delle vittime della tragedia è salito a nove, come ha confermato il portavoce del Comitato di Emergenza (COE), Norberto Bazán. Tuttavia altre cinque persone sono ancora disperse. I corpi trovati ieri, dalle brigate di ricerca che lavorano nel settore non sono ancora stati identificati e vanno ad aggiungersi ai sei turisti deceduti, tra i quali due bambini di sei e quattro anni, un adolescente, e una donna che per salvare il suo cane è stata trascinata da un fiume nel dipartimento di di Belén, un’altro decesso è stato provocato da un fulmine nella città di Fiambalá e un uomo è morto a Sijan. Il governatore di Catamarca, Lucias Corpacci, che ha visitato le zone colpite ieri con i funzionari nazionali, ha riferito che le case distrutte dalla valanga che ha travolto in primo luogo le città di Sijan e Saujil nel distretto di Poman, e che è arrivata fino a Ambato saranno ricostruite. “Siamo scioccati” ha dichiarato la Corpacci. Ricostruiremo le case distrutte da questa calamità naturale. “Le persone affette dovranno adeguarsi alle circostanze, mentre la loro casa sarà costruita”. Inoltre, sempre la Corpacci ha reso noto che sta coordinando con la Nazione l’arrivo dei soldati per aiutare la popolazione locale, perché in molte case c’è ancora più di un metro di fango dentro. Il Ministro della Sicurezza, Maria Cecilia Rodriguez, ha confermato che El Rodeo ha le risorse necessarie per affrontare le conseguenze della valanga, soprattutto in una scuola colpita e grazie all’arrivo previsto di un impianto di trattamento dell’acqua inviata dal Ministero della Difesa. “Lavoreremo per il ripristino dell’acqua potabile e per la costruzione di un nuovo impianto, come anche operemo sui tre ponti che sono stati colpiti”, ha continuato il funzionario. Al mattino, una brigata della Divisione di Canes di Córdoba è arrivata a El Rodeo per partecipare alla ricerca dei dispersi. L’unità cinofila, ha perlustrato tutta la zona del disastro e anche l’interno delle abitazioni coperte dal fango.

Source: lanacion

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I colloqui di pace in Siria ieri a Ginevra non sono iniziate con il piede giusto dopo che le Nazioni Unite hanno fallito nella riunione svolta con le delegazioni siriane e le minacce di Damasco di ritirarsi. L’inviato dell’Onu per il conflitto siriano, Lakhdar Brahimi, ha voluto incontrare gli emissari del regime siriano e l’opposizione dei membri in esilio ieri venerdì, 24 gennaio, alle ore 10:00 GMT per una riunione nella stessa stanza dove solo il diplomatico delle Nazioni Unite poteva parlare. Ma l’opposizione ha rifiutato di sedersi allo stesso tavolo con il regime, sostenendo che il Governo siriano dovrà accettare il principio di un Governo di transizione senza Assad prima dell’avvio dei negoziati diretti. Di fronte a questa posizione, il capo della diplomazia siriana, Walid Moallem, ha informato Brahimi, nel corso di un incontro bilaterale tenuto alle 10:00 GMT (di ieri), che la sua delegazione “lasciava Ginevra, se non c’erano serie sessioni di lavoro” oggi. “L’altra parte è poco seria e non è pronta” per i colloqui di pace, ha scandito Mouallem, citando gli annunci della televisione di Stato siriana.  ”Il problema con queste persone è che non vogliono la pace, vengono qui con pre-condizioni”, ha accusato il Vice Ministro degli Esteri siriano Faisal Moqdad, qualificando la rivendicazione di un allontanamento di Assad una “illusione”. Di rimando l’opposizione ha insistito che la sua squadra non siederà allo stesso tavolo con il regime fino a quanto non avrà accettato di negoziare l’accordo detto Ginevra 1, che prevede un periodo di transizione come soluzione al conflitto in Siria, che ha ucciso oltre 130.000 persone. “Noi non vogliamo stare con loro fino a quando il regime non avrà accettato” Ginevra 1, ha reso noto all’AFP Nazir al-Hakim, membro della delegazione dell’opposizione. Il Regime e l’opposizione divergono sull’interpretazione del contenuto di Ginevra 1, stipulato tra le grandi potenze nel 2012 il quale prevede un periodo di transizione.  Gli antagonisti di Bashar al-Assad, reclamano che ciò implica necessariamente un allontanamento del Presidente, mentre Damasco respinge questo scenario e parla di un Governo di unità. “Stiamo parlando di un Governo di unione estesa, ma per arrivarci, dobbiamo vedere chi rappresenta questa opposizione”, ha chiarito Moqdad. Secondo un portavoce delle Nazioni Unite a Ginevra, Alessandra Vellucci, Brahimi ha incontrato, ieri pomeriggio, l’opposizione guidata dal capo della Coalizione siriana Ahmad Jarbe. “Dobbiamo essere pazienti e vedere quale sarà lo sviluppo del processo”, ha aggiunto il portavoce. I diplomatici e gli osservatori non s’illudono sull’esito di questi negoziati, ma ricordano che il semplice fatto che entrambe le parti sono state d’accordo a venire a Ginevra è già in sè un evento. Il primo round durerà “fino alla fine della prossima settimana”, il 31 gennaio. “Sappiamo che ci vorrà tempo, e se c’è bisogno di un altro giorno, sarà dato un altro giorno. Sapevamo che non era un processo facile”, ha commentato un alto responsabile del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. In mancanza di un consenso sulla questione centrale del futuro di Assad, Lakhdar Brahimi potrà concentrarsi come anche gli occidentali e i russi sulla ricerca delle prime misure che mirano a dare un pò di sollievo alla popolazione. Brahimi ha parlato di “indicazioni” sulla disponibilità per le delegazioni di discutere la consegna degli aiuti umanitari, il cessate il fuoco nelle zone limitrofe, soprattutto a Aleppo, e lo scambio dei prigionieri. Secondo una fonte diplomatica, l’opposizione potrà mettere sul tavolo l’idea di “un aiuto umanitario accoppiato con il cessate-il-fuoco localizzato” all’inizio delle trattative. Parte dell’equazione dipende anche dalla capacità dei “padrini” dei due campi, gli Stati Uniti per l’opposizione e la Russia per il regime siriano di pesare e manovrare dietro le quinte. Mercoledì a Montreux, il capo della diplomazia statunitense, John Kerry non ha avuto peli sulla lingua contro Damasco e ha ribadito la sua richiesta che invita Assad a lasciare il potere.  La Russia da parte sua, ha dimostrato un sostegno fermo ma sobrio al regime. E nessuno sa come in questo “grande gioco” delle lotte di potere e di bluff diplomatico, gli occidentali, i russi, le monarchie del Golfo e i siriani sposteranno le loro pedine.

Source:lexpressiondz

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Sette organizzazioni umanitarie e dei diritti dell’uomo hanno approfittato del 44° Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, per indurre le grandi personalità del mondo  economico a rilasciare dei finanziamenti e a fare pressione sui belligeranti. Per queste organizzazioni, in gioco c’è la reputazione della comunità internazionale. Per le ONG, la rabbia gareggia con l’indignazione. Le organizzazioni umanitarie e dei diritti dell’uomo questo Mercoledì, 22 Gennaio, a Davos, al 44° World Economic Forum, hanno dichiarato: “Quello che ci preoccupa di più è che l’aiuto umanitario distribuito nei campi profughi non è sufficiente per far fronte ai rigori dell’inverno. Il numero dei rifugiati è diventato così importante oggi che anche se riceviamo cospicui aiuti noi non riusciamo a contenere questa situazione” ha sottolineato Jasmine Whitbread della ONG Save the Children, per la quale la situazione di 2,5 milioni di rifugiati è oramai diventata insostenibile.

Source: rfi.fr

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Save the Children vuole che la protezione dei bambini sia una priorità
nell’agenda della conferenza di pace Ginevra II per la Siria, che inizia domani, 22 gennaio, a Montreaux, in Svizzera. ’Lasciate che racconti la mia storia. Inizia con un tragico epilogo, la morte dei miei due bambini. C’era stata una sparatoria nella mia città, e i bombardamenti. I miei due figli sono morti in quell’occasione. Poco dopo, Amal, mia figlia – la terza è morta nello stesso modo. Un migliaio di proiettili erano caduti su di noi quel giorno. Aveva sei anni! – Za’ahir, una rifugiata siriana in Libano.

21 gennaio 2014.

Oltre 11.000 bambini sono morti nel conflitto siriano, il 71% di loro sono stati uccisi indiscriminatamente con armi esplosive nelle città e tra il popolo. Invitiamo tutte le parti a impegnarsi a:

- consentire agli aiuti d’emergenza di raggiungere tutti i bambini all’interno della Siria

-Proteggere le scuole e i centri sanitari;

-Evitare l’uso di armi esplosive nelle zone popolate

“I bambini della Siria sperimentano la brutalità della guerra ogni giorno: i danni, i morti, le fughe … Centinaia di migliaia sono intrappolati nelle zone assediate o difficilmente accessibili alle aree di assistenza con poco o nessun aiuto. Questa tragedia è opera dell’uomo e la sua cessazione è riposta mani delle parti interessate”, dichiara David Field, il capo della cooperazione internazionale e degli aiuto umanitari Save the Children. Il primo punto all’ordine del giorno della Conferenza di Ginevra II deve essere la protezione di tutti i bambini. Le parti hanno dimostrato la capacità della volontà politica quando hanno cominciato a estrarre le armi chimiche fuori dalla Siria. Abbiamo bisogno di vedere la stessa volontà politica allo scopo di garantire che, nonostante il conflitto prosegue, i bambini e altri civili non stanno tornando ad essere il bersaglio degli attacchi”

Il lavoro di Save the Children in Siria.

Ad oggi Save the Children ha raggiunto oltre 900.000 persone, tra queste 300.000 vivono in Siria. E circa 4 milioni e mezzo di bambini hanno bisogno di aiuto, all’interno della Siria. Save the Children fornisce supporto alle neo mamme allo scopo di garantire che i loro bambini siano sani ben nutriti, aiutando a prevenire la malnutrizione e fornendo lori cibo, acqua, medicine e riparo. Le attrezzature specializzate stanno aiutando i bambini a tornare a scuola e a superare il loro trauma attraverso il sostegno emotivo e la terapia ludica.

Source: savethechildren

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La Commissione diocesana “Giustizia e Pace” della Chiesa cattolica in Kikwit (Bandundu) ha recuperato una dozzina di bambini a Kinshasa per restituirli ai loro genitori. Il Presidente di questa struttura, Arsène Ngondo ha reso noto che questi bambini sono vittime del fenomeno della tratta degli esseri umani che sta crescendo non solo in Kikwit, ma anche nei territori di Bulungu e di Gungu nella provincia di Bandundu. ”Abbiamo denunciato questo fenomeno lo scorso anno perché abbiamo ricevuto la richiesta di alcuni genitori che reclamavano i loro figli. Li abbiamo condotti presso la NRA e alla procura. Entrambi i servizi ci hanno aiutato a trovare questi bambini a Kinshasa. Siamo riusciti a restituire una dozzina di bambini ai loro genitori a nostre spese e con il contributo di alcune strutture”, ha raccontato Arsène Ngondo, il quale ha chiesto alle autorità di fare di tutto per fermare questo fenomeno. “Chiediamo alle autorità del paese di essere più coinvolti contro la tratta degli esseri umani. In questo nuovo secolo, è un’umiliazione per la RDC, non ostacolare questo malessere”, ha continuato Arsène Ngondo. Giovedì, 9 gennaio, Padre Henri Da Kethule membro della Congregazione dei Gesuiti, ha denunciato un “gigantesco” traffico di bambini organizzato in nove mesi tra Kikwit, Bandundu e Kinshasa. Secondo il prelato cattolico, gli autori di questo traffico hanno convinti i genitori di questi bambini ad affidarglieli, sostenendo l’iniziativa di un orfanotrofio creato da padre Henri, prima di venderli al miglior offerente. Lo scorso giugno, tredici bambini, originari di Bandundu la cui età variava tra gli 1 e i 10 anni, erano scappati da una rete di traffico di essere umani di Kinshasa. Sedici il numero iniziale, i quali erano stati raccolti dalle famiglie di Kikwit, di Idiofa e di Gungu tramite un gruppo di persone che si presentavano come membri di una organizzazione caritatevole. Queste persone avevano promesso ai genitori di iscrivere i loro figli nella capitale congolese. Sono bambini esseri innocenti ma trattati come merce di scambio, questo è un vero dramma sociale.

Source:allafrica

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Venticinque persone sono state processate in Egitto per “oltraggio alla Corte”, tra queste compare anche il Presidente Mohamed Morsi deposto dall’esercito e alcune figure islamiche, ma anche la corrente liberale, e l’attivista Alaa Abdel Fattah citano fonti giudiziarie. ”Al momento, sappiamo che 25 persone saranno giudicate per lo stesso capo d’accusa, ma non sappiamo ancora se riguarda un singolo caso o più prove”, ha riferito all’AFP, Ahmed Seif Abdel Fattah, l’avvocato e padre di Alaa Abdel Fattah, una figura della rivolta del 2011 che ha cacciato Hosni Mubarak dal potere e attualmente in stato di detenzione per “manifestazione illegale”. Inoltre. Morsi e Abdel Fattah, e diversi leader dei Fratelli Musulmani dell’ex Presidente saranno sottoposti a giudizio, come anche i giornalisti e lo scienziato politico ed ex deputato, Amr Hamzawy, una figura del movimento liberale in Egitto. Tutti sono accusati di aver usato un linguaggio offensivo contro la magistratura e i suoi membri, riporta l’agenzia ufficiale Mena precisando che nessuna data è stata fissata per la loro comparsa. Morsi deve rispondere delle accuse emesse in un discorso tenuto a fine giugno, poco prima del suo allontanamento, dove aveva incolpato un giudice di aver “coperto le frodi elettorali” nelle elezioni parlamentari del 2005. Mentre Abdel Fattah, deve rispondere del messaggio scritto su Twitter dove denunciava l’atteggiamento dei giudici nelle prove contro diverse organizzazioni non governative in Egitto. Amir Salem, un avvocato per i diritti umani, che è tra gli imputati, è rimasto “molto sorpreso”, allo stesso tempo di essere perseguito per un caso simile a quello di diversi leader islamici, dove lui è stato violentemente criticato ma anche di dover rispondere di oltraggio alla Corte. Ricordiamo che questo avvocato ha difeso i familiari delle vittime uccise o rimaste ferite durante la rivolta del 2011. Questo è il quarto processo contro Morsi, che era già comparso per l’accusa di istigazione a delinquere dei manifestanti mentre gli altri due processi dovranno essere presto aperti, uno per “spionaggio” per aver commesso “atti terroristici” e l’altro per la sua fuga dal carcere all’inizio del 2011. Inoltre, la Guida suprema dei Fratelli Musulmani, Mohamed Badie, già perseguito in due casi di istigazione a delinquere dei manifestanti, sarà processato in un terzo caso, secondo le informazioni riferite da fonti giudiziarie. Insieme a cinquanta islamisti co-imputati, tra i quali i leader della Fratellanza, dovrà rispondere dal 1° febbraio delle violenze che hanno causato due morti durante l’estate nella città di Qalioub sul Delta del Nilo.

Source: lepoint.fr

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Papa Francesco ha ancora una volta considerato questa Domenica, 19 gennaio, la “sofferenza” dei profughi e denunciato i trafficanti, i “mercanti di carne umana”, poco prima di una visita a una parrocchia romana che accoglie i migranti e i senzatetto. “Pensate ai tanti migranti, ai molti rifugiati e alle loro sofferenze”, ha dichiarato il Papa, figlio anche lui di immigrati italiani in Argentina, in occasione della Giornata del Migrante e del Rifugiato celebrata questa Domenica dalla Chiesa cattolica. “Spesso vivono senza lavoro, senza documenti, e con numerosi problemi”, ha aggiunto il Papa durante la preghiera dell’Angelus davanti a migliaia di pellegrini riuniti a San Pietro. Papa Francesco ha ripetutamente espresso il suo impegno a questo problema e il suo primo viaggio papale in Italia , nel luglio 2013, è stato proprio sulla piccola isola di Lampedusa. Situata al largo delle coste della Sicilia, l’isola dove ogni anno decine di migliaia di immigrati, originari dell’Africa o del Maghreb sub-sahariano, arrivano dal Nord Africa su imbarcazioni di fortuna, vittime dei trafficanti senza scrupoli. Oltre a ciò, ha anche criticato la tratta degli esseri umani, accusando questa domenica i “mercanti di carne umana che vogliono sottomettere i migranti a condizioni di schiavitù”. Rivolgendosi agli immigrati, il Papa argentino ha pronunciato: “Non perdete la speranza di vivere in un mondo migliore. Spero che possiate vivere in pace nei paesi che vi accolgono e possiate conservare i valori della vostra cultura”. Tra gli odierni programmi del Papa c’era anche la visita nel pomeriggio alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, nei pressi della stazione Termini, dove ha incontrato circa 60 senzatetto e centinaia di migranti.

Source: lepoint.fr

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Il Congresso generale nazionale libico, ha decretato, sabato, 18 gennaio, lo stato di emergenza dopo gli scontri esplosi nel sud della Libia e in seguito ad alcune voci sul coinvolgimento dei sostenitori dell’ex regime di Muammar Gheddafi in queste violenze. Mentre il sud della Libia ha subito per diversi giorni gli scontri tra i gruppi armati rivali, il Congresso generale nazionale, la massima autorità del Paese, ha decretato, Sabato 18 gennaio, lo stato di emergenza. Il Congresso ha preso questa decisione nel corso di una sessione speciale sulla situazione a Sebha, nel sud del paese, dopo che un gruppo armato ha preso il controllo di una base militare.

“Li seguiremo ovunque”

La scorsa settimana, gli scontri tra le tribù locali hanno provocato una trentina di morti. Fonti locali hanno informato che il gruppo armato era composto dai sostenitori dell’ex regime e che cercavano di approfittare della situazione di precaria sicurezza nella quale si è imbattuta la città. In serata, il portavoce del Ministero della Difesa, Abderrazak al-Chebahi ha annunciato che l’esercito ha ripreso il controllo della base militare Tamenhant, e ha aggiunto che lo stesso ha braccato gli attaccanti che sono fuggiti nel deserto, e ha citato i raid aerei della Air Force che hanno mirato a degli “obiettivi specifici” ma senza fornire ulteriori dettagli. Il portavoce ha confermato che il gruppo era composto dai sostenitori di Muammar Gheddafi ucciso nel mese di ottobre del 2011. “Sappiamo chi sono e li inseguremo ovunque andranno” ha ammonito. Una marea di notizie sono circolate sui social network, citando sfilate pro-Gheddafi in alcune città a ovest di Tripoli, in particolare a Ouercheffana e a Al-Ajilet. Alcune foto sono state pubblicate su Facebook, ma non è stato possibile autenticarle. Queste voci vengono alimentate dalla televisione pro-Gheddafi, che trasmettono dall’estero. Ali Zeidan, il capo del Governo, ha messo in guardia la popolazione contro la diffusione di informazioni che mirano, ha precisato, “a provocare una crisi nel paese”, e ha anche assicurato che la situazione è “sotto controllo” a Sebha, mentre ha annunciato l’invio degli ex ribelli per portare rinforzi in questa città. In assenza di un esercito professionale, le autorità utilizzano abitualmente questi ex ribelli che hanno combattuto contro il regime di Gheddafi per ristabilire l’ordine nel paese.

“Invasione straniera”

Il sud della Libia è regolarmente teatro di scontri mortali tra le tribù arabe di Toubou. I combattimenti sono iniziati in questa zona nel 2012, uccidendo quasi 150 persone, prima di raggiungere un cessate il fuoco. I Toubou, di origine sub-sahariana, vivono a cavallo tra la Libia, il Ciad e il Niger, e denunciano la loro emarginazione all’interno della società libica. Loro sono regolarmente accusati da altre tribù di contare nelle loro fila i combattenti stranieri, in particolare quelli provenienti dal Ciad. Le Tribù arabe denunciano la “latitanza” del Governo di fronte a una “invasione straniera”.

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Due adolescenti, della scuola di Tolosa, i primi di gennaio sono andati a combattere in Siria, insieme ai loro “fratelli” jihadisti. Il padre di uno dei ragazzi ha dichiarato che suo figlio è stato indottrinato su Internet. Ha solo 16 anni e ha deciso di andare a combattere in Siria. Un adolescente di Tolosa, iscritto al liceo delle Arene nella città rosa, è volato i primi di gennaio insieme a un amico in Turchia per raggiungere la Siria, ha dichiarato Venerdì, 17 gennaio, il procuratore di Tolosa, Michel Valet. Profondamente costernato, il padre del ragazzo ha confidato a “Depeche du Midi” che suo figlio è stato “plagiato su Internet” nel mese di dicembre. “C’è stato uno scambio di messaggi su Facebook, e i video sulla guerra in Siria. Tramite il suo computer e il suo cellulare era collegato costantemente ai social network insieme al suo compagno” ha spiegato. Tutto è iniziato il, 6 gennaio, quando il ragazzo, descritto da suo padre come un giovane “serio” che non frequenta “gente sbagliata” non ha fatto il suo rientro all’uscita dalla scuola. I suoi genitori preoccupati hanno avvisato nel tardo pomeriggio il liceo, e hanno scoperto che uno sconosciuto passando per il padre ha avvertito dell’assenza dell’adolescente. La stessa sera, il giovane di Tolosa ha finalmente chiamato i suoi genitori per rassicurarlo ma avvertendoli che non aveva intenzione di rientrare. “Sto bene, mangio bene, non preoccupatevi”, ha ripetuto il ragazzo. Suo padre, disarmato, ha avvertito la polizia. Ma i due minorenni oramai erano già lontani. Nonostante la loro giovane età, sono stati in grado di lasciare il territorio francese muniti del loro passaporto. I ragazzi hanno comprato due biglietti per la Turchia grazie alla carta di credito del padre. “Mi fido completamente di lui. Ho sempre educato mio figlio e i miei figli nelle regole e nel rispetto per gli altri”, ha asserito il padre, che preoccupato, ha deciso di andare a cercarlo. “Sono andato in Turchia la scorsa settimana per capire. Ho provato a condurre la mia indagine a mettermi sulle loro tracce. Lì, ho incontrato persone che sostenevano di essere contrabbandieri. Non ho potuto fare nulla. Una volta che si arriva in Siria, è molto difficile uscire”, ha raccontato.

“Vi chiamerò se sono ancora vivo”

Una settimana dopo, il ragazzo, che non parla una parola di arabo, “e non lo sa neanche scrivere”, chiama di nuovo i suoi genitori, era ancora in Siria, e ha cercato di spiegare a suo padre il suo impegno con gli jihadisti, e ha definito i combattenti di Al-Qaeda come suoi “fratelli”. La conversazione è stata conclusa dal giovane con “chiamerò tra un pò di tempo se sarò ancora vivo”. “Abbiamo fatto di tutto per convincerli a tornare qui. Mio figlio e il suo amico. Perché la mia lotta è rivolta a tutti quei giovani che subiscono il peggiore indottrinamento”, ha reso noto il congiunto a “Depeche du Midi”. Impotente, questo padre ora dichiara apertamente il suo odio verso i “reclutatori” che approfittano delle “facili prede”. “Queste persone a capo di queste reti, io li odio, macchiano l’Islam e i musulmani. Ciò è inaccettabile e io non li perdonerò mai”, ha ammonito. La procura di Tolosa ha chiesto l’intervento della sezione antiterrorismo della procura di Parigi ha comunicato, Venerdì, 17 gennaio, il procuratore Michel Valet. “Dopo il caso Merah, siamo stati interpellati per diversi casi di questo tipo, ma questa non è una esclusiva di Tolosa, altri giovani, in particolare a Strasburgo, hanno intrapreso questi viaggi”, ha chiarito il procuratore. Ai margini della sua conferenza stampa Martedì scorso, Francois Hollande ha calcolato che 700 tra francesi e stranieri in Francia sono partiti per la jihad in Siria. Il Ministro degli Interni, Manuel Valls, ha informato questo Venerdì che 20 di loro sono stati uccisi in questo paese dilaniato dalla guerra da quasi tre anni. “Questo dimostra lo spessore di questo fenomeno in Francia e in Europa”, ha dettagliato durante un viaggio a Vaucluse.

Source: france24

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I combattimenti tra i ribelli e gli jihadisti che imperversano nel nord della Siria hanno portato ad un afflusso di rifugiati in Turchia. Gli inviati speciali di FRANCE 24 sono andati a incontrare quelle famiglie che hanno abbandonato tutto per sopravvivere. Centinaia di famiglie siriane continuano ad arrivare in Turchia, fuggendo dagli abusi e dagli scontri tra i ribelli e gli jihadisti che imperversano nel nord della Siria . Gli sfollati hanno trovato rifugio nella città di confine di Akçakale, dove hanno trovato dimora nelle fondamenta degli edifici in costruzione. Questa nuova ondata di sfollati, in un paese che già ospita oltre 500.000 rifugiati siriani è stata soprattutto provocata dall’avanzata degli jihadisti dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante (EIIL). Questo gruppo estremista, che ispira timore per la sua reputazione di brutalità, ora controlla la città di confine di Tal Abyad. “Questi sono dei terroristi, che non hanno nulla a che fare con la rivoluzione, e la maggior parte di loro non sono nemmeno siriani” afferma Abu Mohammed, un rifugiato che ora è preoccupato, come i suoi compagni di sfortuna, per i suoi parenti a casa.

Vivere sotto la dittatura degli jihadisti

Della stessa opinione è Abu Hussein, che ha dovuto abbandonare tutto per rifugiarsi in Turchia. Ora vive in un appartamento a Akçakale con 20 membri della sua famiglia. Per sua sorella, vivere sotto la dittatura degli jihadisti è semplicemente inconcepibile. “Loro stanno costringendo le vedove a sposarli. Mio marito era un soldato dell’Esercito Siriano Libero (FSA), è morto martire, asserisce Oum Maria, una rifugiata siriana. Se rimanevo in Siria ero costretta a sposare uno jihadista, e questo è fuori questione”. Violazione dei diritti delle donne, rapimenti, esecuzioni sommarie: tutte le pratiche attribuite all’EIIL suscitano l’indignazione dei siriani. Per Abu Hussein, nessuna religione giustifica questi abusi. “Queste persone non hanno capito l’Islam. Loro non tollerano i cristiani, e nessun’altra minoranza. Hanno anche rimosso la croce dalla chiesa di Tal Abyad” lamenta. Per lui, non è una questione di tornare in Siria, lui pensa di emigrare in Europa, mentre altri sperano ardentemente di vedere l’ASL riprendere il sopravvento costringendo gli jihadisti che si sono stabiliti nel loro paese a evacuare.

Source: france24

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Secondo l’Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO), circa 260.000 bambini lavorano a favore della produzione e commercializzazione del cacao, in Costa d’Avorio. Inevitabilmente, tutto ciò porta a una moltitudine di domande: Perché i bambini lavorano? Quali sono le conseguenze per il loro futuro? A quali trattamenti sono sottoposti? Se i bambini sono preferiti agli adulti, è ovviamente una questione di costi. Un bambino avrà un costo ancora più conveniente rispetto a un adulto in termini di risorse umane. Questa non è l’unica ragione. Il 95% della produzione mondiale di cacao proviene da piccole piantagioni. Gli agricoltori sono circa 6,5 ​​milioni. Nel continente africano, il 90% delle piantagioni sono meno di 10 ettari. Al di là del prezzo del lavoro, se i bambini lavorano nei campi di cacao è anche una questione di quantità di lavoro. Questa pratica ha portato alla sostanziale assenza di ogni accenno di ascensione sociale. Così, in “Il lavoro minorile: il sapore amaro del cioccolato”, il giovane Bris, di 13 anni, lavora presso il campo da due anni e dichiara che vuole “lavorare negli uffici per fare soldi”. Suo fratello maggiore, Romaric, non va più a scuola e si è dedicato esclusivamente al campo. Il reddito complessivo della famiglia di 11 membri è di 120 euro al mese. Di fronte a questa mancanza di prospettive, la madre vuole che “i suoi figli vanno a lavorare in città”. Il lavoro minorile è una cosa. La schiavitù infantile è un’altra. L’Interpol ha individuato fino ad ora, quasi 15.000 “bambini schiavi” a servizio dell’industria del cacao, in tutta l’Africa occidentale. I bambini spesso sono rimossi dalle loro famiglie e maltrattati e malnutriti nel loro posto di lavoro. In “chocolate face Dark”, le telecamere di Arte ci portano in Costa d’Avorio per incontrare i bambini di Burkina Faso gestiti dai coltivatori e incapaci di parlare a causa della barriera linguistica. In risposta a tutto ciò l’ILO, come anche l’Interpol, monitorano queste pratiche nella speranza di arginare questo malessere sociale. Nel 2009, un’operazione proprio dell’Interpol ha portato all’arresto di 11 trafficanti e alla liberazione di 54 schiavi bambini.

Source: terangaweb

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Usata come tattica di guerra, la violenza sessuale è molto comune nei conflitti armati. Per esempio nei conflitti in Bosnia, nella Repubblica Democratica del Congo, a Sierra Leone. Non importa da dove nasce il conflitto, ma la violenza sessuale lo accompagna, rendendo vittime sia le donne che le ragazze, sia gli uomini che i ragazzi. Spesso negata dalle autorità e nascosta tra le vittime, la violenza non può essere considerata un ritardo da parte della comunità internazionale. Infatti, Ban Ki-moon ha nominato il primo rappresentante speciale sul tema della violenza sessuale nel periodo del conflitto nel 2010. Il compito affidatogli è notevole dal momento che la violenza nei conflitti armati spesso continua una volta che questi ultimi sono terminati: “Non è solo una questione di disarmo fisico dei combattenti bisogna anche disarmarli mentalmente. Perché l’esperienza dimostra che dopo la guerra, c’è generalmente un aumento del numero di stupri a livello di comunità”, ha riferito Zainab Hawa Bangura, l’attuale rappresentante speciale.

Le azioni contro la violenza sessuale

Il rappresentante speciale ha spiegato che l’abrogazione di questo problema avviene attraverso la realizzazione di sei obiettivi:

1) La lotta contro l’impunità, o in altre parole, la punizione dei colpevoli di violenza sessuale nei conflitti;
2) La protezione e il reinserimento delle vittime di violenza sessuale;
3) Promuovere la volontà politica di ogni paese ad assumersi la sua parte di responsabilità nella lotta contro la violenza sessuale;
4) Sforzi coordinati della comunità internazionale;
5) La consapevolezza dello stupro come tattica di guerra;
6) Mobilitazione contro questo flagello e la ricerca di una soluzione a livello locale e nazionale.
La lotta contro questa violenza deve passare attraverso la collaborazione dei paesi interessati con la comunità internazionale, allo scopo di riformare il diritto penale nazionale di quel paese, per reprimere tali atti, ma anche per garantire la tutela e il reinserimento delle vittime.

Source: humanium

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Una prima mondiale, una nuova terapia per il trattamento delle persone affette dal morbo di Parkinson. La terapia genica è in fase sperimentale e i risultati sono stati pubblicati Venerdì, 10 gennaio, sulla rivista medica britannica ‘The Lancet’.  Questo studio clinico è un barlume di speranza per i malati di Parkinson perchè permetterà di migliorare l’attività motoria e la qualità di vita di quindici pazienti con una forma avanzata della malattia. Questa terapia genica consiste nell’iniettare nel cervello dei pazienti un virus di cavallo, innocuo per gli esseri umani, appartenente alla famiglia lentivirus, svuotato del suo contenuto e “riempito” con i tre geni (AADC, TH, CH1), indispensabili per la produzione della dopamina, una sostanza che manca nelle persone colpite dal morbo di Parkinson. Bisogna sottolineare che la lesione di base di questa patologia è la degenerazione di un certo tipo di neuroni conosciuti con il nome di dopaminergici. Questi neuroni producono la dopamina, un neurotrasmettitore del sistema nervoso. Ciò avviene in particolare a livello dei neuroni che controllano i movimenti del corpo. Il morbo di Parkinson è provocato da una carenza di dopamina nel cervello manifestandosi con disturbi del movimento. Attraverso la terapia sperimentale, quindici pazienti sono stati operati e hanno iniziato a produrre e a secernere piccole quantità di dopamina continuamente, rilevano i risultati di questo studio clinico condotto da un team di neurochirurghi francesi e britannici. Tre livelli di dosi sono stati testati, il più grande si è dimostrato quello più efficace. Uno degli autori dello studio, il professor Stéphane Palfi, neurochirurgo francese che ha guidato il processo, tuttavia, ha rilevato che dopo quattro anni, i sintomi motori sono mitigati: “I sintomi motori della malattia migliorano fino a 12 mesi dopo la somministrazione del trattamento in tutti i pazienti, anche fino a 4 anni nei primi pazienti che sono stati operati”. Questo trattamento potrà, tuttavia, agire sui sintomi motori e non su altri disturbi tipo allucinazioni o modifiche del carattere – che non sono legati alla produzione della dopamina, ma sono in grande parte la sofferenza dei pazienti.  La terapia genica ProSavin dovrà fare oggetto delle nuove sperimentazioni cliniche a partire dalla fine dell’anno, quando il team del professor Palfi cercava ancora di migliorare le prestazioni del vettore in modo da poter produrre più dopamina.  Ricordiamo che la malattia di Parkinson è la malattia neurodegenerativa più comune dopo la malattia di Alzheimer. Il morbo colpisce circa 5 milioni di persone in tutto il mondo, tra queste quasi 120.000 vivono in Algeria.

Source:elmoudjahid

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Uno dei peggiori scenari si sviluppa in Siria, e tra i profughi palestinesi, in particolare nel campo profughi di Yarmouk, i quali pagano un pesante tributo alla più crudele delle guerre in Siria. I rifugiati stanno morendo di fame, anche se non può esserci nessuna giustificazione o spiegazione, da un punto di vista logico, per spiegare perché stanno morendo di fame. Il portavoce per il soccorso e i lavori delle Nazioni Unite, (UNRWA), Chris Gunness, ha dichiarato alla AFP che “almeno cinque profughi palestinesi nel campo profughi assediato di Yarmouk sono morti a causa di malnutrizione, portando il numero totale dei casi segnalati a 15″ dal mese di settembre del 2013. Altre stime, in particolare quelli riportati dai residenti del campo parlano di un numero molto più alto. Il campo, che è ubicato a sud di Damasco, una volta ospitava quasi 250.000 palestinesi tra questi 150.000 rifugiati erano registrati ufficialmente. Dopo tre anni di una guerra particolarmente brutale, Yarmouk è in rovina e ospita quasi 18.000 persone che non sono state in grado di fuggire in Libano, in Giordania o altrove. Secondo Lyse Doucet della BBC di Damasco, citando i responsabili dell’assistenza ai rifugiati afferma: “I funzionari che sono responsabili degli aiuti a Damasco recentemente hanno rivelato che le porte di Yarmouk sono state bruscamente chiuse nel mese di luglio e da allora nessun aiuto è stato autorizzato a entrare”. Un gruppo palestinese di secondo rango, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando generale, ha cercato di controllare Yarmouk per conto del Governo siriano, una iniziativa che i rifugiati hanno respinto. In seguito c’è stato un semi-consenso tra i palestinesi per non essere abbandonati nella guerra in Siria. Tuttavia, le fazioni in lotta – per il Governo siriano, l’esercito siriano libero (FSA) e altri gruppi islamici – hanno cercato disperatamente di utilizzare tutte le carte a loro disposizione per indebolire gli altri partiti. Il risultato è stato devastante e soprattutto a scapito dei rifugiati innocenti. Oltre ai 1.500 palestinesi uccisi e ai migliaia di feriti, la maggior parte dei rifugiati sono ancora una volta sulla strada, in condizioni sempre più pericolose. Secondo un comunicato UNRWA datato 17 dicembre 2013 “Quasi 540 mila profughi palestinesi sono registrati presso l’UNRWA in Siria, e circa 270.000 persone sono sfollate all’interno del paese. Quasi 80.000 sono fuggiti: di questi 51.000 hanno raggiunto il Libano, 11.000 sono stati registrati in Giordania, 5000 sono in Egitto, e numeri più piccoli hanno raggiunto Gaza, la Turchia e altri posti”. Non è che gli altri paesi arabi sono stati più accoglienti rispetto alla Siria, l’agenzia delle Nazioni Unite sottolinea che “coloro che hanno raggiunto il Libano, la Giordania e l’Egitto affrontano un rischio di vuoto giuridico aggravato da condizioni di vita difficili e molti decidono di rientrare, nonostante i pericoli all’interno della Siria”. Yarmouk è stata al centro di questa tragedia. Il campo profughi è stato fondato nel 1957 con migliaia di ricoveri per profughi espulsi dalla Palestina in seguito alle violenze da parte delle milizie sioniste nel 1947-48. Nonostante che era in Siria, Yarmouk è rimasta vicina alla tragedia palestinese, centinaia di uomini sono stati uccisi combattendo contro l’invasione israeliana del Libano nel 1982. Anche se i palestinesi in Siria sono stati generalmente trattati bene, rispetto alle condizioni di vita spesso spaventose inflitte in altri paesi arabi, migliaia di uomini sono stati vittime di varie spurgature del Governo siriano. Un esempio è l’impatto nel 1983 della rottura tra il Presidente siriano Hafez al-Assad e il leader palestinese Yasser Arafat. Ma l’ultimo disastro che ha colpito il campo profughi è anche il peggiore di tutti. Nel dicembre del 2012, i ribelli FSA hanno cercato di prendere il controllo del campo. Pesanti combattimenti hanno avuto luogo seguiti il, 16 dicembre, da un raid aereo su Yarmouk da parte degli aerei del Governo. Decine di persone sono state uccise e altre migliaia sono fuggite per salvare la loro vita. Nonostante gli evidenti segnali di pericolo che circondano la presenza palestinese in Siria, è stato solo allora che la leadership palestinese ha cercato di negoziare uno status speciale per Yarmouk, in modo da tenere i palestinesi apolidi lontani da un conflitto che non hanno creato loro. Alcune fazioni palestinesi sono state utilizzate da altre potenze regionali per prendere determinate posizioni politiche nel conflitto in Siria. I rifugiati non devono mai essere utilizzati come combustibile per una guerra sporca, e tutti i tentativi per tenere lontano i rifugiati sono falliti. Il fallimento è stato completato. Come di consueto, la cosiddetta comunità internazionale è in prima linea in questo episodio vergognoso. “C’è una profonda frustrazione (nella comunità di assistenza ai rifugiati) come mai il mondo si è riunito per affrontare la questione delle armi chimiche in Siria e non può fare lo stesso per quanto riguarda la lotta contro una crisi umanitaria in fase di peggioramento”, ha riferito Doucet, e citando un funzionario: “Non ho mai visto una crisi umanitaria di questa portata, che non garantisce nemmeno una risoluzione del Consiglio di Sicurezza”. Lo stesso possiamo dire dell’Autorità palestinese a Ramallah, che è impegnata alla caccia di un altro miraggio del “processo di pace” che è necessariamente destinato al fallimento. Perché Mahmoud Abbas non ha messo tutte le sue riunioni e appuntamenti inutili in attesa, per fare pressione sulla comunità internazionale per salvare Yarmouk? La vergogna non si ferma qui, alcuni nel movimento di solidarietà per la Palestina hanno cessato di considerare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi come un reclamo nel cuore della lotta palestinese per la libertà. Non si mobilitano più sulle questioni stabilite nei parametri territoriali e politici imposti dagli accordi di Oslo. Secondo questa logica, i palestinesi in Siria, in Libano, in Iraq e in altri paesi, non sono certo una priorità per l’azione e la mobilitazione, anche se sono uccisi e centinaia muoiono di fame.

Source: info-palestine

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Il 98% dell’oro prodotto nella Repubblica democratica del Congo (RDC) viene esportato con frode, ciò contribuisce al finanziamento di numerosi gruppi armati che proliferano nella parte orientale del paese, cita l’ultima relazione annuale – ancora inedita – del gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla RDC, della quale l’agenzia di stampa Belga ha ottenuto una copia. Molti gruppi armati nel Congo orientale traggono profitto dalla produzione e dal commercio delle risorse naturali che abbondano in questa regione ricca di diversi minerali. Per quanto riguarda l’oro, il team di esperti mette in risalto che molti siti minerari sono collocati in zone “post-conflitto” (dove i combattimenti sono generalmente terminati), ma la produzione di queste zone viene miscelata a quella delle aree dove i conflitti sono ancora in atto, “in particolare nelle grandi città commerciali della RDC orientale e nei paesi di transito (come i vicini di casa), l’Uganda, il Burundi e la Tanzania”. La mancanza di trasparenza nel commercio dell’oro rende difficile distinguere l’Oro che proviene dalle zone dei conflitti, da quello delle altre regioni, aggiunge il rapporto, il quale è ben documentato e precisa inoltre che i ribelli congolesi del Movimento del 23 marzo (M23), sconfitti nel novembre del 2013, hanno beneficiato fino alla fine di ottobre dello scorso anno dei sussidi dal Ruanda. Gli esperti stimano che il 98% del prodotto viene esportato con frode nella RDC e che quasi tutto l’oro trattato in Uganda, “il principale paese di transito” di questo minerale prezioso viene “illegalmente esportato” in seguito nell’ex Zaire. Il risultato di questi traffici è che la RDC e l’Uganda “perdono milioni di dollari ogni anno” a causa dell’assenza della riscossione delle imposte e per la tolleranza di un sistema che finanzia i gruppi armati nella RDC, sottolinea la relazione del 12 novembre del 2013 e indirizzata alla Presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo una stima del Geological Survey degli Stati Uniti (“US Geological Survey”), citata dal rapporto, i minatori artigianali stabiliti nella RDC producono circa 10.000 libbre d’oro l’anno. Ma da gennaio a ottobre del 2013, le esportazioni hanno ufficialmente raggiunto una quota di 180,76 kg. Gli esperti stimano anche, che il valore dell’oro contrabbandato fuori dal Congo nel 2013 oscilla tra i 383 e i 409 milioni di dollari. Sulla base del valore stimato del minerale, il gruppo ritiene che il Governo congolese ha perso tra i 7,7 e gli 8,2 milioni di dollari di imposte durante il 2013. Le principali città commerciali per l’esportazione illegale dell’oro nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo sono: Bukavu (capoluogo di provincia del Sud Kivu), Butembo (Nord Kivu), Bunia (capoluogo del distretto dell’Ituri, provincia Orientale), Ariwara (nello stesso quartiere) e Kisangani (capoluogo della Provincia Orientale). Il dossier cita soprattutto una serie di specialisti nel commercio dell’oro, sia nella Repubblica democratica del Congo che nei paesi vicini, tra i quali l’Uganda, il Burundi e la Tanzania. Secondo gli esperti, lo stesso traffico riguarda la produzione congolese delle ”tre T” (stagno, tin in inglese, tungsteno e tantalio), dove molte miniere sono controllate dai gruppi armati e dalle forze armate della RDC (FARDC l’esercito governativo). E questo, nonostante le iniziative dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e la Conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi (ICGLR) sulla convalida dei siti minerari per la lotta contro lo sfruttamento illegale dei minerali che alimentano i conflitti, rende noto il rapporto.

Source: 7sur7
 

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Il 10% dei dipendenti è esposto a sostanze cancerogene. Questo è il caso del 28% dei lavoratori qualificati contro il 2,3% dei dirigenti. Una popolazione spesso di sesso maschile. 2,2 milioni di dipendenti – ossia in totale il 10% – sono esposti almeno a un agente cancerogeno, secondo il Ministero del Lavoro. Tra questi, 800.000 sono esposti ai gas di scarico dei motori diesel, 540.000 agli oli minerali cristallini, 370.000 alla polvere del legno e 300.000 alla silice cristallina. La metà dei dipendenti è esposta per oltre due ore a settimana e il 15% per oltre 20 ore. La popolazione esposta è più spesso di sesso maschile: il 16% degli uomini sono colpiti sul posto di lavoro, contro il 2,8% delle donne. I lavoratori rappresentano i due terzi delle persone esposte, il doppio della quota di tutti i dipendenti. Il 28% dei lavoratori qualificati e il 19% dei lavoratori non qualificati sono esposti a almeno un prodotto chimico, contro il 2,3% dei dirigenti. Le aree di manutenzione industriale, il settore edile e quello meccanico sono i più esposti. Le misure di protezione collettiva e individuale rimangono inadeguate, secondo il Ministero. In un terzo dei casi, i medici del lavoro hanno notato una mancanza di protezione collettiva (57% nelle costruzioni). Nel 46% dei casi non c’è nessuna protezione individuale. Il Dipartimento rileva che il sondaggio non permette di sapere se le protezioni individuali messe a disposizione “sono adatte per le situazioni di esposizione ed effettivamente utilizzati dai dipendenti”. La buona notizia è che la tendenza al ribasso: tra il 2003 e il 2010, della percentuale di lavoratori esposti è diminuita del 10-13%, “Questo calo può essere spiegato in particolare dai cambiamenti nei processi produttivi o dalla sostituzione degli agenti cancerogeni con quelli meno pericolosi”, nota lo studio degli autori. Tra il 2003 e il 2010, il numero dei lavoratori esposti al tricloroetilene, per esempio, era quasi diviso per tre. Ma questa diminuzione complessiva è dovuta anche al declino dell’occupazione industriale (-15% in questo periodo).

Source: inegalites.fr

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Dopo i massacri nei campi palestinesi di Sabra e Shatila, il Governo di Israele aveva deciso il, 28 settembre del 1982, di istituire una commissione d’inchiesta, la quale, secondo la legge, era stata nominata dal Presidente della Corte Suprema. Totalmente indipendente dal potere politico, ma con poteri simili a quelli di un tribunale e con la capacità di ascoltare tutte le prove che riteneva necessarie per scoprire la verità, la Commissione d’inchiesta sulle stragi di Sabra e Shatila era composta da tre membri: il Presidente della Corte Suprema, il giudice Yitzhak Kahan, il Presidente della Corte Suprema Aharon Barak, al tempo giudice della Corte Suprema e in seguito Presidente della Corte suprema e il Generale di Riserva, Yona Efrat, i quali erano assistiti da un team di avvocati di alto livello. La Commissione Kahane aveva presentato, l’8 febbraio del 1983, una relazione, lunga e dettagliata, che descriveva gli eventi verificatisi a Beirut nel settembre del 1982 con un focus sul coinvolgimento dei funzionari israeliani a tutti i livelli. Al momento degli episodi di Sabra e Shatila, il Libano stava vivendo una guerra in corso dal 1975. Questa guerra civile era stata caratterizzata da numerose atrocità: i massacri dei cristiani da parte dei palestinesi nella città di Damour nel gennaio del 1976 e il massacro dei palestinesi da parte dei cristiani nel campo di Tel Zaatar nell’agosto del 1976. L’intervento israeliano, che era iniziato il, 6 GIUGNO del 1982, una volta eliminate le basi palestinesi nel sud del Libano, mirava a liberare il resto del paese dalla morsa dei siriani e dei palestinesi. Per fare questo, Israele, si era alleata alle Forze libanesi, la milizia cristiana dominata dal partito falangista che era diretto dalla famiglia Gemayel. Anche se i falangisti non avevano partecipato ai combattimenti, c’era speranza che dopo la neutralizzazione delle forze straniere questi potevano contribuire a ripristinare le autorità libanesi nel paese come anche un nuovo Governo che segnava la pace con Israele. Il 25 LUGLIO del 1982, un mese e mezzo dopo l’entrata delle forze israeliane in Libano, la città di Beirut ovest era interamente circondata dall’esercito israeliano. Il 23 agosto, il leader cristiano Bashir Gemayel veniva eletto Presidente del Libano. Nei giorni successivi, le forze palestinesi e siriane si ritiravano da Beirut. Le informazioni rilasciate da varie fonti indicano che il ritiro non era completo e che circa duemila combattenti erano rimasti sul posto. Ma a Israele, presumibilmente con l’inaugurazione del nuovo Presidente la sovranità libanese veniva stabilita su tutto il territorio. Durante la mattinata del 17 settembre, al capo dell’intelligence IDF veniva riferito che 300 persone erano morte a Sabra e Shatila, ma oltre a questa dichiarazione non veniva aggiunto altro. Il giornalista Zeev Schiff, del quotidiano Haaretz, veniva a sapere che c’era stato un massacro nei campi, e aveva avvertito l’allora Vice Ministro della difesa, Mordecai Tsipori, che si era rivolto a sua volta al Ministro degli Esteri Yitzhak Shamir. Ma tutto ciò sembrava troppo vago per giustificare un intervento. Nel frattempo, a Beirut, il comandante della regione settentrionale dell’IDF, il generale Amir Drori, aveva avuto un incontro con il comandante dell’esercito libanese, durante il quale aveva cercato di convincerlo che l’esercito libanese doveva intervenire nei campi palestinesi, e lo aveva scongiurato di parlare di tutto ciò con il Primo Ministro del Libano. “Sai cosa i libanesi sono capaci di fare agli uni e agli altri”, aveva dichiarato Drori. “Tutto ciò è importante, bisogna agire ora”. Tuttavia la risposta era stata negativa. Quel Venerdì, 17 settembre, i soldati israeliani posizionati nei pressi dei campi di Sabra e Shatila erano testimoni di atti di brutalità e di uccisioni da parte dei falangisti contro i civili palestinesi. Nel pomeriggio, il comandante dell’IDF, il generale Eytan incontrando gli ufficiali falangisti veniva informato che l’operazione era stata completata nei campi e che avevano lasciato il posto il giorno dopo alle cinque di mattina. Nella mattinata di Sabato 18 settembre, i falangisti erano ancora a Sabra e a Shatila. Il Generale Yaron quindi aveva richiesto al capo dei falangisti di ritirare i suoi uomini immediatamente. I falangisti avevano obbedito all’ordine e l’ultimo di loro aveva lasciato il campo alle otto del mattino. Attraverso l’Altoparlante, l’esercito israeliano invitava i residenti del campo palestinese a abbandonare le loro case, e a riunirsi in uno stadio vicino, dove potevano ricevere da mangiare e da bere. Si viene a scoprire che i falangisti avevano ucciso, oltre ai combattenti palestinesi, anche un gran numero di civili. I dipendenti della Croce Rossa e i giornalisti arrivati ​​sulla scena, informavano il mondo intero. Menachem Begin veniva a conoscenza di tutto questo nella serata di Sabato, ascoltando la BBC, e aveva subito avvertito Ariel Sharon e Rafael Eitan, ai quali aveva riferito che le atrocità erano cessate e che i falangisti erano stati rimossi dai campi. Ma era troppo tardi. Il mondo aveva già puntando il dito contro Israele. Quanti sono i morti palestinesi di Sabra e Shatila? Secondo l’intelligence IDF, tra i 700 e gli 800. Fonti palestinesi riportano numeri più alti. La Commissione Kahan invece pensa che le stime dell’IDF sono le più probabili. In ogni caso, le statistiche non cambiano l’orrore. I massacri, aveva dichiarato la commissione, sono stati commessi nel periodo in cui i falangisti erano presenti nei campi, tra Giovedi, 16 Settembre alle ore 18:00 e Sabato 18 settembre alle ore 8:00. Solo i falangisti avevano operato nei campi non c’erano israeliani del posto, e nessun esercito militare del Libano meridionale (le cui relazioni con i falangisti erano anche molto tese). Le testimonianze e le voci su una presunta presenza nei campi dei rappresentanti dell’IDF o della SLA, all’esame erano apparse senza alcun fondamento.

Source: http://www.col.fr/arche/517art1.htm

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Domenica, 12 Gennaio, gli haitiani commemoreranno il quarto anniversario del terremoto che ha devastato una parte del paese. Quasi 220.000 persone hanno perso la vita nel disastro, e 300.000 sono rimaste ferite. Un milione e mezzo di haitiani si sono ritrovati all’improvviso per le strade, senza nessun riparo. Oggi la situazione è cambiata, ma restano ancora dei problemi da risolvere. Erano le ore 16 e 53 ora locale del 12 Gennaio del 2010, quando un terremoto di magnitudo 7 della scala Richter trasforma Port-au-Prince, ma anche altre città come Jacmel, Leogane e Petit Goave in un vero e proprio deserto. Circolando oggi nella capitale haitiana, le tracce del terremoto sono più lampanti. Per mesi o addirittura anni in alcuni quartieri, le strade sono rimaste piene di macerie, di crollate case lungo le strade principali. Quattro anni dopo il disastro, che ha segnato per sempre la memoria collettiva degli haitiani, la situazione è cambiata. “Quasi l’80% delle macerie è stato rimosso”, dichiara Jean-Marie Duval, il capo dell’unità di gestione del Ministero dei Lavori Pubblici haitiano. Questo è certamente un passo avanti “tuttavia, aggiunge, i fondi che sono stati assegnati a questa zona sono esauriti. Ora dobbiamo orientarci verso i fondi per la ricostruzione. Questo è uno degli obiettivi dei donatori. Ma penso che dovremo potenziare gli sforzi per gli ultimi lavori che procedono velocemente”. Il 12 gennaio 2010 è una data che ha segnato profondamente la memoria collettiva degli haitiani. Ognuno di loro ha perso un familiare, un amico, un conoscente, e troppe persone che hanno sofferto o ancora subiscono le conseguenze economiche e sociali causate dal disastro. Tuttavia, quattro anni dopo il terremoto, la speranza di un’intera nazione è quella di vedere di nuovo rinascere Haiti dalle sue ceneri.

Source: rfi.fr

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Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon Giovedì, 9 gennaio, in un messaggio inviato ai partecipanti al Vertice straordinario della Comunità economica dell’Africa centrale, (ECCAS), svolto nella capitale del Ciad a N’Djamenaa ha invitato a mettere fine al ciclo di violenze nella Repubblica centrafricana. ”Il ciclo terribile di violenze e di ritorsioni tra le comunità deve cessare immediatamente”, ha ammonito Ban nel messaggio che è stato letto dal suo rappresentante speciale per la Repubblica Centrafricana, Babacar Gaye. “Il periodo di transizione dovrà essere utilizzato per stabilire le basi per la stabilità nazionale a lungo termine”. Il Segretario generale ha invitato i presenti al Summit a lavorare a stretto contatto allo scopo di prevenire ulteriori atrocità e portare una pace duratura nella Repubblica Centrafricana. Ban inoltre ha porto le sue congratulazioni ai capi di Stato di ECCAS per aver proposto una conferenza nazionale aperta a tutti. “Questo forum dovrà fornire a tutte le parti interessate nazionali la possibilità di condividere le loro preoccupazioni, e di mettersi d’accordo sulle sfide comuni e di lavorare insieme per trovare una via d’uscita dalla crisi, in particolare attraverso l’organizzazione delle elezioni” ha riferito il segretario generale delle Nazioni Unite. Ban Ki-moon ha aggiunto che la situazione umanitaria e la situazione dei diritti umani sono molto preoccupanti e ha ricordato che le Nazioni Unite hanno rafforzato le loro operazioni umanitarie di emergenza e tentato di istituire una commissione internazionale d’inchiesta per documentare le violazioni dei diritti umani.

Source: un.org

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I giornali hanno pubblicato la sua foto a volto scoperto, ma l’espressione dei suoi occhi fanno troppa tenerezza,  ha lo sguardo fisso nel vuoto e a 10 anni dai suoi occhi traspare una bambina già adulta, la solitudine e uno sguardo verso un futuro incerto. E’ stata arrestata Domenica, 5 dicembre, nel sud dell’Afghanistan, Spozhmai, una giovane ragazza di 10 anni, ha dichiarato di essere stata usata da suo fratello per commettere degli attentati-suicida. Temendo per la sua sicurezza, la ragazza ha lanciato un appello al Presidente Hamid Karzai. A soli 10 anni, la ragazza attualmente detenuta dalle autorità afghane della provincia di Helmand da Domenica, dopo un tentativo fallito di far saltare un posto di blocco della polizia, ha richiesto la protezione del Presidente Hamid Karzai. In una intervista rilasciata Mercoledì, 8 dicembre, all’agenzia Associated Press, la bambina, col nome in codice Spozhmai, ha riferito che aveva paura di tornare dalla sua famiglia. Secondo la sua testimonianza, suo fratello l’ha costretta a preparare un attentato suicida: “Se devo tornare da dove sono arrivata tornerò a fare la stessa che facevo prima: indossare una nuova giacca con gli esplosivi e per questo motivo non voglio ritornare laggiù. Dio non mi ha creata per farmi diventare un attentatore suicida”. Un portavoce del governatore della provincia di Helmand ha rivelato che il caso è stato preso “molto seriamente”. “Abbiamo arrestato il padre e dopo aver parlato con lui daremo maggiori dettagli”. Come ha spiegato la CNN, fare ricorso a una ragazza come martire per i Talebani è una “prima”, ma “rappresenta uno dei più recenti sviluppi in una lunga serie di usi dei bambini da parte dei gruppi terroristici”. La catena americana ha ricordato che nel giugno del 2007, nella provincia di Ghazni in Afghanistan, i Talebani aveva cercato di convincere un bambino di sei anni a diventare un attentatore suicida, promettendogli “fiori e cibo se premeva il pulsante”. All’ultimo momento, il bambino ha esitato e ha chiesto l’assistenza dei soldati i quali prontamente hanno disattivato l’ordigno. Per quanto riguarda Spozhmai i Talebani hanno reagito rapidamente con un comunicato negando qualsiasi coinvolgimento. Un portavoce dell’organizzazione terroristica, Qari Yousef Ahamdi, ha risposto che è un atto di propaganda del Governo: “Non facciamo mai queste cose, soprattutto con le ragazze”.

Source: france24

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Il Ruanda ha iniziato Martedì, 1 gennaio, la XX commemorazione del genocidio dei Tutsi avvenuta nel 1994, la quale è stata trasformata in una “Fiamma di speranza”, che farà il giro del paese per tornare a Kigali, la capitale, prima dell’apertura del periodo del lutto nazionale che è stato stabilito in calendario per il 7 aprile. La “Fiamma della Speranza” è stata accesa Martedì pomeriggio in memoria del genocidio di Gisozi a Kigali, alla presenza del Ministro della Cultura e dello Sport, Protais Mitali. A suo giudizio, la fiamma prodotta in modo tradizionale strofinando due pezzi di legno l’uno contro l’altro, simboleggia “il Ruanda riacceso”. Nonostante il genocidio di Tutsi, “il Ruanda non si è spento”, ha dichiarato il Ministro. Accesa da un sopravvissuto molto anziano, la fiamma è stata consegnata simbolicamente a due giovani, incaricati a loro volta di farla circolare. In ogni tappa della fiamma, saranno organizzati dei dibattiti nelle comunità allo scopo di riflettere sulle cause del genocidio. Dibattiti analoghi saranno tenuti in diverse capitali straniere, tra queste Addis Abeba, Londra e New York. “Siamo ben consapevoli delle difficoltà e delle sfide dell’iter da percorrere per ricostruire una nazione, e questo sicuramente non è un compito facile, soprattutto con l’eredità del genocidio”, ha commentato il Ministro ruandese degli Esteri Louise Mushikiwabo. Perpetrato dagli estremisti hutu, il genocidio da Aprile a Luglio 1994 ha provocato, secondo le Nazioni Unite, quasi 800.000 morti, soprattutto Tutsi.

Source: allafrica

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All’indomani della tragedia di Lampedusa, le autorità italiane e l’Unione europea avevano promesso di cambiare le regole allo scopo di prevenire ulteriori tragedie, e avevano aggiunto che il processo era lungo, soprattutto per quanto riguarda una eventuale modifica degli accordi di Dublino che autorizza solo il primo paese ad accogliere un rifugiato. Un regolamento contestato dall’Italia, la più grande piattaforma dell’immigrazione clandestina che vuole, al contrario, coinvolgere l’intera Unione europea nella gestione dei richiedenti asilo.

Aiutare non sarà più un reato

Sono già stati adottati due passi importanti. Il primo riguarda l’Italia, con l’abolizione del reato di solidarietà. Questo significa che le persone che aiuteranno gli illegali in pericolo non saranno perseguiti dalla giustizia. Per quanto riguarda l’abolizione del reato di clandestinità richiesto dall’Europa, la discussione è ancora in corso in Parlamento.

Controllo delle frontiere

L’altra decisione adottata dal Parlamento europeo, riguarda l’istituzione di un sistema di monitoraggio dei confini dell’Unione europea e dei paesi mediterranei. L’obiettivo è quello di impedire la circolazione dei migranti, l’Europa non vuole più annegati in mare. L’Italia, a questo proposito, ha già rafforzato le proprie pattuglie marittime nel Mediterraneo in seguito al naufragio avvenuto nel mese di ottobre, dove oltre 360 migranti del Corno d’Africa erano a bordo di una nave in fiamme a poche centinaia di metri dal porto di Lampedusa, e solo 150 persone sono state salvate.

Lotta contro la tratta

Rimane la questione della lotta contro i trafficanti dei migranti. Un capitolo difficile, che richiede un impegno reale nei paesi di origine e di transito, dove le tensioni politiche sono alte, come per esempio in Libia. Alla fine del mese di novembre del 2013, le autorità libiche avevano intercettato tre imbarcazioni con a bordo circa 300 africani la cui intenzione era quella di emigrare in Europa. I migranti, per lo più provenienti dal Mali, dal Gambia, dal Ghana e dal Senegal, erano stati portati nei centri di detenzione.

Source: dw.de

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Il 1 gennaio 2014 ha segnato la fine delle restrizioni in materia di occupazione per i migranti provenienti dalla Bulgaria e dalla Romania nello spazio europeo. L’Unione Sociale Cristiana ha lanciato una campagna contro “l’immigrazione della povertà”. Una espressione shock, sulle paure irrazionali. La scelta delle parole da parte dell’Unione cristiana sociale non è casuale. In una intervista, Gerda Hasselfeld, Presidente del gruppo CSU al Bundestag, ha annunciato un inasprimento della linea del partito contro quelli che lei chiama “la povertà dei migranti”. Soprattutto la critica è rivolta a coloro che volontariamente deviano i benefici. “Quando l’inganno per le prestazioni sociali viene dimostrato da documenti falsi un matrimonio o qualsiasi altra falsa dichiarazione volontaria, bisognerà non solo espellere la persona interessata, ma anche impedirgli di tornare”. In sintesi, “Chi froda viene espulso” questa espressione appare nella mozione preparatoria del congresso regionale del partito tenutosi i primi di gennaio. La reazione non si è fatta attendere: il nuovo Segretario di Stato per le Migrazioni, il socialdemocratico Aydan Özoguz ha accusato il partito del CSU di “populismo”.

No agli arrivi massivi dei bulgari e dei rumeni

Beh, questo è esattamente ciò che hanno voluto sapere i membri del partito del gruppo di sinistra “Die Linke”. E sulla loro domanda ufficiale, il Ministero del Lavoro ha dato una risposta abbastanza chiara: dopo l’esperienza dell’apertura alla Polonia e a altri paesi dell’Europa orientale nel 2011, non ci sono impatti significativi sul mercato del lavoro e il sistema sociale deve aspettare. Attualmente solo lo 0,4% dei migranti provenienti dalla Bulgaria e dalla Romania ricevono le indennità di disoccupazione o di assistenza sociale. Per contro, alcuni comuni particolarmente indebitati come Duisburg, nella parte occidentale, o anche Berlino sono stati sopraffatti alla fine dall’arrivo di nuovi immigrati. Eppure, la Germania, che ha bisogno di manodopera qualificata, beneficia da lungo dell’arrivo di lavoratori rumeni e bulgari, di medici, ingegneri o tecnici.

Source: dw.de

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I bambini nati a Gerusalemme sono intrappolati nella burocrazia israeliana e nelle sue restrizioni discriminatorie. A Gerusalemme-Est occupata da Israele, migliaia di bambini palestinesi nati da genitori che detengono diversi tipi di carte d’identità spesso vivono tutta la loro vita senza essere registrati e senza alcuna forma di cittadinanza o di documenti di identità. “E’ molto difficile, viviamo in piena paranoia per tutto il tempo”, ha dichiarato Fidaa Shweiki, madre di 4 bambini non registrati. “Israele non mi ha dato il permesso di registrare i miei figli, tutto questo mi ha creato numerosi problemi in molti settori della nostra vita”. La Coalizione civile per Gerusalemme stima che circa 10.000 bambini palestinesi a Gerusalemme-Est non sono registrati (“Gerusalemme: fatti e statistiche» PDF). Considerati apolidi secondo il diritto internazionale, i residenti palestinesi di Gerusalemme hanno una speciale carta d’identità rilasciata da Israele e come anche dei visti per viaggiare in Giordania. Fidaa proviene dalla zona di al-Thuri (nei pressi di Silwan), dove i suoi figli, due maschi e due femmine di età compresa tra i 18 mesi e nove anni, sono nati in ospedale. I bambini non hanno documenti di identità, ma solo un pezzo di carta che attesta che sono nati a Gerusalemme. Questo documento non è un certificato di nascita e non ha un numero di registrazione.

Una ragnatela burocratica

Una ragnatela burocratiche comporta delle frustrazioni in ogni aspetto della vita palestinese a Gerusalemme: ciò fa parte del processo di espulsione degli abitanti palestinesi dalla stessa città allo scopo di fare spazio agli insediamenti vietati ai non ebrei. Rima Awwad ha reso noto che la politica di Israele “è quella di raggiungere il suo obiettivo demografico di giudaizzazione della città, dividendo le famiglie palestinesi e riducendo la loro qualità di vita”. Queste politiche comprendono “l’espansione e la violenza dei coloni, le demolizioni delle case, l’impoverimento e l’aumento della disoccupazione”, ha aggiunto. Il Gruppo di difesa israeliano per i diritti umani B’Tselem ha calcolato che tra il 1967 e il 2012, Israele ha revocato la residenza a oltre 14.000 residenti palestinesi di Gerusalemme Est, costringendoli all’esodo”. Una informazione politica recentemente pubblicata da Al-Shabaka osserva che queste restrizioni sono applicate alla registrazione dei bambini palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, nonostante l’istituzione dell’Autorità palestinese nel 1994. Inoltre, Israele ha recentemente introdotto una nuova politica per fermare l’emissione dei certificati di nascita per i bambini nati a Israele da cittadini stranieri, secondo una pubblicazione del quotidiano israeliano Haaretz, del 18 giugno 2013. Nel gennaio 2012, è entrata in vigore la legge sulla cittadinanza a Israele la quale è stata confermata dalla Corte Suprema di Israele, e vieta ai palestinesi sposati con gli israeliani di ottenere la cittadinanza israeliana, e impedisce a migliaia di coniugi di vivere insieme. Questa campagna è uno sforzo internazionale per fermare la revoca dello status di residenza dei palestinesi che vivono a Gerusalemme sotto occupazione.

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Papa Francesco ha annunciato questa Domenica, 5 gennaio,  dopo la preghiera dell’Angelus in piazza San Pietro, che andrà in visita in Terra Santa dal, 24 al 26 di maggio di quest’anno. “Nel clima di gioia di questo periodo di Natale, desidero annunciare che dal, 24 al 26 maggio, compirò un pellegrinaggio in Terra Santa”, ha rivelato il Papa, aggiungendo che il suo viaggio comporterà tre fasi: Amman, Betlemme e Gerusalemme. Presso la Chiesa del Santo Sepolcro, dove c’è la tomba di Cristo a Gerusalemme secondo la tradizione cristiana, “festeggeremo per l’occasione un incontro ecumenico con tutti i rappresentanti delle Chiese cristiane di Gerusalemme e il Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli”, ha reso noto il capo della Chiesa cattolica davanti a una folla di fedeli. Jorge Bergoglio non ha fornito altri dettagli su questo viaggio che ha annunciato dopo 50 anni dalla storica visita di Papa Paolo VI nella regione, la prima di un Papa in Terra Santa. Papa Francesco è stato invitato sia dal Presidente israeliano Shimon Peres che dal Presidente palestinese Mahmoud Abbas durante le udienze svolte in Vaticano. Nel febbraio del 2013, per la prima volta, la Santa Sede aveva usato il termine “Stato di Palestina” dopo il riconoscimento delle Nazioni Unite di un nuovo status per la Palestina. La Santa Sede ha più volte espresso la “speranza” di una “soluzione giusta e duratura” del conflitto di israelo-palestinese.

Source: tempsreel.nouvelobs

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Gli agenti della Capitaneria di Porto e della Marina militare italiana hanno salvato nel Mar Mediterraneo oltre 1.000 immigrati clandestini che tentavano di raggiungere le coste europee. Gli elicotteri della Marina militare, Giovedì, 2 gennaio, hanno intercettato quattro barche sovraffollate che lottavano per rimanere a galla a sud della Sicilia, e di conseguenza hanno inviato diverse imbarcazioni destinate al salvataggio. In tutto c’erano 823 persone, tra queste 233 sono immigrati clandestini che cercavano di raggiungere il vecchio continente il primo giorno di questo anno. La maggior parte dei migranti provengono dai paesi africani e asiatici, come l’Egitto, il Pakistan, l’Iraq, la Nigeria e la Somalia. Questa volta la storia dei migranti racconta non la tragedia ma l’amore per gli animali. Infatti il capitano della nave San Marco, Eugenio Zampano, ha annunciato: “Abbiamo a bordo 45 bambini, 23 donne e per la prima volta anche un gatto”. I proprietari lo hanno voluto portare con loro senza lasciarlo in completo stato di abbandono.

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Nel loro tentativo di fuggire dai loro problemi finanziari, gli israeliani cercano una vita migliore all’estero. Nonostante le accuse di codardia nei confronti del Governo ebraico, dimostrano che possono essere realmente efficaci. Lo scorso novembre del 2013, Israele ha sbalordito il mondo con l’intenzione di pagare fino a 3500 dollari gli immigrati africani allo scopo di fargli lasciare il paese. Un provvedimento che contrasta con la realtà dei propri cittadini che emigrano dalla loro terra, dal momento che molti di loro capiscono che vivere nella nazione ebraica è una croce economica eterna. “A Israele, almeno per me, la vita era una lotta quotidiana con i clienti. Avevo il mio negozio e ero sempre nei guai. Qui tutto è più tranquillo. Posso sedermi, rilassarmi, posso dormire in pace”, dichiara Barry Baruch un israeliano residente a Berlino. Barry è un ingegnere informatico che ha lasciato la sua terra e ha iniziato la propria attività nella capitale tedesca. Molti nativi israeliani, non vedono più Israele come la Terra Promessa, e vanno in cerca di fortuna altrove. Una delle principali cause dell’esodo, secondo la diaspora ebraica, nel paese i salari sono molto bassi, mentre il costo della vita è alto. Itzik ha lasciato la sua nazione anni fa con la moglie ecuadoriana e ha deciso di rimanere nella terra latino-americana allo scopo di trovare una situazione favorevole per le loro tasche. “Se Israele non era così difficile da vivere economicamente, non me ne andavo così facilmente”, spiega Itzik Pazuelo. Ciò che preoccupa queste persone in cerca di un destino migliore, è il modo in cui vengono visti da molti dei loro connazionali: dei disadattati che non sono riusciti a trovare il loro posto nella società. L’ex Primo Ministro, Yitzhak Rabin, una volta ha asserito che gli israeliani che hanno lasciato il loro paese sono dei codardi. Ma gli israeliani emigrati, hanno dimostrato di essere persone di successo e di talento. Un esempio di questo è Alona: uno studente ebreo con voti alti, che ha vinto una borsa di studio alla American University di Washington, che non vedendo alla fonte un motivo valido per restare nella sua terra è emigrato. “Il fatto che Israele sia l’unico paese ebraico a giocare un certo ruolo, non è determinante per costringerci a rimanere”, osserva lo studente Alona Volinsky, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato che due dei premi Nobel per la Chimica quest’anno sono andati agli israeliani che hanno lasciato il paese e vivono in USA. Un triste esempio del talento che lascia i confini ebrei. Le casse di Tel Aviv sembra che non siano a disposizione di tutti i suoi cittadini. E lo sfortunato esodo dal Paese dei padri fondatori sembra sempre più una opzione per quelli che sono meno preoccupati della politica e delle egemonie, per guadagnarsi il loro pane quotidiano, anche se sono visti come disertori o indegni di essere nati nella terra promessa.

Source: actualidad.rt

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Nonostante la continua insicurezza che colpisce la metà delle prefetture, gli agricoltori dell’Africa centrale confidano sul prossimo raccolto per incrementare la produzione agricola e prevenire la malnutrizione e la carestia. Dallo scorso anno, le comunità agricole sono state costrette ad abbandonare i loro campi situati lungo le strade principali e seminare nella boscaglia per sfuggire al conflitto. Pertanto, il livello di produzione è stato particolarmente basso rispetto agli anni precedenti, e avrà un impatto significativo sulle forniture alimentari che dureranno solo fino a febbraio, invece di luglio. Il Team delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura è  sul posto per aiutare gli agricoltori e per fornire loro le sementi e gli strumenti necessari per la prossima stagione. Tuttavia, sono necessari più fondi per coprire la componente di sicurezza alimentare del piano d’azione di 100 giorni. Secondo la FAO, le valutazioni effettuate durante l’ultima settimana indicano tra l’altro un flagrante ribasso delle scorte alimentari, dei mercati alimentari e del potere d’acquisto che sono stati gravemente perturbati. “La carenza di cibo, la scarsa igiene e la povertà estrema che affligge il paese preannuncia un grave rischio di malnutrizione”, ha dichiarato Alexis Bonte, che rappresenta la FAO nella Repubblica Centrafricana, in seguito a una visita a Bossangoa svolta Domenica, 29 dicembre. Il successo della prossima stagione di semina dipenderà fortemente dal ritorno sui campi delle famiglie contadine, le quali non saranno in grado di piantare a marzo e quindi dovranno aspettare un anno intero prima di sperare di raccogliere di nuovo. Se queste famiglie non saranno supportate, questa carenza potrà portare a conseguenze drammatiche sulla sicurezza alimentare di circa un quarto della popolazione centrale. Secondo la FAO, il basso livello di produzione e la malnutrizione cronica nel paese potrà causare una gravissima crisi alimentare, se la prossima stagione agricola andrà a male.

Source: espacemanager

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La madre di famiglia pakistana è detenuta da oltre quattro anni. Di religione cristiana, ha inviato una lettera al Papa, dove parla delle sue condizioni di detenzione. Il tempo passa e tutto si dimentica, ma in Pakistan la cristiana Asia Bibi è ancora in carcere, ancora sotto la condanna a morte per blasfemia. Madre di cinque figli è stata accusata, durante una discussione con le donne musulmane nel giugno 2009, di aver insultato il Profeta – storia che lei nega. Da quando è stato emesso il verdetto di primo grado nel novembre del 2010, Asia è ancora in attesa di un ricorso in appello. E’ in questo contesto che ha inviato una lettera a Papa Francesco, il giorno dopo Natale, dove descrive la sua fiducia e la sua gratitudine, e parla della sua vita in prigione. Il giornale dei Vescovi italiani, ‘Avvenire’, ha pubblicato il testo (in italiano). “Mi chiamo, Asia Bibi, e scrivo, perchè voglio esprimere la mia più profonda gratitudine a Dio e al Santo Padre. Spero che ogni cristiano sia riuscito a festeggiare il Natale con gioia. Come molti altri prigionieri, ho anch’io festeggiato la nascita del Signore nella prigione di Multan qui in Pakistan”. Asia spiega anche che ha avuto la possibilità di vedere il marito e i figli durante le feste e ha aggiunto: “Volevo essere a San Pietro per Natale e mi unisco a voi nella preghiera, confido nel piano che Dio ha riservato per me e forse lo realizzerà il prossimo anno”. Questa lettera è stata anche una opportunità per la cristiana per parlare del sostegno che riceve, in Pakistan e in tutto il mondo da quando è iniziata la sua detenzione. “Sono molto grata a tutte le chiese che pregano per me e lottano per la mia libertà. Non so quanto tempo mi rimane. Se sarò ancora in vita, è grazie alla forza che mi date con le vostre preghiere. Oggi, voglio solo confidare nella misericordia di Dio, che può fare tutto. Solo lui può liberarmi”. Asia Bibi descrive brevemente le condizioni di vita in carcere: “Quest’inverno, lo affronto con molti problemi: la mia cella non ha il riscaldamento e la porta mi protegge dal freddo pungente, le misure di sicurezza non sono sufficienti, non ho abbastanza soldi per soddisfare le necessità della vita quotidiana e poichè sono lontana da Lahore mia famiglia non può aiutarmi”. Infine Asia conclude la sua lettera facendo al Papa i “migliori auguri per il nuovo anno” e aggiunge prima di firmare: “Sono certa che Sua Santità si ricorda di me nelle sue preghiere, la saluto con affetto. Asia Bibi, tua figlia nella fede”.

Source: lavie.fr

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Il calvario senza fine di una giovane sedicenne indiana è terminato con un macabro epilogo. Anche se è morta due giorni fa, la ragazza era stata violentata due volte di fila da un gruppo di 6 o 7 stupratori nel mese di ottobre. In primo luogo i criminali l’avevano fatta uscire con l’inganno da casa sua, ubicata a Madhyamgram, nei pressi di Calcutta, e poi l’avevano violentata. Il giorno dopo la ragazza era stata ritrovata priva di sensi dai suoi genitori in un campo vicino. Lo stesso giorno del ritrovamento, la vittima era andata alla polizia accompagnata dal padre a denunciare il crimine. Tornando era stata rapita e presumibilmente violentata di nuovo dagli stessi criminali. Nelle settimane successive la famiglia della giovane aveva ricevuto diverse minacce, allo scopo, presumibilmente di far cadere le accuse esposte alla polizia contro gli stupratori. Il padrone di casa dove viveva la famiglia e con tutta ipotesi collegato ai criminali, ha sfrattato il nucleo famigliare dalla casa che aveva preso in affitto, riporta il ‘The Telegraph’. Il 23 dicembre, la ragazza è stata bruciata viva dopo l’arresto di alcuni sospettati trasgressori. Sebbene tra i media era stata diffusa la voce che la ragazza aveva tentato il suicidio, il padre ha sostenuto un’altra tesi e cioè che è stato un attacco perpetrato dai suoi stupratori. La giovane è morta Martedì, 31 dicembre, a causa delle ferite riportate. Tuttavia, neanche il suo cadavere è stato lasciato riposare in pace. Secondo il quotidiano ‘The Times of India’, il suo corpo è stato sequestrato lo stesso giorno dalla polizia che è andata poi a casa della sua famiglia chiedendo il certificato di morte della ragazza. Avevano fretta di cremarla, ignorando la volontà della famiglia di aspettare un giorno fino all’arrivo dei parenti che volevano partecipare al funerale, ha scritto il giornale. Di conseguenza, non hanno potuto cremare il corpo perchè mancava il certificato di morte della giovane, che suo padre ha rifiutato di dare alla polizia, nonostante le minacce. Il cadavere è stato restituito alla sua famiglia, che infine l’ha cremata Mercoledì, 1 gennaio.

Source: actualidad.rt

 

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In Africa centrale, la crisi umanitaria è percepibile ma c’è anche un lato nascosto che riguarda sia Bangui che l’entroterra. Nella capitale più di un terzo della popolazione è stata traslocata nel giro di tre settimane, e le città e i villaggi sono inaccessibili. C’è questa ferocia scatenata, questi bambini colpiti dai colpi di machete, e i continui feriti, queste persone probabilmente intrappolate, si nascondono nella boscaglia e nei sobborghi. La crisi umanitaria dell’Africa centrale ha due cause principali: in primo luogo, l’attacco di Bangui che non è iniziato il, 5 dicembre 2013, questo paese da lungo tempo è afflitto dalla estrema povertà e nel 2012 è stato devastato dal potere di Seleka, e in secondo luogo, il cuore della guerra non è il combattimento militare, ma l’attacco alla popolazione.

300.000 i rifugiati a Bangui

Le camere n° 3 e 4 del reparto Pediatrico di Bangui permettono di comprendere gli altri aspetti della crisi, i trasferimenti della popolazione, i probabili 300.000 rifugiati di Bangui (quasi un milione su 4,5 milioni di abitanti) e i numerosi mali sociali che seguono: malattie, malnutrizione, traumi. In fondo alla camera n° 3, Nafissa, di 10 anni, ha trovato la forza di sorridere, nonostante le sue due gravi ferite al braccio e le sue due dita ambutate dai colpi di machete degli “anti-Balaka” miliziani anti-Seleka che sono impropriamente, chiamati “anti-machete” in risposta alle atrocità inflitte alla popolazione.

Source: lemonde

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La Svizzera finanzierà un progetto di 2,7 milioni di dollari che prevede delle attività pilota in tre paesi africani. Le Organizzazioni delle Nazioni Unite, per l’alimentazione e l’Agricoltura. (FAO), il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), e il Programma alimentare mondiale (PAM) hanno lanciato un progetto congiunto per affrontare il problema delle perdite  alimentari. Ogni anno, circa un terzo di tutto il cibo prodotto e destinato al consumo umano va perso o sprecato, e rappresenta 1,3 miliardi di tonnellate, sufficienti a sfamare 2 miliardi di persone. Le tre organizzazioni delle Nazioni Unite collaboreranno al progetto di 2,7 milioni dollari destinato a ridurre le perdite alimentari nei paesi in via di sviluppo, e sarà finanziato dall’Agenzia svizzera per la cooperazione allo sviluppo. Queste perdite, che si verificano durante le fasi della raccolta, della lavorazione, del trasporto e lo stoccaggio dei prodotti, sono riconducibili a carenze infrastrutturali o alla mancanza di competenze e tecnologie. Il programma triennale sarà concentrato in particolare sulla riduzione delle perdite dei cereali e dei legumi come il mais, il riso, i fagioli e i fagiolini – alimenti essenziali per la sicurezza alimentare globale che hanno un notevole impatto sulle condizioni di vita di milioni di piccoli agricoltori. Secondo un rapporto pubblicato nel 2011 dalla Banca Mondiale, dalla FAO e dalla “Natural Resources Institute” (UK), le perdite di grano nell’Africa sub-sahariana sono di 4 miliardi di dollari l’anno e possono soddisfare le esigenze minime alimentari di almeno 48 milioni di persone. A livello globale, l’iniziativa congiunta condivide le conoscenze sui modi più efficaci per ridurre le perdite post-raccolto e aiutare i paesi ad attuare le politiche e i regolamenti allo scopo di ridurre gli sprechi e le perdite a livello nazionale e regionale.

Source: allafrica

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Sono quasi 215 milioni i bambini che lavorano nel mondo, a causa della crisi economica e sociale esplosa in diversi paesi, cita un documento della Dichiarazione di Kampala. Questo report denuncia che in Africa 65 milioni di bambini sono stati inseriti nel mondo del lavoro, e uno su quattro vive nell’Africa sub-sahariana, contro uno su otto bambini della regione Asiatica-Pacifico, e un bambino su dieci in America Latina e nei Caraibi. Tra quelli che lavorano, molti sono nascosti e sono quelli impegnati nell’ambito domestico o agricolo e sono mal remunerati, riporta la dichiarazione di Kampala, al Vertice dal titolo “Campagna per fermare il lavoro minorile”, svolto sotto l’egida delle organizzazioni Stop and Child Labour. Il lavoro minorile è diventato una preoccupazione internazionale, è considerato come la negazione del diritto del bambino all’educazione. Ciò avviene mentre il bambino è molto giovane, e mina la sua salute, la sua sicurezza e la sua morale, continua il documento. L’eliminazione del lavoro minorile e la fornitura di una istruzione formale di qualità e a tempo pieno sono indissolubilmente legati, ha chiarito la stessa fonte. “Bisogna urgentemente sradicare tutte le forme di lavoro minorile, come definito dalle convenzioni dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sull’età minima per l’impiego e sulle forme peggiori di lavoro minorile”, segnala la nota. In occasione del Forum mondiale sull’istruzione tenuto a Dakar nel 2000, 164 Governi hanno garantito il loro impegno allo scopo di raggiungere l’obiettivo di assicurare l’istruzione a tutti entro il 2015 e garantire a tutti i bambini, in particolare alle ragazze, ai bambini in difficoltà e a quelli appartenenti a minoranze etniche, l’accesso all’istruzione primaria gratuita e obbligatoria, e di qualità. Un consiglio interministeriale sarà tenuto entro il 2014, in vista dell’adozione di una nuova strategia nazionale per la protezione dei bambini, ha informato Giovedì, 19 dicembre 2013 a Dakar, Niokhobaye Diouf, direttore dei diritti, della protezione dell’infanzia e dei gruppi vulnerabili del Ministero della Donna, della Famiglia e dei bambini. Diouf ha parlato ai margini di un seminario dove ha presentato i risultati dei comitati per la protezione dell’infanzia di dodici dipartimenti del Senegal, organizzato da Enda Jeunesse Action. “Molto presto sarà, convalidata una politica della Strategia Nazionale per la protezione del bambino”, ha concluso.

Source: allafrica

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“Prima, i bambini erano vittime collaterali, ora alcuni di loro sono i primi a essere colpiti”, ha dichiarato Ombretta Pasotti, coordinatrice della ONG Emergency presso l’ospedale pediatrico di Bangui, che ha ricevuto le prime vittime della crisi dell’Africa centrale: i bambini. Sdraiato sul letto e stretto contro la madre, David di 13 anni, ha lo sguardo fisso nel vuoto, è uno dei 38 bambini curati in ospedale durante il solo mese di dicembre. Ha preso un colpo al braccio, e come molti altri ha ricevuto le cure d’emergenza gratuite nella propria unità chirurgica dalle squallide pareti. “Questi bambini sono vittime di pallottole vaganti, di schegge, alcuni sono stati feriti per caso, ma alcuni bambini sono stati colpiti perché erano musulmani”, ha spiegato Ombretta. Da quando hanno assunto il potere a marzo del 2013 gli ex ribelli Seleka, a maggioranza musulmana, e in seguito alla creazione di vigilantes cristiani che approfittano dei civili per lo più musulmani, ogni giorno Bangui e provincia contano molte vittime. In uno dei letti, un ragazzo di meno di dieci anni sonnecchia. Ha una grande benda sulla testa, il risultato di un machete, mentre uno dei suoi compagni di stanza è rimasto ferito dalle schegge. “Facciamo del nostro meglio, ma a causa dello stato di insicurezza, è difficile per noi lavorare, per non parlare della mancanza di attrezzature che fanno fatica a raggiungerci, e soprattutto manca il sangue”, ha riferito la  coordinatrice.

Source: lepoint.fr

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Le autorità brasiliane sabato, 28 dicembre, hanno dichiarato che il bilancio delle vittime è salito a 45 a causa delle forti piogge che nelle ultime settimane hanno inondato il sud-est del Brasile mentre sette è il numero dei dispersi. Gli organi della Protezione Civile degli Stati di Minas Gerais e Espíritu Santo hanno riferito sabato che ci sono state quattro vittime nei diversi incidenti avvenuti tra Giovedì e Venerdì in seguito alle precipitazioni. Due delle vittime identificate sono Emilson Pereira Lourenço, di 36 anni, e Luiz Gonçalves de Almeida di 66 anni, annegato dopo l’alluvione nella città di Virgolandia (Minas Gerais), una delle aree più colpite e che è stata visitata Venerdì dal Presidente brasiliano Dilma Rousseff. Allison Paolo da Silva Rocha, di 17 anni, è morto Venerdì schiantandosi in moto contro un albero abbattuto dalla tempesta nella città di Buritizeiro, sempre a Minas Gerais. Le autorità di Espiritu Santo, hanno riferito la morte di una persona, non identificata, nel comune di Pancas in seguito alle inondazioni che hanno colpito l’area. Sei persone sono disperse nella città di Baixo Guandu e una nella regione di Minas Gerais, mentre 69.456 persone hanno dovuto lasciare le loro case, secondo varie dichiarazioni ufficiali. Sabato non ci sono state altre precipitazioni a Espiritu Santo, ma violenti piogge sono state registrate nella città di Pontal do Ipiranga a causa della piena del fiume Doce, cita una dichiarazione. Il Governo brasiliano ha ordinato l’invio immediato degli aiuti alla zona e ha rimosso gli ostacoli burocratici per canalizzare i fondi.

Source: elpais

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Rotaie, vagoni, un sistema di carrucole, prese d’aria e illuminazione specifica: il tunnel clandestino e sotterraneo tra Shenzhen e Hong Kong è stato realizzato con un lavoro “totalmente professionale”, secondo la polizia cinese che ha scoperto tutto ciò questa settimana. Secondo il sito web The Nanfang Insider, il tunnel veniva usato per spostare le merci, compresi i telefoni e i tablet PC, da un territorio all’altro, un metodo per evitare le tariffe doganali in vigore tra la Cina e l’ex provincia britannica. Una delle bocche del tunnel era sita in un garage di un edificio in un quartiere di Liantang a Shenzhen, direttamente collegata al nord, al confine con il territorio di Hong Kong. L’altra bocca era posta in un parco di Hong Kong, tra un alto canneto. Lungo 40 metri, e alto 80 centimetri, l’installazione aveva proprio la dimensione necessaria per permettere a un uomo di strisciarci dentro. Sacchi di sabbia e trapani sono stati scoperti nel garage sito a Shenzhen, il cui locatario è stato arrestato. Secondo le autorità, il costo del tunnel ammonta a 3 milioni di yuan (circa 360.000 di euro) ed è stato costruito in quattro mesi. Hong Kong è stata restituita alla Cina dal Regno Unito nel 1997, ma rimane una zona amministrata autonomamente. Le merci che entrano sono soggette alle imposte. Il tunnel era quindi uno strumento di business i cui sfruttatori, oltre al locatario del garage, sono ancora ricercati dalle autorità.

Source: observers.france24

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Almeno trentadue persone sono morte negli attacchi a Volgograd, tra Domenica, 29 e Lunedì, 30 dicembre. E’stata aperta un’indagine per questi “attentati terroristici”. La stampa è allarmata. Nel giro di 24 ore, due atti terroristici hanno messo in lutto Volgograd (ex Stalingrado nel sud della Russia). Domenica, 29 dicembre, nella stazione ferroviaria, poi ancora lunedì, 30 dicembre, in un trolleybus, due attentatori suicidi (una donna e un uomo) hanno innescato le esplosioni. Il bilancio: trentadue morti e 104 feriti gravi. Già il 21 ottobre, una donna kamikaze si era fatta esplodere in un autobus, l’atto aveva provocato sette morti e 40 feriti. Tra la stampa nazionale, le reazioni bruciano. Sul piano politico in primo luogo: “Dobbiamo introdurre il principio di responsabilità personale dei membri della polizia e dei servizi speciali” propone nella pagina di Izvetia il deputato Oleg Nilov (Russia Giusta). A suo giudizio, il lavoro di prevenzione non è stato eseguito correttamente dalla polizia, criticata per la loro inattività. Vladislav Grib, Vice segretario della Camera pubblica della Federazione russa (l’organizzazione-ponte tra la società civile e le autorità) propone l’introduzione di un “regime di mobilitazione collettiva antiterroristica affinchè le persone riferiscano alla polizia qualsiasi persona o comportamento sospetto”, riporta il quotidiano online russo Vzgliad. Il deputato Alexei Zhuravlev, da parte sua, pensa che la reintroduzione della pena di morte (sotto moratoria dal 1996) “per i terroristi” è una misura adeguata. Ma al di là della risposta, bisogna ancora capire il perché di questa “ondata di terrore, purtroppo attesa, e che può ulteriormente essere aggravata durante i Giochi Olimpici Invernali di Sochi. Per Vzgliad questi atti di terrorismo, ispirati ed esternamente finanziati sono una “vendetta contro la Russia che difende la Siria (per evitare l’intervento militare internazionale in questo paese)”.

Una nuova visione del mondo

Il magazine filogovernativo Odnako pensa che questi attacchi sono rilevati all’interno “della diplomazia shahid (martire)”. Il titolo sottolinea che nel 2013, la Russia “è diventata, per molti, inquietante”. Non solo si è “mischiata negli affari del Medio Oriente”, ma “ha ospitato anche il rifugiato Edward Snowden, ha tenuto a bada l’Europa che voleva fare man bassa sull’Ucraina, ha ottenuto la chiusura della base aerea militare statunitense di Manas in Kirghizistan (questa base è stata fondamentale per l’operazione militare americana in Afghanistan e sarà chiusa a luglio del 2014), e ha rafforzato i suoi legami con la Bielorussia e il Kazakistan (nel quadro dell’Unione doganale)”. Inoltre, “ha attirato nella sua orbita l’Armenia (che sarà integrata nell’unione doganale nel 2014), ha investito miliardi nel suo sistema di difesa (in risposta al sistema missilistico americano nell’Europa orientale), e ha posizionato i suoi Iskander (batterie di missili a corto raggio installati nel mese di dicembre nella regione di Kaliningrad).

Source: courrierinternational
 

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Una donna kamikaze ha fatto esplodere una bomba all’ingresso della stazione ferroviaria principale della città di Volgograd quando era piena di viaggiatori. Almeno 18 persone sono state uccise questa Domenica, 29 dicembre, in una stazione ferroviaria a Volgograd, città vicino alla regione del Caucaso russo, quando un attentatore suicida donna ha fatto esplodere una bomba, hanno annunciato diversi media e fonti ufficiali. I funzionari regionali hanno riferito che l’esplosione ha avuto luogo vicino al metal detector sito all’ingresso della stazione ferroviaria principale della città, quando era pieno di viaggiatori. Il Comitato nazionale per la lotta contro il terrorismo ha comunicato all’agenzia di stampa russa, Ria Novosti, che è stata una donna a provocare l’attentato. Un portavoce del Governo regionale ha dichiarato alla stessa agenzia che l’atto ha comportato almeno 18 morti e 40 feriti. In aggiunta, un portavoce del Ministero della Salute russo ha spiegato alla televisione di Stato che il numero dei feriti può aumentare e superare i 50. L’esplosione è avvenuta all’interno della stazione alle 12.45 ora locale (8.45 GMT), ha asserito Svetlana Smolianinova, un portavoce del Ministero degli Interni. Volgograd la città regionale, conosciuta in epoca sovietica come Stalingrado, nel mese di ottobre è stata teatro di un altro attentato suicida di una donna legata al gruppo di islamisti che combattono contro l’esercito russo nella regione del Caucaso del Nord. La donna si è fatta esplodere su un autobus pieno di studenti uccidendo sei persone. Le donne kamikaze, conosciute come “vedove nere”, in cerca di vendetta per la morte dei loro familiari nei combattimenti nel Caucaso del Nord attaccano i civili Russi. Questo attentato arriva poche settimane prima dalle Olimpiadi Invernali che saranno svolte tra il 7 e il 23 febbraio nella città di Sochi, sul Mar Nero e vicino la regione instabile del Caucaso settentrionale.

Source: elpais.com

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Ancora sotto accusa il metodo Stamina, in realtà sembra di essere entrati in un labirinto dove ogni strada è un vicolo cieco. A giudizio degli inquirenti che operano nell’ambito dell’inchiesta sul metodo adottato da Stamina Foundation il cui Presidente ricordiamo è Davide Vannoni, i pazienti che sono stati sottoposti alla terapia basata sulle cellule staminali non hanno migliorato la loro situazione, addirittura gli stessi famigliari di alcuni malati, che avevano creduto nel miracolo, hanno ritratto la loro enfasi, rileva la Procura di Torino che continua a mandare avanti le sue indagini. Nessuna prova documentata nei 36 pazienti che sono stati sottoposti al trattamento Stamina proposto da Vannoni, ma i sostenitori della cura hanno promesso battaglia e hanno dichiarato “Mostreremo i certificati medici dei miglioramenti”. In realtà sul ring delle botte e risposte a pagare le spese è ancora la salute di tanti poveri malati, che aspettano ancora quella luce di speranza e glie lo auguriamo di vero cuore. Tutto sembra ricordare il famoso ‘Metodo Di Bella’ e alla fine tutto è  morto nel silenzio dopo tanto parlare. Nel frattempo il Presidente di Stamina Foundation ha affermato: ” La metodica non la pubblichiamo per evitare che le aziende private la rubino”, e ha aggiunto, “Non scappo dall’Italia, affronterò il processo”. Al Tgcom24 sempre il Presidente Vannoni, ha precisato. “Le cartelle cliniche di Brescia arrivate al Ministero della Salute sono parziali”, e osserva “I parenti hanno portato documenti di altri neurologi che sono i loro medici curanti e dimostrano che le cure funzionano”. Ma allora dov’è la verità? Se da una parte queste cartelle cliniche sembrano dimostrare che le “cure funzionano”, dall’altra tutto questo discorso viene confutato dagli inquirenti. Altro che rebus, per venirne a capo bisogna tessere una lunga tela di domande e risposte e soprattutto è ora di iniziare a dare delle certezze le quali sono fondamentali per i pazienti e per tutti coloro che gli sono accanto. A riguardo la cosa più opportuna non è quella di scagliarsi con accuse e controaccuse la cosa migliore da fare è cooperare per il bene di chi sta veramente male questo è il vero impegno che bisogna assumersi. Il tempo passa e per chi ha bisogno di cure ogni minuto o secondo è fondamentale. Basta a perdersi in chiacchiere, bisogna agire e trovare una risoluzione definitiva e esente da ogni interesse.

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Un prigioniero appeso per i piedi al soffitto di una cella è stato schiaffeggiato dai suoi compagni di prigionia. Questa scena è avvenuta in Arabia Saudita nel carcere Braiman, a Jeddah. Una umiliazione che rivela i rapporti di potere che regolano le relazioni tra i detenuti, cita, un ex prigioniero saudita. Nelle immagini riportate nel video, a cura di FRANCE 24, il prigioniero viene legato e legato per i piedi e appeso a testa in giù nella stanza che sembra condividere con alcuni detenuti. La scena dura diversi minuti , ma nessun membro del personale carcerario è coinvolto. Secondo il quotidiano saudita Al-Watan, il video è stato girato da un compagno di prigionia che è stato poi consegnato al fratello del prigioniero umiliato. Quest’ultimo sostiene che il suo congiunto è stato trovato in possesso di droga. Questo video sembra che sia stato girato pochi istanti prima che i suoi compagni di prigionia accusavano il prigioniero veniva di essere in possesso di “103 compresse Lexus”, che possono essere apparentati a dei psicotropi tipo Valium. Diverse denunce sono state depositate dal fratello della vittima. Da parte sua, l’autorità saudita responsabile delle carceri ha istituito una commissione d’inchiesta per stabilire le circostanze dell’incidente. Questa non è la prima volta che un video mostra abusi dei diritti umani nel carcere Braiman viene pubblicato su Internet. Nel febbraio del 2012, le immagini di sovraffollamento avevano provocato indignazione tra le organizzazioni umanitarie.

“Il sistema è tale che ci sono sempre dei detenuti dominano sugli altri”

Hussain Qatif (pseudonimo), è un militante saudita che è stato ripetutamente incarcerato dopo aver partecipato a varie proteste anti-governative. “Io non sono affatto sorpreso da queste immagini. Questa è parte della vita di tutti i giorni in una prigione saudita. Io, ho visto scene simili nelle mie varie incarcerazioni. Le cause degli abusi possono essere molteplici. Può essere una rappresaglia dopo un incidente con un prigioniero più influente o meglio detto protetto, o uno sguardo mal percepito. Come dimostrano le immagini, alcuni prigionieri dominano sugli altri. La vita quotidiana nelle “baracche” (unità composta da diverse stanze, ndlr) è autogestita dai detenuti (e questo fenomeno avviene nella stragrande maggioranza delle carceri nel mondo arabo, ndr). Un Chawich, capo capanna, è nominato dal capo della prigione. Questa “nomina” nella maggior parte dei casi è motivata ​​da affiliazioni tribali. Ciò assicura l’impunità ai “Chawich”, che sono spesso coloro che osano sfidare l’autorità. Una denuncia da parte di un detenuto contro di lui viene tradotta in rappresaglie che possono andare dalle molestie alla violenza fisica. Dal punto di vista dell’amministrazione penitenziaria, questo sistema permette una migliore gestione della popolazione carceraria e di alleviare le tensioni tra il personale e i detenuti. Questo può essere vero in apparenza, ma aumenta anche la disuguaglianza. Questo modo di fare arcaico non riguarda solo il nostro paese, spesso è dovuto alla mancanza di risorse, ma in Arabia Saudita non è giustificabile. I traffici e gli imbrogli sono ovunque, e sono relativi ai farmaci psicotropi, all’hashish, alle sigarette, e anche ai letti che vengono affittati ai nuovi arrivati. Coloro che non hanno i mezzi, spesso sono stranieri, e sono costretti a lavorare come “Khadam” (servo) nelle stanze dei ricchi, che forniscono cibo, protezione e un posto per dormire. E coloro che abusano del sistema non sono solo i Chawich, che, nel migliore dei casi, riescono a mantenere il loro posto e i privilegi previsti a condizione di contribuire al dispositivo. Tutto questo rientra alla fine negli interessi del personale penitenziario. E’ la legge del più forte che governa la vita dei detenuti ogni giorno, i quali sono letteralmente abbandonati a se stessi e gli interventi delle organizzazioni umanitarie sono molto sporadici e inefficaci”.

“Alcuni amministratori hanno una visione arcaica della prigione e della sua missione nella società”

Alia al-Farid, ricercatore e attivista presso la Società nazionale per i diritti umani.

“C’è una reale mancanza di esperienza da parte dell’amministrazione penitenziaria saudita. Le nostre carceri, dove il numero dei detenuti è in costante crescita, hanno bisogno della continua presenza di personal trainer, assistenti sociali, educatori, formatori, psichiatri, e psicologi. E queste persone sono presenti in Arabia Saudita, ma le autorità saudite operano sempre con una logica di repressione, mentre le carceri devono essere i luoghi più importanti per la riabilitazione. Alcune “vecchie” pratiche come la violenza fisica, l’umiliazione o le pressioni psicologiche sono difficili da eliminare. Bisogna consentire ai detenuti di poter esprimere le loro lamentele attraverso la gestione di un ufficio indipendente. Quello che stiamo cercando di fare da diversi anni è quello di affidare il coordinamento delle prigioni al Ministero della Giustizia, che come in ogni paese sviluppato è responsabile del sistema carcerario. (Le prigioni saudite attualmente sotto il Ministero degli Interni). Nonostante le difficoltà, penso che stiamo andando nella giusta direzione nel coordinamento con le autorità saudite. La riluttanza proviene per lo più da alcuni direttori che hanno una visione arcaica della prigione e della sua missione nella società. Secondo le ultime statistiche della Direzione penitenziaria saudita, il numero dei prigionieri nel regno è di circa 44.000, dei quali più della metà sono in carcere. Gli uomini rappresentano oltre il 90% dei detenuti e i cittadini sauditi rappresentano poco meno della metà.

Source: observers.france24

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I cristiani rappresentano meno dell’1% della popolazione iraniana. Eppure in tutto il paese, molte vetrine sono ornate con decorazioni natalizie. Il motivo? Questo è la festa più popolare tra i giovani, indipendentemente dalla loro religione. Nel corso di questi ultimi anni, la gioventù iraniana ha iniziato a celebrare non solo il Natale, ma anche altre feste popolari in Occidente, come Halloween o San Valentino. Sempre nel corso di questi anni alcune festività iraniane antiche sono state ripristinate come per esempio la Jashn-e Mehregan (la festa dell’autunno).

“Nessuno qui vuole essere inferiore al resto del mondo”

Testimonianza di André che vive a Ispahan ed è cristiano

“Dopo le ultime elezioni, il clima sociale è più calmo. Il Governo precedente era particolarmente severo sulla questione delle feste, compreso Natale e San Valentino. I negozi non erano autorizzati a vendere decorazioni natalizie, fatta eccezione di quelli che erano siti nei quartieri cristiani. Oggi, invece sono ovunque. In Iran, molte persone guardano i canali stranieri attraverso la TV satellitare . Si rendono conto che il Natale coinvolge numerose persone sul pianeta. Nessuno qui vuole essere inferiore al resto del mondo, soprattutto i giovani che costantemente tendono a cercare lavoro all’estero. Penso che i miei amici non-cristiani sono più entusiasti di celebrare il Natale rispetto agli stessi cristiani. Osservano le nostre tradizioni, e fanno le stesse cose che facciamo noi, acquistano alberi di Natale e fanno regali. Naturalmente, la maggior delle volte, il Natale è una scusa per fare festa tra i non cristiani. Molti di loro non conoscono la storia che c’è dietro questa tradizione. E’ interessante tuttavia notare che, a differenza di alcuni paesi musulmani, non ho mai sentito un musulmano iraniano, dire che il Natale è incompatibile con la loro religione. Inoltre, se i cristiani rappresentano ancora una piccola percentuale della popolazione iraniana, le conversioni al cristianesimo sono aumentate. (Molte persone che hanno aderito al cristianesimo sono stati arrestati, informano alcuni attivisti dei diritti umani). Inoltre, tutti i cristiani in Iran non celebrano il Natale nello stesso modo. Armeni e ortodossi vanno a Messa solo il 24 dicembre e poi festeggiano il nuovo anno. Personalmente, io non partecipo alle feste musulmane, preferisco le feste tradizionali pagane persiane come Chahar Shanbeh (celebrato Mercoledì 18 dicembre, secondo l’anno del calendario persiano) o Norouz (Capodanno persiano). Queste feste riuniscono tutti gli iraniani – le giovani generazioni soprattutto”.

Source: observers.france24

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Le Nazioni Unite sperano di ricevere dei rinforzi per il mantenimento della pace nel Sud del Sudan, nelle prossime 48 ore, soprattutto le truppe e gli elicotteri, per proteggere i civili intrappolati nel conflitto che ha già provocato 1.000 morti, ha dichiarato Giovedì, 26 dicembre, il numero 1 delle Nazioni Unite nel paese. L’ONU sta cercando di “porre fine a questo incubo e tenta di dare una possibilità alla pace”, ha riferito questa mattina il Rappresentante Speciale del Segretario Generale, Hilde Johnson, in una videoconferenza da Juba, la capitale del Sud Sudan, confermando che oltre 50.000 civili hanno trovato rifugio nelle diverse basi della Missione delle Nazioni Unite nel paese, (UNMISS). Martedì scorso, il Consiglio di Sicurezza ha seguito le raccomandazioni di Ban Ki-moon, che ha autorizzato lo spiegamento temporaneo dei rinforzi all’interno dell’UNMISS – 5.500 soldati e 440 altri agenti della polizia – come anche l’invio degli elicotteri da combattimento, per aiutare la Missione, che attualmente conta un organico di circa 7.000 dipendenti, allo scopo di adempiere al proprio mandato. Queste truppe supplementari dovranno essere trasferite all’occorrenza dopo le operazioni di mantenimento della pace attualmente spiegate nella Repubblica democratica del Congo (RDC), nella regione sudanese del Darfur, a Abyei, nella Costa d’Avorio e in Liberia. Le tensioni nel Sud del Sudan, la più giovane nazione del mondo, sono degenerate in un conflitto aperto il, 15 dicembre, dopo le accuse esposte da parte del Governo del Presidente Salva Kiir, contro il suo rivale, l’ex Vicepresidente Riek Machar, decaduto nel mese di luglio, e al quale è stato attribuito un presunto tentativo di colpo di Stato. Ricordiamo infine che Kiir appartiene all’etnia Dinka e Machar a quella dei Lou Nuer.

Source un.org
 

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Un Natale triste per i cristiani a Bangui, svolto in un clima di estrema tensione, una dozzina di veicoli blindati francesi sono temporaneamente schierati all’ingresso dell’aeroporto dopo che sono stati sparati alcuni colpi la cui origine è ancora da determinare causando il panico oggi Mercoledì, 25 dicembre, a Bangui, nei distretti settentrionali, nei pressi dell’aeroporto, tenuto saldamente sotto controllo dai soldati francesi, una città abbandonata al caos e all’insicurezza diffusa, tutto ciò fa temere nuovi massacri. Questi colpi sono progressivamente cessati questa sera, intorno alle 19 ore, una calma inquieta è prevalsa nella città immersa nel buio, dove le comunicazioni telefoniche sono sempre più difficili. Dopo molti incidenti e spari intermittenti durante la mattina in diversi quartieri della capitale, i colpi hanno preso di mira e si sono intensificati nel corso della giornata verso il centro della città a sud. Intorno alle ore 15, i colpi erano arrivati nelle immediate vicinanze dell’aeroporto, dove i soldati francesi dell’operazione Sangaris insieme ai vari contingenti delle Forze di pronto intervento africane (Misca) hanno la loro base. La sparatoria a quanto pare non mirava all’aeroporto, ma era molto difficile nella confusione generale, identificare la fonte e gli autori. Dall’aeroporto, centinaia di residenti sono fuggiti a piedi in preda al panico nei distretti vicini. Correndo tra le case e cercando di rimanere al riparo, alcuni erano diretti a sud verso il centro della città. Molti di loro sono andati a rifugiarsi in una discarica lungo le piste dell’aeroporto, dove decine di migliaia di sfollati fuggiti dalla violenza delle ultime tre settimane già vivono in condizioni di povertà.

Source: tempsreel.nouvelobs

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Mi piace pensare che il Natale riesce a cancellare le incomprensioni, l’indifferenza, la cattiveria che purtroppo caratterizzano la vita di molti, lasciando posto ad una grande apertura di cuore.

In Francia

Le vacanze di Natale sono anche l’occasione per migliaia di ragazzi del college per scoprire il mondo del lavoro attraverso stage nelle imprese.

Stati Uniti

L’inizio del periodo natalizio inizia quando finisce Ringraziamento, il terzo Giovedì del mese di novembre. Nelle famiglie,  ai bambini viene raccontata la leggenda di Babbo Natale e vengono intonati i famosi canti natalizi. Una atmosfera generosa e premurosa avvolge il paese. Per la cena di Natale, viene mangiato manzo come nel giorno del Ringraziamento. Viene servito anche “zabaione”, una bevanda a base di tuorlo d’uovo, latte, cannella e rum, che porta fortuna e prosperità.

Canada

La maggior parte delle tradizioni canadesi provengono dall’Europa. Tuttavia, latte e biscotti vengono lasciati vicino al camino per Babbo Natale.

Messico

Le festività natalizie spesso iniziano il giorno della Vergine di Guadalupe, il 12 dicembre. Questi festeggiamenti comunemente terminano il 6 gennaio, il giorno dell’arrivo dei Re Magi. Durante questo periodo, i messicani usano riunirsi per cenare, ballare e preparare banchetti. Natale è soprattutto una famiglia ed è una festa molto importante. E’ preceduta da nove giorni di festeggiamenti tradizionali per commemorare il viaggio di nove giorni di Giuseppe e della Vergine Maria, poco prima della nascita di Cristo.

In Gran Bretagna

Le festività natalizie iniziano il 7 dicembre. La sera di questo giorno, sono tutti dediti a illuminare le case e i luoghi pubblici. Per nove giorni, dal 16 al 24 dicembre i colombiani si riuniscono con la famiglia o con gli amici intorno una mangiatoia. In questo momento, i bambini leggono preghiere. Il giorno del 24 dicembre nelle chiese, vengono costruiti i Presepi.

In Argentina

Essendo un paese a maggioranza cattolica, la tradizione religiosa della Festa di Natale assume molta importanza in questo paese. Così, la maggior parte delle famiglie si preparano a questo evento e con la collaborazione di un asilo nido e decorano l’albero di Natale.

In Cina
La Festa di Natale è stato introdotta in Cina all’inizio del XX secolo da missionari e studenti stranieri. Alla vigilia di Natale, si cena con gli amici o la famiglia, cantando canzoni natalizie, ballando, e i cristiani vanno in chiesa per la messa di mezzanotte. Questa situazione è durata fino alla Rivoluzione Culturale, dopodichè è stata chiusa, fino a quando con una politica di apertura il Natale è tornato nella società cinese. E ora non è più solo la tradizionale festa: i commercianti allestiscono vetrine che abbondano nei luoghi pubblici e le strade sono decorate.

In India

Il Natale in India è una miscela di tradizioni e tradizioni di altri paesi. Solo una minoranza di indiani celebrano il Natale. Qui, mango o banano decorano l’albero di Natale. La mattina di Natale, viene offerta una testa limone alla famiglia e un pasto viene servito all’aperto. Un falò viene acceso al calar della notte. La mattina seguente, i bambù sono decorati con piccoli doni per i bambini. La Festa di Natale viene conclusa con un grande spettacolo pirotecnico al quale tutta la città è invitata.

In Turchia

La celebrazione del Natale non è molto tradizionale in Turchia. Tuttavia, è possibile acquistare un albero di Natale in tutti i principali supermercati prima di Natale. Le strade, i negozi e le case sono decorate, ma il 24 e il 25 dicembre non sono pubbliche. La festa si svolge il 31 dicembre, per il nuovo anno.

Giappone
Il Natale, in Giappone, è una festa commerciale piuttosto che cristiana. Le principali religioni nel paese sono shintoismo e buddismo. Il 25 dicembre, non è una festa. Questo festival è l’occasione per dichiarare il 24 sera, l’amore alla persona che ami. Un ragazzo che invita una ragazza a passare il Natale con lui implica che la ama. Il Natale Giapponese ha un lato romantico, una sorta di San Valentino. La sera del 24, i genitori portano ancora un regalo a letto dei bambini.

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In Pakistan, sempre più pakistani soffrono di alcolismo e i centri di riabilitazione sono in aumento. Eppure l’alcool è vietato nel paese e il suo consumo è considerato un crimine. L’argomento è tabù in Pakistan: per legge, i musulmani – il 96% della popolazione – non possono bere. Quindi fanno di tutto per non essere notati. La struttura medica a Subhan un centro di disintossicazione per gli alcolisti,  a prima vista,  appare normale come tutte le altre case, quindi nessuna insegna, non c’è nulla che possa tradire le attività di questo centro molto particolare, sito a un’ora dal centro di Islamabad. “La nostra più grande paura è che i nostri pazienti sono islamisti, ha dichiarato Nadeem Ghalib, un psicologo specializzato in questo campo che ha creato il centro sette anni fa. Se veniamo scoperti in questa attività di recupero non esiteranno a ucciderci”. Sono rischi che richiedono una stretta protezione: quattro guardie armate e diverse telecamere monitorano di continuo il caseggiato. All’interno alcuni pregano, altri riposano. Intassati nei dormitori a malapena riscaldati puzzano di sudore stantio, e oltre alle terapie alternative svolgono anche attività di gruppo – giochi, puzzle – “per stimolare il cervello”, ha spiegato l’interlocutore. In totale, sedici operatori sanitari si occupano di trentadue pazienti – solo uomini – che in qualche modo cercano di rompere la loro dipendenza dall’alcool.

Source: france24
 

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Venticinque anni dopo l’attentato contro un aereo di linea americano della Pan Am, esploso sopra Lockerbie, in Scozia provocando la morte di 270 persone, il Regno Unito, gli Stati Uniti e la Libia hanno chiesto, in una dichiarazione congiunta, di concentrarsi affinchè “tutti i responsabili di questo atto di terrorismo siano giudicati”. Gli investigatori britannici e americani andranno presto in Libia per discutere tutti gli aspetti di questa cooperazione. Il Boeing 747 Jumbo Jet Pan Am era esploso il, 21 Dicembre del 1988, mezz’ora dopo il decollo da Londra, sopra la cittadina scozzese di Lockerbie. La maggior parte dei passeggeri erano americani che tornavano a casa per Natale. Un solo uomo, un agente libico, era stato condannato per quello che è ancora oggi l’attentato più sanguinoso mai commesso nel Regno Unito.Venticinque anni più tardi, per la prima volta i Governi britannici, americani e libici hanno promesso di lavorare insieme per far luce sull’attacco”.  ”Vogliamo attraverso questa dichiarazione congiunta che tutti i responsabili di questo atto terroristico estremamente crudele siano giudicati”.

Source: rfi.fr

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Mentre le battaglie mortali continuano tra l’esercito del Sud Sudan e i sostenitori dell’ex Vice Presidente Machar, l’ONU e Washington invitano al dialogo, gli Stati Uniti hanno mandato il loro inviato speciale per la regione, sul posto. Di fronte alla ondata di violenze etniche nel Sudan meridionale, alimentate dalla rivalità tra il Presidente Salva Kiir e il suo ex Vice Presidente Riek Machar, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha lanciato Venerdì in una dichiarazione unanime, ma non vincolante, “un appello per la cessazione delle ostilità e l’apertura immediata di un dialogo”. Il Segretario di Stato americano, John Kerry, ha annunciato la partenza immediata del suo inviato speciale per la regione, l’ambasciatore Donald Booth,  allo scopo di promuovere il dialogo tra le fazioni rivali. “E’ tempo per i leader del Sud Sudan di tenere i gruppi armati sotto il loro controllo, per fermare immediatamente gli attacchi contro i civili e interrompere il ciclo di violenza tra i diversi gruppi etnici e politici”, ha ammonito John Kerry. Washington aveva in gran parte sostenuto la lotta del Sud Sudan per l’indipendenza, raggiunta nel 2011, dopo decenni di guerra contro Khartoum, che ha provocato due milioni di morti. “Gli americani hanno giocato un ruolo molto importante nella creazione di questo 193° Stato delle Nazioni Unite e speriamo, per quanto possibile, di riportare la calma nel paese”, ha commentato Emmanuel Saint-Martin, corrispondente di FRANCE 24 a New York. Sabato mattina, il Presidente del Sud Sudan ha ribadito che è pronto a parlare con il suo rivale “senza condizioni”. “Siamo pronti a stabilire un dialogo con tutti i ribelli e con Riek Machar, senza condizioni”, ha dichiarato il Governo sul suo account Twitter. Tuttavia Riek Machar non ha risposto.

L’Uganda ha inviato i suoi soldati a Juba

L’obiettivo è quello di evitare a tutti i costi che venga ripetuto l’attacco di Giovedì, 19 dicembre, quando a Aboko, 2.000 giovani di etnia Nuer alla quale appartiene Riek Machar, hanno invaso la base delle Nazioni Unite, uccidendo almeno 11 civili del gruppo Dinka, al quale appartiene il Presidente Kiir, e due caschi blu indiani, riporta UNMISS. L’ONU ha inviato quattro elicotteri Venerdì, 20 dicembre, a evacuare il suo personale da Akobo e “altre basi sono ancora in fase di sgombro”, ha dichiarato Emmanuel Saint-Martin nella notte tra Venerdì e Sabato, 21 dicembre. Il vicino l’Uganda ha inviato i suoi soldati a Juba su richiesta del Sud Sudan, ha riferito Venerdì il Governo all’ugandese quotidiano New Vision, specificando che un primo distaccamento delle forze speciali in Uganda aveva contribuito a mettere al sicuro l’aeroporto e a evacuare i cittadini ugandesi. I Ministri degli Affari Esteri dello Gibuti, dell’Etiopia, del Kenya, dell’Uganda e del Sudan hanno realizzato Venerdì a Juba, delle pratiche di pace nel quadro dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD).

Lotta politica e di risentimenti etnici

Ai gravi dissensi politici della ribellione del sud si sono aggiunti i risentimenti inter-etnici che risalgono alla Guerra Civile. Nel 1991, Riek Machar aveva disertato dall’Esercito di liberazione popolare del Sudan (SPLA) e aveva fratturato sulle linee etniche la storica ribellione del sud, dove Salva Kiir era uno dei leader. Le truppe Nuer di Machar avevano massacrato a Bor quasi 2000 civili Dinkas. Uno scenario che l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navi Pillay, teme di rivedere a causa “dell’elevato rischio” dei conflitti etnici e Human Rights Watch ha accusato i belligeranti di aver commesso omicidi su criteri etnici, a Juba e a Bor.

Source: france24

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Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha annunciato oggi Sabato, 21 dicembre, che è stato lanciato un piano per raccogliere 800 milioni dollari (585 milioni di euro) nei prossimi 12 mesi per aiutare le Filippine a superare la devastazione causata dal tifone Haiyan. “Cercheremo di fornire i rifornimenti d’emergenza, acqua, servizi igienici, cibo e riparo, come anche una strategia di sviluppo a lungo termine”, ha dichiarato Ban durante la sua visita di oggi a Tacloban City, una delle zone più colpite dalla calamità naturale. Il capo delle Nazioni Unite ha riferito che il Governo filippino dovrà prendersi cura del “trasferimento e dell’integrazione” delle persone colpite e della ricostruzione delle infrastrutture. ”Le Nazioni Unite e il Governo filippino lavoreranno a stretto contatto”, ha asserito Ban nel corso di una conferenza stampa a Tacloban, dove ha rivelato che è “profondamente rattristato” dopo aver testato in prima persona la distruzione totale della città. “Come posso descrivere le mie sensazioni dopo aver visto la tragedia e la sofferenza che c’è qui?”, ha aggiunto Ban di fronte a un cumulo di macerie e a una nave cargo arenata sui resti di alcune case. Tacloban è stata una delle aree più colpite dal tifone Haiyan, con un vento di 315 km/h e un aumento del livello del mare di 10 metri, a causa di tutto ciò alcune zone della città sono state completamente devastate e in alcuni distretti migliaia di persone sono morte. Il Segretario Generale ha anche affrontato la questione del cambiamento climatico come una possibile causa del potente tifone Haiyan, che ha provocato oltre 6.100 morti e quasi 1.800 dispersi. Ban ha spiegato che è difficile attribuire questa tempesta al cambiamento climatico, ma ha sottolineato che “l’intensità, la gravità, l’entità della distruzione, e la frequenza delle catastrofi naturali, come anche le tendenze meteorologiche estreme” sono un risultato “chiaro” dello stesso. “I cambiamenti climatici sono stati causati dagli esseri umani, e quindi la soluzione la devono trovare gli esseri umani”,  ha scandito il Segretario generale. Inoltre, Ban ha accolto con favore il ruolo svolto nella calamità naturale dal Presidente filippino Aquino Benigno, che ha incontrato prima di partire per Tacloban. “Apprezzo e lodo la guida del Presidente Aquino e dei suoi Ministri, della sua squadra e della sua gente, che ha affrontato questa tragedia con grande coraggio”, ha reso noto. Ban ha ricordato che ha cercato di trovare con il Presidente filippino delle opzioni affinchè le Nazioni Unite e gli Stati membri possano contribuire a rafforzare la capacità del paese e possano aiutare a ridurre il numero di morti e la distruzione delle proprietà causati dallo stato di calamità. “Sensibilizzeremo il mondo per cercare di ottenere ancora una volta il sostegno per la ricostruzione del vostro paese e della vostra comunità”, ha informato. In un recente rapporto, l’Onu ha spiegato che i servizi di base vengono ripristinati rapidamente nella maggior parte delle zone colpite dal tifone, dove addirittura mancano alcuni servizi sanitari fondamentali, come anche la fornitura e i servizi igienico-sanitari. Ban, ha anche assicurato che i cittadini più vulnerabili che vivono nelle aree remote dipendono ancora dalla distribuzione alimentare.

Source: elnuevoherald

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Mentre i malati si dissanguano davanti a Montecitorio, manifestano per le via della capitale, mentre tutto era stato accordato per Noemi e mentre tutto sembrava volgere a un lieto fine, in molti restano in bilico sperando di ricevere una buona notizia, in realtà sembra tutto un sogno e il risveglio un grande incubo. La domanda è d’obbligo perchè tutto questo marasma di disillusioni se poi alla fine secondo le carte dell’inchiesta di Torino emerge che i rischi per la salute vanno dalla trasmissione di virus all’insorgenza di tumori? In un documento redatto dal PM Raffaele Guariniello e dai suoi collaboratori nel 2012 questo elenco era già presente. Sempre lo scorso anno i Nas, l’Istituto superiore della Sanità, il centro Nazionale Trapianti e l’Agenzia del Farmaco, (Aifa), che componevano il tavolo tecnico avevano giudicato questo metodo “Stamina” discusso e osannato “pericoloso e scadente”. Altre questioni vengono poste sul metodo impiegato dall’equipe di Davide Vannoni, Presidente di Stamina Foundation, che opera in locali dove non è certificata “la sterilità e l’adeguatezza”. La biopsia midollare, la manipolazione delle cellule staminali, la reintroduzione mediante puntura lombare, “i medicinali imperfetti”, e le condizioni di lavoro comportano delle controindicazioni gravissime, a partire dalla cefalea alla nausea, fino ad arrivare a meningiti batteriche e non solo, l’elenco si spinge anche oltre, “insorgenza di tumori dovuti alla possibile selezione/trasformazione di cellule prenoplastiche durante le manipolazioni in vitro”, conclude il quotidiano Il Messaggero.

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Nel momento in cui pensiamo cosa riserverà il nuovo anno all’Africa, un legame inscindibile tra la pace e lo sviluppo sembra più che mai evidente. I primi di dicembre, il vertice svolto all’Eliseo per la Pace e la sicurezza in Africa, ha riunito 53 leader dei paesi africani, i rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Unione africana e dell’Unione europea. All’interno del Summit è stato valutato come mantenere e promuovere la pace nel continente. Oltre a ciò è stato discusso cosa significa questo per il pianeta terra. Per esempio, bisogna frenare il narcotraffico nel continente, aumentare i finanziamenti delle operazioni africane di mantenimento della pace, combattere il terrorismo, rafforzare la sicurezza delle frontiere, includere pienamente le donne nel processo decisionale politico ed economico e, infine, denunciare la persistenza intollerabile della violenza sessuale nei conflitti. Le prime donne presenti a questo vertice hanno particolarmente sottolineato questo punto, e hanno anche affrontato le questioni della parità di genere nello sviluppo e i diritti delle donne. I capi di Stato hanno riconosciuto che la chiave del successo è basata sulla crescita economica, quest’ultima dipende ampiamente dagli investimenti pubblici e privati ​​nelle tecnologie e nell’agricoltura e nell’adozione di politiche climatiche. In aggiunta hanno evidenziato la necessità per l’Africa di costruire sulla sua gioventù il motore della crescita dal momento che rappresenta il futuro. Oggi, l’Africa è il continente più giovane del mondo. Il suo futuro dipende soprattutto dalla capacità di preparare i giovani e proiettarli sul mercato del lavoro. Nel mese di maggio, il Presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, e il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, sono andati nella regione dei Grandi Laghi, allo scopo di rinnovare l’impegno di entrambe le istituzioni e fare tutto il possibile per ridurre la povertà e garantire la prosperità per milioni di persone in questa parte dell’Africa ricca di risorse naturali, ma dilaniata da anni dai conflitti. Il Presidente della Banca Mondiale e il Segretario generale delle Nazioni Unite hanno visitato anche la regione del Sahel dove vige uno stato di allerta sulla sicurezza e sulle sfide economiche che affronta la regione e che in particolare incidono sulle condizioni di vita delle popolazioni pastorali, e hanno proposto alcune soluzioni per migliorare i sistemi di irrigazione, la produzione agricola e la sicurezza alimentare. In aggiunta hanno sottolineato la necessità di ridurre il record di fertilità di questa regione per offrire maggiori opportunità economiche alle donne e alle ragazze. Nel corso di queste visite, è stato lanciato lo stesso messaggio o meglio detto: “Non c’è pace senza sviluppo e senza sviluppo non c’è pace”. Questo messaggio è considerato importante per la Banca Mondiale che intensificherà le sue azioni nei prossimi mesi allo scopo di offrire un contributo. L’obiettivo è quello di migliorare la qualità della vita delle persone, fornendo un migliore accesso alle cure sanitarie, all’istruzione, fornendo una alimentazione più nutriente, e migliori opportunità di lavoro. La salute, l’istruzione e la produttività sono fattori di sviluppo che in molti paesi hanno anticipato i conflitti e rafforzato la stabilità politica. Al momento la Banca Mondiale, nei paesi africani intende continuare le orme di Nelson Mandela che ha incarnato la speranza, ha espresso il suo coraggio, la sua volontà di combattere per i suoi ideali. I paesi come l’Uganda e il Kenya illustrano perfettamente come gli africani hanno cambiato positivamente la propria storia. La settimana scorsa, durante la commemorazione del 50° anniversario dell’impegno della Banca mondiale in Uganda, è stato sottolineato che l’eredità degli ultimi 50 anni non è ciò che la Banca ha fatto per questo paese, ma piuttosto quello che ha insegnato. Dopo diversi anni di guerra civile, questo paese ha saputo mettere in atto delle politiche pubbliche e ha stabilito un forte contratto sociale con i suoi cittadini, permettendo una transizione verso una crescita economica più elevata e sostenibile.

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Medici senza Frontiere sul suo sito ha espresso la sua indignazione per il trattamento riservato ai migranti nel centro di accoglienza di Lampedusa. “Le condizioni di sovraffollamento del Centro non giustificano in alcun modo che un trattamento sanitario violi la dignità dei pazienti. Il trattamento per la scabbia può essere eseguito all’interno del centro, rispettando la privacy e la dignità dei pazienti”, ha dichiarato Chiara Montaldo, coordinatrice dei progetti di MSF in Sicilia. Medici senza Frontiere ha invitato Praesidium, la UNCHR, (l’Alto Commissariato per i rifugiati), la OIM, (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), e la CRI, (Croce Rossa Italiana), e Save the Children a monitorare più attivamente il Centro di Lampedusa. Oggi sempre sul suo portale web, MSF ha chiesto la chiusura temporanea del centro di accoglienza di Lampedusa, allo scopo di migliorare le condizioni nel rispetto degli standard di accoglienza e di dignità umana. A questo proposito il Presidente di MSF dell’Italia ha dichiarato: “Le nostre équipe hanno visitato il centro regolarmente nel corso degli ultimi mesi. Ogni volta, abbiamo costatato il sovraffollamento della struttura, con persone costrette a dormire all’aperto, una mancanza di rispetto della privacy dei pazienti visitati, docce e servizi igienici insufficienti, comportamenti scorretti da parte dei membri del personale, e periodi di soggiorno troppo lunghi in un centro assolutamente inadatto. Abbiamo sistematicamente segnalato questi problemi alle autorità, ma senza ottenere alcun risultato. Nessuna azione è stata intrapresa”. Ricordiamo che il centro di Lampedusa è un progetto che può garantire l’accoglienza al massimo di 240 persone e fornire un primo soccorso e rifugio ai migranti per 48 ore. Come cita MSF invece, questa struttura non garantisce gli standard minimi nemmeno per le prime 48 ore e i servizi medici che devono essere di competenza del Ministero della Salute, sono forniti inadeguatamente da una società privata. In conclusione MSF chiede con vigore e rigore e giustamente che il Centro sospenda temporaneamente la sua attività e che i profughi siano trasferiti in strutture più consone all’accoglienza come per esempio alberghi, o altri centri.

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Sull’ago della bilancia continua a pendere la vita di molte persone e soprattutto di molti bambini che hanno effettivamente bisogno di cure. Da un lato dal verbale dei Carabinieri dei Nas e secondo il parere del comitato di esperti nominato dal Ministero della Salute, emerge che nelle infusioni del Metodo Stamina “non ci sono cellule staminali”, peggio ancora c’è il rischio di contrarre il morbo della mucca pazza. Dall’altra la Stamina Foundation e il suo Presidente Davide Vannoni si difendono “il protocollo è basato sull’impiego di cellule staminali molto pure documentate presso lo Spedale civile di Brescia” e citando le parole del Presidente queste accuse vengono contraddette dai documenti depositati presso lo Spedale di Brescia. Quindi pareri contrastanti o verità nascoste? In realtà a pagare lo scotto sono sempre loro i malati che hanno bisogno di cure, che supplicano di essere curati e che addirittura si dissanguano per ricevere le cure e contestano la disapprovazione di un metodo che brancola nel buio. In fondo al tunnel i malati aspettano di trovare una luce di speranza insieme ai loro famigliari. All’uscita dall’incontro tra il Governatore Chiodi e il papà di Noemi affetta da una malattia rara e in lista di attesa, Andrea il papà della piccola Noemi ha dichiarato: “E’ stato un incontro proficuo, abbiamo avuto uno scambio di opinioni, continuiamo a dare voce ai malati, che la voce non ce l’hanno e noi siamo i loro portavoce”. Gli innocenti fanno eco con la loro voce del silenzio. Il Governatore Chiodi invece non ha voluto rilasciare dichiarazioni ha semplicemente commentato “questo è un caso serio, stiamo lavorando”. In realtà tutto è molto confuso si passa dalla speranza alla disillusione, dalla luce al buio. Il Presidente della Commissione Sanità della regione, Nicoletta Verì, dopo il primo colloquio tecnico tra gli esponenti del mondo della sanità abruzzese e Davide Vannoni, che ha avuto luogo, mercoledì, 18 dicembre, a l’Aquila ha dichiarato: ” C’è stata una apertura esistono i presupposti per proseguire il percorso”. In tutto questo marasma è ancora una volta ingiusto che ci vadano di mezzo i malati, la salute è un bene prezioso  e morale della favola sull’ago della bilancia pende ancora la vita di molte persone. Bisogna riflettere e attivarsi non solo a livello umano ma soprattutto nella ricerca, bisogna essere più uniti soprattutto nel campo sanitario.

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“Le immagini che abbiamo visto sul centro di detenzione di Lampedusa sono spaventose e inaccettabili. Stabiliremo dei contatti con le autorità italiane per chiedere maggiori informazioni su questi eventi e chiediamo loro di fare piena luce su quanto accaduto. Abbiamo già iniziato delle indagini sulle condizioni deplorevoli che vivono molti centri di detenzione italiani, tra questi compare quello di Lampedusa, e non esiteremo ad avviare una procedura di infrazione per essere sicuri che le norme e gli obblighi dell’UE sono pienamente rispettati. La nostra assistenza e il sostegno alle autorità italiane nella gestione dei flussi migratori può essere proseguita solo se il paese garantisce condizioni di accoglienza umane e dignitose per i migranti, richiedenti asilo e rifugiati”. http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-13-1178_en.htm?locale=FR

Questo è il monito lasciato sul sito ufficiale dell’Unione europea. Oggi mercoledì, 18 dicembre, la Commissione europea ha minacciato di punire l’Italia dopo che sono stati mostrati i cattivi trattamenti inflitti ai migranti nel centro di detenzione di Lampedusa. A causa di tutto ciò, Bruxelles ha deciso di esaminare la questione, mentre i 28 hanno avuto poca reazione dopo il drammatico naufragio avvenuto lo scorso, 3 ottobre. Il reportage diffuso dal TG2, ha trasmesso delle immagini così scioccanti che ha condotto la Commissione a non rimanere in silenzio. Il dossier riporta le immagini di un video apparentemente girato con un telefono cellulare, da Khalid, un rifugiato presente nel centro profughi da 65 giorni. “Siamo trattati come cani”, ha commentato mentre le immagini scorrono e evidenziano i rifugiati nudi e costretti a stare in uno spazio all’aperto, prima di essere sottoposti ad altri getti per il trattamento anti-rabbia. “Le immagini che abbiamo ricevuto dal centro di detenzione di Lampedusa sono disgustose e inaccettabili”, ha risposto il Commissario europeo per gli affari interni Cecilia Malmström. “Non esiteremo ad avviare una procedura di infrazione (contro l’Italia) allo scopo di garantire che le norme e i requisiti dell’UE siano soddisfatti”.

Cooperazione europea

Per coincidenza, l’Unione europea inizierà ad agire a partire da questo Giovedì, 19 dicembre. La questione delle migrazioni è contenuta nell’ordine del giorno del Consiglio europeo di Bruxelles fino al prossimo Venerdì. I leader dei 28 prenderanno in considerazione le proposte della Commissione europea per la riforma del diritto di asilo che permette ai rifugiati di chiedere la protezione ancor prima del loro arrivo sul suolo europeo. La Commissione invita inoltre gli Stati membri a fornire più risorse all’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa sulle frontiere esterne (Frontex), responsabile del coordinamento delle attività dei guardia-frontiera. Gran parte del dibattito sarà concentrato sulla questione se gli sforzi fatti per il controllo delle frontiere devono essere concentrati sulle operazioni di salvataggio in mare o sul rafforzamento delle misure di prevenzione e di cooperazione con i paesi del Nord Africa. I paesi meridionali dell’Unione europea sostengono una più equa ripartizione degli oneri e chiedono gli aiuti europei per far fronte all’afflusso dei migranti.  Ma i paesi nordici sono riluttanti e sostengono che già concedono asilo a più rifugiati rispetto ai loro vicini meridionali. Alcuni paesi, come la Danimarca, il Lussemburgo, la Grecia e la Spagna, temono che un aumento di salvataggio possa incoraggiare i migranti a tentare la pericolosa traversata del Mediterraneo.

Roma sotto pressione dell’UNHCR

“Scioccato” dalle immagini trasmesse, il Primo Ministro italiano, Enrico Letta ha promesso che sarà aperta un’inchiesta “approfondita” “e i responsabili saranno sanzionati”. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha chiesto al Governo italiano di trovare “soluzioni urgenti per migliorare l’assistenza a Lampedusa”, ricordando che i nuovi arrivati ​​sono tenuti a rimanere fino a 48 ore nel centro di primo soccorso prima di essere ospitati in altre strutture del paese. “Il sovraffollamento permanente è insostenibile. Nonostante gli sforzi degli operatori umanitari, gli aiuti offerti sono ben al di sotto del minimo accettabile”, ha dichiarato Laurens Jolles, portavoce per l’Europa meridionale.

L’amministratore del campo si difende

Il direttore della cooperativa e gestore da cinque anni del centro di Lampedusa, Cono Galipo, si è difeso dicendo che bisogna rinviare queste immagini “nel loro contesto”. “Abbiamo accolto tre barche c’era un forte sospetto che la rabbia poteva propagarsi. Normalmente, quando il sospetto è basso, il trattamento è in infermeria, ma quando, come in questo caso, parliamo di quasi 104 persone, abbiamo bisogno di un locale adatto” ha riferito. A suo giudizio, il trattamento è durato un’ora e mezza. “Durante il tempo di attesa, i rifugiati sono diventati impazienti e hanno cominciato a spogliarsi e hanno chiaramente messo in scena quello che è stato trasmesso in televisione”, ha aggiunto. Mentre il centro ha solo 381 posti a sedere, in realtà i profughi accolti sono 497, tra i quali compaiono una quarantina di bambini, cita il Corriere della Sera. La maggior parte di loro sono siriani e eritrei. Indipendentemente se erano stanchi di attendere queste persone non sono porci al trogolo e bisogna ammettere che non c’è stata nessuna dignità nell’accoglierli.

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In che Mondo viviamo? Non è Auschwitz, non è un documentario che racconta la storia dei campi di concentramento ma sono le immagini fornite al Tg2 da un migrante che le ha girate con un telefonino. E’ una vera indignazione vedere queste immagini, almeno a Auscwitz c’era il contegno di dividere gli uomini dalle donne e lasciare i bambini con le loro madri, nel centro di Lampedusa non c’è nemmeno questo. Uomini e donne completamente nudi vengono lavati con un getto di acqua fredda proveniente da una pompa per sconfiggere la scabbia e con queste temperature non credo che questa “doccia” sia accettabile, tra l’altro i migranti non avevano la scabbia quando sono arrivati in Italia ma l’hanno contratta nel centro. Ma a quanto pare poco interessa dal momento che chi compie l’azione è incurante di denunciare un simile fatto e tornando a casa troverà un getto di acqua calda. Questa è l’accoglienza che diamo agli immigrati? Questo è quello che dimostriamo di essere verso il mondo? Questa è realmente una vergogna. Come è possibile trattare gli esseri umani senza nessun ritegno, senza nessun pudore certamente questo non aiuta l’immagine dell’Italia. Peggio delle bestie, un trattamento davvero disumano e intollerabile. Il Ministro Alfano ha dichiarato: “Accerteremo le responsabilità e chi ha sbagliato pagherà”. Capisco, ma fino ad oggi i controlli dove sono stati? La domanda è d’obbligo dal momento che solo grazie alla segnalazione mandata al Tg2 da un migrante è stato aperto il vaso di Pandora, gli altri chiarmente non si sono mai accorti di niente. Un pò troppo comoda questa omertà da strapazzo e completamente ingiusta. Medici senza frontiere ha espresso la sua giusta indignazione sul trattamento riservato ai migranti nel Cpsa di Lampedusa: “un comportamento che non ha nulla a che vedere con una procedura sanitaria standard”. Non andiamo avanti torniamo indietro non c’è progresso, c’è regresso, non solo nel campo economico ma soprattutto nel lato umano. E’ inaccettabile, tutto questo è davvero inaccettabile, ed è inaccettabile l’omertà di tutti coloro che hanno taciuto. Inoltre in seguito a queste immagini scioccanti la Procura di Agrigento ha richiesto all’ente gestore una relazione dettagliata per comprendere le ragioni dei fatti emersi e avocare a sè le rispettive responsabilità, ha continuato il Ministro Alfano. “Cose inaccettabili in uno Stato democratico”, ha esposto la Kyenge il Ministro per l’integrazione. Agghiacciante la testimonianza di Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso, che ha riguardo ha reso noto, che il Presidente della Cooperativa Antonio Zarcone e l’ad Cono Galipò a 15 giorni dalla tragedia dello scorso, 3 ottobre, non avevano ancora fornito letti e coperte, e gli immigrati erano costretti a dormire per terra. Questo è insano oltre che amorale ma alla fine ha ragione il detto: “Il sazio non crede al digiuno”. Ricordiamo infine, che l’elicottero del pattugliatore Cassiopea della Marina Militare ha individuato a sud di Lampedusa nella tarda mattinata di oggi martedì, 17 novembre, un gommone con 110 migranti provenienti tutti dal Ghana, dal Mali, dal Togo, dal Gambia e dal Pakistan e tra questi un corpo, l’ennesimo corpo senza vita.

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La Turchia, firmato ad Ankara,  Lunedì, 16 dicembre, un accordo con l’Unione europea (UE) che riguarda la riammissione degli immigrati clandestini, allo scopo di consentire entro il 2017, l’abolizione dell’obbligo del visto imposto da Bruxelles per i suoi cittadini. Il Governo turco aveva firmato l’accordo nel 2012, ma aveva sospeso la sua firma formale per un impegno con l’Unione europea per estendere la libera circolazione sul suo territorio ai cittadini di nazionalità turca. L’accordo, dichiarato come “storico” Lunedì, 16 dicembre, dal capo della diplomazia turca, Ahmet Davutoglu, è stato firmato alla presenza del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, del Ministro degli Interni turco, Muammer Güler, e del commissario europeo per gli Affari interni, Cecilia Malmström. In cambio, l’UE si impegna a garantire l’esenzione dal visto ai turchi entro tre anni e mezzo. “La porta per l’Europa senza visto sarà ora aperta”, ha elogiato Erdogan, assicurando che “la Turchia rispetterà tutti gli impegni e i suoi obblighi per quanto riguarda l’accordo di riammissione”. La Turchia è associata all’Europa dal 1963, membro dell’unione doganale dal 1995, candidata all’UE dal 1999, considera un legittimo diritto la libera circolazione dei suoi cittadini in tutti i 26 paesi membri della zona Schengen. In base all’accordo, la Turchia, alle porte dell’Iraq, dell’Iran e della Siria, è uno dei principali punti di passaggio per gli immigrati candidati all’Europa, e ora accetta il “ritorno” degli immigrati clandestini espulsi che hanno raggiunto l’UE passando dal suo territorio.

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Spinti dalla povertà, 400.000 lavoratori nepalesi ogni anno partono da Kathmandu per andare verso i paesi del Golfo e della Malesia. Un viaggio verso l’inferno. 2,5 milioni di lavoratori nepalesi lavorano nei paesi del Golfo e della Malesia, con contratti ad interim. E ogni anno sono 400.000. Di solito tornano a casa dopo due o tre anni, con le loro economie in tasca. Ma l’esperienza può trasformarsi in un inferno. Per centinaia di loro, l’occupazione tanto attesa è come un appuntamento con la morte, facendo il viaggio di ritorno nella stiva dentro una bara. L’aeroporto internazionale di Kathmandu riceve almeno due “feretri” ogni giorno. La mano d’opera, svenduta sul mercato globale, rende i migranti nepalesi come degli schiavi moderni. Il traffico degli esseri umani e lo sfruttamento incontrollato sono orchestrati dalle agenzie di reclutamento a Kathmandu. All’alba, un uomo all’aeroporto di Kathmandu, aspetta, il suo nome è Ganesh Bahadur Karki, ha 38 anni, ed è in attesa di ricevere la bara di suo nipote che è arrivato nella notte su un volo dalla Malesia. Ecco la sua testimonianza.

“Provengo dal villaggio di Bigyakharka nel distretto di Kotang nella parte orientale del Nepal. Questa regione montuosa è molto povera. Le nostre famiglie sono di origine contadine. Da queste parti, le opportunità di lavoro sono poche e molti uomini sono costretti ad andare a lavorare nei paesi del Golfo e della Malesia. Ogni villaggio conta decine di giovani che migrano all’estero. In Nepal, se te le cavi davvero bene, puoi guadagnare 50 o 100 dollari al mese lavorando a Kathmandu. Ma nel Golfo e in Malesia, arriviamo a prendere 200 dollari. Quando hai moglie e figli, come me, ci vogliono soldi. Con il denaro guadagnato all’estero, è possibile aprire un negozio o una piccola officina. Non c’è altra scelta, tutti noi siamo obbligati a lasciare la nostra terra. Questo è quello che facciamo per soddisfare le nostre esigenze economiche.  Io, ho trascorso sei anni in Arabia Saudita. facevo l’idraulico in una fabbrica. E’ stato difficile. E’ stato difficile lavorare in quel clima aziendale e numerosi lavoratori si sono suicidati. Ma non lo abbiamo mai rivelato. E poi c’è lo stress. Sui certificati di morte che vengono rilasciati in Arabia Saudita, c’è spesso scritto “attacco di cuore”. In realtà, questi sono morti a causa di un eccesso di tensione e di stress: I nepalesi hanno accumulato dei debiti di quasi 1000 dollari per pagare le agenzie di reclutamento allo scopo di trovare una occupazione. Questo preoccupa molto, e se in aggiunta, vengono truffati sui loro salari da parte delle imprese o hanno problemi con i datori di lavoro, allora loro iniziano ad avere paura. Nella fabbrica dove lavoravo, in Arabia Saudita, in sei anni, molti sono stati i morti. E non parlo di infortuni. In un giorno addirittura i morti sono stati sei tutti in una sola volta, in un caso di incidente. Ho visto i loro corpi, e mi sono preooccupato di assistere il rimpatrio delle loro bare per le famiglie in Nepal, perché li conoscevo tutti, e ho perso anche in questo contesto, il mio migliore amico. E’ difficile dire qual’è stata la cosa più difficile per me in Arabia Saudita, in pratica tutto! Il lavoro, le condizioni abitative, la mancanza di socializzazione, l’assenza di un dialogo con la gente del posto per non avere problemi. I giorni passano, e sono tutti uguali, eppure ogni mattina è un nuovo giorno. Ma la cosa più difficile è il sole e il suo calore. Lavoriamo senza protezione, e questo è estenuante. Questa è la maggiore sofferenza. In pratica le agenzie di reclutamento a Kathmandu non si preoccupano di noi, ci ingannano, e ci mentono. Le agenzie promettono una cosa e, all’arrivo, ne scopri un’altra. Sul posto, non c’è nulla di quello che è stato concordato. Anche gli stipendi, vengono trattenuti dalle agenzie per i loro contratti formali, facendo firmare un secondo contratto apocrifo, con un salario minore di quello che le aziende danno. Una volta che sei entrato in questo vortice, non puoi fare nessuna contestazione o rivendicazione. Le aziende prendono i nostri passaporti e, per ritornare in Nepal, è molto difficile ottenere un visto d’uscita dall’Arabia Saudita. La nostra ambasciata a Riyadh, non ci aiuta. Le leggi esistono per proteggerci, ma nessuno le rispetta. Tutte queste cose, le conosciamo bene. Parliamo tra di noi. Nel mio villaggio, molti uomini sono già morti. Oggi, è il corpo di mio nipote che vengo a ricevere in questo aeroporto, è morto in Malesia. Suo fratello maggiore è attualmente in Arabia Saudita. Non c’è altra scelta, dobbiamo farlo per i soldi. E’ la nostra occasione”.

Source: lepoint.fr

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Il prossimo Consiglio europeo che sarà tenuto il prossimo, 18 e 19 dicembre, a Bruxelles, e sarà dedicato in particolare alla politica della sicurezza e della difesa. Le recenti operazioni in Africa, in Libia, in Mali e adesso nell’Africa centrale, hanno evidenziato gravi carenze in questo settore. La Francia ha operato da sola nell’Africa centrale poichè era urgente intervenire e anche perché sembrava difficile assemblare rapidamente un’operazione multinazionale. Il deputato UMP, Arnaud Danjean che presiede al Parlamento europeo la sottocommissione per la “sicurezza e difesa”, ha denunciato la mancanza di linguaggio comune e di un sogno per l’Europa di una politica di difesa a geometria variabile. Inutile cercare il consenso dei 28, bisogna lasciare agli Stati la possibilità di essere coinvolti nei conflitti a seconda dei loro mezzi. Quindi un piccolo paese come l’Estonia non è in grado di fornire numerosi uomini, ma può portare la sua esperienza nella difesa informatica.

Un drone europeo

Questo vertice non sarà sufficiente per costruire una difesa europea, ma potrà contribuire a rafforzare l’industria europea della difesa, standardizzando le attrezzature, per esempio. Gli elicotteri europei per il trasporto delle truppe, come il Caimano NH90, è prodotto in oltre 20 versioni, allo scopo di soddisfare tutto il personale. Alcuni reclamano un gradino più basso, altri una cabina più alta, e di conseguenza i produttori sono costretti ad aumentare le opzioni. Il deputato Democristiano tedesco, Michael Gahler, ha denunciato queste facezie nazionali, perchè le considera controproducenti. Se uno stesso modello viene acquistato da molti ciò permette di realizzare notevoli risparmi. L’Europa ha anche bisogno di droni, e accusa un grande divario in questo campo, basandosi attualmente sulla tecnologia americana o israeliana. Arnaud Danjean, a riguardo, consiglia di avviare programmi specifici per apportare negli eserciti del continente nuovi strumenti di osservazione. La sfida economica è chiara: l’industria della difesa europea offre lavoro a 400.000 persone, generando anche, quasi un milione di posti di lavoro indiretti.

Source:franceinfo

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Oltre 600 persone sono state uccise in una settimana nella Repubblica Centro Africana. Il paese, è privo di tutto in pratica è quasi tagliato fuori dal mondo, e ora è minacciato da una crisi umanitaria senza precedenti. A Bossangoa, a 300 chilometri a nord della capitale, la presenza delle truppe francesi ha permesso la ripresa degli aiuti umanitari. A Bangui, la prima grande distribuzione alimentare ha avuto luogo questo Venerdì, 13 dicembre, non lontano dall’aeroporto, dove sono stati dislocati gli sfollati. La prima grande distribuzione alimentare a Bangui è stata fatta questo Venerdì, 13 Dicembre, sempre nei pressi dell’aeroporto, dove oltre 40.000 persone sono accalcate per paura di rappresaglie. Il rappresentanti del Programma Alimentare Mondiale (PAM) e una ONG italiana, COOPI, hanno cercato di soddisfare la forte richiesta. Ma la gente, è affamata e stanca, e ha difficoltà a rimanere paziente durante le lunghe code di attesa. Venerdì mattina, sotto la supervisione dei soldati francesi e della FOMAC, le ONG hanno cercato di rispondere come meglio potevano alle esigenze di una popolazione alla quale manca cibo da giorni. Porzioni di riso, fagioli e olio, sono finalmente stati messi a disposizione di 40.000 civili che sono distribuiti intorno all’aeroporto di Bangui. I civili, dopo diverse ore sotto il sole, continuano a essere esasperati a causa di una lunga attesa.

Source:rfi.fr
 

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Le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite (ONU) hanno deciso di mobilitare maggiori risorse allo scopo di rispondere alla crisi umanitaria nella Repubblica Centrafricana (CAR). Secondo l’organizzazione Medici Senza Frontiere (MSF), che ha inviato una lettera aperta a Valerie Amos, sottosegretario generale responsabile delle questioni umanitarie delle Nazioni Unite, questa è una decisione che arriva troppo tardi e la cosa più importante ora è che questi mezzi e risorse arrivino sul posto. “Le agenzie delle Nazioni Unite devono fornire una soluzione su misura in risposta alla gravità dei bisogni, e lo devono fare subito”, ha dichiarato Raquel Ayora, direttrice delle operazioni di MSF. “Dopo diversi mesi la situazione umanitaria oramai è gravemente degradata poteva essere fatto molto di più. La decisione è arrivata troppo tardi. Ora bisogna passare dalle parole ai fatti e fare un cambiamento radicale e immediato affinchè le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite rispondano in maniera adeguata a questa crisi”, ha continuato Raquel Ayora. 30.000 persone sono rifugiate nell’aeroporto di Bangui e sopravvivono come possono. MSF fornisce assistenza medica e ha ripetutamente avvertito di questa situazione le agenzie delle Nazioni Unite, chiedendo loro di fornire immediatamente cibo, tende e kit igienici. Tuttavia, fino ad ora non c’è stata alcuna risposta concreta da parte delle agenzie delle Nazioni Unite.  A Yaloké e a Bouca, dove la situazione è critica oramai da due mesi, nonostante le ripetute lamentele e richieste di MSF, le agenzie delle Nazioni Unite non sono ancora intervenute. Le loro attività sono state fino ad ora insufficienti e interrotte in diverse occasioni. Inoltre, le loro squadre sono state rimosse più volte negli ultimi mesi, a volte per lunghi periodi di tempo, interrompendo la risposta ai bisogni delle popolazioni dell’Africa centrale. “Nonostante i grandi sforzi di MSF e le poche organizzazioni presenti, non è stato possibile soddisfare tutte le esigenze. Le agenzie delle Nazioni Unite devono dare una solida, e concreta risposta a questi bisogni”, ha ammonito Ayora. MSF da mesi, o addirittura da anni, avvisa costantemente la comunità internazionale sulla  catastrofica situazione umanitaria, e ha dimostrato che è possibile lavorare sulle attività umanitarie in tutto il paese, nonostante la difficile situazione. Dopo aver subito l’instabilità politica e militare per decenni, la Repubblica Centro Africana ora affronta un’emergenza umanitaria e sanitaria cronica. MSF lavora in RCA dal 1997. Mantiene attualmente sette progetti regolari a Batangafo, a Boguila, a Carnot, a Kabo, a Ndele, a Paoua e a Zemio e ha avviato delle le operazioni di emergenza anche a Bangui, a Bossangoa, a Bouca e a Bria a partire dal mese di marzo. MSF fornisce assistenza medica gratuita a circa 400.000 persone e ha una capacità di circa 800 posti letto in sette ospedali, e due centri sanitari. Le squadre contano oltre 100 espatriati e 1.100 lavoratori centrafricani.

Source msf.mx

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Il Papa Francesco è stato eletto “personaggio dell’anno” 2013 dal quotidiano americano Time, il quale gli ha concesso questo titolo per aver soprattutto cambiato “il tono, la percezione e l’approccio” della Chiesa, questa è la dichiarazione rilasciata mercoledì, 11 dicembre, dal Time Magazine al sovrano Pontefice di origine argentina. L’elogio soprattutto è stato rivolto al Papa, “per aver portato fuori dal suo Palazzo il papato e averlo condotto per le strade, per aver spinto la Chiesa più grande del mondo ad affrontare i bisogni più profondi, e per aver apportato un giusto equilibrio tra il giudizio e la compassione, il Papa Francesco è il personaggio dell’anno secondo il Time”, ha indicato la caporedattrice Nancy Gibbs. “In nove mesi ha saputo porsi al centro dei dibattiti essenziali della nostra epoca: la ricchezza e la povertà, l’equità e la giustizia, la trasparenza, la modernità, la mondializzazione, il ruolo della donna, la natura del matrimonio, le tentazioni del potere” ha menzionato Nancy Gibbs. Di rimando la Santa sede ha risposto a questo annuncio: “Il Santo Padre non cerca la notorietà, e neanche gli elogi. Ma se la scelta di personaggio dell’anno contribuisce ad espandere il messaggio evangelico – un messaggio d’amore di Dio per tutti, allora questa è certamente una buona notizia”, ha indicato il portavoce del Papa, padre Federico Lombardi. Il Sommo Pontefice è stato preferito a Edward Snowden, l’informatico all’origine delle rivelazioni sugli ascolti massivi della sicurezza americana, e a Edith Windsor, avvocato dei diritti dei gay negli Stati Uniti.

Source: france24

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Il Natale ha fatto il suo ingresso quest’anno e ha portato anche dei bei regali. Il primo regalo, che è una vittoria, è stato fatto a Noemi, la bambina baciata da Papa Francesco. Abbiamo accolto con favore la bellissima notizia che questa bambina di appena di 18 mesi ha vinto la sua battaglia insieme ai suoi genitori e a tutti i malati di Sla. Infatti, il Tribunale dell’Aquila, (Presidente Giovanni Novelli, relatore Italo Radoccia e Giudice, Maria Carmela Magarò), ha ordinato l’immediata somministrazione delle cellule staminali. Quindi Noemi potrà curarsi a Brescia secondo la metodologia della Stamina Foundation Onlus. Antecedentemente un’altra battaglia era stata vinta dal Presidente della Stamina Foundation, Vannoni, il quale ha raccontato la verità a today.it. Nell’intervista rilasciata al quotidiano today.it, alla domanda cosa cambia dopo che il Tar ha accettato il ricorso, Vannoni ha risposto: “Cambia che quanto meno c’è una sentenza di giustizia“. In effetti all’interno dell’ex comitato scientifico erano presenti dei membri di parte e il Tar ha capito che gli scienziati nominati dal Ministero non avevano “nè le competenze nè il diritto a bocciare il Metodo Stamina”, continua Vannoni. Ma c’è di più il Tar ha aperto anche un commissariamento estero per il Comitato scientifico. A riguardo Vannoni ha spiegato: “E’ evidente che coloro che hanno preso in esame il metodo Stamina fino ad ora non sono stati imparziali”. L’Errore nasce, ha sottolineato il Presidente della Stamina Foundation, dal principio che “il Ministero della Salute poteva cercare altri esperti e richiedere un’analisi del Metodo Stamina ma questo non è stato fatto”. In realtà è palese che è convenuto dormirci sopra, sbagliando dall’inizio alla fine senza giudicare realmente il caso e senza approfondire nei dettagli la veridicità del metodo, un pò troppo preso sottogamba, e nell’ambito sanitario la superficialità è realmente grave. Auguriamo a tutti i malati un Santo Natale, e speriamo che i miracoli della coscienza continuino ad arrivare.

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Il distretto di Mandritsara nel nord-est dell’isola di Madagascar è in allerta dopo la morte, questa settimana, di almeno 23 persone a causa di una infezione da peste bubbonica. Sono state adottate misure di emergenza per fermare l’epidemia, tra queste una campagna di sterminio e di evacuazione temporanea delle popolazioni a rischio. Nel mese di ottobre, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha avvertito le autorità dell’isola sul rischio di una epidemia da peste bubbonica, una malattia altamente contagiosa. Gli scienziati dell’Istituto Pasteur del Madagascar sono particolarmente preoccupati che questi casi si siano verificati al di fuori del periodo, dal momento che di solito la peste si diffonde, tra luglio e ottobre, ricorda il The Guardian .

CARCERI Malsane

L’origine esatta di questa contaminazione è sconosciuta, gli scienziati prevedono che la causa sono le prigioni malgasce malsane per spiegare la persistenza della malattia nel paese. I detenuti sono infatti i più colpiti dalla malattia, e il CICR ​​ha ricordato i pericoli del sovraffollamento, mettendo in causa i servizi igienici, la presenza dei ratti, che sono i principali vettori della malattia. Nel 2012, il paese ha registrato 256 casi di peste bubbonica di questi 60 sono mortali, e rappresentano un quarto dei casi segnalati in tutto il mondo. In Europa, la terribile peste del XIV secolo ha provocato quasi 25 milioni di persone, più di un terzo della popolazione del continente al momento.

Source: lemonde

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Nei primi giorni di ottobre, Putin annunciava con fermezza che la Russia non “cederà” mai l’Artico. Infatti, l’aerodromo situato nell’isola di Kotelny, la più grande delle isole della regione russa Novosiberiana, è stata riattivata. Il campo di aviazione Temp, che è diventato operativo nel 1949 e lo è stato per 20 anni, ha visto la sua attività sospesa e le sue infrastrutture messe da parte per un uso futuro. Da allora, la politica russa verso l’ Artico è diventata più aggressiva e uno degli elementi di questa corrente è quello di ripristinare il campo di volo, sopra menzionato, per gli aeromobili della Russian Air Force. Nel 2012, c’è stato un incidente di un elicottero durante la visita di alcuni esperti russi sull’isola. Nessuno è morto, ma l’incidente ha rallentato le attività di recupero. Quest’anno le persone e le attrezzature sono stati trasportati lì via mare. Già a settembre una spedizione comprendeva 150 persone e 40 veicoli e macchine. Il processo di riattivazione di base è stato veloce alla fine di ottobre, il primo An-72 di trasporto atterrava proprio in quella zona. Oggi, un servizio di controllo del traffico aereo è presente, insieme agli alloggi, all’approvvigionamento idrico, a una centrale elettrica e di riscaldamento. L’aeroporto non è uno di quei piccoli proprio perché è in grado di ospitare grandi aeromobili come il cargo II-76. Il traffico aereo previsto nel Temp è regolare tutto l’anno e in ogni condizione atmosferica. Esistono piani per continuare l’espansione in un altro campo di aviazione, Tiksi in Yakutsia, ed è stato detto che l’obiettivo della base dell’Artico è quello di proteggere e servire la rotta del Mare del Nord e quella marittima e la zona artica adiacente.

Fonte: The Aviationist

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Yusuf Musa Ahleil Fahri, di 16 anni, è stato ucciso il 28 gennaio del 2011, probabilmente da due colpi di proiettile. A causa della negligenza sui casi legati alla criminalità, a riguardo lo Stato ha impiegato 14 mesi per nominare un procuratore, ma alla fine il caso è stato chiuso. Molti dei nostri articoli, scrive info-palestine, hanno a che fare con la negligenza della polizia israeliana nel corso delle loro indagini, e la morte di Yusuf Musa Ahleil Fahri si aggiunge a questo elenco. Ma per ora, questa è la storia di una negligenza criminale della quale è responsabile il Pubblico Ministero. Il 28 gennaio del 2011, è successo qualcosa nel villaggio di Beit Omar, a sette miglia a nord ovest di Hebron. Le testimonianze raccolte, descrivono un attacco contro i civili israeliani da due direzioni diverse e allo stesso tempo parallele. In entrambi gli incidenti c’è stato un conflitto a fuoco, il secondo si è concluso con un decesso. I testimoni descrivono che un folto gruppo di civili israeliani avevano attaccato il villaggio, tra questi tre sparavano contro i palestinesi, probabilmente con dei fucili d’assalto M-16. Secondo un testimone, gli israeliani stavano celebrando una sorta di cerimonia, cioè stavano soffiando su uno shofar (un corno d’ariete usato per il rituale) quando è stato aperto il fuoco. I testimoni hanno osservato che nessun militare era presente, infatti l’esercito è arrivato dopo la sparatoria. Quando l’attacco era finito, Ahleil Yusuf, che stava aiutando suo padre nei campi, giaceva a terra. La testimonianza di suo padre merita di essere citata: “Sono un contadino, questa è la mia professione principale. Durante le vacanze, i miei figli vengono con me e mi aiutano nei campi. La mattina dell’incidente, prima di andare al lavoro, ho chiesto a mio figlio Yusuf di venire a lavorare con me per tutta la giornata. A un certo punto ho sentito degli spari. Non sapevo cosa stava accadendo e ho continuato a lavorare. Dopo un pò, non so come, alcune persone del villaggio sono arrivate in macchina e volevano portarmi a casa. Non capivo il perché e all’inizio mi sono rifiutato, ma hanno insistito, e alla fine mi hanno portato a casa. Quando siamo arrivati ​​ho visto che l’intero villaggio era radunato vicino casa mia. Ho chiesto che cosa stava accadendo, e mi hanno risposto che mio figlio era stato ucciso. “Come è possibile? gli avevo chiesto di venire a lavorare con me”., ha spiegato aggiungendo “Ecco come ho saputo che mio figlio durante il lavoro, era stato ucciso dai coloni”. Yusuf è stato colpito alla testa ed è morto. Il 3 gennaio del 2013, dopo due anni dalla morte e nove mesi il Procuratore a riguardo non ha fornito nessuna risposta alla famiglia. Sei mesi dopo, il 4 agosto del 2013, il Procuratore notifica che aveva deciso di chiudere il caso il 30 luglio del 2013. La polizia aveva identificato quattro sospetti; il Procuratore ha chiuso il dossier perchè contro tre di questi non ci sono prove e contro il quarto perchè non è colpevole del crimine.

Source: info-palestine

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I resti dell’eroe della lotta anti-apartheid saranno portati in processione a Pretoria Mercoledì, Giovedì e Venerdì. Il Governo sudafricano Sabato ha reso noto che i resti di Nelson Mandela saranno portati in processione a Pretoria per tre giorni la prossima settimana: Mercoledì, Giovedì e Venerdì. “Ogni mattina, il corpo lascerà l’obitorio per essere esposto al pubblico”, ha annunciato il servizio informazioni del Governo. “Invitiamo il pubblico a spostarsi sui marciapiedi quando il corpo passerà per le strade di Pretoria”, hanno sollecitato le autorità.

Settimana di lutto nazionale

Il Presidente Zuma ha riferito che la settimana prossima “sarà proclamata settimana di lutto nazionale”. Tutto avrà inizio a partire da Domenica, 8 dicembre, cominciando da una “giornata nazionale di preghiera e di riflessione”, seguita da tributi locali organizzati dai comuni, i rami dell’ANC – il partito al potere, il partito di Mandela, i sindacati, e le chiese. Una cerimonia nazionale ufficiale sarà tenuta martedì, 10 dicembre, presso lo stadio Soccer City di Soweto, vicino a Johannesburg, e lì che Mandela aveva già indebolito la sua ultima apparizione pubblica alla finale della Coppa del Mondo FIFA 2010. I resti di Mandela saranno quindi esposti anche alla Union Buildings, dall’11 al 13 dicembre, per coloro che voglio rendere omaggio a questo eroe. Il padre della “nazione arcobaleno Rainbow” sarà sepolto Domenica, 15 dicembre, nel villaggio di Qunu (sud), dove ha trascorso i migliori anni della sua vita e dove voleva stabilirsi con i suoi genitori e tre dei suoi figli.

Source: lepoint.fr

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Molte sperimentazioni di terapia genica sono in corso e sollevano le speranze delle famiglie interessate. Ma i risultati non sono (ancora) all’altezza. “Da quando il primo Telethon è stato realizzato nel 1987, abbiamo investito oltre un miliardo di euro nella ricerca”, commenta Laurence Tiennot-Herment, Presidente della AFM-Telethon, che ha aggiunto: “Sosteniamo 34 sperimentazioni di terapia che coinvolgono 26 diverse malattie rare che colpiscono il sangue, il fegato, il cervello, il muscoli e molto altro ancora”. Le malattie vengono dette rare quando colpiscono una persona su 2000. Secondo una stima della Commissione Europea, 5 000 o 8 000 malattie rare interessano 29 milioni di persone nell’Unione europea.

60 bambini guariti

Nel tentativo di fornire una assistenza pratica, AFM-Telethon agisce per tappe. Il denaro raccolto viene investito nella comprensione delle malattie e nella progettazione di trattamenti innovativi, prove, e oggi questi investimenti hanno permesso soprattutto di completare il dispositivo e la produzione di questi trattamenti. Il laboratorio, finanziato in parte dalla AFM-Telethon ha ottenuto dalla Proprietà Farmaceutica della National Security Agency alcuni medicinali e prodotti sanitari. Ed è diventata, come cita il suo direttore, “la prima azienda farmaceutica senza scopo di lucro e il più grande centro di produzione per la terapia genica nel mondo”. Ciò significa che le sperimentazioni di terapia genica sono in aumento adesso, anche se i risultati non sono ci ancora? Certamente, dal momento che i primi tentativi fatti per curare i bambini con gravi immunodeficienze rare sessanta sono stati guariti nel mondo, ricorda l’AFM. Ulteriori test sono in programma tra i quali quelli sull’anemia di Fanconi, a partire dal 2014, allo scopo di correggere la produzione dei globuli rossi.

Miopatia

Un test di terapia genica è stato lanciato presso l’Ospedale Bicêtre (Val-de-Marne) sui bambini per combattere la malattia di Sanfilippo B. “Questa è una malattia genetica molto rara, ma devastante per il cervello, con conseguente morte all’età di 15 anni”, ha sottolineato il neurologo Marc Tardieu, che lavora con l’Unità di Ricerca di Jean- Michel Heard dell’Istituto Pasteur. Il trattamento consiste nell’iniettare un gene correttivo attraverso piccole incisioni in varie aree del cervello allo scopo di mandarlo in circolo e in modo da produrre l’enzima mancante. E’ proprio nell’ambito della miopatia che i lavori sono più frequenti. Un test internazionale fase 3 (ultima fase prima di qualsiasi autorizzazione della vendita sul commercio) con l’Ataluren, una molecola testata anche nella fibrosi cistica, è stato lanciato nel mese di aprile di quest’anno, coprendo il 13% dei ragazzi con distrofia muscolare di Duchenne (2500 pazienti in Europa, tra i quali 250 vivono in Francia), dove il difetto genetico, una mutazione “Stop”, interrompe la produzione di una proteina, la distrofina, la cui mancanza causa la malattia. “Abbiamo dovuto sviluppare degli strumenti per misurare l’efficacia dei trattamenti provati poichè i riferimenti utilizzati nei test per le malattie diffuse non sono adeguati alle malattie rare”, ha apiegato il ricercatore Thomas Voit (Istituto di Miologia), che è a capo di un altro test per un’altra mutazione di questa miopatia.

Source:lepoint.fr

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Le autorità del Mali devono rilasciare immediatamente cinque ragazzi che sono tenuti in cattività da più di sette mesi in un centro di detenzione militare, ha dichiarato Amnesty International Sabato, 30 novembre, in occasione del lancio a Bamako della sua relazione sui diritti umani. Una delegazione di Amnesty International guidata dal segretario generale, Salil Shetty, ha incontrato cinque adolescenti di età compresa tra i 15 e i 17 anni nel centro di detenzione Camp 1 della gendarmeria a Bamako. Uno di loro è un bambino soldato che ha aderito al Movimento per l’unicità della jihad in Africa occidentale (MUJAO). Gli altri quattro sono stati arrestati per i loro presunti legami con i gruppi armati. “Siamo rimasti inorriditi alla vista di questi ragazzi, traumatizzati detenuti con gli adulti in condizioni deplorevoli, ha riferito Shetty. Questa è una chiara violazione del diritto nazionale e del diritto internazionale, e dovranno essere rilasciati immediatamente”. “I bambini devono, semmai, essere detenuti raramente. L’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente in ogni azione rivolta ai bambini”. Uno dei ragazzi, di 16 anni, è stato arrestato dalle forze di sicurezza del Mali a Kidal da più di due mesi, mentre stava uscendo da un negozio una granata è esplosa sul lato opposto della la strada. Gli ufficiali lo hanno subito accusato del fatto e lo hanno percosso, bendato e legato mani e piedi, lo hanno anche bruciato con una sigaretta sul braccio. Un altro ragazzo, di 15 anni, estremamente povero, è entrato nel MUJAO perché aveva sentito che pagavano reclute. Ha lasciato il movimento dopo diversi mesi senza mai essere stato pagato, e lui è stato arrestato dalle forze di sicurezza del Mali nella sua città natale di Kadji vicino Gao. I Soldati maliani hanno anche lui legato e picchiato sulla schiena, e lo hanno bendato. “Le autorità del Mali hanno assicurato che non avevano nessun soldato bambino in custodia, ma è chiaro che questo non è vero”, ha precisato Shetty. Il Governo ha firmato a luglio del corrente anno, con le Nazioni Unite, un protocollo per il rilascio, il trasferimento e la protezione dei bambini associati a gruppi armati, e deve rispettare gli impegni assunti”. Il rapporto di Amnesty International che lancia oggi l’Agenda per i diritti umani, chiede che vengano realizzate indagini approfondite e indipendenti sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse durante gli ultimi due anni da tutte le parti del conflitto. Dall’inizio della crisi, Amnesty International ha documentato 14 uccisioni illegali da parte dei gruppi armati nel nord, e altri abusi orribili dei diritti umani. Una coppia è stata lapidata a morte nel luglio del 2012 per aver avuto rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, e nel settembre del 2012, sei persone hanno subito l’amputazione pubblica della mano destra e del piede destro,  a Gao. Con le mani e con i piedi amputati sono stati poi portati al commissariato di polizia. La relazione fa riferimento anche alla esecuzione extragiudiziale di almeno 40 civili accusati di essere vicini ai gruppi armati. I ricercatori di Amnesty International hanno parlato con un uomo che ha visto i soldati gettare i corpi in un pozzo a Sevare nel mese di gennaio del 2013, il quale emanava un fetore pestilenziale. Il procuratore di Sevare ha comunicato che ha aperto un’inchiesta sulle uccisioni, ma a tutt’oggi, Amnesty International non ha ricevuto nessuna informazione sui risultati di queste indagini. La delegazione di Amnesty International ha incontrato le famiglie dei 20 soldati scomparsi dopo essere stati rimossi dal campo militare di Kati a maggio del 2012. Erano sospettati di aver pianificato un colpo di Stato contro il generale, Amadou Haya Sanogo, che aveva guidato il colpo di Stato a marzo del 2012 in Mali. Le famiglie delle vittime avevano accolto con favore che il generale Sanogo, era stato arrestato e giudicato colpevole, di sequestri di persona e omicidi Mercoledì, 27 Novembre di quest’anno. Sagara Binto Maiga, Presidente del Collettivo delle mogli e dei parenti dei berretti rossi dispersi, ha raccontato: “Dopo la sparizione dei nostri figli e dei nostri mariti, non abbiamo avuto più notizie di loro. Vogliamo sapere dove sono, cosa gli è successo o se sono vivi oppure no”, e ha aggiunto: “Abbiamo finalmente ottenuto una audizione con il Ministro della Difesa questa settimana. Gli abbiamo detto che marceremo nudi se lui non rivelerà cosa è successo ai nostri congiunti. Abbiamo dato come termine di scadenza l’arrivo della delegazione di Amnesty International. Di rimando ha risposto che dobbiamo essere pazienti e che hanno fatto quello che potevano. Il giorno successivo, Sanogo è stato arrestato è stato giudicato”.  ”Amnesty International ha preso atto con soddisfazione degli sforzi compiuti dal Governo per ristabilire la giustizia e lo stato di diritto”, ha reso noto Shetty. Esortiamo il Governo a monitorare costantemente le indagini affinchè esse siano approfondite e trasparenti in tutte le presunte violazioni dei diritti umani, in conformità al diritto internazionale. “ Amnesty International ha anche documentato casi di stupro e altri abusi sessuali di donne e ragazze da parte dei membri dei gruppi armati, tra i quali compare il Movimento Nazionale per la Liberazione del Azawad (MNLA). Una giovane ragazza di 16 anni ha rivelato ai ricercatori di Amnesty International che è stata violentata ripetutamente per due giorni dai membri di un gruppo armato che l’avevano catturata a Gao, la città dove viveva. L’organizzazione richiede un’inchiesta sulle accuse di abusi sessuali, il perseguimento dei responsabili di questi fatti e l’attuazione di programmi di assistenza allo scopo di garantire che le vittime ricevano assistenza medica e psicologica. ”La popolazione del Mali è profondamente traumatizzata dagli eventi degli ultimi due anni”, ha aggiunto Shetty. Bisogna assicurarsi che tutti i responsabili di violazione dei diritti umani siano portati davanti al giudice e ciò è essenziale per la ricostruzione di una pace duratura in Mali. Questo è l’unico modo per aiutare il paese a trasformare questa pagina dolorosa della sua storia”. La Corte Penale Internazionale aveva annunciato a gennaio del 2013 che aveva intenzione di aprire un’inchiesta sui crimini di guerra commessi durante l’ultimo anno del conflitto. Amnesty International ha accolto con favore questa decisione, ma ha invitato il procuratore a prendere atto di tutti i presunti crimini del paese, comprese le presunte violazioni alle forze di sicurezza del Mali.

Source: amnestyalgerie

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“Il perdono libera l’anima, toglie la paura. Ecco perché il perdono è un’arma così potente”.  Nelson Mandela, è morto ieri Giovedì, 5 dicembre, a Johannesburg.


Aveva riassunto in una frase divenuta mito la visione del mondo e dell’umanità che ha fatto di lui il leader più popolare del XX secolo. Le condoglianze arrivano in Sud Africa senza tregua. Il simbolo della lotta contro l’apartheid ha reso la sua anima e il mondo lo piange. Durante la sua vita, il Nobel per la Pace 1993 è stato venerato ben oltre i confini dell’Africa, per aver strappato il suo paese dal regime razzista dell’apartheid e per aver rinunciato ad ogni vendetta contro la minoranza bianca, che lo aveva detenuto per ben ventisette lunghi anni. Qualificato “icona mondiale della riconciliazione” da Desmond Tutu, una delle grandi figure della lotta anti-apartheid, l’ex Presidente sudafricano incarna i valori universali che non sono mai stati sostenuti da altre religioni o ideologie. Un umanesimo all’Africana, profondamente nutrito dalla cultura della sua gente, gli Xhosa, (popolazione africana di lingua bantu), i quali lo chiamavano affettuosamente “Madiba”. “Lontano dall’assumere un ruolo divino, Mandela è al contrario pienamente e totalmente umano: l’essenza dell’essere umano in tutto ciò che questa parola deve e può significare”, ha scritto sul suo connazionale Nadine Gordimer, Premio Nobel per la letteratura. “Ha sofferto e ha languito in carcere per oltre un terzo della sua vita, e ne è uscito senza una parola di vendetta” ha aggiunto Gordimer. “Ha sopportato tutto questo, non solo perché la libertà del suo popolo era il suo respiro, ma perché è uno di quei rari esseri per il quale la famiglia umana è il suo nucleo famigliare”, ha osservato il Premio Nobel della Letteratura. Le sue azioni, alimentate da tributi analoghi hanno creato intorno Mandela una sorta di culto che lui non ha mai voluto. “Uno dei problemi che mi hanno preoccupato profondamente durante la mia prigionia è la falsa immagine che io avevo senza volerlo proiettata nel mondo”, ha dichiarato un giorno ad un giornalista: “Mi hanno considerato un santo, ma io non lo sono mai stato. A meno che non si pensi che un santo è un peccatore che sta cercando di migliorare”, ha aggiunto. Nelson Mandela rimarrà una icona dell’anti-apartheid, e come lui stesso ha detto: “Un uomo che priva della libertà un altro uomo è prigioniero del suo odio”.

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Il Papa Francesco ha annunciato la creazione di un comitato di lotta contro gli abusi sessuali e il sostegno alle vittime, ha confermato il Vaticano. Il Papa vuole che la Chiesa cattolica sia concentrata alla cura delle vittime di abusi, ha riferito Giovedì, 5 dicembre, il Cardinale Sean Patrick O’Malley di Boston, un membro del Consiglio degli Otto cardinali di tutto il mondo, creato da Papa Francesco poco dopo la sua elezione avvenuta lo scorso mese di marzo, allo scopo di ricevere consigli sulle modifiche da apportare all’interno della Chiesa e del Vaticano. Il Papa annuncerà i membri del comitato e le loro funzioni in un articolo che sarà pubblicato prossimamente, ha spiegato. La commissione avrà il compito tra le altre cose, come lo stesso O’Malley ha reso noto, di sviluppare una gamma di modalità di comportamento per la tutela dei bambini e lo sviluppo di regole precise, il controllo penale degli individui, la valutazione psichiatrica di quelli in contatto con i bambini e la collaborazione con le autorità civili per la segnalazione dei reati. E’ stato anche annunciato che saranno inclusi nella collaborazione i vescovi o i superiori religiosi come anche psicologi e sociologi, il rapporto con i fedeli e i media, e la supervisione dei religiosi accusati di abusi. Il G8 ha iniziato Martedì, 3 dicembre, la seconda riunione del gruppo a Roma con il Papa, dopo quello di ottobre. La prossima riunione è prevista per febbraio.

Source:cnnespanol

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Finalmente qualcosa inizia a sbloccarsi con il metodo stamina. Il Tar del Lazio ha sospeso il decreto di nomina della Commissione del Ministero della salute comunica Ansa oggi, mercoledì, 4 dicembre. In seguito alla contestazione davanti al Tar della Stamina Foundation, sulla composizione della Commissione scientifica del Ministero che ha bocciato il metodo, il Tar ha invitato il Dicastero sopra menzionato a realizzare una istruttoria approfondita sul “metodo Stamina”. Dunque il dipartimento ministeriale della Salute dovrà nominare un un nuovo comitato scientifico di esperti e fare una nuova analisi del protocollo Stamina di Davide Vannoni, il Presidente della Stamina Foundation. A giudizio del Tar, “il Comitato doveva porre al vaglio le cartelle cliniche dei pazienti sottoposti al trattamento Stamina presso il Nosocomio di Brescia”. I giudici del Tar lamentano che non stata fatta una analisi approfondita e che dai certificati medici non risultano effetti collaterali negativi, ma allo stesso tempo comprende che si è voluto creare delle disillusioni. In sintesi il Tar invita il Ministero ad approfondire questa istruttoria allo scopo di raggiungere un giudizio definitivo sul caso onde evitare di illudere i pazienti o eventualmente dare ragione a questo metodo e trarre finalmente un sospiro di sollievo per gli stessi malati ma anche per i loro congiunti. Il Ministro Lorenzin in seguito alla bocciatura del Comitato, ha voluto subito attivare le procedure per allestire un nuovo comitato, “perchè ritengo che in questa vicenda non si possono lasciare nel dubbio i malati e i loro famigliari” ha osservato il rappresentante ministeriale della Salute Lorenzin. Tra l’altro il dipartimento ministeriale sopra citato ha rilasciato una informativa dove viene messo in grassetto che lo stesso Ministero nelle prossime ore sarà attivo per la nomina dei componenti del Comitato al quale aderiranno anche studiosi stranieri. La nota del Dicastero aggiunge: “La tempestiva della ripresa dei lavori del comitato scientifico permetterà di compiere gli approfondimenti istruttori indicati dal Tar”. Dunque un “ottima notizia” sottolinea il papà di Noemi come anche per Giorgia e tantissimi altri bambini e persone che hanno bisogno di queste cure. Il Vice Presidente del Movimento “Vite sospese”, Pietro Crisafulli, ha dichiarato: “Finalmente saranno fatti degli approfondimenti sul comitato, come chiediamo da tempo la nostra richiesta è che all’interno del comitato siano integrati esperti super partes, meglio se di caratura internazionale”. Mentre Simona Marrazzo, della Associazione Mattia Fagnoni Onlus, ha asserito: “Ora la speranza è che può essere revisionato il giudizio sul metodo Stamina, magari esaminando anche le cartelle cliniche dei pazienti in cura a Brescia”.

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Ogni anno, il 3 dicembre è una opportunità per l’UNICEF per commemorare la Giornata internazionale delle persone disabili, e soprattutto per ricordare i diritti di tutti i bambini, in particolare quelli che hanno esigenze speciali. Questa è anche l’occasione per rivedere gli elementi chiave della relazione annuale Unicef del 2013 sulla situazione dei bambini disabili in tutto il mondo. I minori portatori di handicap hanno gli stessi diritti di tutti i bambini. Hanno diritto a vivere dignitosamente e a crescere in un ambiente che permette loro di raggiungere il loro pieno potenziale, ma è stato chiaramente dimostrato che questi bambini sono troppo spesso emarginati e stigmatizzati. In tutto il mondo, è stato calcolato che 93 milioni di bambini soffrono di qualche forma di disabilità. Tuttavia, sono pochi i dati affidabili sul numero di minori con disabilità, il loro tipo di handicap e l’impatto che ha sulla loro vita. Ogni anno l’UNICEF pubblica un rapporto annuale sulla situazione dei bambini nel mondo e questa edizione del 2013 è stata dedicata alla causa dell’handicap:

1) – Rapporto “Situazione dei bambini nel mondo 2013: i bambini con disabilità”

2) – Relazione di sintesi

3) – Relazione sui bambini con disabilità in tutto il mondo, versione giovane pubblica.

Ansioso di dare il buon esempio, l’UNICEF ha anche pubblicato il suo rapporto sia in versione braille per i non vedenti che in versione Daisy per i non udenti. Inoltre, in questa Giornata Internazionale del, 3 dicembre, l’UNICEF ha esortato i Governi a rispettare l’impegno preso allo scopo di garantire l’uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini, compreso i bambini più emarginati e vulnerabili. “Insieme, possiamo assicurare ai bambini con disabilità pari opportunità allo scopo di rendere la loro vita più facile e costruire un mondo migliore per tutti, cambiando il nostro modo di percepire la disabilità”, ha concluso l’UNICEF.

Source: unicef.fr

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Ieri, domenica 1° dicembre, un barcone alla deriva aveva raggiunto la zona sud-est di Crotone. Le ultime informazioni hanno reso noto che i 142 migranti che ieri erano sul barcone alla deriva, sono stati tutti tratti in salvo, previa segnalazione di un egiziano, dalla Guardia Costiera e dalla Marina Militare. A bordo del barcone a 75 miglia a sud-est di Crotone 40 era il numero complessivo tra donne e bambini. I migranti secondo le recenti informazioni sono molto provati a causa della impervia traversata, anche se il loro stato comunque risulta discreto. Il peschereccio è stato tenuto sotto il monitoraggio della Guardia Costiera ed è stato illuminato dagli stesse sette mercantili che ieri non erano potuti intervenire a causa delle cattive condizioni meteo e onde evitare il rischio collisione. Intanto sempre a Crotone nel centro immigrazione lo scorso, 28 novembre, un cittadino afgano Buz Hazar, di 27 anni, è stato detenuto dalla squadra mobile di Crotone l’accusa è di tentato omicidio ai danni di un connazionale Sardar Waly, di 38 anni, pubblica la Gazzetta di Parma. Nel centro richiedenti asilo, (Cara), di Crotone Buz Hazar e Sardar Waly hanno avuto un diverbio e Hazar ha colpito con un bastone di legno Waly il quale attualmente è in prognosi riservata e ricoverato presso l’ospedale di Crotone, mentre Hazar è stato trattenuto dalle Forze dell’ordine e anche lui ha riportato delle lievi ferite. L’alterco conclude la Gazzetta di Parma è avvenuto per futili motivi.

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In Afganistan, una commissione sta riflettendo sulla possibile introduzione della lapidazione. Questa punizione mortale prende di mira sia le donne che gli uomini colpevoli di adulterio. Dodici anni dopo la caduta dei talebani, questo progetto ricorda un incredibile ritorno al passato. L’ONG, Human Rights Watch ha denunciato all’inizio della settimana  l’idea della amministrazione del Karzaï di reintrodurre queste punizioni di altri tempi. La commissione organizzata dal Ministero afgano della Giustizia è stata incaricata di fare delle proposte per avanzare una riforma del codice penale. Si tratta di indurire la punizione relativa ai casi di adulterio, di furto e di uso di alcool in conformità al consumo della Sharia, la legge islamica, ha confermato il Ministero della Giustizia. L’inasprimento delle sanzioni riguarda la lapidazione pubblica per gli uomini e le donne sposate. Se invece l’accusa riguarda i single ciò costerà 100 frustate se c’è stata una relazione con una persona sposata. L’ONG, Human Rights Watch, ha denunciato all’inizio di questa settimana questo progetto che ricorda le ore più buie dell’Afghanistan e ha rilasciato una dichiarazione dove denuncia l’amministrazione Karzai per avuto l’idea di reintrodurre la pena un’altra volta. Da ciò si deduce una violazione di tutte le norme internazionali dei diritti umani. L’invito è rivolto al Presidente del Karzai affinchè impedisca questa deriva, e spera che la comunità internazionale faccia pressione sulle autorità afghane. I 16 miliardi di dollari di aiuti promessi ai margini della conferenza di Tokyo lo scorso anno sono stati accompagnati da progressi nel campo dei diritti umani e delle donne.

L’Afganistan e i diritti delle donne

L’Amministrazione del Karzaï, fa buon viso e cattivo gioco per ciò che concerne la condizione delle donne nel paese. Da una parte numerosi casi di esecuzione pubblica hanno fatto scandali nel paese in questi ultimi anni. E il Governo aveva condannato con molta severità questi atti. Alcuni progressi sono stati fatti per proteggere le donne. L’Afganistan ha anche un Ministero per i diritti delle donne. Tuttavia i progressi non sono lontani, denunciano le organizzazioni per la difesa dei diritti delle donne. Bisogna ricordare che nel 2009, il Parlamento aveva votato una legge che legalizzava la violenza coniugale per gli sciiti.

Source: rfi.fr

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Fine novembre e inizio dicembre segnati ancora dal problema immigrazione. Cinquanta immigrati nella giornata di sabato, 30 novembre, sono stato soccorsi al largo di Marettimo nel trapanese. Sabato pomeriggio è arrivata una segnalazione al numero 1530, da parte di un uomo le cui origini, come lui stesso ha dichiarato, sono tunisine, informa il quotidiano ImolaOggi. A 16 miglia a sud di Marettimo un barcone con cinquanta immigrati cercava di avvicinarsi alle coste italiane in condizioni precarie. La Guardia Costiera di Palermo ha subito inviato sul posto una motovedetta della capitaneria di porto di Trapani congiuntamente alla Polizia penitenziaria di Favignana e grazie al monitoraggio dell’elicottero dell’aeronautica militare, i migranti in seguito sono stati trasbordati. Ma anche oggi l’ennesima vicenda è tornata a essere recidiva a 70 miglia da Crotone. Anche qui un barcone con cento migranti ha ricevuto i soccorsi dei mezzi navali e aerei della Guardia Costiera. Il tempo non aiuta i soccorsi, infatti le onde sono arrivate a una altezza di 12 metri. E’ stato un cittadino egiziano al lanciare l’allarme. Da Roma la centrale operativa della Capitanerie di Porto ha subito mandato un elicottero AV139 ma la situazione resta comunque difficile e precaria anche a causa del vento. Nell’area sono stati dirottati sette mercantili, che a causa del tempo non possono intervenire per le condizioni meteorologiche e rischio collisione con il barcone. Previo contatto stabilito a bordo con la Guardia Costiera è stato reso noto che le persone sono 120. Speriamo che nonostante il cattivo tempo non vengano registrati altri morti. 

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Una granata mortale, è caduta questa domenica mattina, 1 dicembre, sulla scuola Charles de Gaulle di Damasco, causando dei danni materiali ma non sono state registrate vittime, ha indicato un responsabile del centro di accoglienza, Bachir Oneiz. “Una granata è caduta alle ore 9, (ore 8 a Parigi), sul camino di una classe. Nessuno è rimasto ferito ma i vetri di alcune finestre sono stati infranti e alcuni muri hanno riportato delle crepe”, ha continuato il responsabile. E’ un miracolo che nessuno è rimasto colpito, nessun alunno e nessun professore e nessun impiegato”, ha spiegato l’infermiera della scuola, Aline Farah. “All’annuncio dell’esplosione, i genitori sono venuti a cercare i loro figli”, ha aggiunto. La scuola francese di Damasco è sita a Mazzé un quartiere a ovest della capitale. Conta 220 allievi che sono per la maggior parte siriani, mentre prima della rivolta contro il regime nel mese di marzo del 2011 ne contava 900. Fatta eccezione delle borse di studio accordate a 40 franco-siriani, la Francia ha in effetti tagliato i suoi aiuti parallelamente alla chiusura della sua ambasciata nel mese di marzo del 2012 allo scopo di sottolineare la sua opposizione al Presidente Bachar Al-Assad, reclamando le sue dimissioni. De facto, le spese scolastiche sono pagate dai genitori e, attualmente, sono le riserve finanziarie della scuola che fanno sopravvivere la struttura. Da mesi, alcune granate di mortaio, che il regime di Damasco ha attribuito ai ribelli, cadono sui vari quartieri della capitale.

Source: lemonde

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Il Dr. Miguel Dorotan conduce una delle prime due squadre di medici arrivati ​​a Dulag, a 30 miglia a sud di Tacloban, una zona duramente colpita dal tifone Haiyan. “Molti dei bambini portano i segni di malattie respiratorie o tracce di polmonite”, ha spiegato. Come membro della joint venture stabilita tra Save the Children e Merlin, l’equipe medica ha visitato quasi 300 pazienti sull’isola di Leyte nei primi due giorni, il dottor Dorotan ha sottolineato che oltre 127 bambini sotto i cinque anni sono malati. La maggior parte dei minori presentano gravi infezioni del tratto respiratorio, e 42 casi richiedono un trattamento contro la polmonite. “Dato il numero di case distrutte, le famiglie oggi vivono in condizioni di sovraffollamento, nelle scuole, nei centri di evacuazione di fortuna o nelle famiglie le cui case sono anche state gravemente danneggiate”, ha continuato Dorotan. “Questo, combinato con le continue piogge e ristagni d’acqua, diventa una sfida alle condizioni di controllo e di riduzione della diffusione della malattia”. Il tifone Haiyan ha causato danni a oltre 1.170.000 famiglie, la metà di questi nuclei famigliari sono completamente distrutti. Con una stima di 3.540.000 sfollati continua a crescere la preoccupazione per i rifugiati in spazi senza condizioni adeguate, che li rendono estremamente vulnerabili alle infezioni, perché nella zona continua la stagione delle piogge. Abbiamo stabilito due cliniche mobili a Leyte questa settimana e siamo stati in grado di raggiungere le comunità più remote di Dulag. E’ stata anche aperta una terza clinica a San Jose, il più grande quartiere popolato di Dulag, dove sono stati trattati quasi 200 pazienti. Sull’isola di Leyte, i medici hanno visitato 729 pazienti negli ultimi sei giorni, mentre 417 sono stati trattati a Panay. L’obiettivo è quello di controllare il più possibile la diffusione delle malattie trasmissibili. Oltre a supportare il lavoro delle cliniche locali, le equipe mediche forniscono una assistenza sanitaria ai cittadini delle aree più colpite di Panay e di Leyte dove le strutture sono state distrutte o sopraffatte dall’enorme afflusso dei pazienti. Il Dr. Dorotan ha attirato anche l’attenzione sul trattamento dei pazienti con tubercolosi, una malattia il cui controllo era già difficile prima dell’arrivo del tifone. Le Filippine sono state classificate al 22.mo posto sulla lista dei paesi con il più alto carico di tubercolosi nel mondo, nel 2012 sono stati segnalati quasi 212.119 casi. Come parte della risposta di emergenza e allo scopo di assicurare che i bambini e le famiglie abbiano un adeguato ricovero di fronte alle grandi piogge e per ripristinare le condizioni minime di dignità nelle loro vite, è stato distribuito un kit di pronto soccorso raggiungendo oltre 30.000 persone oltre 8.000 a Tacloban e a Panay.

Source: savethechildren.es

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Le ultime immagini scattate dalla macchinetta fotografica di William Hong, fotografo della agenzia Reuters hanno sconfortato il mondo intero. Il suo obiettivo ha catturato le immagini del bambino cinese He Zili, un minore di undici anni che vive in condizioni di sottosviluppo nel suo paese, Legato a una catena, come un animale selvatico, He Zili soffre di un severo disturbo mentale e da quando aveva un anno sbatteva la testa sul pavimento, informa abc.es. La sua famiglia assicura che non ha denaro per pagare il trattamento che gli permette di ridurre le aggressività che il suo disturbo psichico gli genera, e a causa di tutto ciò sono stati costretti a legarlo a una catena per risolvere il problema. In Cina 160 milioni di cittadini sono colpiti da disturbi mentali severi come la schizofrenia e la psicosi paranoica. Il caso di He Zili ricorda anche quello in cui vivono in Indonesia mille persone con questo stesso tipo di problema che, come nel caso del piccolo, sono incatenati in centri psichiatrici che adottano un metodo che in questo paese viene definito “pasung”. I malati dormono, mangiano e defecano, in uno spazio di mezzo metro quadrato, senza ricevere sostegno alla loro terribile infermità.

Source: lapatilla

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Le autorità delle Filippine ha censito questo sabato, 30 novembre, 5.632 morti, a causa del tifone Haiyan che ha provocato una grande desolazione lo scorso, 8 novembre, nella regione centrale dell’arcipelago. Citando il Centro Nazionale della Gestione e della Riduzione del rischio dei disastri, sono stati registrati 26.000 feriti e quasi 1.700 dispersi a causa del tifone che causato 10 milioni di danni nella regione orientale di Bisayas. Dei 3 milioni di persone evacuate, solo 218.000 sono state trasferite nei centri di accoglienza, soprattutto nelle isole di Leyfe e Samar. Secondo l’ultimo comunicato del centro disastri filippino, i danni superano i 30.000 milioni di pesos, (circa 699 milioni di dollari o 514 milioni di euro), mentre le abitazioni danneggiate sono oltre 1,1 milione. Le Nazioni Unite hanno annunciato ieri che c’è bisogno urgente di più fondi per aiutare le persone colpite dal tifone. “Le conseguenze del tifone Haiyan hanno comportato numerose necessità e abbiamo bisogno di appoggio affinchè la gente torni ad avere una vita normale”, ha assicurato in una conferenza stampa la coordinatrice umanitaria dell’ONU nelle Filippine, Luiza Carvalho.

“Ricostruire case e la vita delle persone è una priorità”

Le Nazioni Unite hanno sottolineato che alcune comunità le quali dipendono dal mercato alieutico hanno perso le loro barche e i mezzi e che i granai delle zone colpite hanno bisogno di utensili, semi e fertilizzanti perchè i contadini possano di nuovo coltivare i loro campi e non dipendere dalla distribuzione degli aiuti umanitari. In base ai recenti dati il numero dei morti tenderà ad aumentare dal momento che è probabile che saranno scoperti altri cadaveri tra le macerie durante i lavori di pulizia che stanno per essere portati a termine nelle zone colpite dal tifone. Haiyan, con una potenza registrata a 315 km/h, per adesso è stato il tifone più forte mai registrato e il secondo disastro mortale nella storia delle Filippine.

Source: lapatilla

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Ido Naveh è stato arrestato cinque volte in tre mesi e spera di essere nuovamente arrestato se ciò può servire alla sua causa: attirare l’attenzione sulla condizione dei richiedenti asilo africani che sono attualmente detenuti da diversi anni in una prigione del deserto di Negev. Ogni volta che va in carcere per protestare Saharonim Ido Naveh chiede alle guardie di essere detenuto insieme ai migranti ma ogni volta finisce al posto di polizia. Giovedì, 28 novembre, è andato oltre, e ha organizzato una mobilitazione davanti al Knesset, il Parlamento israeliano. Ancora una volta, la polizia lo ha imbarcato e rilasciato poco dopo. Sito nel deserto a tre chilometri dalla frontiera egiziana, il centro di detenzione di Sarahonim, accoglie attualmente 1.700 migranti africani, principalmente venuti dall’Eritrea, dittatura brutale del Corno d’Africa. La maggior parte di questi richiedenti asilo sono stati arrestati dopo che erano penetrati illegalmente sul territorio israeliano attraversando la penisola del Sinai. Fino a poco tempo fa, una Legge sulla “prevenzione all’infiltrazione” permetteva di trattenerli fino alla loro sentenza per un periodo massimo di tre anni, un testo che l’Alta Corte di giustizia israeliana ha giudicato incostituzionale a ottobre. Le autorità del paese hanno, come termine di scadenza, fino a metà dicembre per raggiungere una soluzione alternativa. Il Knesset, lavora attualmente su una nuova legge che stabilirà la durata massima della prigionia a un anno. Le autorità del paese peraltro hanno spostato i detenuti in un centro di detenzione “aperto” in via di realizzazione un concetto già sottoposto a critiche.

Il Governo israeliano fa tutto il possibile per influenzare l’opinione pubblica sulla questione dei migranti

Quello che subiscono queste persone è una delle cose più vergognose che sono accadute a Israele. Durante l’Olocausto, erano gli ebrei che domandavano l’asilo in un altro paese ed erano rifiutati. L’errore è recidivo. “Se sono qui oggi, è grazie a una famiglia di polacchi non ebrei che ha accettato di nascondere mia nonna e la mia famiglia. Di conseguenza anche io ho il dovere di aiutare coloro che hanno bisogno”, racconta Naveh. Il Governo israeliano fa tutto il possibile per influenzare l’opinione pubblica sulla questione dei migranti. Molti uomini politici, (compreso il Primo Ministro Benjamin Netanyahou), usano peraltro il termine “infiltrati” e li presentano come una minaccia. Molti cadono nella piaga sociale. Una minoranza qui è interessata a loro, ma non su grande scala, la mia speranza è quella di essere aiutato dal momento che non smetterò mai di combattere per una giusta causa, conclude Naveh.

Source: http://observers.france24.com/

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L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha condotto un’indagine approfondita nei campi profughi siriani. E’ preoccupato per la sorte dei bambini. Dopo 32 mesi di conflitto, i minori sono le prime vittime, spesso tagliati fuori dalle loro famiglie. Orfano o separato da una madre o da un padre restano nel paese a combattere, o muoiono sotto le bombe, “una generazione sacrificata”, ha rivelato l’UNHCR. Sono oltre 1, 1 milione nei campi aperti in Giordania e in Libano, i bambini che sono profondamente rimasti traumatizzati e con effetti fisici e psicologici gravi. Oltre 11 000 bambini sono stati uccisi in Siria dall’inizio del conflitto. Spesso soli, senza nè padre e né madre, i bambini rifugiati siriani sono sottoposti allo sfruttamento. Altri sono costretti a lavorare, a diventare il principale sostegno delle loro famiglie. Dall’età di sette anni, iniziano a svolgere vari compiti nei negozi e nelle boutique.

I salari dei bambini sfamano una famiglia su due

Lo studio dell’UNHCR ha riferito che in 11 dei 12 governatorati della Giordania, quasi uno su due famiglie sopravvive in parte o completamente attraverso il salario di un bambino. Pochissimi vanno a scuola. Vivono nell’emarginazione e nell’insicurezza. Quasi 70.000 famiglie di profughi sono orfani di padre, e sono rimasti nel paese per combattere oppure sono morti in guerra. Inoltre, all’interno dei campi, i ragazzi sono addestrati a combattere per un ritorno in Siria. L’Alto Commissario parla di una generazione sacrificata innocente e una vergogna per la comunità internazionale.

Source: rfi.fr

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“Mentre fino a 3 milioni di rifugiati siriani cercano di fuggire dalla guerra e dalla distruzione, l’UE fa costruire recinti di filo spinato, installa telecamere di sorveglianza e invia navi da guerra nel Mediterraneo, allo scopo di impedire ai rifugiati di entrare”, scrive il Jyllands-Posten. Il quotidiano riassume le iniziative in corso in Europa in questo ordine, partendo dalla barriera di 10,5 km eretta da Atene lungo il confine greco-turco fino ad arrivare a quella di 30 chilometri che la Bulgaria ha costruito sul confine con la Turchia. Tali misure possono costringere i rifugiati a “tentare delle deviazioni mortali per raggiungere l’Ue”, ha riferito al giornale un rappresentante della Croce Rossa. Dal loro canto, le autorità greche hanno rilasciato oltre 2.000 domande d’asilo ai profughi siriani, “ciò è contrario alle convenzioni internazionali in materia di asilo e questo preoccupa l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati” sottolinea il Jyllands-Posten.

Source: presseurop.eu

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In un rapporto pubblicato Mercoledì, 27 novembre, l’ONG Human Rights Watch ha lanciato l’allarme sul destino dei rifugiati siriani in Libano, e ha riferito che alcune di loro hanno subito abusi e molestie sessuali. Violenza sessuale, molestie, sfruttamento: questa è la sorte delle donne siriane rifugiate in Libano, denuncia Human Rights Watch (HRW) in un rapporto pubblicato Mercoledì, 27 novembre e che ha preso a campione una dozzina di testimoni. Dal momento che il conflitto iniziato nel marzo del 2011 ha devastato la Siria, la Terra di cedro ospita quasi un milione di profughi siriani di questi tre quarti sono donne e bambini. Questa popolazione rappresenta un terzo della popolazione di questo piccolo paese, che ora a malapena fa fronte a questa situazione.

Paura di lamentarsi

Mentre fuggivano dalla violenza esplosa nel loro paese la quale metteva a rischio la loro vita, alcune donne siriane sono state aggredite e molestate dai loro datori di lavoro o proprietari. Le rifugiate siriane non sono le uniche donne in Libano a essere state sottoposte a questo tipo di aggressione, ma senza dubbio sono le più vulnerabili e le più indifese, afferma l’Ong. Hala, di 53 anni, originaria di Damasco, ha riferito per HRW che il marito è detenuto dal Governo siriano. Per offrire supporto ai suoi quattro figli, ha iniziato a fare la domestica presso le famiglie che vivono in un sobborgo di Beirut, e in nove su dieci famiglie dove ha lavorato, i datori di lavoro hanno cercato di ricevere dei favori sessuali o addirittura di sfruttarla. Hanno cercato di toccarle il seno, per costringerla ad avere rapporti sessuali o di costringerla a dare sua figlia in matrimonio all’età di 16 anni. “Dicevano: ‘Ti daremo più soldi in cambio di sesso o se ci dai tua figlia”, ha rivelato. Nell’impasse Hala non ha più cercato lavoro e adesso dipende e aiuta una chiesa per sostenere la sua famiglia. Oltre a ciò ha raccontato che non ha protestato perché non pensa che le autorità libanesi possono aiutarla. Il rapporto cita la testimonianza di altre undici donne come Hala le quali hanno sostenuto che sono state vittime di molestie e sono state messe sotto pressione per avere rapporti sessuali. Le donne intervistate hanno rivelato per HRW che non hanno taciuto perché non hanno fiducia delle autorità locali e temono ritorsioni o di essere arrestate per mancanza di documenti. Perché se le autorità libanesi concordano ai rifugiati siriani una licenza gratuita per il soggiorno di un anno dopo questo periodo un rifugiato, come altri stranieri in Libano, devono pagare 200 dollari l’anno per rinnovare i loro documenti. Un importo impossibile da sostenere per un gran numero di rifugiati che rischiano di essere arrestati.

Siria: Le donne come arma da guerra

In Siria, le donne pagano un prezzo pesante nel conflitto. Secondo uno studio pubblicato Lunedì, 25 novembre, dalla Human Rights euro-mediterraneo, molte donne sono state stuprate in carcere, usate come scudi umani e liberate per fare pressione e umiliare le loro famiglie. “Gli abusi contro le donne (sono stati volutamente utilizzati) per sconfiggere il nemico sia dal punto di vista simbolico che psicologico”, ha ricordato il rapporto pubblicato in occasione della Giornata internazionale contro la violenza contro le donne. La guerra civile in Siria ha ucciso oltre 120.000 persone e milioni di loro sono costretti ad abbandonare le loro case.

Source: france24

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Oltre il 20% dei bambini a New York vive in una famiglia con scarse possibilità economiche per fornire una adeguata alimentazione, un aumento del 10% rispetto agli ultimi quattro anni, secondo i dati di uno studio pubblicato ieri. L’indagine della ‘Coalizione contro la fame’ a New York è una delle ultime che puntualizza le impressionanti disuguaglianze che vengono vissute in questa città, la quale conta i maggiori miliardari del mondo e centinaia di super-milionari. La Coalizione spiega che l’aumento del numero dei bambini denutriti è dovuto anche agli effetti dell’uragano Sandy, che ha colpito i bilanci dei programmi sociali, e anche a causa dell’economia americana ancora debole. In generale un abitante New York su sei, ossia tra 1,3 e 1,4 milioni di persone vivono in un nucleo famigliare che non ha abbastanza possibilità alimentari e quasi 500.000 sono i bambini denutriti, il 10% in più rispetto a quello registrato tra il 2006 e il 2008, secondo sempre la Coalizione.  A giudizio di Joel Berg, il suo direttore, una successione di tagli al budget lascia presagire che il peggio deve ancora venire. “Mentre i ricchi hanno una alimentazione migliore, tra i nostri vicini, uno su sei lotta contro la fame” ha sottolineato. “Il recente taglio fiscale federale dei buoni alimentari ha aggravato la situazione”, ha specificato. Secondo il rapporto la richiesta per l’accesso alle mense e per la distribuzione degli alimenti è aumentata del 10% nel 2013 mentre il 57% di questi sussidi sono stati privati degli aiuti elargiti dal Governo. Il rapporto critica l’incremento delle disuguaglianze a New York, e ricorda che quasi la metà della popolazione di questa città vive sotto la soglia della povertà o poco sopra.

Source:liberte-algerie

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Il Governo angolano ha deciso di vietare l’Islam e di demolire le moschee: per le Nazioni Unite questa è violazione dei diritti dell’uomo. L’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC) ha dichiarato Martedì, 26 novembre, che è  rimasta “scioccata e costernata” a causa delle notizie relative alla decisione del Governo angolano di vietare l’Islam e di demolire le moschee nei paesi dell’Africa australe.  In una dichiarazione, un portavoce per l’organizzazione pan-islamica, che è composta da 57 membri, ha aggiunto che la decisione del Governo di Luanda “è scandaloso e deve essere condannato con la massima fermezza”, e a cagione di ciò ha invitato le Nazioni Unite e l’Unione africana ad agire “con decisione” contro questa decisione che considera come “una flagrante violazione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, come invece stabilisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici”.  ”La OIC è in attesa che le autorità angolane adottino delle misure immediate per invertire questa decisione e dimostrare la conformità ai principi di pace e tolleranza, tra i quali rientra la tolleranza religiosa”, ha concluso il portavoce.  A Luanda, il rappresentante della comunità musulmana in Angola nel mese di settembre aveva denunciato la persecuzione condotta delle autorità contro i praticanti dell’Islam con la moltiplicazione del blocco e la distruzione delle moschee.  ”Siamo perseguitati, non possiamo praticare liberamente la nostra religione, o pregare, o costruire luoghi di culto, al contrario questo è un diritto garantito dalla Costituzione e dalla legge angolana”, ha rivelato David Ja imam angolano a capo della comunità musulmana dell’Angola. Secondo questo ex cattolico che convertito all’Islam, la religione musulmana è stata istituita in Angola nel 1967 e ha sperimentato una rapida crescita negli ultimi anni, ora vanta 900.000 fedeli nel paese.

Source: gnet.tn

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Nessuno è giudice per poter decidere della vita degli altri, soprattutto perchè la vita è un diritto che nessuno può toglierci, ma a quanto pare a Noemi di 18 mesi hanno detto No per il metodo stamina, hanno detto NO a Giorgia e hanno detto NO a tante altre persone. Questo NO è una vergogna! Il Giudice del Lavoro dell’Aquila ha rifiutato il ricorso per l’acceso alle cure del metodo stamina a Noemi di 18 mesi. Chi siamo noi per decidere la vita degli altri e lasciarla appesa a un filo? Per il papà di Noemi  ”l’amica di Papa Francesco” e per tutti coloro che nutrono delle speranze, si è spenta una luce oggi con l’ennesimo NO. Noemi è stata ricoverata in ospedale d’urgenza al Nosocomio di Chieti, ha rischiato di morire domenica pomeriggio, e oggi arriva il NO del Giudice. E’ assurdo dire NO davanti alla vita quando poi ci opponiamo alle guerre. Il suo papà ha affermato che “chi di dovere deve uscire allo scoperto”. Non si può abbandonare una famiglia e soprattutto una bambina di 18 mesi in balia di una Legge che dice per l’ennesima volta NO alla ricerca sulle cellule staminali. Non è possibile abbandonare Giorgia e Noemi e tante altre persone come loro, c’è una coscienza in fondo a tutto questo. A Roma, c’è stato un corteo per revocare questo no e dire finalmente SI, ed è arrivato davanti a Montecitorio per protestare contro questo rifiuto. “Vogliamo curare solo i nostri figli” gridavano i manifestanti, e hanno tutto il diritto a farlo.  Durante la manifestazione, due manifestanti Sandro Biviano e Roberto Meloni che purtroppo sono costretti a stare su una carrozzina hanno in segno di protesta strappato le flebo e hanno cominciato a dissanguarsi. Un gesto di solidarietà e soprattutto stoico. Non lasciate che i malati muoiano per un NO. Non è possibile rifiutare di fornire delle cure a chi ne ha bisogno, E’ Natale, e a Natale si può fare, si può dare e si può amare di più. Per una volta e per sempre possiamo dire Si a chi ha tutta la voglia di vivere. La vita è un diritto e deve essere rispettato, ma è anche una Legge ed è al di sopra di tutte le Leggi e soprattutto è uguale per tutti. Questo non dimentichiamolo mai!

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La crisi economica più grave della Grande Depressione ha messo in discussione le prescrizioni monetarie appropriate. Le banche centrali che sono state più aggressive, EE.UU e il Regno Unito, stanno studiando il momento più proficuo per ritirare i loro incentivi senza generare squilibri economici, mentre i ritardatari quelli dell’Europa e del Giappone lo stanno accelerando. I libri di storia ricorderanno nelle poche decadi la difficile crisi economica che aveva devastato i paesi in via di sviluppo tra il 2008 e un termine di uscita che solo il tempo potrà determinare. In queste pagine i protagonisti, come mai era accaduto nella storia dell’economia, sono gli Istituti di credito centrali, i quali con il passare degli anni sono diventati gli autentici salvatori dell’economia. Nel loro ruolo di prestatore in ultima istanza, hanno evitato una crisi della liquidità che minacciava di provocare una caduta graduale del sistema finanziario globale, come se si trattava di un effetto domino nel 2008. Questi protagonisti della storia economica del secolo XXI devono tuttavia ancora scoprire come sarà l’uscita dalla crisi con alcune politiche monetarie che solo il tempo determinerà se sono state o no accertate. Negli EE.UU o nel Regno Unito la strategia seguita è stata quella di fornire forti stimoli quantitativi allo scopo di incentivare la economia e adesso sembra che sia arrivato il momento per ritirarli. Al contrario il Giappone e l’eurozona, più conservatori nella loro politica espansionistica, tentano di spingere l’acceleratore affinchè gli indizi per uscire dalla crisi siano qualcosa di più di un contesto economico di poveri dati economici positivi. Un corsa in direzioni opposte dove la Banca del Giappone, (Boj), e quella del Regno Unito, (BOE), sembrano avere preso il sopravvento rispetto alla Banca Centrale Europea, (CE), e alla Riserva Federale, (FED). I prossimi mesi saranno la chiave di rotta che andranno a prendere i leader delle diverse entità mentre i mercati sono attenti a ogni minimo segnale che permette di prevenire le loro decisioni. Al contrario di quello che sembrava nei mesi passati, il primo leadere di una delle Banche centrali dei paesi sviluppati, a iniziare la ritirata degli stimoli potrà essere Mark Carney, il Presidente canadese della Banca d’Inghilterra. Nominato per essere incaricato a condurre una politica monetaria per uscire dalla crisi, potrà essere quello in testa alla corsa per ritirare gli incentivi. Il buon disimpegno della economia britannica, con una disoccupazione del 6,7%, ha condotto Carney a anticipare le sue previsioni di aumento dei tassi dal 2015 al 2016. Tuttavia ogni volta numerosi esperti credono che tutto ciò arriverà prima: un sondaggio di Bloomberg dimostra che il 25% dei gruppi di analisi sperano in un aumento il prossimo anno, mentre solo il 17% crede che lo farà la Fed nel 2014. L’iter verso il ritiro degli incentivi della istituzione monetaria statunitense farà un altro percorso, in un primo momento, attraverso un taglio del suo programma quantitativo espansionistico (QE, il suo acronimo in inglese). Le iniezioni mensili di 85.000 milioni di dollari avranno una data limite, ma è difficile prevedere quando. Ogni volta sempre più analisti escludono un taglio tra dicembre e gennaio, le ultime che vedranno Ben Bernanke come Presidente della Fed. Le redini della politica monetaria saranno affidate a Janet Yellen, quindi probabilmente sarà lei a condurre la fine delle iniezioni dell’istituzione, una economista che, d’altra parte, è chiaramente favorevole al mantenimento degli incentivi se offrono un vantaggio al mercato del lavoro. L’ironia di una colomba che ritira le politiche espansionistiche. La Yellen dovrà necessariamente spostarsi verso un mercato federale (FOMC), con un maggior numero di falchi, cioè coloro che si basano sulla efficacia di una politica monetaria più prudente. ”Sette dei dodici membri dell’entità saranno cambiati nei prossimi mesi, e sostituiti dai membri appartenenti a un’ala più dura” ha confermato il team di analisi della Deutsche Bank. Il consenso del mercato crede che la ritirata degli incentivi inizierà gradualmente a marzo.

Source: eleconomista.es

 

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La polizia britannica ha annunciato che tre donne sono state recentemente liberate da una casa a Londra, dove sono, secondo il loro racconto, rimaste sequestrate per oltre 30 anni da una coppia, oggi sessantenne. A riguardo è stata aperta un’inchiesta. La polizia britannica ha annunciato che Giovedi, 21 novembre, ha liberato alla fine del mese di ottobre 3 donne che sono state detenute contro la loro volontà per oltre 30 anni in una casa a Londra. Il loro rilascio è stato orchestrato dopo che la polizia era stata allertata da una associazione per la lotta contro la schiavitù e i matrimoni forzati. I sospettati, un uomo e una donna, entrambi di 67 anni, sono stati arrestati. Le tre donne sono, una malese di 69 anni, una irlandese di 57 anni, e una britannica di 30 anni. “Tutte e tre sono rimaste estremamente traumatizzate e sono state portate in un luogo sicuro dove sono sempre tenute sotto controllo”, informa un comunicato della polizia.

Nessun abuso sessuale, ma solo danni fisici

“Le signore sono totalmente terrorizzate da queste persone”, ha riferito Aneeta Prem, fondatrice della Freedom Charity, ai microfoni del canale Sky News, e ha aggiunto che le tre vittime che sono state in grado di uscire dalla abitazione da sole, non hanno subito abusi sessuali, ma a giudizio della Prem hanno subito danni fisici. ”Tutto ciò, sfida l’immaginazione, è impossibile immaginare che una cosa del genere possa accadere in Gran Bretagna, a Londra, nel 2013″, ha scandito Aneeta Prem. “Una approfondita indagine è stata avviata per accertare i fatti su queste gravissime accuse”, ha rivelato il detective Kevin Hyland, dell’unità per la lotta contro la tratta degli esseri umani. La polizia era stata avvisata nel mese di ottobre dalla associazione “Freedom Charity”, che combatte contro la schiavitù e i matrimoni forzati, dopo aver ricevuto una telefonata da una delle vittime che chiedevano aiuto. “Un documentario televisivo sui matrimoni forzati che sottolinea il lavoro di ‘Freedom Charity’ è stato il catalizzatore”, ha commentato il detective Kevin Hyland.

Source: france24

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Un rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), rilasciato Giovedì, 14 novembre, dimostra che l’Iran ha rallentato lo sviluppo delle sue capacità di arricchimento dell’uranio negli ultimi tre mesi. L’agenzia spiega in questo rapporto che solo quattro centrifughe di prima generazione sono state installate da agosto nell’impianto di arricchimento di Natanz, che ora ne conta 15.204, mentre 1.800 erano state già aggiunte tra maggio e agosto.  Lo stock  iraniano di uranio arricchito è aumentato nel corso dello stesso periodo, che copre l’inizio del mandato del nuovo Presidente Hassan Rohani, da 186 a 196 chili, ossia un incremento del 5%. Questo magazzino comprende oltre 250 kg necessari per sviluppare un’arma nucleare, una volta arricchito al 90%. Secondo la relazione, l’Iran non ha iniziato ad attuare le centrifughe di nuova generazione IR-2M e “nessun componente principale” è stato aggiunto al reattore in costruzione ad Arak. Questo documento dell’AIEA è stato pubblicato pochi giorni prima dei nuovi negoziati di Ginevra tra la Repubblica islamica e il gruppo dei “5 +1″ (Cina, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia e Germania).

Source: france24

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La prima definizione dei sintomi di autismo è stata condotta nel 1943 da Leo Kanner, un medico viennese che viveva in America. Sebbene quello del viennese era un autismo rigorosamente classico e viene riscontrato in una minoranza di persone che hanno qualche ASD; (Disturbi dello spettro autistico), un certo numero di caratteristiche comuni sono condivise dalla stragrande maggioranza di loro, anche se per  ogni caso le manifestazioni sono diverse. In alcuni casi per esempio è possibile riscontrare un importante isolamento sociale, o un disinteresse a relazionarsi con gli altri, anche se altre volte, tentano in modo strano di farlo, senza sapere come, e senza tener conto delle reazioni con l’altra persona. D’altra parte, di solito i soggetti presentano una alterazione delle capacità verbali e della comunicazione non verbale, che possono variare dalle persone che non utilizzano nessun linguaggio fino a quelle che hanno competenze linguistiche fluenti, ma non sanno usarle per intrattenere una comunicazione a due vie. Inoltre, le persone con ASD hanno un repertorio limitato di comportamenti e interessi. Possono presentare lo stesso comportamento ripetutamente, e incontrano problemi a far fronte ai cambiamenti nelle loro attività e nel loro ambiente, anche se minimi. Infine, la capacità di immaginare e capire le emozioni e le intenzioni degli altri sono molto limitate, e ciò rende molto difficile crescere correttamente nel contesto sociale. Il preambolo introduce la storia di una Famiglia di Terrasini nel Palermitano e a raccontare la storia a today.it è proprio il padre, Antonio Palazzolo. Dopo le prime vaccinazioni obbligatorie prescritte dalla Legge il figlio ha riportato dei danni gravissimi. Infatti il bambino ha iniziato a star male dopo i primi vaccini obbligatori. Il primo vaccino è stato realizzato dopo tre mesi la nascita del piccolo, mentre la seconda e la terza allo scadere del primo anno. Ma è stato proprio in seguito a tutto ciò che il bambino ha riportato una serie di conseguenze di salute gravi. In preda a convulsioni, e febbre con il tempo il bambino ha iniziato a presentare delle regressioni manifestando gli stessi sintomi dell’autismo. Ed è proprio qui che comincia il lungo calvario della famiglia Palazzolo che ha iniziato a intraprendere un iter giudiziario allo scopo di dimostrare che il bambino è diventato autistico in seguito alla iniezione dei vaccini. Nonostante il riconoscimento del danno apportato dalla Commissione medica dell’Ospedale Militare del territorio, la famiglia Palazzolo non è stata risarcita dal momento che la domanda non è stata presentata in tempo. Di rimando i genitori sostengono che si sono accorti del danno solo dopo alcuni anni e che rientrano nei termini delle procedure di Legge. Nonostante il nesso riconosciuto dagli stessi medici  del Ministero quest’ultimo cancella la diagnostica confermata dalla Commissione. In questo botta e risposta tra accuse e difese una cosa è certa, il bambino è stato danneggiato e il caso non può essere abbandonato.

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Impariamo a capire prima di giudicare! Il 3 ottobre sono arrivati sull’Isola di Lampedusa, avevano sfidato il mare, la loro vita appesa a un filo per non cadere nel triangolo della morte. Ma prima di tutto questo avevano affrontato ben altro, le sevizie delle scosse elettriche e gli abusi sessuali, da parte dei loro strozzini che chiedono somme ingenti prima di farli imbarcare. Come si può sentire questa gente che affronta mille intemperie che viene rifiutata dagli altri Stati e che vede non davanti a sè l’El Dorado ma un futuro sempre più precario. Hanno lasciato la loro terra, i loro cari e hanno trovato il disagio burocratico oltre a un Italia completamente divisa a livello di opinione pubblica tra il si e il no di volerli accettare. Dopo il tragico sbarco dello scorso, 3 ottobre, i superstiti erano 89 e il, 12 novembre corrente mese, il sindaco di Roma li aveva accolti all’aeroporto e condotti al centro di accoglienza “Teresa Gerini” dei Salesiani di Roma. Erano stati forniti di una lettera di benvenuto, una scheda telefonica internazionale, una cartina della città, un kit di prima accoglienza e 35 euro al giorno di diaria. Credo che se li ricoprivano d’oro la situazione non cambiava, perchè non è cambiata l’aria dell’accoglienza che in alcune zone del nord diventa fitta e pesante come la caligine che può essere tagliata con il coltello. Non è la materia che aiuta a rimanere una persona in un luogo ma l’affetto e il calore di sentirsi comunque a casa. In molti hanno commentato “ecco noi diamo loro” questo e quello e poi se ne vanno. Non sono questi discorsi da fare, e prima di giudicare prima di parlare dobbiamo iniziare a capire perchè gli 89 superstiti, non tutti ma la maggior parte, hanno deciso di sparire nel nulla per raggiungere il Nord Europa e sperare di avere una vita migliore. Non è chiaro il motivo di questa sparizione, nonostante la buona accoglienza di Roma e in maniera indiscussa dei Salesiani che fanno sempre opere di bene. Non bisogna giudicarli, ma bisogna capirli, forse si sono sentiti inutili, o di peso o completamente estranei ma non da chi li ha accolti dalla società che resta comunque divisa tra l’integrarli oppure meno. Proviamo un attimo a riflettere prima di giudicare. A Lampedusa non possono ricevere sussidi e il perchè è ancora da definire, non vivono nella loro terra e l’unica cosa che li aiuta è essere uniti tra di loro e avanzare in un futuro migliore. “Sono liberi di andarsene dal centro di accoglienza e quando otterranno lo status di rifugiati saranno liberi di andarsene anche dall’Italia”, ha chiarito il Campidoglio. Ogni libero cittadino è libero di andare dove vuole cosciente di essere l’artefice del proprio destino, e non è giusto dire “gli abbiamo dato e guarda come ci ripagano” a caval donato non si guarda in bocca. Ma non sono certo coloro che giudicano ad aver dato qualcosa quindi prima di parlare e di giudicare impariamo a capire.

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Il 18 novembre, il treno Olbia-Chilivani-Sassari era partito da Olbia alle 16.55 ma all’altezza di Enas, un torrente è straripato. Questo è il racconto dei passeggeri che hanno vissuto momenti di panico e che sono stati salvati dalla forze dell’ordine di Sassari. Maria Caterina Puggioni racconta per il quotidiano Unione Sarda la triste esperienza. “Ho pregato il capotreno di tornare indietro ma l’acqua oramai non permetteva di fare nessun movimento. I binari erano oramai immersi nell’acqua e a pochi metri di distanza un auto galleggiava”, “qualcuno era dentro, continua la maestra Puggioni, vedevamo i fari e la lucetta interna accendersi e spegnersi più volte, molto probabilmente un tronco di qualche albero caduto stava impedendo all’auto di essere trascinata via”. Il treno dopo pochi minuti ha iniziato a inclinarsi sul lato destro, non era più sui binari. “Il 115 era occupato, ma sono riuscita a mettermi in contatto con il 118 e abbiamo sollecitato i soccorsi”. Purtroppo a causa del maltempo gli aiuti sono stati ritardati. Il capotreno ha cercato di nascondere la tragedia e a confortato e sostenuto i suoi passeggeri. Ad un certo punto racconta l’interlocutrice, abbiamo deciso di metterci tutti sul lato sinistro per bilanciare il peso, ma l’acqua ha iniziato ad aumentare di volume aprendo con forza le porte del vagone e i gradini erano oramai completamente sommersi. Intorno alle 20 quando ha smesso di piovere il livello dell’acqua è iniziato ad abbassarsi alle 20.30 i passeggeri e l’equipe ferroviaria sono stati raggiunti dalle Forze della Polizia arrivati da Sassari, hanno fatto scendere tutti. La maestra ha un ricordo apocalittico del paesaggio di quel giorno. Durante il suo racconto afferma: “Un miracolo è successo”. Vivere questi momenti non è facile e non è facile dimenticarli anche con il passare del tempo. Nel frattempo 200 mila euro sono stati recuperati dalle rappresentanza della Presidenza, altri 110 mila arrivano dai contributi che il Consiglio destina per le iniziative “idonee a valorizzarne il ruolo”. La decisione  è arrivata dopo la funzione riservata alle vittime e per cinque minuti in segno di lutto il Consiglio regionale ha sospeso la seduta. Tutto il mondo si è mobilitato per andare in soccorso del popolo sardo. La CRI continua le sue attività di assistenza e il popolo sardo ne ha davvero bisogno.

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Continuano le attività di soccorso della Croce Rossa Italiana, in Sardegna, dove sono stati allestiti tre centri di accoglienza per gli sfollati, il cui numero ammonta a 2.300. E mentre oggi in Sardegna è stato il giorno dei funerali, non si hanno ancora notizie dell’ultimo uomo disperso Giovanni Farre. Il Vescovo di Tempio, Giovanni Sanguinetti, alla fine dell’omelia ha detto: “Rimbocchiamoci le maniche, bando a sterili polemiche, riprendiamoci il futuro”. La forte commozione unita al dolore e alla disperazione è esplosa quando sono arrivati i feretri di Enrico di 3 anni e di Morgana che aveva solo due anni. Un lungo applauso ha chiuso i funerali ma lo choc rimane. Il Consiglio dei Ministri ha proclamato giovedì, 21 novembre, lutto nazionale. Ma c’è un altro dramma che affligge la Sardegna, è a rischio l’acqua potabile. Infatti venti depuratori e sei potabilizzatori sono completamente fuori uso in Sardegna. Il Governatore della Sardegna Ugo Cappellacci, in una intervista al Tg5, ha dichiarato che 20 milioni di euro sono indispensabili e necessari per le spese immediate ma non sufficienti per risolvere i danni provocati dal mortale alluvione. Il mal tempo non ha colpito solo la Sardegna, ma anche le province di Catanzaro e Crotone e la zona di Vibo Valentia. Anche qui un villaggio di 150 persone, Sellìa Marina, è stato evacuato, a causa della piena del fiume Uria. Sempre nella stessa zona un ponte è crollato, anche se la maggiore preoccupazione è riversata su un ponte ferroviario. Il livello dell’acqua è arrivato a 2 metri dentro le abitazioni e un uomo a perso la vita. L’ispezione aerea della Guardia di Finanza di Vibo Valentia documenta la drammatica situazione nelle campagne, dove molte abitazioni sono rimaste sommerse dalle acque. Anche l’Abruzzo nel ciclone dello stato di emergenza, a Napoli un forte temporale si è abbattuto sulla città, frane e smottamenti anche nella Marsica, il Sud è in ginocchio servono aiuti e solidarietà umana.

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I climatologi a Varsavia lo avevano previsto e preannunciato “arriveranno cicloni sempre più potenti a causa dell’aumento della temperatura degli Oceani”. Dopo il tifone Haiyan, che ha colpito le Filippine, quello della Somalia e nel Midwest ieri una tromba d’aria ha raggiunto i 220 km/h, è arrivato anche il ciclone Cleopatra che ha colpito la Sardegna. La mortale inondazione che si è accanita nelle scorse ore sulla Sardegna ha riportato 18 morti, 2700 sinistrati e numerosi danni materiali.  Il leader del Governo italiano, Enrico Letta, ha già fatto un sopralluogo. I soccorsi che cercano a stento di portare aiuti alle zone inaccessibili a causa di frane e ponti crollati, hanno contato 18 morti, 2.700 persone hanno lasciato le loro case e sono alloggiate in strutture pubbliche insieme ai loro congiunti. Ieri la tempesta ha raggiunto i 450 millimetri di pioggia su una media di 1000 millimetri l’anno. Papa Francesco ha scritto su Twitter: “Profondamente colpiti dalla terribile tragedia che ha colpito la Sardegna, chiedo a tutti di pregare per le vittime, soprattutto per i bambini”. I vigili del fuoco hanno realizzato oltre 600 interventi e molti camion di pompaggio sono rimasti a loro volta bloccati nelle zone alluvionate. La preghiera è d’obbligo in questi casi indipendentemente dalla religione alla quale apparteniamo. Ma la cosa più grave in queste situazioni sono i saccheggi di Olbia dove alcune persone che si sono presentate a nome del Comune o della protezione civile hanno spinto le persone a lasciare le loro case. Alcuni residenti hanno lamentato che non sono stati regolarmente informati. “Un avviso è stato emesso dalla protezione civile con il codice rosso, rischio massimo“. “Il Mediterraneo continuamente in balia delle perturbazioni nordatlantiche che innescano la formazione di numerosi vortici ciclonici, porta un netto peggioramento e una prospettiva di ben 15 giorni di pioggia con connotati sempre più invernali”, ha dichiarato Antonio Sanò del meteo.it. Il numero delle zone colpite dagli alluvioni è raddoppiato negli ultimi dieci anni, da quattro a otto, in una zona di Olbia 13 persone sono morte tra queste una famiglia di tre persone non c’è più a causa del crollo di un ponte stradale, ad Azachena, a pochi chilometri di distanza quattro membri di una famiglia brasiliana sono morti annegati nella loro abitazione nel seminterrato. Offriamo sostegno e appoggio a queste persone che come tutti gli alluvionati hanno bisogno della nostra solidarietà. Non è facile parlare, non è facile pronunciarsi ma non è nemmeno difficile essere solidali.

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Sette bambini sono stati uccisi mentre altri cinque sono rimasti feriti in seguito a una esplosione di una mina nella provincia sud-orientale di Paktika oggi Lunedì, 18 novembre, ha riferito un funzionario. L’incidente ha avuto luogo a Malizi nel quartiere di Khairkot questo pomeriggio. Mentre i bambini giocavano è saltata una mina, ha reso noto il portavoce del governatore. Pajhwok Afghan News ha spiegato che i minori feriti sono stati subito trasportati in ospedale, alcuni sono in prognosi riservata, ha continuato il portavoce del governatore, il quale teme che il bilancio delle vittime possa aumentare. Il colpo, sembra essere opera dei talebani, ma non c’è stata alcuna rivendicazione immediata da parte del movimento insurrezionale. Un altro attentato è stato effettuato Sabato, 15 novembre, a Kabul vicino al luogo in cui la Loya Jirga, grande assemblea tradizionale, sarà riunita la prossima settimana per discutere il mantenimento della presenza militare statunitense nel paese dopo il 2014, hanno indicato fonti vicine alla polizia. “Un kamikaze ha fatto esplodere un’autobomba in una zona dove c’erano molte auto civili,” ha confermato a AFP il capo della polizia di Kabul, Mohammad Zaher. “Sono state riscontrate delle vittime”, ha aggiunto, senza scendere nei particolari. Il Ministero degli Interni afghano ha menzionato in un comunicato che l’attaccante è stato identificato e inseguito dalla polizia prima dell’esplosione dell’auto nei pressi di una stazione di polizia. Le strade del quartiere dove è avvenuto l’attentato sono state bloccate dalle Forze dell’ordine, ha rivelato un giornalista di AFP. L’attacco non è stato rivendicato, ma gli attentati suicidi fanno parte delle armi preferite dai talebani insorti che hanno combattuto la loro cacciata dal potere nel 2001 contro il Governo afgano e le forze internazionali della NATO. La Loya Jirga sosterrà una seduta di quattro giorni a partire da Giovedì allo scopo di prendere in considerazione un trattato bilaterale (BSA), che Washington e Kabul faticosamente negoziano da diversi mesi. L’accordo mira a specificare i termini della presenza americana nel paese della missione di combattimento della Nato verso la fine del 2014, tra queste il numero di basi e di soldati, come anche lo stato di quest’ultimo, e la spinosa questione della eventuale immunità giudiziaria. I talebani hanno annunciato che vedono l’incontro come una “farsa”, e hanno avvertito che i partecipanti saranno “puniti”, se sarà approvato l’accordo.

Source: france24

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I palestinesi di Gaza affrontano quotidianamente delle vere e proprie sfide, oltre a camminare nelle acque reflue, l’energia elettrica viene tagliata dalle 12 alle 18 al giorno, (a seconda delle zone nel paese dove vivono). Anche la carenza dei farmaci essenziali è notevole, quelli utilizzati sono medicinali che in Canada impiegavano negli anni ’60, quindi oltre a una carenza profonda e disperata delle medicine mancano anche le forniture in particolare quella dei ‘materiali di consumo’. 88 macchine per la dialisi renale stanno per smettere di funzionare complicando la vita a 500 pazienti, 45 camere attrezzate per le emergenze e la terapia intensiva presso l’ospedale principale di Gaza saranno chiuse e cinque banche del sangue e dozzine di laboratori medici volgeranno anche loro al termine. Inoltre 3 frigoriferi di grande capacità destinati a conservare i vaccini per i bambini e 113 asili sono a rischio come anche i frigoriferi per farmaci sensibili e i centri per i raggi X. In realtà tutti i reparti e tutti i servizi stanno per cadere nell’ombra. Altra carenza è il gas per uso domestico e il carburante che in combinazione con l’interruzione dell’energia elettrica rendono gli ospedali estremamente vulnerabili, dal momento che il carburante è necessario per i generatori di mergenza che a loro volta sono destinati ad avere una durata di 8, 10 o al massimo 12 ore al giorno. Ma non è finita, è aumentata la disoccupazione, gli attacchi sono empre più imprevedibili dell’esercito sionista, oltre alla presenza costante di droni, come anche degli aerei sionisti da guerra, i carri armati e le navi da guerra. E’ stata vietata l’importazione di materiali da costruzione e 18 progetti delle Nazioni Unite per l’istruzione, la salute, l’acqua e l’energia elettrica non hanno avuto un lieto fine. Il 95% dell’acqua a Gaza non è potabile. L’insulto finale e anche ultimo pericolo, è il trabocco dei liquami sulle strade. Tutto ciò, poteva essere totalmente e completamente prevenibile, ma i palestinesi non sono autorizzati a contenere nei loro stagni  le  reflue come neanche al loro trattamento. Ricordiamo infine, che nel 2007 a Umm Nasr, un villaggio a nord della striscia di Gaza a causa del riversamento delle acque reflue, cinque persone sono morte.

Source: info-palestine

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Piove sul bagnato a Tacloban, nelle Filippine. L’aiuto umanitario è arrivato a Tacloban, la città costiera delle Filippine oramai completamente devastata dalla forza inarrestabile del ciclone, ma la disperazione è così grande che le forze dell’ordine incontrano numerose difficoltà a evitare lo sciacallaggio. Ad aggravare la situazione il meteo, continua a piovere, c’è una depressione tropicale che si è abbattuta sulla regione in queste ultime ore, rendendo sempre più complicato l’arrivo dei soccorsi. Un gran flusso di abitanti fugge dalla città, numerose persone percorrono a piedi chilometri, manca tutto acqua, viveri, abbigliamento insomma il necessario per vivere. Ciò che fa veramente impressione soprattutto è che in numerosi villaggi, non c’è l’eco della vita ma il silenzio della morte, una sensazione da pelle d’oca. Una reatà impressionante ma soprattutto invivibile. Non è facile ristabilire la sicurezza evitare gli sciacallaggi e tutto questo a causa di un forte stato depressivo. Il dramma continua, otto persone sono state uccise durante il saccheggio di un magazzino contenente riso, ha rivelato l’Autorità nazionale dell’Alimentazione. “A Alangalang, sull’isola di Leyte, un muro della riserva per il riso è stato distrutto e otto persone sono rimaste schiacciate e sono morte sul colpo”, ha raccontato Rex Estoperez. Anche se la polizia continua a monitorare il posto, 100.000 sacchi di riso sono stati rubati, ha aggiunto. Cinque giorni dopo il passaggio del tifone Haiyan, alcune persone spinte dalla fame di sopravvivenza si sono armate per derubare le strutture in cerca di cibo e a causa di tutto ciò le autorità hanno dovuto imporre il coprifuoco e spiegare centinaia di soldati a 17 chilometri dal magazzino dove è contenuto il riso. In ogni situazione c’è sempre il rovescio della medaglia e questo è quello delle Filippine.

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Numerosi climatologi riuniti a Varsavia, con prudenza, hanno riferito che arriveranno cicloni sempre più potenti a causa dell’aumento della temperatura degli oceani. Il tifone Haiyan che ha colpito di recente le Filippine, è solo un triste esempio. La conferenza di Varsavia sul cambiamento climatico è stata inaugurata lunedì, 11 novembre, quando le Filippine sono state traumaticamente devastate dal Tifone Haiyan. Tra gli esperti la convinzione di un legame formale tra il ciclone e il riscaldamento climatico avanza con certezza. Lo studio sui cicloni manca crudelmente di un ” database omogeneo, dal momento che i satelliti non esistevano prima degli anni ’70″, ha sottolineato Fabrice Chauvin, ricercatore presso il Centro nazionale delle ricerche meteorologiche di Tolosa. “Non facciamo progressi”, conferma alla AFP, Hervé Le Treut, un docente dell’Università Pierre-et-Marie-Curie, specializzato soprattutto nella modellizzazione numerica del sistema climatico. L’ultimo punto internazionale sul riscaldamento climatico è stato nel settembre 2013, quando il Team di esperti sull’evoluzione climatica, (GIEC), inviato dall’ONU, ha reso pubblico una parte del suo ultimo rapporto. Sebbene siano rimasti prudenti nei loro termini, i climatologi del Giec, hanno confermato che arriveranno fenomeni sempre più violenti, legati all’aumento della temperatura degli Oceani. E’ “virtualmente certo che la massa superiore dell’Oceano ha iniziato a riscaldarsi dal 1971 al 2010″, hanno precisato.

Sempre meno cicloni ma più potenti

Per decenni, il riscaldamento è stato valutato a quasi 0,1 gradi Celsius a 75 metri dalla superficie, fino ad arrivare a 0,015°C a 700 metri sulla superficie. Alla domanda se tutto ciò è dovuto alle attività dell’uomo, e se è superiore alla “variabilità naturale” del pianeta, in seguito alla sua relazione del 2007, il Giec ha risposto “probabilmente” sulla base della modellizzazione, i cicloni saranno in futuro più intensi e più piovosi. Paradossalmente, Fabrice Chauvin, all’inizio aveva rimarcato che queste stesse modellizzazioni informatiche puntano verso un numero più ristretto di cicloni, per varie ragioni, legate all’atmosfera, che comporta un ciclo di venti meno omogenei. “Tuttavia, si verificheranno fenomeni più intensi a livello di precipitazioni”, ha aggiunto. “Dal momento che le temperature della superficie degli oceani sono più alte, questo fattore alimenterà una fonte di energia più importante per i cicloni. Ci sarà dunque una tendenza di cicloni un pò più violenti”, ha spiegato. “Con l’avvento di una temperatura più considerevole alla base, potremo registrare un maggiore fenomeno di evaporazione e quindi maggiori piogge” ha considerato. “E’ possibile pensare che effettivamente, c’è un meccanismo che favorisce cicloni potenti”, ha concluso Hervé Le Treut.

Source:france24

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Sdraiata su un materasso nel corridoio di servizio delle donne presso l’Istituto di Salute Mentale di Gaza, Aya di 17 anni sembra calma e ha l’aria di una bambina innocente, dopo che un infermiere gli ha dato un sonnifero.Non era così calma questa mattina ricorda lo psichiatra, Khitam el Sheikh Ali, che gestisce il servizio, Aya aveva morso una delle infermiere durante un episodio depressivo. La madre della ragazza ha rivelato che aveva portato la figlia in ospedale dopo importanti crisi deliranti, infatti Aya crede che i suoi fratelli stanno escogitando un complotto per ucciderla. Secondo sua madre, Aya da molto tempo soffre di un disturbo psicologico, ma le sue condizioni sono peggiorate dopo la guerra contro Gaza nel 2008. Lo stato di Aya rattrista sua sorella di 22 anni. Ogni volta che le rende visita, controlla il suo respiro mettendo la mano davanti al naso di sua sorella durante il sonno. La famiglia sembra preoccupata e imbarazzata a causa dell’incidente con l’infermiera. Lo psichiatra ha spiegato che “il problema ha avuto luogo, perché la madre di Aya ha fermato il trattamento di sua figlia credendo che una cura religiosa poteva portare giovamento alla ragazza. In realtà, lei ha mandato la figlia in pellegrinaggio alla Mecca. Interrompendo il trattamento, lo stato di Aya si è aggravato”. Sheikh Ali rassicura i pazienti dicendo loro che solo i loro nomi sono iscritti nel fascicolo dell’Istituto, e li incoraggia a raccontare la loro storia.

Dopo la guerra, l’incapacità di adattarsi al mondo

UNRWA (United Nations Relief and Works Agency) ha segnalato oltre il 100% dei disturbi mentali nella Striscia di Gaza dopo l’attacco israeliano nel novembre del 2012. Secondo il rapporto dell’organizzazione, pubblicato a fine gennaio del 2013, il numero di persone curate per una malattia mentale o disturbi da stress post-traumatico (PTSD) è aumentato da novembre a dicembre, il 42% delle persone colpite ha meno di 9 anni. Il direttore dell’ospedale, il dottor Aysh Soumour ha raccontato la storia di Wissam, che ha 17 anni. Suo fratello maggiore ha rivelato che soffre di shock psicologico causato dalle violenze del padre, e ha aggiunto che quest’ultimo era violento verso tutta la famiglia ma Wissam è stato quello più colpito. Un altro paziente, Mouin, 46, tremante, si alza, e si siede in una costante alternanza. Mouin tiene tra le sue mani la sua testa per smettere di tremare nel letto. Soumour ha spiegato che le crisi di Mouin sono apparse subito dopo la guerra, nel mese di novembre. Quando la sua famiglia lo ha portato in ospedale, soffriva di allucinazioni e di schizofrenia. Soumour ha reso noto che il numero di pazienti in ospedale è aumentato del 20% dopo l’attacco nel novembre 2012, e ha aggiunto che i pazienti che sono stati più gravemente colpiti spesso soggiornano per un periodo di 2 settimane. Quando i malati migliorano, vanno a casa. Soumour ha osservato che molti soffrono di gravi ricadute, mentre altri sono depressi. La maggior parte dei farmaci necessari per i pazienti non sono disponibili in ospedale, e quindi vengono acquistati nelle farmacie speciali e a prezzi esosi. Inoltre c’è anche una mancanza di medici presso l’unità di malattia mentale il cui personale ha bisogno di essere rafforzato. Soumour spera che un maggior numero di psichiatri, dopo il diploma, aiuterà questo servizio. Oltre a ciò ha evidenziato che la situazione a Gaza è molto preoccupante come dimostrano i risultati statistici relativi alla salute mentale. Idealmente, dovrebbe esserci un istituto psichiatrico ogni 20.000 abitanti. A Gaza, c’è un istituto per 350.000 pazienti. L’Istituto di Igiene Mentale è costantemente alla ricerca di aiuto e di sostegno per l’ospedale, sia per gli uomini che per le donne, per i servizi pediatrici ambulatoriali o per la cura dei tossicodipendenti. Secondo Soumour, numerosi sono gli sforzi fatti per creare un programma di riabilitazione per i pazienti.

Bambini

Tre psichiatri – Houkmi al-Roumi, Habib al-Hawajri e Yaser al-Shaer – lavorano nel reparto di pediatria. Malak è stato portato in ospedale da suo padre a causa di un disturbo di deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Ha aspettato prima di portare la figlia in ospedale perché aveva paura che la gente poteva dire che sua figlia è malata di mente. I medici gli hanno raccomandato di fare dei test. Roumi, il capo del dipartimento di pediatria, ha asserito che alcune famiglie temono la stigmatizzazione associata alla malattia mentale. D’altra parte, molti nuclei famigliari curano da se stessi i loro bambini malati, precisando che la maggior parte dei minori ricoverati in ospedale soffrono di incubi, di depressione, di ansia, di autismo, di incontinenza urinaria, di disabilità dello sviluppo e di traumi psicologici. Soprattutto i bambini colpiti direttamente dalla guerra. Alcuni di loro hanno perso la famiglia, e le loro case sono state invase o vivono nelle zone del conflitto. Rumi deplora la mancanza di mezzi per consentire una formazione terapeutica speciale, psichiatrica, comportamentale e di riabilitazione. Pertanto, manca l’esperienza di metodi riconosciuti di trattamento per le malattie come l’autismo che colpisce 200 bambini nel centro. D’altra parte, i laboratori e gli strumenti diagnostici come la risonanza magnetica e PET-scan sono assenti. Ciò richiede ai pazienti di spostarsi in altri luoghi per effettuare esami o di andare in cliniche costose. Dopo la guerra, nel novembre, l’UNICEF ha pubblicato i risultati di uno studio sulla diagnosi delle malattie psicologiche tra i bambini di Gaza. Lo studio ha mostrato un aumento del 91% dei disturbi del sonno. Inoltre, secondo questo stesso studio, il 84% dei bambini “è rimasto scioccato o vive nel terrore”, mentre il 85% soffre di una mutazione dell’appetito.

Source: info-palestine

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Quattro bambini palestinesi di età compresa tra i 5 e i 9 anni, venerdì, 15 novembre, sono stati fermati e per oltre un’ora i militari israeliani li hanno lasciati con le mani legate, cita AFP riportando le dichiarazioni di alcuni testimoni. Un portavoce militare israeliano ha spiegato che le truppe hanno bloccato i minori durante una sommossa esplosa nel villaggio di Kfar Qaddoum, nei pressi di Naplouse, (a nord della Cisgiordania), ma li hanno trattenuti per un breve lasso di tempo. “Un gruppo di bambini palestinesi sono stati individuati mentre stavano per mettere fuoco a alcuni pneumatici” ha raccontato la stessa fonte, “Queste sommosse cominciano di solito con l’incendio delle ruote che fanno rotolare verso le forze della sicurezza”. “I soldati hanno arrestato i bambini allo scopo di impedire i disordini e nel momento in cui è arrivato il comandante sono stati rilasciati”, ha aggiunto, sottolineando che quest’ultimo non ha tenuto conto della loro età, e se avevano oppure no le mani legate. Larmata ha proceduto ad aprire un’indagine su questo incidente ha confermato l’informatore. A giudizio del coordinatore del movimento di resistenza popolare palestinese a Kfar Qaddoum, Mourad Achtaoui, “gli scontri sono iniziati dopo la manifestazione ebdomadaria tra i soldati israeliani, i giovani del villaggio, i volontari e i militari stranieri”, e otto persone sono state colpite dai gas lacrimogeni. “Quattro bambini che erano presenti sul posto hanno stordito i soldati israeliani con le granate e in seguito i soldati li hanno arrestati e hanno legato le loro mani dietro la schiena con i nastri adesivi”, i bambini detenuti sono: Tariq Hikmet, di 9 anni, Hossam Khaldoun, di 7 anni, Malak Hikmet, di 6 anni, e Ahmad Abdessalam, di 5 anni.

Source:info-palestine

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Per quanto tempo ancora dovremo subire le catastrofi affinché la lotta contro il riscaldamento diventi una vera priorità?  Il prossimo, 23 novembre, gli Stati saranno riuniti a Varsavia in occasione della conferenza annuale della convenzione climatica delle Nazioni unite. Si presume che sarà aperto uno sbocco per raggiungere un accordo dove tutti gli Stati garantiranno la loro firma nel 2015 a Parigi. Tuttavia ancora una volta, nulla è stato fatto. I negoziatori in seguito al passaggio del tifone Haiyan, che ha devastato il centro delle Filippine, hanno dato la loro parte di emozione, come era successo lo scorso anno con le vittime del ciclone Bopha, che aveva distrutto l’arcipelago asiatico. Le capitali hanno offerto i loro mezzi umanitari allo scopo di soccorrere i superstiti dando spettacolo a una solidarietà confortante. Ma questa generosità a breve termine non è più sufficiente. Ancora una volta sono state versate le lacrime di coccodrillo dai responsabili politici che sono i primi a non avocare a loro politiche coraggiose destinate alla riduzione dell’emissione di gas nell’effetto serra. Gli studiosi prevedono eventi estremi sempre più intensi. Anche se non possono stabilire un legame diretto tra il cambio climatico e un ciclone, il segretario generale della Organizzazione meteorologica mondiale, Michel Jarraud, ha spiegato, il 13 novembre, che “l’aumento del livello del mare rende la popolazione costiera più vulnerabile alle tempeste, provocando delle conseguenze tragiche come nel caso delle Filippine”. Non solo le Filippine ricordiamo che un anno fa, Manhattan, a New York, era stata sommersa da 4 metri d’acqua al passaggio dell’uragano Sandy, e gli Stati Uniti erano appena usciti dalla peggiore siccità dopo sessant’anni. Nelle megalopoli cinesi, l’aria è diventata irrespirabile. L’europa nel suo insieme, per adesso, sembra relativamente preservata. Ma tutto ciò avrà un termine: nel 2012, l’Europa centrale pativa già le sue peggio inondazioni dopo quasi cinque secoli. Sebbene sembri insormontabile il problema del cambiamento climatico non è irrisolvibile a priori. Nel suo ultimo libro, ‘The Climate Casino’, l’economista americano William Nordhaus, che è stato il mentore del Premio Nobel sull’economia  Paul Krugman, ha proposto l’adozione immediata di una tassa  sul carbone destinata a crescere fino al suo raddoppio nel 2030. L’obiettivo, in primo luogo, è quello di rendere il carbone – la fonte di energia più inquinante ma anche la più utilizzata a livello mondiale – una risorsa troppo costosa per essere sfruttata. Una parte del lavoro sarà quindi portato a termine. Nel momento in cui la timida ecotassa ha messo in rivolta la Gran Bretagna, sono emerse le prime difficoltà per instaurare queste misure costrittive. Ma la mancata adozione porterà a subire delle situazioni sempre più ingestibili.

Source: lemonde.fr

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Decine di vittime del tifone Haiyan sono state sepolte in una fossa comune giovedì, 13 novembre, a Tacloban, quando gli aiuti umanitari hanno finalmente iniziato a raggiungere il mezzo milione di persone sfollate a causa della tempesta. Decine di altri copri sono stati allineati dentro dei sacchi all’esterno dell’Hotel Tacloban City in attesa di essere sepolti. Sei giorni dopo il tifone che ha colpito la costa orientale delle Filippine, alcuni cadaveri ancora giacciono abbandonati lungo le strade, mentre i sopravvissuti cercano i resti dei loro cari tra le macerie. I soldati filippini che viaggiano sui camion hanno iniziato a distribuire acqua potabile e riso, mentre altri gruppi stanno lavorando allo scopo di eliminare i detriti bloccando le strade. La portaerei statunitense USS George Washington è arrivata Giovedì sul mare delle Filippine, vicino alla città di Leyte, ma è ancorare al largo dell’isola di Samar per iniziare a valutare la situazione e distribuire cibo. La portaerei e le sue navi e 21 elicotteri, in base alle previsioni entro breve raggiungeranno le zone più remote. Il bilancio ufficiale delle vittime è attualmente pari a 2.357 morti, ma questa cifra è destinata ad aumentare notevolmente, quando le informazioni arriveranno da altri settori. ”Operiamo 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana”, ha riferito il capitano Cassandra Gesecki, del Corpo dei Marines degli Stati Uniti. Da parte sua, il capo dell’ufficio umanitario delle Nazioni Unite, Valerie Amos, che ha visitato la regione Tacloban Mercoledì, ha riferito che 11,5 milioni di persone sono state colpite dal tifone, o sono perchè sono rimaste ferite, o perchè hanno perso i propri cari o perchè la loro proprietà è stata danneggiata. “La situazione è terribile, decine di migliaia di persone vivono sotto le stelle, esposte alla pioggia e al vento” hanno raccontato i giornalisti a Manila. La priorità delle agenzie umanitarie nei prossimi giorni sarà il trasporto e la distribuzione di biscotti ad alto contenuto energetico e altri prodotti alimentari, oltre a, tende, acqua potabile e servizi igienici di base.

Source: journalmetro

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Ha gli occhi teneri e vispi la piccola Rita, è figlia dei coniugi Lorefice e vivono a Modica, in Sicilia. Rita è affetta dal morbo di Niemann Pick, definito anche istiocitosi o lipoidosi fosfatidica, è una malattia ereditaria lisosomiale, causata da un difetto congenito del metabolismo. L’esame del midollo osseo evidenzia la presenza delle tipiche cellule schiumose di ‘Niemann-Pick’. Piu tardi, durante il decorso della malattia, possono manifestarsi una lieve anemia microcitica, che può rispondere al trattamento con supplementi di ferro, ed una riduzione della conta piastrinica. Segni neurologici precoci comprendono ipotonia e debolezza muscolare, che si manifestano con difficoltà di alimentazione. Le complicazioni frequenti sono episodi ripetuti di vomito e stipsi cronica. A causa delle difficoltà di alimentazione e della splenomegalia, i neonati affetti presentano un deficit della statura e ponderale, mentre la funzionalità cardiaca è normale. La maggior parte dei neonati con malattia di Niemann-Pick tipo A hanno difficoltà respiratorie minime durante il primo anno di vita, con l’eccezione di episodi ripetuti di bronchite e polmoniti intercorrenti o ab ingestis. Dopo un breve preambolo su questa morbo ritorniamo al caso di Rita che fin dalla sua nascita ha condotto insieme ai suoi genitori una guerra di carte bollate e aule giudiziarie. Infatti prima c’è stato il blocco alle cure imposto dalla Aifam poi il ricorso in Tribunale, tutto questo per salvare la vita di una bambina. Purtroppo in Italia anche la nostra salute dipende dalle leggi, in pratica da coloro che le propongono e le adottano e quindi se vivere o perire dipende dalla legge. Non ho capito perchè in Italia esistono degli iter burocratici infiniti, soprattutto per quanto riguarda la sanità, in realtà chi promuove un progetto di legge e chi le adotta deve avere un massimo di coscienza. Non ho usato un condizionale ma una forma imperativa per sottolineare che non è possibile lasciare una neonata e i suoi genitori completamente allo sbando perchè è amorale. Infatti i genitori della piccola Rita, papà Carmelo e mamma Ausilia, sono dovuti arrivare in Lombardia a proprie spese, dopo che avevano ricevuto l’autorizzazione il 17 gennaio di quest’anno dal giudice monocratico Pierangela Bellingeri, e da qui è iniziato il tempo di attesa di quelle cellule ‘miracolose’, che sono l’unica speranza per Rita e tantissimi altri pazienti. Quindi la nostra vita dipende da una autorizzazione, i giudici fanno il loro lavoro dal momento che in Italia le leggi le fanno con le mani e con i piedi e senza cervello. Ma i miracoli esistono Rita ha vinto fin dalla sua tenera età una battaglia, e spero che questa battaglia venga vinta a livello nazionale e internazionale, dal momento che la salvezza della nostra vita dipende da una autorizzazione. Ma non è finita a maggio di quest’anno, la Camera aveva approvato il decreto Balduzzi 24/13 sulle staminali, con 504 sì, un voto contrario e 4 astenuti, il testo che era tornato al Senato per l’adozione definitiva è stato, il 25 maggio di quest’anno, licenziato. Questo significa che sono stati stanziati solo 3 milioni di euro per 18 mesi e solo nelle sedi individuate dal Ministero della Salute e sotto stretto controllo di quest’ultimo, dell’Agenzia italiana del farmaco e dell’Istituto superiore della sanità. Invece di agevolare e di ampliare i settori della ricerca, questa è stata una vera sconfitta per le famiglie dei malati, le associazioni che le sostengono, Davide Vannoni, Presidente di Stamina e Marino Andolina, il pioniere dei trapianti staminali in Italia.

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Un ciclone tropicale questo fine settimana ha sconvolto le coste del Puntland, una regione semi-autonoma della Somalia. In base alle recenti stime il bilancio ufficiale delle autorità regionali di Martedì, 12 novembre, è di 141 morti, centinaia di dispersi, migliaia di capi di bestiame uccisi e case e edifici completamente distrutti, mentre diciassette barche da pesca sono state travolte. Le autorità del Puntland stanno cercando di fornire aiuti umanitari, ma i danni causati dall’uragano rallentano notevolmente i sussidi umanitari. Il Ministro degli Interni del Puntland, ha reso noto che è davvero una situazione molto triste. Il ciclone denominato “Zero 3 A” ha colpito gran parte della costa, patria di oltre un milione di persone. Secondo il servizio idrico del Puntland, Swalem, in 48 ore sono caduti 250 millimetri di pioggia, che equivalgono a un anno di precipitazioni. Il danno è notevole, e il Governo riesce a malapena a rilevare i danni in alcune zone dal momento che sono completamente inaccessibili. Le linee telefoniche e le strade sono inesistenti. Alcune strade sono distrutte per centinaia di metri. ”La prima cosa da fare è una valutazione rapida aerea, e se questo non sarà possibile, sarà fatta su strada. Le Organizzazioni delle Nazioni Unite restano in attesa di ricevere maggiori ragguagli. L’assistenza sarà offerta una volta che sarà resa un’idea dei bisogni. Ma dalle cifre fornite dalle autorità, probabilmente abbiamo una emergenza umanitaria nelle nostre mani”, ha dichiarato a RFI, Edem Wosornu, capo dell’ufficio del coordinamento umanitario delle Nazioni Unite in Somalia. Il Ministro degli Interni ha invece aggiunto, nel frattempo, che il Puntland ha ricevuto il sostegno umanitario, ma che non è sufficiente e che la comunità internazionale deve intervenire immediatamente. Contattato da RFI, Abdullahi Ahmed Jama, ha invitato la comunità internazionale a fornire entro breve cibo, medicine, riparo e mezzi aerei allo scopo di poter raggiungere le aree tagliate fuori dal mondo. “La situazione è molto triste. E questo è solo l’inizio. Il bilancio in base alle previsioni sarà aumentato quando saranno raggiunte le zone tagliate fuori dal mondo. Il Governo ha fornito i primi soccorsi, ma non bastano. Valuteremo la situazione dopo. La cosa importante da fare ora è salvare le vite umane. Abbiamo bisogno di riparo, cibo, e medicine. Accetto qualsiasi supporto internazionale”, ha insistito Abdullahi Ahmed Jama.

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Source: http://fr.allafrica.com

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L’atrofia muscolare spinale, (Sma), è una patologia neuromuscolare caratterizzata dalla progressiva morte dei motoneuroni, che come indica la parola stessa, sono le cellule nervose del midollo spinale le quali impartiscono ai muscoli il comando del movimento. In Italia lo studio delle cellule staminali, è finanziato dal Governo ma fornisce le sovvenzioni solo ai ricercatori che rispettano le leggi imposte dal Governo. Quindi mentre negli altri Stati l’estrazione delle cellule staminali embrionali da embrione umano è legale, in Italia la legislazione vieta la creazione di banche private per la conservazione, ad uso privato, delle staminali del cordone su tutto il territorio italiano. A causa di queste futili prese di posizione della legislazione italiana le ricerche invece di progredire retrocedono a scapito di tutti quei bambini che soffrono di questa patologia. “Noi non ci arrendiamo” questo è lo slogan per Giorgia, una dolcissima bambina di sei mesi, figlia di genitori emigrati in Germania. E’ fondamentale per questa bambina la terapia delle cellule staminali per curare la malattia neuro-degenerativa della quale la bambina è affetta. Non possiamo abbandonare questa bambina e tanti altri bambini come lei, questa è una battaglia che bisogna portare avanti ad ogni costo per salvare numerose vite, ricordiamo che i bambini sono il nostro futuro e bisogna tutelarli. Non è giusto che in Italia sia stata adottata una Legge che arretra le ricerche sulle cellule staminali quando poi per l’EXPO 2015 sono stati spesi e finanziati miliardi questo è davvero un paradosso. Sul social network Facebook è stata aperta una pagina ‘Aiuto per Giorgia’ (https://www.facebook.com/pages/Aiuto-per-giorgia/1409282979290010) dove invitiamo a mettere mi piace allo scopo di aiutare Giorgia e tantissimi bambini come lei. Oltre alla pagina Facebook è stata aperta una petizione online, (http://firmiamo.it/aiutiamo-la-piccola-giorgia) dove è possibile firmare a favore dell’impiego delle cellule staminali, e soprattutto a pro di una rettifica di una legge che è vergognosa. Il messaggio è chiaro “Non ci arrenderemo mai” tutti insieme uniti per Giorgia e a favore dell’impiego delle cellule staminali.

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Oltre 10.000 morti ha provocato il super tifone Haiyan nelle Filippine, le zone della costa sono difficili da raggiungere, manca tutto. Cibo, acqua, energia elettrica e tanto altro. Gli aiuti umanitari sono arrivati dalla Spagna che ha destinato 200.000 euro negli aiuti umanitari e invierà 2 aerei con sistemi di depurazione dell’acqua e materiale di prima necessità, oltre a 150.000 euro destinati alla Croce Rossa e altri sussidi saranno affidati all’ambasciata di Spagna nelle Filippine. Anche il Papa ha contribuito come sempre ad aiutare i più bisognosi. A riguardo un primo contributo di 150 mila dollari è stato stanziato su disposizione del Papa dal consiglio ‘Cor unum’. Lo stato di calamità nazionale è stato dichiarato lunedì, 11 novembre, dal Presidente Benigno Aquino III permettendo di imporre il controllo dei prezzi e di accelerare lo sblocco dei fondi. Anche gli Stati Uniti hanno contribuito ai soccorsi inviando quasi 90 marines e due C-130 aerei, pieni di cibo e attrezzature. Mentre altri quindici aerei saranno inviati nelle prossime ore. Una donna sopravvissuta al tifone delle Filippine ha dato alla luce una bambina che è stata chiamata Bea Joy in onore della nonna Beatriz, che invece ha perso la vita nel disastro. Il delegato delle Filippine alla conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici, Sano Naderev, ha iniziato un digiuno in segno di solidarietà ai suoi connazionali colpiti dal tifone. In Vietnam le cose sono andate meglio dopo il passaggio del tifone a 120 km/h le 650 mila persone evacuate sono già rientrate nelle loro case e non ha provocato grossi danni, l’aeroporto di Hanoi è rimasto sempre aperto alcuni voli sono stati ritardati e dopo il passaggio di Haiyan è tornato il sole. Nella Cina del sud, in seguito al passaggio del ciclone 4 persone sono morte e decine sono i dispersi. Ma le Filippine, la Siria, Lampedusa e la Somalia hanno realmente bisogno di un aiuto profondo umanitario. La Somalia ha contato 100 morti durante il fine settimana a causa di una tempesta che ha colpito la regione semi-autonoma del Puntland nel nord est della Somalia anche qui centinaia di case sono state spazzate via dalle acque e sono finite nell’oceano.

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specificando nella causale “Aiuti alle famiglie disastrate dal Tifone nelle Filippine”.

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La Bulgaria, che sta affrontando un grande afflusso di immigrati, ha iniziato a rifiutare l’ingresso, nel suo territorio, degli illegali, molti dei quali provengono dalla Siria, passando attraverso la Turchia, ha annunciato oggi Domenica, 10 novembre, un funzionario del Ministero degli Interni. Tra sabato e domenica mattina, “a oltre 100 persone è stato impedito di entrare in Bulgaria” le quali hanno superato illegalmente il confine bulgaro-turco sul massiccio Strandja (sud-est), ha informato la radio pubblica del Segretario Generale del Ministero degli Interni, Svetlozar Lazarov. Quasi 1.200 poliziotti sono stati schierati Venerdì, 8 novembre, su questo lato del confine, caratterizzato da ripidi pendii boscosi, sfidati oramai da mesi da un centinaio di immigrati al giorno, per lo più provenienti dalla Siria. La Bulgaria, che è il paese più povero dell’Unione europea, ha ricevuto quasi 10.000 immigrati quest’anno, ma proprio a causa della precarietà di questo Stato è stato difficile offrire loro degli alloggi. A cagione di ciò, il Governo ha deciso questa settimana di espellere i migranti economici, (perseguitati politici), in particolare quelli provenienti dal Nord Africa e dall’Afghanistan.

Tensioni nazionalistiche

“La situazione tornerà stabile, abbiamo bloccato la frontiera e saranno aperti nuovi centri, per offrire ai migranti un alloggio, in attesa di una loro espulsione o che venga chiarezza su questo caso, ha dichiarato Lazarov. Il Ministro degli Interni, Tsvetlin Yovtchev, aveva assicurato lo scorso Lunedì che “le persone che hanno, ovviamente, un problema umanitario, soprattutto le madri con i bambini riceveranno ospitalità” e che possono muoversi liberamente. L’afflusso dei rifugiati, che ha sorpreso le autorità, ha alimentato le tensioni nazionalistiche, rende noto il sondaggio dell’istituto Alpha Research. Un nuovo partito nazionalista è stato fondato Sabato dalle organizzazioni estremiste, tra le quali compare una organizzazione chiamata “Sangue e Onore”. Il suo programma è stato progettato per “ripulire il paese da questi immigrati che loro considerano immondizia”. Gli abitanti del villaggio Telich (nord) hanno rifiutato con la forza l’apertura di un centro di detenzione per immigrati in una ex caserma e hanno richiesto l’intervento di una guardia notturna onde evitare l’arrivo degli stranieri. Due uomini in questa occasione hanno minacciato di darsi fuoco se questo centro sarà messo in servizio. Venerdì sera, alcuni skinheads hanno colpito nel cuore di Sofia, un musulmano bulgaro che loro avevano preso per un siriano. L’uomo è stato ricoverato in ospedale in gravi condizioni, ha informato Lazarov, ammettendo “una escalation della tensione” nel Paese. Una donna del Camerun ha annunciato in una intervista rilasciata alla televisione di Stato che è stata colpita alla testa nei pressi di una stazione degli autobus a Sofia. Una commessa nella capitale recentemente è rimasta ferita dal colpo di un coltello sferrato da un migrante, mentre difendeva la cassa.

Source: lepoint.fr

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Centinaia di immigrati clandestini sono giunti oggi Domenica, 10 novembre, presso la sede della polizia saudita in seguito ai recenti scontri mortali avvenuti tra la notte di sabato e domenica in un quartiere povero di Riyadh, legati alla campagna di repressione contro l’immigrazione clandestina. Sabato sera, due persone, tra queste un saudita sono state morte mentre 68 persone sono rimaste ferite negli scontri esplosi nel distretto di Manfouha, gli attacchi sono stati concentrati in particolare contro gli immigrati del Corno d’Africa, principalmente di origine etiope, cita una fonte ufficiale. Queste violenze sono state le prime dopo che le autorità hanno cominciato a radiare i clandestini in seguito allo scadere lunedì, 4 novembre, del termine stabilito di sette mesi per la regolarizzazione del permesso di soggiorno o nell’eventualità di lasciare il ricco regno del petrolio. La polizia ha quindi iniziato a perquisire il quartiere, il cui viale principale è stato riaperto al traffico. Ma centinaia di membri della Guardia Nazionale e delle unità speciali della polizia hanno condotto i pattugliamenti anche in altre strade vicine al rione, hanno riferito i testimoni. Uomini, donne e bambini africani, recuperando frettolosamente i loro effetti personali, a centinaia sono saliti sugli autobus messi a disposizione dalla polizia a Manfouha, a sud di Riyadh, spiega un corrispondente della AFP in loco. Altri hanno intasato i taxi, per essere condotti come hanno fatto gli altri passeggeri degli autobus, nei centri, organizzati dalle autorità allo scopo di accelerare le formalità per la loro espulsione. Per una settimana, le pattuglie della polizia sono andati a caccia degli stranieri che non avevano regolarizzato i loro visti, e molti di loro si erano nascosti per sfuggire al carcere o alle multe, che riguardano molti settori della attività economica.

‘Situazione sotto controllo’

Nel quartiere di Manfouha, la polizia non ha dichiarato se gli autori dei disturbi erano clandestini, ma ha comunicato in una nota che gli agenti hanno “ripreso il controllo della situazione”. “Due persone, tra le quali un saudita, sono state uccise negli scontri mentre 68 sono i feriti, tra questi 28 sono sauditi”, ha asserito il portavoce della polizia, citato dall’agenzia di stampa ufficiale SPA, in relazione all’arresto di “561 persone tra i quali anche gli istigatori ai disordini”. Secondo la stessa fonte, gli immigrati “hanno tentato di creare delle barricate sulle strade nella zona, lanciando pietre contro i cittadini e i residenti e minacciandoli con i coltelli”. Un gran numero di negozi e di auto sono stati danneggiati. Alcuni testimoni hanno raccontato alla AFP che i residenti sauditi e gli stranieri, incoraggiati dalla campagna contro l’immigrazione clandestina, hanno attaccato Sabato, 9 novembre, con colpi di bastone, alcuni ipotetici immigrati clandestini i quali sono stati accusati di aver trasformato il loro quartiere in “un covo di depravati”. La situazione è peggiorata quando la polizia è intervenuta dopo che era stato dato l’allarme, ha continuato il portavoce, ma ciò “ha dato la possibilità ai clandestini insieme alle loro famiglie di recarsi alla polizia”, ma non ha rilasciato riferimenti sulla nazionalità o l’identità della seconda persona uccisa negli scontri. Tuttavia ad Addis Abeba, il Governo ha annunciato che Sabato l’Etiopia aveva deciso di rimpatriare i propri cittadini presenti in Arabia Saudita dopo che erano stati informati sulla morte di un etiope che è stato ucciso dalla polizia saudita.

Relatore dell’Onu in Qatar

Le violenze hanno coinciso con la visita in Qatar, e in altri paesi del Golfo, del relatore delle Nazioni Unite sui diritti dei migranti, François Crépeau, in missione Doha sulla situazione degli espatriati, vittime di abusi secondo le ONG. Nel quadro della campagna in Arabia Saudita, oltre 900.000 immigrati clandestini hanno lasciato il regno dall’inizio del 2013. Il Ministero del Lavoro ha sollecitato i clandestini a prendere le misure necessarie per regolarizzare il loro status o ad “assumersi le conseguenze del loro ritardo”. I trasgressori rischiano fino a due anni di carcere e una multa di 100.000 riyal (27.000 dollari). Le autorità pensano che questa politica riduca il numero di immigrati, che in base alle recenti stime ammonta a 9 milioni di persone su 27 milioni di abitanti, e favorisca l’occupazione dei sauditi nel regno, dove il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,5%. Ma la partenza forzata degli immigrati clandestini ha provocato una carenza di manodopera a buon mercato, anche se gli esperti stimano che questo è un beneficio a lungo termine per l’economia del paese.

Source: lepoint.fr

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Oltre all’arresto del somalo Muhidin, nelle prime ore di questa mattina, la Marina Militare italiana a Capo Passero in provincia di Siracusa grazie all’intervento di un sommergibile, hanno individuato una nave ‘madre’ la quale è stata messa sotto sequestro, e ha arrestato 16 scafisti e prestato soccorso a 250 migranti trovati su un’altra imbarcazione rilasciata dalla nave ‘madre. Le indagini sono ancora in corso e permettono anche di confermare l’incubo che rappresenta il tentativo di accesso a un mondo migliore per i migranti. Non solo le testimonianze dei sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre sulle coste di Lampedusa, hanno portato a numerosi arresti degli organizzatori dei migranti trasporto, ma hanno anche rivelato il maltrattamenti di 130 migranti, tra i quali 20 donne. Questo gruppo, come è successo anche alle altre carovane di migranti, era stato preso in ostaggio nel deserto tra il Sudan e la Libia dalle milizie somale, del Sudan e della Libia. Tutte le persone sono state recluse in un campo di tortura per diverse settimane. Tutte le donne sono state violentate, informano gli investigatori italiani, mentre gli uomini sono stati torturati, anche con cavi elettrici e manganelli. Le sevizie servono a fare pressione sulle famiglie degli ostaggi allo scopo di ricevere dai congiunti 2500 euro a persona. Secondo la Direzione Antimafia di Palermo, l’inchiesta sul naufragio è ancora più importante, dal momento che ha permesso per la prima volta di individuare il leader di una organizzazione criminale che gestisce il flusso della immigrazione clandestina, tra il Corno d’Africa, il Sahara, la Libia e la Sicilia.

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L’ira della natura ha fatto tabula rasa, la sua rabbia non ha limiti, non ha coscienza e non ha dialogo, e non fa sconti a nessuno, passa e divora ciò che trova. Il tifone Haiyan ha lasciato alle sue spalle un paesaggio desolato e davanti a tanta desolazione, rabbia e incertezza bisogna avere il coraggio di rialzarsi e guardare comunque avanti. Non possiamo combattere contro la forza devastante della natura un pò troppo arrabbiata anche dalle profonde speculazioni che gli esseri umani hanno fatto su di lei e alla fine sono i poveri innocenti che pagano sempre il prezzo delle ricerche invasive che l’uomo ha voluto fare sulla natura. ‘Nec recisa recesit’, (anche se mi recidi non mi sconfiggi). Non è semplice guardare a un futuro che non c’è, che bisogna ricostruire e che guardandosi intorno lascia un profondo amaro in bocca. L’emergenza supera ogni limite, la furia di un tornado ha lacerato al suolo non solo case e interi villaggi, ma soprattutto ha provocato 10.000 morti una cifra che fa venire la pelle d’oca, un dato che fa riflettere.Sulla terra c’è bisogno di più amore, di più fratellanza, di una maggiore unione poichè davanti alla forza della natura ogni essere vivente è completamente impotente e di questo dobbiamo prenderne atto. Le onde hanno superato alcuni metri, il vento 315, km/h, l’ora del bilancio non tarda ad arrivare, le autorità temono numerose vittime. La polizia regionale dell’isola di Leyte la più disastrata da questo passaggio ha annunciato 10.000 morti. Sull’isola vicina di Samar, il numero delle vittime è di almeno 300 morti, e 2000 dispersi secondo le autorità. I paesaggi sono apocalittici, per decine di chilometri, le case non esistono più. Tutto è stato distrutto dall’immensa ondata di vento. Le coltivazioni di cocco, di banane, sono state rase al suolo e centinaia di persone sono sulla strada a chiedere aiuto, completamente disorientate. Fermiamoci un momento a riflettere, guardiamoci intorno e cosa vediamo! Un popolo distrutto dall’ira furibonda di un tornado, e dall’altra parte del mondo continuano a fare la guerra, continuano a costruire le centrali nucleari, le armi chimiche, e continua soprattutto l’incertezza di un futuro migliore per in nostri figli. Non ha senso fare la guerra, non ha senso costruire centrali, quando poi passa il vento arriva e trascina via tutto. Non ha senso l’odio e il rancore, davanti alla folle corsa della natura. Dobbiamo essere più forti e ritrovare i sani valori, questa gente ha bisogno di assistenza e di coraggio. Per ora gli aiuti arrivano tramite gli elicotteri, soprattutto sulla costa, nei grandi porti colpiti dalle enormi ondate alcuni camion militari cercano a rilento di farsi strada nel centro dell’isola. In totale le isole dell’arcipelago sono cento ad essere state completamente rase al suolo. Le Filippine ogni anno subiscono una ventina di questi cicloni tropicali, ma Haiyan è stato il più potente, classificato di 4° categoria delle cinque che comprendono la classificazione del fenomeno meteorologico.

Haiyan: Colpirà anche il Vietnam lunedì

Ma non è finita purtroppo le autorità vietnamite hanno evacuato 600.000 persone prima dell’arrivo di Haiyan, che colpirà il paese lunedì, 11 novembre, nelle prime ore della mattina. Secondo la stampa ufficiale vietnamita questa è una delle più grandi evacuazioni della storia del Vietnam. Le autorità hanno annunciato oggi domenica, 10 novembre, che le evacuazioni sono già state realizzate. “Abbiamo evacuato oltre 174.000 case, e oltre 600.000 persone prima dell’arrivo di Haiyan, ha comunicato il Ministero vietnamita per il controllo delle inondazioni e tempeste, Tuttavia 200.000 persone nelle province centrali sono state autorizzate a tornare a casa a causa di un cambiamento di rotta della tempesta. Haiyan, avanza rapidamente nella sua folle traversata verso nord/nord-ovest a una velocità di 35 km/h e arriverà lunedì alle ore 7 (12.00 GMT) con un vento a 74 km/h, meno violento rispetto al picco di 300 km/h. Non ha senso fare la guerra, non ha senso costruire centrali nucleari, armi atomiche e armi chimiche, per dimostrare chi è il più potente, davanti alla forza della natura tutti siamo impotenti. Al popolo filippino, Nec recisa recedit…Coraggio!

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La guardia costiera greca ha fermato una piccola nave da carico che presumibilmente trasportava esplosivi, munizioni e 20.000 fucili d’assalto AK-47 in Siria, ha reso noto l’agenzia di stampa pubblica NAMA. Una fonte vicina alla Guardia costiera ha rivelato che la nave è stata fermata Venerdì, 8 novembre, sull’isola di Symi nel Dodecanneso, ed è stata trasferita al porto di Rodi. La Guardia costiera greca ha pubblicato fotografie scattate sulla imbarcazione, di nome ‘MV Nour M’, che trasportava almeno una dozzina di contenitori. Tuttavia la fonte non ha voluto confermare o negare le notizie relative a un grosso carico di armi in quanto i contenitori saranno aperti Lunedì, 11 novembre, alla presenza del Pubblico Ministero e della Polizia doganale. Previ accordi con i web specializzati Vesseltracker.com e Marinetraffic.com, la nave, che aveva issata la bandiera di Sierra Leone, salpava il 25 ottobre dal porto ucraino di Nikolaev e faceva scalo a Istanbul (Turchia) il 30, la città dalla quale era salpata, il 3 novembre. D’accordo con Marinetraffic.com il prossimo porto di destinazione della nave doveva essere era Tripoli (Libia), anche se questo non coincide con il percorso intrapreso dalla nave, che invece ha virato verso est nel Mar Egeo ed è stata fermata a Symi. I media greci precisano che il porto di destinazione doveva essere quello di Iskenderun, nel sud est della Turchia, vicino al confine con la Siria. La nave già aveva attraccato in precedenza in Siria, almeno in una occasione, a novembre del 2010, quando aveva approdato nel porto di Latakia.

Source: El Mundo

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E’ la storia singolare di Brooke Greenberg, una americana nata con una sindrome estremamente rara che ha arrestato la sua crescita all’età di due anni ed è deceduta all’età di 20, ha reso noto suo padre Howard Greenberg. Brooke soffriva della sindrome X, informa l’emittente televisiva americana ABC, ed è morta a causa di una infezione polmonare, ha precisato suo padre, in una intervista telefonica rilasciata alla AFP. “Era una bambina molto speciale, e noi continueremo a pensare a lei ogni giorno”, ha dichiarato il padre commosso. Brooke, viveva nel Maryland con i suoi genitori e le sue tre sorelle, aveva l’aspetto e l’apparenza di una bambina di 2 anni, pesava 7 chili e aveva l’età mentale di una bambina di un anno. Solo i suoi capelli, e le sue unghia dimostravano la vera età, riporta la ABC, che aveva fatto un reportage su questo caso nel 2009. Brooke aveva subito diversi interventi medici urgenti nei primi anni della sua vita a causa di un’ulcera allo stomaco, di un attacco cerebrale, e uno stato letargico inspiegabile che l’aveva fatta dormire per due settimane. Di primo acchito avevano pronosticato un tumore al cervello ma mentre la sua famiglia si preparava al peggio all’improvviso aveva aperto gli occhi e i medici avevano ritirato la loro diagnosi. A 16 anni, Brooke aveva ancora i denti da latte, In auto viaggiava su un seggiolino e la sua famiglia la portava a spasso su un carrozzino. Non riusciva a parlare ma a gesti faceva capire ciò che voleva. Le sue sorelle hanno ricordato alla ABC che tuttavia si ribellava come fanno gli adolescenti. Il Dr. Richard Walker, un medico che ha trattato il caso, ha rivelato alla ABC che aveva costatato pochi cambiamenti nel cervello della bambina nel corso degli anni. Gli scienziati possono trovare la mutazione genetica responsabile di questa sindrome, attraverso i test da laboratorio e cercare di scoprire i segreti della vecchiaia e della mortalità, ha spiegato il Dr. Walker. Il padre di Brooke ha asserito che lui e la sua famiglia non hanno mai sentito parlare di altri bambini con la stessa sindrome, “Ci hanno detto che era un caso su 6,7 miliardi di persone sulla Terra”, ha raccontato alla AFP.

Source: 20minutes.fr

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Guardare le foto e rendersi conto di quello che questa povera gente sta passando anche dopo l’ultimo terremoto, fa venire la pelle d’oca, quello che apprendiamo dai media locali e internazionali è poco rispetto alla grande catastrofe, soprattutto perchè solo chi vive le situazioni come questa o come altre può raccontare realmente quello che si prova. Nelle Filippine, migliaia di soldati sono stati spediti questa mattina nelle zone colpite dal potente tifone Haiyan, descritto come il peggior ciclone dell’anno, che ha scosso duramente Venerdì, 8 novembre, l’arcipelago. Le autorità avevano anticipato la violenza degli elementi e avevano evacuato oltre 125.000 persone, ma le vittime sono già molte: quasi 1.200, secondo un recente rapporto preparato dalla Croce Rossa, mentre secondo le autorità filippine sono molto di più. I successivi bilanci annunciati dalle autorità filippine sono più pesanti con il passare delle ore ma restano incerti perchè le aree più colpite sono ancora inaccessibili alle squadre di salvataggio. Il danno maggiore è nel centro dell’arcipelago delle Filippine, sull’isola di Leyte, in particolare nella città portuale di Tacloban che conta 200 000 abitanti. Questa città era situata sul percorso del tifone quando questo ha raggiunto la massima potenza. Alcuni testimoni hanno raccontato che tutte le case sono state quasi distrutte dal ciclone, letteralmente spazzate dai venti che hanno superato i 315 kmh. In altri villaggi circostanti le onde erano alte diversi metri e le piogge torrenziali hanno causato numerose vittime. Altre città sono irraggiungibili come il porto di Guiuan, punto di ingresso del tifone, che conta circa 40.000 abitanti. Il Ministro dell’Energia delle Filippine, Gerico Petilla, ha visitato la città di Palo, e ha informato che qui il tifone ha provocato centinaia di morti, sempre sull’isola di Leyte. La situazione umanitaria è ancora più grave di quanto la regione è stata colpita dal terremoto del mese scorso, e a causa di ciò 100.000 filippini sono già rifugiati nei campi di evacuazione prima dell’arrivo del tifone.

Source: rfi.fr

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Ha fatto il giro del mondo la foto di Papa Francesco mentre abbraccia un uomo sfigurato da una rara malattia mercoledì, 6 novembre, a Piazza San Pietro, e ha toccato le fibre più sensibili delle persone a livello mondiale. Mercoledì scorso, Papa Francesco ha abbracciato e baciato un uomo malato di neurofibramatosi, una malattia dolorosa che sfigura le persone. Perchè chiede la Cnn questa immagine ha profondamente toccato l’animo delle persone? Secondo la Cnn spagnola esistono tre ragioni: Per tutti i cristiani, la foto di Papa Francesco che abbraccia questo malato, ricorda le memorie di un uomo al quale l’Arcivescovo, Jorge Mario Bergoglio, ha fatto riferimento dopo la fumata bianca della sua elezione a Papa: San Francesco d’Assisi. Un giorno il Santo, quando era giovane, dopo essere montato sul suo cavallo, fuori dalle porte di Assisi, aveva incontrato un lebbroso una malattia comune all’inizio del secolo XIII (tredicesimo secolo). Fin dalla sua infanzia, San Francesco d’Assisi aveva paura dei lebbrosi, e dopo aver sognato Dio che gli chiedeva di cambiare vita, in quel momento iniziava a percepire ciò che Dio gli aveva chiesto. Scendendo dal suo cavallo aveva regalato una moneta al lebbroso e lo aveva baciato. Rimontando in sella e girandosi per salutare l’infermo non c’era più, la leggenda vuole che era Cristo. E’ stato quel momento cruciale della vita di San Francesco d’Assisi, che ha cambiato le carte del suo destino e infatti da quel momento inizia a dedicarsi ai poveri e agli emarginati. Utilizzando le parole di Madre Teresa di Calcutta, “Il povero è Cristo travestito da mendicante”.  Il Papa ha fatto lo stesso, e i cristiani riconoscono in questo gesto un alto livello morale. Più in generale, l’abbraccio del Papa ricorda le immagini di Gesù che guarisce i lebbrosi, ancora una volta un termine generico per individuare una serie di malattie della pelle che nel primo secolo avevano colpito la Giudea e la Galilea. Pochi di noi soffrono di una malattia terribile come l’uomo nella foto, non molti di noi sono fisicamente sfigurati. Ma molti di noi si sentono sfigurati internamente, non sentendosi degni di un amore incondizionato. Eppure Dio non vuole altro che un abbraccio forte come quello del Papa. In questa foto, a un livello più profondo di quanto possiamo essere in grado di riconoscere, vediamo l’immagine di Dio. Nella parabola del figlio prodigo, la storia di Gesù sulla riconciliazione tra un padre e un figlio, c’è una linea meravigliosa. Quando il figlio ribelle torna a casa, dopo aver sprecato la sua eredità in una vita dissoluta, Gesù racconta che il padre vendendo suo figlio in lontananza, gli corre incontro per salutarlo. Avete mai pensato che cos’è l’amore di Dio?. Guardate Cristo. Guardate San Francesco d’Assisi, e guardate il Papa.

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Lampedusa, la polizia ha arrestato un somalo di 24 anni, per aver organizzato il trasporto dei migranti sul barcone che è affondato agli inizi di ottobre provocando la morte di 366 persone. «Ho pregato Dio giorno e notte perché mi facesse rincontrare in vita quell’uomo per fargliela pagare». Questa è la tragica deposizione di un eritreo scampato alla tragedia. Il somalo Muhidin, è accusato di: Tratta di esseri umani, associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento del”immigrazione clandestina, sequestro di persona e violenza sessuale. Muhidin, è stato identificato dai migranti ascoltati dagli inquirenti che lo hanno accusato di aver abusato di numerose donne durante l’attraversamento dello scorso mese di ottobre. Dopo la tragedia, le autorità avevano arrestato il capitano della nave da pesca, un tunisino accusato di omicidio multiplo. Il portavoce della polizia di Palermo, non ha voluto precisare se faceva parte o no dei 155 sopravvissuti del naufragio dello scorso, 3 ottobre. Alcuni testimoni hanno raccontato che Muhidin è uno dei capi dei miliziani che intercettano le carovane di sfollati che attraversano il deserto tra il Sudan e la Libia, allo scopo di arrivare sulle coste del paese nordafricano e successivamente vengono imbarcati per raggiungere l’Europa. Ma l’odissea non è finita. Questi gruppi vengono sequestrati e portati in un centro di raccolta a Sheba in Libia e fino a quando i familiari non pagano un riscatto vengono trattenuti in questo posto. “Abbiamo ricevuto numerose minacce e siamo stati colpiti con i manganelli, addirittura dopo averci bagnato con alcuni secchi d’acqua, hanno preso fili elettrici e ci hanno fatto prendere una scossa, venivamo denigrati e infierivano contro di noi dicendo che se morivamo erano contenti perchè siamo solo dei cristiano inferiori a loro musulmani”, racconta uno dei superstiti. L’ammontare della somma da pagare arriva fino a 6.600 dollari a persona, “Ogni migrante frutta alla organizzazione 7000 dollari” racconta un inquirente, sembra che questa organizzazione ha un legame con i basisti in Italia, ma la situazione politica in Libia non facilita le indagini. In procura hanno spiegato che la situazione diventa sempre più contorta anche a causa della Legge Bossi-Fini, in base alla quale per usare le dichiarazioni dei testimoni, questi ultimi devono essere accompagnati da un legale per poi fare subito un incidente probatorio per determinare le accuse.

 

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Teheran deve fare concessioni e gli occidentali devono cambiare il loro approccio. I punti di vista continuano a essere divergenti tra l’Iran e le potenze 5 +1, (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) sulla questione nucleare, mentre sono stati aperti a Ginevra questo Giovedì, 7 novembre, due giorni di trattative. I negoziati sono molto difficili ha ammesso lo stesso Ministro degli Esteri iraniano, sul suo account Twitter. Non sorprende che Israele ha denunciato in anticipo che è un cattivo affare. A partire da Mercoledì sera, prima della ripresa dei negoziati a Ginevra , gli israeliani avevano denunciato un possibile accordo tra le potenze 5 +1 e l’Iran, un accordo destinato, secondo un funzionario Usa a alleggerire le sanzioni contro Teheran in cambio di una riduzione del suo programma nucleare. Mentre alcuni funzionari israeliani, che hanno chiesto di rimanere nell’anonimato, parlano già di un cattivo affare. L’analisi di Israele è che le sanzioni stanno danneggiando l’Iran e che la pressione costringerà Teheran ad abbandonare il suo programma. Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro ha approfittato della visita del Segretario di Stato americano, John Kerry, per discutere l’argomento. “Fino a quando l’Iran continuerà ad arricchirsi di uranio, e mireranno a costruire la bomba atomica, bisognerà a perseguire la strada della pressione”, ha aggiunto. Da due giorni da Teheran continuano a inviare slogan ‘Morte agli americani, questo è il vero volto del regime iraniano”. Binyamin Netanyahu continua la sua crociata contro l’Iran che per lui è la minaccia numero uno minaccia contro il suo paese, Israele.

Source: rfi.fr

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Quasi un miliardo di euro l’anno entreranno nelle casse dello Stato francese, la eco tassa o tassa ambientale in questo Stato doveva entrare in vigore, il 1 gennaio del 2014, ma è stata anticipata al, 29 ottobre, dal Governo. Questa imposta è destinata a incoraggiare le aziende a scegliere le modalità di trasporto delle merci meno inquinanti. Votata a giugno del 2011 in Europa, è stata già applicata in sei paesi dell’UE. La tassa ambientale riguarda i veicoli oltre le 3,5 tonnellate, e in Francia sono 800.000 (tra questi 200.000 sono stranieri) i mezzi che viaggiano sulle strade, al di fuori delle autostrade. Per raccogliere la famosa eco tassa, alcuni dispositivi (terminali, porte, GPS …) saranno installati lungo le strade e i veicoli saranno dotati di dispositivi elettronici con un sistema di rilevamento satellitare. Secondo gli ultimi dati, la gestione di questo canone costerà tra i 200 e i 250 milioni che lo Stato verserà a Ecomouv, una società privata incaricata nel 2011 da Nicolas Sarkozy di installare il dispositivo per la raccolta delle informazioni e di recuperare il prodotto dell’eco-tassa. Attualmente, 250 terminali e 180 portici sono già stati installati per raccogliere i dati sulle strade interessate.

Terzo rapporto per la Francia

Lanciato alla fine del 2007 dal precedente Governo in occasione della Grenelle sull’ambiente, l’eco-tassa era stata approvata nel 2009 e la sua attuazione era avvenuta nel 2011. Rinviata al 1° gennaio del 2014, la sua attuazione è rimasta ancora in sospeso, forse lo rimarrà per diversi mesi, ha ammesso Martedì, 29 ottobre, il Ministro dei Trasporti, Frédéric Cuvillier. Se la Francia non è riuscita a trovare i termini per la messa in pratica di questa eco-tassa, al contrario diversi paesi europei già l’hanno applicata. Inoltre, il testo francese è direttamente ispirato a una direttiva europea del 1999 che stabilisce quindi un “euro-bollo”, un testo adottato dal Parlamento europeo e dai capi di Stato e che deve essere trascritto nel diritto nazionale. Questo approccio è già stato compiuto in sei paesi europei. Questo è in particolare il caso dell’Austria, precursore europeo dove la tassazione dei camion superiori a 3,5 tonnellate è entrata in vigore a partire dal 2004. Gli austriaci hanno avuto il tempo di installare questo sistema in vista della apertura della zona euro ad est, che ha annunciato un importante aumento del traffico sul proprio territorio. Il dispositivo genera quasi 750 milioni di euro l’anno.

Una tassa pesante

In Germania, il sistema viene installato a partire dal 2005 e riguarda solo i veicoli oltre le 12 tonnellate sulle autostrade. L’imposta è chiamata “LKW Maut” ed è di 20 centesimi di euro a chilometro, o di 20€ per 100 km percorsi, (in Francia il tasso varia da 8 a 14 euro per 100 km). Nel 2012, l’incasso totale dell’imposta è stato di 4,5 miliardi di euro, una cifra abbastanza sufficiente per pagare la manutenzione della rete stradale. Tuttavia gli utenti che mettono in discussione il sistema, hanno definito questa entrata esagerata, tant’è che un tribunale ha stabilito che la griglia tariffaria del LKW Maut “non è conforme”. Di conseguenza, il Governo è stato costretto a rivedere la sua copia. Più a est, la Slovacchia ha introdotto una tassa per tutti i veicoli nazionali ed esteri di oltre 3,5 tonnellate che percorrono tutta la rete stradale nazionale (autostrade e strade), ossia 2400 km. Il prezzo è in media di 16 euro per 100 km e fin dall’inizio questo dazio aveva riscosso poco più di 100 milioni di euro destinati alla gestione dell’infrastruttura stradale. La Polonia attualmente ha inserito anche gli autobus superiori a 9 posti e i veicoli superiori a 3,5 tonnellate nel suo sistema di tassazione introdotto nel 2011. Dal 2012, la Repubblica Ceca è entrata a fare parte del gruppo di paesi che tassano il peso lordo, ma si distingue per un aumento della tassa del 30% ogni Venerdì dalle 15 alle 21. L’ultimo arrivato nel club, è il Portogallo che ha adottato il tributo ambientale, nell’estate del 2013, mentre l’Ungheria dovrà installare il dispositivo tra la fine del 2013, e l’inizio del 2014, a seguire il Belgio nel 2016. Mentre per quanto riguarda la Spagna e l’Italia, hanno rifiutato nel 2011 al Parlamento europeo, il principio di tassazione pesante su tutto il loro territorio.

Source:rfi.fr

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I Ministri degli Esteri della Turchia e dell’Iran, precisamente Ahmet Davutoglu e Javad Zarif, hanno firmato in segreto a Ankara una convenzione che copre la cooperazione sulla sicurezza tra i due paesi lo scorso, 1° novembre, informano fonti di Debkafile. Pur essendo un membro della OTAN, la Turchia, in virtù del presente accordo garantisce di revocare il partenariato con i paesi terzi volti a spiare l’Iran allo scopo di sviluppare reti di spionaggio anti-iraniane che operano dal suo territorio. L’elemento più significativo è che il Governo di Erdogan pone fine alle attività degli agenti che raccolgono notizie sull’Iran dalla parte turca della frontiera iraniana. I dettagli dalla nuova intesa sono il frutto del lavoro di sei settimane di dibattiti tra Hakan Fidan, capo della Intelligence turca (MIT), e Khosrow Hosseinian, Ministro aggiunto della Sicurezza dell’Iran, incaricato alle operazioni speciali. Alcune fonti iraniane hanno precisato che questo funzionario iraniano opera sotto la profonda copertura di un falso nome e solo una stretta cerchia di persone a Teheran conosce la sua vera identità, e che ha partecipato a alcune sessioni quando era il leader della Guardia Rivoluzionaria iraniana e capo del suo dipartimento della sicurezza, del sergente generale di Brigata, Hossein Salami. Il nuovo patto rappresenta un gran ostacolo per qualsiasi informazione di Intelligence sull’Iran che proviene dalla Turchia. Alcuni informatori hanno rivelato che il MIT ha mostrato a Teheran la sua buona volontà a stimolare il paraffo del documento a partire dalla terza settimana di ottobre obbligando molti agenti posizionati sulla frontiera turca con l’Iran ad andarsene. Il suo principale obiettivo era quello, con o senza l’autorizzazione di Ankara, di interrogare gli iraniani che fuggivano dal paese e erano diretti passando attraverso la Turchia verso l’Europa o negli Stati Uniti. L’amministrazione Obama era già a conoscenza, fin dal mese scorso che la Turchia e l’lran erano in procinto di preparare una associazione sulla sicurezza. Addirittura è stato ipotizzato che la informazione era arrivata al Washington Post il,17 ottobre, quando la Turchia aveva svelato una rete di spionaggio iraniano che lavorava per Israele. Secondo questa informativa, il Primo Ministro Tayyip Erdogan e Fidan lo scorso anno avevano corrotto 10 agenti iraniani che lavoravano per il Mossad israeliano e la sicurezza degli EE.UU., ed erano stati impiegati proprio per la loro facilità di attraversare le frontiere senza il bisogno di passaporti per raggiungere i loro amministratori in Turchia. Il tradimento rivolto alla rete della Turchia ha aperto le porte ai negoziati con l’Iran sul nuovo patto. Alcuni testimoni della sicurezza, informano che il giorno della sua firma, Victoria Nuland, segretaria aggiunta dello Stato per gli affari dell’Europa de dell’Asia e l’ex portavoce del Dipartimento di Stato degli EE.UU., hanno svolto una visita ad Ankara, ma non è chiaro se questo incontro rientrava nell’ordine dell’Accordo. Dopo il paraffo, il Ministro degli Affari esteri turco ha reagito con estrema rabbia questo sabato alla affermazione della stampa libanese che aveva pubblicato che Ankara aveva dato delle informazioni sulla sicurezza relative all’attacco della forza aerea israelita contro l’invio di missili antiaerei russi nella città costiera siriana di Latakia lo scorso mercoledì, 30 ottobre, allo scopo di impedire il suo rilascio a Hezbolà. Chiaramente incomodo,  Davutoglu, ha esclamato: “E’ un escamotage per dare l’impressione che la Turchia è coordinata a Israele. Abbiamo avuto problemi con la Siria fin dall’inizio, tuttavia permettetemi di dire chiaramente che: “Il Governo turco non ha cooperato con Israele contro nessun paese musulmano, e mai lo farà”, ha chiarito ai giornalisti. “Nonostante le differenze con la Siria, abbiamo allacciato relazioni profonde e storiche con l’Iran”, ha concluso.

Source: laproximaguerra

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Pyongyang potrà essere aggiunta alla lista dei paesi dotati di armi elettromagnetiche che paralizzano i nemici e i sistemi elettronici che hanno una vasta gamma di possibilità di azione. Secondo un rapporto del Servizio di Intelligence nazionale della Corea del Sud (NIS, secondo il suo acronimo in inglese), citato da AFP, Pyongyang possiede la tecnologia per fornire la propria versione di armi elettromagnetiche che utilizzano le microonde per disattivare le periferiche nemiche elettroniche, tra le quali i radar, i computer, i satelliti e i sistemi di comunicazione, senza causare vittime collaterali. Allo stesso tempo, la relazione sottolinea la guerra informatica come un altro aspetto fondamentale del problema della sicurezza nazionale per il servizio di Intelligence sudcoreano. Non a caso, la Corea del Nord considera gli attacchi informatici come una misura di prospettiva e di finalità contro Seul, ugualmente efficace sia contro le istituzioni militari, che contro le banche e le agenzie governative. Seul dichiara che la Corea del Nord cattura le informazioni sulle riserve dei minerali e sulle infrastrutture delle grandi città del paese vicino, provocando danni finanziari su vasta scala. Secondo i dati pubblicati il mese scorso, il costo di centinaia di attacchi informatici provenienti da Pyongyang è di quasi 805 milioni di dollari per l’economia sudcoreana. Il servizio di Intelligence nel Parlamento della Corea del Sud, ha fatto queste osservazioni, alla vigilia della visita a Pyongyang del negoziatore cinese, Wu Dawei, che ha partecipato ai colloqui a sei sul programma nucleare della Corea del Nord.

Source: laproximaguerra

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Migliaia di iraniani hanno celebrato oggi lunedì, 4 novembre, a Teheran, il 34° anniversario dell’assalto realizzato al tempo dagli studenti contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, durante la rivoluzione islamica del 1979. Questo evento, il più grande in questi ultimi anni, getta un’ombra sui rapporti di riavvicinamento stabiliti negli ultimi mesi tra Teheran e Washington. L’evento, più importante degli anni precedenti, ha avuto luogo davanti l’ex ambasciata degli Stati Uniti a Teheran in occasione del trentaquattresimo anniversario della sua occupazione da parte degli studenti islamici, un evento che aveva causato la rottura delle relazioni tra i due paesi. I manifestanti hanno bruciato bandiere americane e israeliane e hanno scandito slogan ostili contro i due Paesi.

Timida riconciliazione

Portavano alcuni modellini in plastica ridotti su scala nazionale di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, come segno di sostegno al programma nucleare iraniano. Teheran ha rifiutato di sospendere il suo programma di arricchimento nonostante le richieste occidentali, mentre i negoziati nucleari riprenderanno a Ginevra Giovedì, 7 novembre. Questo evento mirava a insistere sul fatto che l’Iran ancora non ha fiducia degli Stati Uniti, nonostante il timido riavvicinamento tra i due paesi riaperto con la conversazione telefonica tra il Presidente Barack Obama e Hassan Rohani avvenuta lo scorso mese di settembre. I manifestanti hanno infatti chiesto la fine di tutte le sanzioni economiche, come segno di buona volontà da parte degli Stati Uniti. La guida suprema iraniana ayatollah Ali Khamenei, ha anche dichiarato Sabato, 2 novembre, che non è ottimista sui colloqui relativi al nucleare, e ha fornito un forte sostegno ai negoziatori iraniani.

Source: rfi.fr

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I riti sepolcrali e l’odore d’incenso hanno riempito l’atmosfera di una piccola chiesa di Rabinal, a qualche chilometro da Guatemala City. E’ il funerale di Martina Rojas, una donna nota e amata dalla sua comunità, alla quale amici e vicini sono venuti a renderle omaggio per l’ultima volta. Solo che, questi funerali sono stati ritardati di 3 decenni. Nel 1982, le forze della sicurezza avevano arrestato e assassinato la Rojas, che era apertamente ostile a un progetto idroelettrico. Dopo la sua sparizione, sarà sotterrata in una tomba anonima. La sua famiglia ha rivisto la sua salma solo di recente, grazie a un programma del PNUD che ha permesso di identificare i suoi resti. “Ho provato tanta tristezza” ha dichiarato Mario Garcia, il congiunto della Rojas il quale era molto giovane all’epoca, cioè quando sua madre era stata sottratta ai suoi cari. “La separazione è stata molto dura hanno ucciso un gran numero dei miei parenti come anche i miei vicini e alcuni di loro erano stati portati nella zona militare di Coban”, ha aggiunto. L’assistenza del PNUD, alla Fondazione di medicina legale e le perizie antropologiche del Guatemala e dell’Ufficio del Procuratore hanno aiutato i Garcia e molti altri come lui a accettare la morte dei loro parenti e a scoprire la verità sulla sorte dei loro prossimi uccisi dalle forze governative durante il conflitto avvenuto tra il 1995 e il 1996. Se oltre 200.000 persone sono morte, 45.000 continuano a essere disperse. Da oltre 13 anni, il PNUD sostiene la Fondazione e ha insegnato ai suoi membri a riesumare alcuni corpi non identificati, a creare e a rinforzare un database genetico, allo scopo di stoccare e di comparare migliaia di campioni di DNA trattati, ma anche e a organizzare delle campagne nazionali d’informazione pubblica a favore dei parenti delle vittime. Attualmente, 200 salme sono state identificate. Il sostegno giuridico e psico-sociale alle famiglie, (compreso la organizzazione dei funerali), è essenziale per precisare che le riesumazioni non sono meno importanti per le indagini criminali della Divisione dei diritti dell’uomo dell’Ufficio del Procuratore. Una vetusta base militare di Coban, nelle regioni montagnose del centro del Paese, che sono diventate un luogo di indagine medico-legale all’inizio del 2012, ha liberato 535 scheletri. Molte di queste vittime sono state ritrovate con gli occhi bendati, imbavagliati o con le mani e i piedi legati. Alcuni avevano delle ferite causate dai machete o dai proiettili. “Il valore provato da questi tipi di elementi corrobora la testimonianza delle vittime”, ha spiegato Hilda Pineda, direttrice dell’Unità dei conflitti armati interni dell’Ufficio del Procuratore del Guatemala. “Queste prove permettono di ridurre fortemente le opportunità di assoluzione agli autori e di rendere giustizia alle vittime del crimine contro l’umanità”. Secondo il PNUD, questo lavoro offre ai parenti delle vittime la forza di sormontare l’insopportabile incertezza della inconsapevolezza di quello che è successo ai loro cari. “Questa ricerca riveste una importanza capitale, soprattutto per i bambini”, ha indicato Lucy Turner, coordinatrice del programma per il PNUD. “Loro alla fine hanno saputo qual’è stata la sorte dei loro congiunti e possono rendergli una degna sepoltura, e tutto ciò, incoraggia altre persone a venire a testimoniare e a offrire il loro DNA da inserire nella banca dati. Ma, in generale, contribuisce a consolidare lo stato del diritto in Guatemala. Le prove sono traumatizzanti, ma difficili da contestare, aiutano i paesi a accettare il loro passato, e a ristabilire la pace”.

Source: undp.org

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Almeno sei sono le persone decedute, tra queste anche quattro donne, e dieci invece sono i feriti censiti in seguito a un incendio registrato in una fabbrica tessile a Nuova Delhi, hanno pubblicato i media locali. Il rogo ha avuto origine in un edificio di due piani a metà pomeriggio di ieri (ora locale) nell’area di New Ranjit Nagar, nel centro della capitale indiana, come informa una fonte vicina alle forze dell’ordine, pubblica la agenzia PTI, che ha assicurato che le vittime lavoravano all’interno della fabbrica. Un alto comando del servizio anti incendio ha spiegato che, “sette unità di pompieri” sono state inviate sul posto sinistrato e che il fuoco è stato estinto dopo tre ore di intensa attività. “Le prime indagini indicano che la causa dell’incendio è stato un cortocircuito anche se in realtà sono ancora in corso gli accertamenti per risalire alla reale origine del rogo”, ha segnalato la stessa fonte. Altre testimonianze invece raccontano che l’incendio ha avuto origine dal primo piano propagandosi in seguito per tutto lo stabile. In India gli incendi nelle fabbriche sono abbastanza comuni, a causa della precarietà del sistema elettrico degli stabili e agli incidenti generati molte volte da un macchinario obsoleto o in cattivo stato, ma anche all’assenza di misure di sicurezza. Nei trascorsi due giorni, almeno nove persone sono morte, tra queste tre donne, mentre altre quattro sono rimaste ferite sempre a causa di un incendio esploso in una fabbrica pirotecnica nello Stato meridionale indiano di Tamil Nadu.

Source: abc.es

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- In Africa, la crescita agricola è essenziale per ridurre la povertà.

- La maggioranza degli investimenti pubblici non procurano risorse adeguate al settore agricolo.

- Il CAADP, programma di sviluppo dell’agricoltura in Africa, mira ad avere una marcia in più.

Come aumentare la produttività agricola dell’Africa e gli investimenti pubblici nell’ambito che impiega fino al 70% della popolazione del continente? Questo è il punto interrogativo al quale il Ministero dell’Agricoltura e delle Finanze dell’Africa sub-sahariana ha cercato di rispondere nel corso dei due eventi paralleli organizzati ai margini della Assemblea annuale 2013 della Banca Mondiale e del FMI. “In Africa e soprattutto nelle regioni del mondo la crescita agricola gioca un ruolo cruciale nella lotta contro la povertà e la promozione di una crescita condivisa”, ha spiegato Makhtar Diop, il Vice Presidente della Regione Africa della Banca mondiale, ai Ministri presenti. “Le attività economiche nell’ambito della agricoltura rappresentano tra il 30 e il 40% del Prodotto Interno Lordo, (PIL), e come è stato dimostrato alcuni paesi stranieri. migliorare la produttività agricola è un mezzo efficace per ridurre la povertà, l’impatto è quasi tre volte superiore nel campo agricolo rispetto agli altri settori”. La prima tavola rotonda, che ha avuto luogo il, 9 ottobre scorso, alla presenza dei Ministri dell’Agricoltura africana, era dedicata al programma CAADP, (Comprendere l’Agricoltura dell’Africa Sviluppo del Programma), progetto di sviluppo della agricoltura africana. Lanciato dai dirigenti dei Paesi africani, nel 2003, il CAADP ha l’obiettivo di incoraggiare i Governi a accrescere i loro investimenti nel settore agricolo e a riservare il 10% del loro budget nazionale a questo settore. La convention è stata animata dalla Banca mondiale, dalla Commissione dell’Unione Africana (CUA), e dal Nuovo partenariato per lo sviluppo dell’Africa, (NEPAD). “Dal 2003, il CAADP, ha dimostrato che le istituzioni africane possono lavorare congiuntamente allo scopo di aderire ai principi con i quali il continente deve confrontarsi. I Paesi come: Burkina Faso, l’Etiopia, il Gana, la Guinea, il Malawi, il Mali, il Niger, e il Senegal, sono già arrivati o hanno già superato il 10% stabilito dal CAADP”, ha sottolineato Sari Sordestrom, leader del settore per il dipartimento dello sviluppo duraturo della Regione Africana della Banca mondiale. “Dal nostro punto di vista, la messa in servizio di questo programma è stato benefico per tutti. Il CAADP, ha aiutato la Banca mondiale a armonizzare le sue priorità e a rinforzare le sue collaborazioni strategiche allo scopo di avere un impatto ottimale sullo sviluppo”. Dal 2003, 32 paesi, hanno elaborato i piani nazionali di investimento nel settore agricolo i quali definiscono alcune priorità per rispondere agli obiettivi del CAADP. In media, le spese pubbliche sono aumentate del 7% ogni anno in tutta l’Africa, (oltre il 12% l’anno nei paesi a basso reddito), e hanno più che raddoppiato il lancio del CAADP, riflettendo una migliore conoscenza di questo settore agricolo dal momento che è un motore che stimola la crescita e riduce la povertà.

“Mantenere la dinamica del CAADP”

Abebe Haile Gabriel, direttore dell’economia rurale dell’Unione Africana, (UA), ha indicato che la sua organizzazione ha designato il 2014, come “l’anno dell’agricoltura e della sicurezza alimentare”. Parallelamente, nello stesso periodo, l’UA lancerà il suo nuovo piano per il CAADP, dal titolo “Mantenere la dinamica del CAADP”. Oltre a ciò ha esposto che un nuovo programma di finanziamento per il CAADP, un secondo Fondo che riguarda i multidonatori, (FAMD), farà il suo debutto e sarà gestito dalla Banca mondiale. Queste elargizioni accorderanno delle donazioni alle istituzioni africane e finanzieranno l’assistenza tecnica. In una prossima fase, il CAADP, metterà l’accento sulla sua esecuzione, ha aggiunto. “Vogliamo approfittare di questa occasione per chiedere ai nostri collaboratori di sostenere la prossima fase del CAADP, la quale sarà molto interessante”, dal momento che tratterà poste in gioco rilevanti come la creazione di piattaforme più solide allo scopo di elaborare migliori politiche agricole, stimolare lo sviluppo del settore privato nell’ambito agricolo e apportare un sostegno a questo ambito intelligente a livello climatico, dell’istruzione, della sicurezza alimentare e destinato a migliorare la nutrizione. “Assistiamo a un potenziamento delle istituzioni nell’unità dei paesi africani, dove il sostegno del CAADP è reso possibile”, ha dichiarato Estherine Fotabong, direttrice per  la attuazione e il coordinamento dei programmi di NEPAD. “Questo progetto è stato veramente positivo e speriamo che continui a essere finanziato, poichè ha dato l’opportunità di realizzare alcuni programmi che vertono sulla uguaglianza del genere, sul cambiamento climatico, e sul ruolo delle donne nell’agricoltura”, ha precisato Fotabong. Luis Riera-Figueras, consigliere principale della Commissione europea, e Tjada McKenna, di USAID, che hanno partecipato allo stesso tempo alla tavola rotonda hanno dato il loro appoggio a proseguire il lavoro del CAADP. “Ho visto i risultati del CAADP volti a perfezionare la sanità e altre questioni che vanno al di là dell’agricoltura e credo che questo piano contribuisce in maniera importante a migliorare le condizioni di vita”, ha spiegato Luis Riera-Figueras.

Source: banquemondiale.org

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Secondo il bilancio pubblicato venerdì, 1 novembre, dalle autorità irachene, 964 persone sono morte in Iraq durante le violenze esplose lo scorso ottobre e altre 1600 sono rimaste ferite. Questa è la stima peggiore dal mese di aprile del 2008. In vista delle violenze riconosciute, l’Iraq ha catalogato il mese di ottobre come quello che ha riportato il maggior numero di vittime in cinque anni e mezzo. Citando le ultime cifre pubblicate venerdì, 1° novembre, dal Ministero della Sanità, degli Interni e della Difesa, 964 persone sono morte nelle violenze a ottobre, tra queste 855 civili, 65 poliziotti, 44 soldati, e 1600 feriti, cita il censimento. Dal suo canto, l’ONU ha pubblicato un bilancio più alto con 979 morti e 1902 feriti. Il numero totale dei defunti a ottobre e molto elevato rispetto a quello di aprile del 2008, quando 1073 persone avevano perso la vita. Il paese, al tempo, usciva dal conflitto esploso tra i sunniti e gli sciiti che aveva riportato migliaia di cadaveri. Oltre 5400 persone erano morte dopo l’inizio dell’anno e quasi un milione e mezzo di civili iracheni erano rimasti feriti durante l’invasione americana del loro paese, tra il 2003 e il 2011, cita un recente studio pubblicato negli USA: L’elemento del quale bisogna tenere conto è che i morti risultano provenire direttamente più dal conflitto che dalle conseguenze generate. Quasi due anni dopo la ritirata delle truppe americane, le nuove violenze, quasi quotidiane, fanno temere un nuovo ciclo simile mentre la vicina Siria è in preda a una guerra sanguinosa. Soprattutto una buona parte delle violenze sono state imputate allo Stato islamico in Iraq e al Levante (EIL), una cellula affiliata a al-Qaida, è allo stesso tempo implicata nella guerra che stermina la Siria. Il malcontento della minoranza sunnita continua a lievitare dal momento che lamenta di essere emarginata a livello politico dagli sciiti, gruppo di maggioranza e oramai al potere, e soprattutto rimprovera di essere il capro espiatorio di condanne ingiuste, che hanno incoraggiato questa ondata di violenze. Venerdì, nuovi attacchi hanno ferito quattro persone nel nord dell’Iraq, mentre il giorno prima 26 persone erano rimaste uccise in una serie di attentati, a causa di cinque autobombe esplose a nord della capitale.

Al-Maliki lancia un appello a Washington

La pubblicazione del dossier relativo al mese di ottobre, giunge nel momento in cui le violenze sono al centro delle trattative con gli Stati Uniti guidati dal Primo Ministro Nouri al-Maliki, che è stato ricevuto venerdì dal Presidente Barack Obama. Il Primo Ministro sciita, che ha chiesto un aiuto militare americano ha dichiarato che la comunità internazionale deve condurre una “Terza Guerra Mondiale”, contro al-Qaida, nel pieno risorgimento del suo paese durante un intervento che è al centro delle riflessioni dell’Istituto per la Pace, il quale qualifica al-Qaida e le sue cellule, “virus” che seminano un “vento malevolo” in tutta la regione. Il principio di aiuto accresciuto in Iraq a livello di sicurezza è stato sostenuto da influenti senatori repubblicani e democratici. Tuttavia mercoledì, questi ultimi hanno criticato Nouri al-Maliki, e gli hanno attribuito una parte delle responsabilità nella ripresa delle violenze a causa della “sua politica settaria e autoritaria”. Sfortunatamente, la cattiva gestione della ideologia irachena del Primo Ministro Maliki ha contribuito alla recente rimonta delle violenze, hanno asserito i senatori tra i quali figurano il repubblicano John Mccain e il democratico Carl Levin, riporta la CNN. Applicando un programma politico settario e autoritario, il Primo Ministro Maliki e i suoi alleati hanno privato dei diritti civili i sunniti, emarginati dai Kurdi e alienati dai numerosi sciiti che hanno una visione democratica e pluralista del loro paese”. Questi “pesanti fardelli” del Senato hanno condotto la casa Bianca a inculcare al potere iracheno che “l’influenza perniciosa dell’Iran in seno al Governo costituisce un problema serio nelle loro relazioni bilaterali”.

Source: france24.com

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Il responsabile della Commissione di Intelligence del Senato degli Stati Uniti ha chiesto una revisione delle operazioni di spionaggio in seguito alle le rivelazioni che sono state rilasciate sulle intercettazioni dei leader europei da parte della National Security Agency (NSA). L’onda d’urto delle rivelazioni sul programma di spionaggio della NSA in Europa ha raggiunto il Senato degli Stati Uniti, Lunedì, 28 ottobre, il quale ha annunciato tramite una dichiarazione emessa dal capo del Comitato di Intelligence una “profonda revisione di tutti i programmi di spionaggio”. Il senatore democratico Dianne Feinstein ha inoltre dichiarato “è altamente contraria” a spiare i leader degli Stati alleati agli Stati Uniti. “E’ chiaro che alcune attività di monitoraggio vengono condotte da oltre dieci anni senza che la Commissione senatoriale di Intelligence previa comunicazione esaustiva”, ha ammonito la democratica. “Il Congresso ha bisogno di sapere esattamente ciò che la nostra comunità di Intelligence fa, ha aggiunto. In questo senso, la Commissione sta per riesaminare tutti i programmi di spionaggio”. “Per quanto riguarda la raccolta di informazioni sui leader degli alleati degli Stati Uniti compreso la Francia, la Spagna, il Messico e la Germania, e lo dico in modo inequivocabile: Sono fermamente contraria”

Relazioni diplomatiche avvelenate

“A meno che gli Stati Uniti non siano impegnati in un conflitto con un paese dove c’è un urgente bisogno di questo tipo di monitoraggio, non credo che gli Stati Uniti devono raccogliere dati sulle chiamate telefoniche o controllare le email dei Presidenti o dei Primi Ministri amici”, ha proseguito l’influente senatrice democratica. ”In base alle prove che sono in mio possesso, il Presidente Obama non è stato informato sulle comunicazioni del cancelliere tedesco, Angela Merkel, che sono state raccolte dal 2002. Questo è un grosso problema”, ha aggiunto. La tempesta causata da una cascata di rivelazioni sulle intercettazioni della National Security Agency (NSA) in Europa non ha indebolito Lunedì, 28 ottobre, la Spagna, dove, secondo il quotidiano spagnolo “El Mundo”, oltre 60 milioni di telefonate sono state spiate in un mese, come anche in Germania, dove le rivelazioni sul presunto spionaggio del cellulare del Cancelliere ha creato un vero shock. Reagendo alle dichiarazioni di Dianne Feinstein, la Casa Bianca ha solo affermato che sono stati ristabiliti contatti “regolari” con la senatrice.

Source: france24.com

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Un responsabile dell’ONU ha affermato che il Centro Africa, in seguito alle violenze comunitarie esplose dopo la caduta del Presidente Bozizé, potrà diventare il teatro di un genocidio, a cagione di ciò ha chiesto di inviare dei rinforzi sul posto e che la CPI deve aprire una inchiesta. Come informano le Nazioni Unite, questa è la spada di Damocle che piomba sul Centro Africa. “Alcuni gruppi armati uccidono sotto copertura della loro religione. Il mio sentimento è che le comunità cristiane e musulmane stanno per ammazzarsi l’un contro l’altro”, ha dichiarato, venerdì, 1° novembre, Adama Dieng incaricato alla prevenzione dei genocidi all’ONU, dopo una riunione informale del Consiglio di sicurezza dedicato alla situazione nel paese. “Se non mettiamo adesso riparo, non escludo l’eventualità che nella Repubblica Centro Africana avrà luogo un genocidio”, ha aggiunto. Dopo la caduta del Presidente François Bozizé avvenuta lo scorso mese di marzo, il Centro Africa è caduto nel caos. Il potere è stato preso dai ribelli di Seleka di Michel Djotodia, nominato, il 18 agosto, Presidente di transizione. Una forza panafricana sotto l’egida dell’Unione africana è presente sul posto allo scopo di aiutare il Governo a ristabilire l’ordine, ma manca di personale e di mezzi. “Le truppe africane non sono sufficienti. Il Paese è stato totalmente distrutto. Il caos regna”, ha denunciato Adama Dieng. “E’ imperativo che una missione di mantenimento di pace dell’ONU sia sul posto”, ha asserito.

Verso una inchiesta della CPI

La Francia dal suo canto, desidera far votare al Consiglio di sicurezza dell’ONU una risoluzione che sosterrà la forza panafricana e preparerà la messa in servizio di una operazione di mantenimento di pace dell’ONU. A giudizio dell’ambasciatore francese Gérard Araud, le forze dell’ONU dovranno comprendere tra gli 8000 e i 10.000 soldati e il Consiglio di sicurezza dovrà approvare una risoluzione sulla crisi in Centro Africa durante questo mese di novembre. Adama Dieng, che ha affermato di sostenere l’appello fatto dalla Francia, ha allo stesso tempo accolto con favore l’apertura di una inchiesta della Corte penale internazionale (CPI) che permetterà di giudicare “i responsabili”, dei “crimini atroci”, commessi in questi ultimi mesi sui campi. Una richiesta che non esclude la AIA dove il procuratore generale, Fatou Bensouda, ha assicurato che la CPI pensa di esaminare “il caso della Repubblica Centro Africana”. Come ha informato John Ging, direttore delle operazioni dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umani (OCHA), “oltre la metà della popolazione di questo paese (4,6 milioni di abitanti), ha bisogno degli aiuti umanitari”.

Source: france24.com

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Il sottosviluppo del Sud, e l’egoismo del Nord, hanno ancora provocato delle vittime. Almeno 35 migranti, per la maggior parte nigeriani sono morti per disidratazione nel deserto. Erano sessanta e provenivano tutti dal sud del Niger, e avevano deciso di andare a Tamanrasset (Algeria) dove esistono reti di contrabbando per l’Europa. Cadaveri nigeriani allungano l’elenco dei 300 corpi recuperati in mare nelle trascorse settimane, al largo delle coste di Lampedusa. Come nei casi precedenti, le vittime nigeriane, non sono mai riuscite ad attraversare il confine. L’allarme dato dai sopravvissuti, tuttavia, ha aiutato le autorità Arlit e Agadez, a soccorrere il resto del gruppo, probabilmente costituito da potenziali candidati che cercavano di migrare verso l’Europa.

Perché queste tragedie?

Chi ha la responsabilità di questo esilio e dei drammi che produce?

Di solito, i nomadi vanno da un mercato all’altro, o fanno visita ai loro genitori. Ma l’occasione fa l’uomo ladro, non bisogna escludere coloro che sfruttano queste opportunità, per cercare di risalire la costa occidentale, attraverso i paesi del Nord Africa. Questi tentativi di attraversare il Mediterraneo, provocano numerose vittime. Le partenze clandestine devono rientrare nel loro contesto. In realtà, la maggior parte dei paesi africani sono ancora immersi in un contesto che richiama la povertà, che non ha mai cessato di dettare la sua legge. La precarietà nella quale vivono i giovani, non offre altre alternative.

Source: Source: http://fr.allafrica.com

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Tra i programmi dell’Iran c’è l’idea di costruire nuove centrali nucleari con reattori nucleari lungo le sue coste, del Golfo Persico e del Mar Caspio, ha dichiarato Giovedì, 24 ottobre, il principale funzionario nucleare iraniano. L’annuncio arriva una settimana dopo che i negoziatori nucleari occidentali avevano affermato che l’Iran stava perdendo terreno nei colloqui volti a porre fine al programma di arricchimento nucleare di Teheran. I leader iraniani hanno, invece, accolto la sfida lanciata nei negoziati, e giovedì, 24 ottobre, hanno annunciato che Teheran costruirà alcuni “reattori nucleari i quali saranno sufficienti a generare un totale di 20.000 megawatt di elettricità entro il 2020″, pubblica l’agenzia di stampa statale Fars. I principali dirigenti iraniani e quelli coinvolti nei negoziati sono stati citati dalla stampa come oratori persiani che rifiutano i dettagli chiave dell’accordo nucleare proposto. L’Iran ha anche reso noto nell’annuncio che è stato il più grande fornitore di petrolio della Cina nel mese di settembre. “Stiamo valutando la costruzione di centrali elettriche lungo la costa del Golfo Persico e del Mar Caspio e nella parte centrale dell’Iran, ma la priorità sarà data alle rive del Golfo Persico, perché vogliamo aprire la strada per la costruzione di impianti di dissalazione dell’acqua per la fornitura di acqua potabile alle province meridionali dell’Iran “, ha concluso Ali Akbar Salehi, il capo dell’Organizzazione iraniana dell’energia atomica (AIEA).

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Il tribunale egiziano incaricato di giudicare la Guida suprema dei Fratelli musulmani e i suoi collaboratori accusati di “istigazione alla morte”, ha rifiutato di pronunciarsi oggi martedì, 29 ottobre, una settimana prima dalla apertura del processo del Presidente Mohamed Morsi, originario della potente confraternita e destituito dall’Esercito. Evocando un ‘caso di coscienza’, i tre giudici che dovevano presiedere alla seconda udienza di questo processo hanno dichiarato di essere incompetenti, respingendo per l’ennesima volta di giudicare i 35 accusati che restano attualmente in carcere. Anche questa volta, come era successo ad agosto, nessuno di loro è stato portato in tribunale, sito nel centro della città, una zona troppo difficile da monitorare per permettere al loro convoglio di spostarsi senza incidenti, hanno spiegato i responsabili dei servizi di sicurezza. La Guida Mohamed Badie e i suoi collaboratori, Khairat al-Chater et Rachad Bayoumi, attualmente in stato di detenzione, fuggono dalla pena di morte per ‘incitazione’ e ‘complicità’ nel decesso di 9 manifestanti anti-Morsi avvenuto, il 30 giugno di quest’anno. Altri tre membri della loro confraternita sono stati accusati di questi ‘decessi’ e 29 islamisti dovranno comparire assieme a loro per aver partecipato, secondo l’accusa, a questi scontri. Quel giorno, milioni di Egiziani avevano manifestato per reclamare le dimissioni di Morsi, e gli rimproveravano di aver monopolizzato i poteri allo scopo di trarre profitto per i Fratelli musulmani e di aver rovinato una economia già esangue. L’esercito in seguito, aveva appoggiato questa mobilitazione per giustificare il suo colpo di mano contro il primo Presidente egiziano eletto democraticamente. “In questo caso non esistono prove”, ha dichiarato alla AFP, Mohamed Damati, l’avvocato della difesa, evocando un ‘processo politico’. Questa sentenza altamente simbolica potrà tuttavia essere eclissata il 4 novembre.

Source: gnet.tn

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Se Tokyo abbatterà i droni cinesi, Pechino, lo considererà un atto di guerra, ha dichiarato un portavoce del Ministero della Difesa cinese Sabato, 26 ottobre. La Cina ha già avviato processi militari, che includono i droni, nel Mare Cinese Orientale nelle vicinanze delle Isole Daiyou (Senkaku in Giappone), controllate dal Giappone ma rivendicate dalla Cina, secondo la legge e la prassi internazionale, ha riferito Geng Yansheng, il portavoce del Ministero della Difesa. Allo stesso tempo ha precisato, la Cina non ha mai invaso lo spazio aereo di altri Paesi e non tollera che altri paesi violano la sua area. Se il Giappone dunque metterà in atto la sua minaccia ciò comporterà una seria sfida per la Cina, che prenderà contromisure decisive, ha citato la agenzia Xinhua Geng. Di rimando, il Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe ha informato sempre Sabato scorso in una intervista rilasciata al Wall Street Journal che il suo paese cerca di svolgere un ruolo più attivo in Asia allo scopo di contrastare la crescente influenza della Cina. “Sono sorte numerose preoccupazioni sulla Cina che attualmente cerca di cambiare lo status quo con la forza, e non attraverso la legge”, ha osservato, concludendo che anche altri paesi vogliono che il Giappone agisca in maniera più attiva.

Source:laproximaguerra.com

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Una unità di 250 soldati sarà presto distribuita a Bangui allo scopo di proteggere il personale e le strutture BINUCA (Ufficio Integrato delle Nazioni Unite per il consolidamento della pace nella RCA). In una seconda fase, questa flotta arriverà “a 560 uomini”, ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, allo scopo di rafforzare la loro presenza in Africa centrale. In una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha proposto, il 23 ottobre, di spiegare rapidamente 250 soldati per proteggere il personale e le strutture BINUCA. Secondo questa informativa, della quale la AFP ha avuto una copia, “l’unità di guardia”, originariamente composta da 250 soldati schierati a Bangui, incrementerà il suo staff in una seconda fase a 560 uomini da distribuire gradualmente fuori Bangui, dove l’ONU ha già una presenza”.

Missione di pace

“A causa dell’urgenza della situazione”, Ban Ki-moon ha proposto un prelievo “temporaneo” di 250 uomini dal personale di un’altra missione di pace delle Nazioni Unite, che lo stesso segretario non ha nominato. L’unità di protezione, che sarà integrata a BINUCA, è stata inclusa nella risoluzione sulla RCA adottata martedì, 8 ottobre, dal Consiglio di sicurezza e spiana la strada per la creazione di una missione di pace il cui obiettivo è quello di ristabilire l’ordine nella RCA.

Source: Jeuneafrique

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Nuove stime sulla mortalità infantile sono state pubblicate dalla agenzia internazionale per la stima della mortalità infantile nel Gruppo delle Nazioni Unite (ONU IGME), e hanno dimostrato che su scala mondiale la mortalità dei bambini sotto i cinque anni è diminuita del 47% dal 1990, passando da 90 morti ogni 1000 nati vivi nel 1990 a 48 nel 2012. Questa diminuzione dimostra un sostanziale miglioramento, ma il ritmo è insufficiente per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del IV Millennio (OSM 4), o meglio detto una riduzione di due terzi del tasso di mortalità tra il 1990 e il 2015. Tuttavia, se esaminiamo questi dati nei dettagli, sembra che i trend medi non riflettono l’accelerazione del calo registrato negli ultimi anni: tra il 1990 e il 1995, il tasso è diminuito solo del 1,2% l’anno, mentre tra il 2005 e il 2012, la riduzione media annua è stata pari al 3,9%. I recenti progressi hanno un ritmo medio vicino a quello necessario per raggiungere il tasso medio del MDG 4, dal momento che questo obiettivo presuppone che il livello di mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni deve essere almeno del 4% l’anno.

In Asia meridionale e nell’Africa sub-sahariana il tasso di mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni è più alto

Guardando oltre la media mondiale, troviamo che cinque delle sei regioni del mondo in via di sviluppo (secondo la classifica della Banca Mondiale ) hanno ridotto il tasso di mortalità del 50% o più rispetto al 1990, fatta eccezione dell’Africa sub-sahariana. Inoltre, le Regioni Asiatiche dell’est del Pacifico, dell’America Latina e dei Caraibi, dell’Europa, dell’Asia centrale, del Medio Oriente e del Nord Africa sono “sulla buona strada” per ottenere gli obiettivi del MDG 4, ma non è il caso delle Regioni dell’Asia meridionale e dell’Africa sub-sahariana, dove il tasso di mortalità dei bambini sotto i cinque anni è il più alto: 98 morti su 1000 nati vivi, che è quasi 16 volte superiore rispetto alla media dei paesi con un reddito medio alto. Nel complesso, il numero dei bambini sotto i cinque anni che muoiono ogni anno in tutto il mondo è sceso da 12,6 milioni nel 1990 a 6,6 milioni nel 2012. Anche se tutte le regioni hanno registrato una flessione, la percentuale dei decessi dei bambini sotto i cinque anni è concentrata maggiormente nell’Africa sub-sahariana e nell’Asia meridionale, le due regioni hanno rappresentato l’81% di queste morti nel 2012, contro il 67% del 1990.

Oltre un terzo di tutti i decessi dei bambini sotto i cinque anni nel mondo è stato registrato in India e in Nigeria

Quasi il 99% dei decessi dei bambini sotto i cinque anni sono stati verificati nei paesi in via di sviluppo, e quasi la metà in soli cinque paesi: India, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Cina. L’India e la Nigeria congiuntamente rappresentano oltre un terzo di tutti i bambini morti sotto i cinque anni, con rispettivamente il 22 e il 13% di questi trapassi. La percentuale delle morti di bambini sotto i cinque anni è avvenuta durante il periodo neonatale (primo mese di vita) ed è salito dal 37% del 1990 al 44% nel 2012, poichè il calo della mortalità neonatale è più lenta rispetto alla mortalità dei bambini più grandi. Come è stato indicato nel comunicato stampa, un sostegno per la madre e il bambino nelle prime 24 ore di vita di ogni bambino è essenziale. A fortiori, i paesi devono assolutamente continuare ad investire allo scopo di rafforzare i sistemi sanitari affinchè tutte le madri e tutti i bambini possono ottenere assistenza ad un costo accessibile e di qualità.

Continuare gli sforzi per diminuire il numero della mortalità infantile e giovanile

Il gruppo delle inter-agenzie implementato per elaborare una stima della mortalità infantile del gruppo delle Nazioni Unite (ONU IGME) è stato costituito nel 2004 con l’obiettivo di condividere i dati sulla mortalità infantile, armonizzare le stime all’interno del sistema delle Nazioni Unite, migliorare i metodi per valutare la mortalità e spiegare l’evoluzione verso gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Il team è composto dai membri a pieno titolo dell’UNICEF, delle OMS, della Banca Mondiale e della Divisione della popolazione del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite. Attraverso gli sforzi del IGME delle Nazioni Unite e del suo Technical Advisory Group, il mondo sarà in grado di disporre non solo di una migliore, ma anche più affidabile e trasparente perizia della mortalità infantile. I dati, le stime e i dettagli dei metodi ONU IGME sono disponibili sul sito http://www.childmortality.org. Le nuove considerazioni sulla mortalità infantile IGME ONU sono disponibili anche sul database degli indicatori di sviluppo di tutto il mondo e negli HealthSTATS della Banca Mondiale.

Source: http://blogs.worldbank.org

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Avevo già trattato in un altro articolo il caso di questa bella bambina dagli occhi azzurri che era stata segnalata in un campo rom in Grecia ma che in base ai suoi tratti somatici e al suo DNA non era la figlia dei presunti genitori. Il caso ha avuto la sua evoluzione ed è stato scoperto che la storia di Maria trae origine dalla Bulgaria. Il posto corrisponde a tutti i luoghi comuni: un ghetto Rom immerso nella miseria con le sue baraccopoli circondate da mucchi di immondizia, senza canalizzazioni e senza energia elettrica. E’ qui, nella città di Nikolaevo, situata nel centro della Bulgaria, che la polizia ha condotto le sue indagini per individuare i genitori della piccola Maria, l’angelo biondo che era stato affidato a un’altra famiglia rom in Grecia. I genitori, Atanas e Sacha Roussev, la loro identità è stata confermata dal DNA, sono stati ascoltati Giovedì, 24 ottobre, per spiegare l’abbandono di minore in Grecia nel 2009. Secondo i vicini di casa della coppia, Sacha Roussev ha iniziato a piangere quando ha visto in televisione il misterioso angelo biondo in un campo rom in Grecia. Fanka Roussev, 12 anni, è una delle figlie più grandi che tiene a bada i fratelli più piccoli in assenza dei genitori. “Mia madre ha detto: Questa bambina è mia”, ha rivelato la giovane alla AFP. Nel 2009, i Roussev erano andati a lavorare nella vicina Grecia per fare un pò di soldi, ed era stato proposto loro di raccogliere i peperoni, un lavoro nero che i Rom in Bulgaria conoscono molto bene. I Roussev, di età compresa tra i 35 e i 38 anni, vivono con cinque dei loro nove figli in una piccola stanza arredata solo con un forno a legna e un letto matrimoniale. Disoccupati, ricevono i sussidi sociali e vivono grazie ad alcuni lavori occasionali. “In questo quartiere, siamo quasi tutti analfabeti, spiega Anton Kolev, uno dei cugini di Roussev. Almeno i bambini vanno a scuola, ma non in inverno, perché non abbiamo niente per vestirci.”In Bulgaria i sussidi destinati ai senza lavoro sono limitati ad un equivalente di venti euro mentre quelli per i bambini sono solo di 18 euro. Non è sufficiente per sopravvivere.

Indagati per abbandono del minore

La piccola Maria è nata in Grecia, dove i suoi genitori lavoravano in nero, e i quali, mancando dii mezzi economici per affrontare le spese relative ai suoi documenti, l’avevano affidata a un’altra famiglia rom. Alla domanda se hanno ricevuto denaro per aver affidato Maria, la vera madre di Maria ha risposto: “No, non l’ho venduta. Se eravamo stati compensati non vivevamo in questo modo”. Infine, giovedì, 24 ottobre, il Pubblico Ministero bulgaro ha aperto un fascicolo per abbandono di minore.

Source;  lepoint.fr

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Rivolgendosi ai partecipanti alla riunione di alto livello svolta a New York, nel mese di settembre, il direttore generale della FAO, José Graziano da Silva, ha dichiarato che è possibile avere un mondo libero dalla fame a condizione che vengano rafforzati e ampliati i partenariati di sviluppo già esistenti. Su invito del segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, il Meeting mirava a accelerare il ritmo delle iniziative sugli Obiettivi del Millennio, richiamando l’attenzione sul successo della azione comune per lo sviluppo e sulle nuove iniziative e soprattutto la sfida ‘Fame Zero’ lanciata a giugno del 2012 dall’ONU. ”La Sfida Fame Zero reclama un gesto nuovo, coraggioso, che è da troppo tempo in stato di attesa”, ha precisato da Silva esprimendosi a nome del gruppo speciale di alto livello sulla sicurezza alimentare mondiale. “Questa battaglia, è il segno di un impegno deciso a porre fine alla fame, a sedare il ritardo della crescita dei bambini, a rendere tutti i sistemi alimentari duraturi, a sradicare la povertà rurale e a ridurre gli sprechi e le perdite che riguardano il settore alimentare”. Per raggiungere questi obiettivi, bisogna mobilitare alcune coalizioni concernenti ampie basi, ha aggiunto il direttore generale della FAO. “Abbiamo imparato che il vero cambiamento può avere luogo solo quando gli attori sociali uniscono le loro forze in seno ai vasti movimenti politici”. A 820 giorni dalla data di scadenza fissata dalla OMD nel 2015, al Forum che ha riunito i dirigenti dei Governi, del mondo delle imprese e della società civile, Ban Ki-moon ha rivolto queste parole: “La riuscita è alla nostra portata. Quando i partners collaborano è possibile ottenere cambiamenti effettivi in tempi stretti”. Le OMD rappresentano, in effetti, uno sforzo mondiale senza precedenti contro la povertà, grazie alle numerose collaborazioni pubblico private che hanno prodotto “cambiamenti reali, massivi e edificanti”. “I collaboratori multilaterali”, ha continuato, “possono veramente cambiare l’offerta”. Oltre alla Sfida Fame Zero, l’evento è stato una occasione per presentare altre iniziative del segretario generale dell’ONU come per esempio: Ogni donna, ogni bambino, Energia a lungo termine per tutti. L’istruzione in primo luogo, il Movimento SUN (Scaling up Nutrition/Rafforzamento della nutrizione), e il Risanamento per tutti. Il dibattito generale annuale della Assemblea generale delle Nazioni Unite ha fatto il suo debutto il 24 settembre del 2013, a New York.

Source: http://fr.allafrica.com

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Dirigere una piccola impresa in un paese in via di sviluppo non è una cosa semplice. Numerosi capitalisti non sono abbastanza preparati per gestire il volume dei loro affari in maniera efficace. Hanno un impatto sempre più crescente con un ambiente difficile, dove i predatori abbondano, sia se sono clienti che rifiutano di pagare i loro acquisti, di stipendiati che rubano il materiale o di creditori che esigono un tasso d’interesse esagerato. La maggior parte di questi problemi sorgono a causa di una  scarsa fiducia. Sfortunatamente, nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, i canali tradizionali della regolamentazione e dell’affidamento tra la popolazione e le imprese non sono ancora stati rimpiazzati da nuovi meccanismi. C’è quindi bisogno di un cambiamento.

Numerosi dettagli che fanno la differenza

Nel mondo industriale, i proprietari delle piccole imprese sono generalmente più edotti e più agevolati rispetto al cittadino medio. Per esempio, negli Stato Uniti sono tre volte più ricchi. L’imprenditoria è una scelta, soprattutto per coloro che dispongono di un capitale di base, e grazie a questi meccanismi di auto selezione, le piccole imprese crescono proprio perchè i loro titolari sono anche più capaci di assicurare il successo. Nei paesi in fase di progresso, al contrario, il titolare non ha una vasta scelta, e molto spesso la loro diventa una opzione alla sopravvivenza economica. Questa è la ragione per la quale i tassi della imprenditoria sono quattro volte più alti in Uganda, e in Tanzania che negli Stati uniti, e 10 volte più alti di quelli francesi. Tuttavia, questi capitalisti non sono istruiti e patiscono mezzi finanziari molto ridotti oltre che un accesso limitato al credito. Questi fattori spiegano il motivo per cui c’è un input a migliorare i loro attivi e le loro capacità soprattutto attraverso lo sviluppo delle qualifiche e un ingresso più facile al credito.Sembra che la maggior parte dei programmi che danno i loro frutti sono quelli che mirano ai giovani imprenditori in armonia con la loro formazione e ai dispositivi di finanziamento. Inoltre, è stato dimostrato che nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, dove la Tanzania occupa gli ultimi posti della classifica del Doing Business, per quanto riguarda la facilità di fare affari stabiliti dalla Banca Mondiale e contrariamente a quello che è dato pensare, le aziende informali sono anche loro sullo schermo radar dei poteri pubblici, soprattutto a livello locale. Se l’azienda non è ufficialmente registrata, un dirigente di una impresa è tenuto a pagare diritti e tasse multiple, legittime o no, a varie agenzie che vanno dalle autorità fiscali alla municipalità, passando attraverso le autorità locali. Le piccole industrie subiscono anche gli alti costi operazionali, in particolare quelli relativi ai trasporti che impediscono di ottimizzare le loro competenze e le loro risorse allo scopo di incrementare la loro possibile clientela. E’ stato stimato che ogni mese, l’imbottigliamento a Dar-es-Salam, costa quasi 20 dollari a persona (circa il 30% del salario mensile medio di un operaio della zona). Coscienti della importanza di queste piccole imprese nell’ambito economico, numerosi Governi, compreso quello della Tanzania, cercano di rimediare a questi problemi adottando varie misure. Questi sforzi traggono vantaggio da altre evoluzioni, come il recente boom della telefonia mobile in Tanzania, che ha contribuito in maniera considerevole a ridurre le distanze, facilitando l’andamento delle piccole imprese.

Sfiducia o una sfida alla fiducia

Tuttavia i problemi posti dalla sfiducia e che sono inerenti e onnipresenti in questi ambienti, sono difficili da attenuare. Anche se viene ammessa la loro presenza è solo per mettere dei freni culturali a ciò che costituisce un altro modo di dire: ” Non è possibile fare altrimenti”. Quindi la mancanza di attendibilità è una problematica cruciale per la Tanzania, come anche per la maggior parte degli altri Paesi in via di sviluppo, in ragione di due tendenze correlate: la urbanizzazione, che tende a eliminare i canali tradizionali della regolamentazione e la fiducia tra gli individui o a renderla meno efficace, e la quasi assenza dello stato di diritto. Restaurare la affidabilità negli affari rappresenta uno sforzo a lungo termine e non c’è un iter ben tracciato per arrivarci. In ogni compagnia, alcuni meccanismi sorvegliano la applicazione delle regole collettive e sanzionano coloro che non ne tengono conto. Negli Stati Uniti, vige un sistema giudiziario solido, dove le istituzioni hanno un ruolo efficace. In Francia, esistono delle istituzioni collettive, come la funzione pubblica, i sindacati e le federazioni degli impiegati. In Cina, il potere centrale e l’eredità culturale fungono congiuntamente da supporto. In un paese come la Tanzania, se alcuni meccanismi tradizionali sono ancora in servizio nelle zone rurali, al contrario stanno per scomparire nei centri urbani a causa delle condizioni di vita difficili (come per esempio l’inuguaglianza, che è molto percepita e lo spazio ristretto), che vanno a coniugarsi con le influenze esterne. Sfortunatamente, altre possibilità non hanno sostituito questi meccanismi, dal momento che la maggioranza dei Tanzaniani non hanno fiducia nelle istituzioni che sono state istituite per la loro tutela. Nel 2009, quasi il 90% dei Tanzaniani pensavano che le forze dell’ordine e i giudici erano corrotti. Indipendentemente dal suo essere o non essere fondato questo timore, questo tipo di percezione ha dissuaso ancora di più la popolazione a rispettare la Legge, ed è a fortiori urgente ripristinare questa fiducia nella polizia e nella giustizia. In effetti, se le norme esistono in generale sulla carta,attualmente non sono messe in atto in maniera sistematica. E’ da qui che nasce la necessità di un cambiamento allo scopo di tramutare le piccole imprese in un motore di sviluppo e di impiego soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

Source: worldbank.org

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“Migranti e rifugiati non sono pedine sullo scacchiere dell’umanità. Si tratta di bambini, donne e uomini che abbandonano o sono costretti ad abbandonare le loro case per varie ragioni, che condividono lo stesso desiderio legittimo di conoscere, di avere, ma soprattutto di essere di più. Cari migranti e rifugiati! Non perdete la speranza che anche a voi sia riservato un futuro più sicuro, che sui vostri sentieri possiate incontrare una mano tesa, che vi sia dato di sperimentare la solidarietà fraterna e il calore dell’amicizia! A tutti voi e a coloro che dedicano la loro vita e le loro energie al vostro fianco assicuro la mia preghiera e imparto di cuore la Benedizione Apostolica”.

Dal Vaticano, 5 agosto 2013

Sono frammenti di un bellissimo messaggio che il, 5 agosto 2013, Sua Santità Papa Francesco ha lanciato in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato e nel suo insieme il messaggio va letto e riletto per capire davvero quanto è profondo il mare. Il Pontificio Consiglio ‘Cor Unum’ il 9 ottobre ha reso noto, che le organizzazioni umanitarie cattoliche, per aiutare a superare la crisi umanitaria in Siria hanno stanziato 72 milioni di dollari, dove 55 enti realizzatori operano sul campo, 20 città siriane sono state soccorse grazie agli aiuti inviati, 32 istituzioni cattoliche sono coinvolte e che sono stati elargiti sussidi ai rifugiati presenti in Libano, in Giordania, in Turchia e in Iraq, a Cipro e in Egitto. Tuttavia, mentre la Chiesa indipendentemente dalla religione opera a fin di bene, i centri di accoglienza in Sicilia sono davvero al collasso. A Lampedusa i prigionieri hanno iniziato lo sciopero della fame, a Trapani hanno bloccato l’ingresso del centro e a Caltanissetta hanno bloccato il traffico sulla statale. La bolla di sapone delle false promesse e delle sorde risposte nella quale era contenuta la bella Sicilia e l’Isola di Lampedusa e i migranti oramai è scoppiata. Sul canale di Sicilia nelle scorse ore sono stati tratti in salvo 800 profughi rifugiati, e il flusso emorragico continua ancora ad arrivare, cosa aspetta ancora il Governo a porre rimedio? Don Zerai il sacerdote eritreo e portavoce dei profughi, ha dichiarato che sono “Persone frustrate dal momento che non ricevono risposte e neanche la dovuta assistenza. Sono state vittime di un naufragio e ora chiedono risposte”,che non arrivano. A conclusione del Consiglio Europeo Enrico Letta, nel corso di una conferenza stampa ha riferito che “l’Unione Europea è decisa a porre rimedio al dramma del Mediterraneo”, e ha messo in grassetto che “è stato incorporato il concetto di solidarietà che non era scontato”. Speriamo che la farsa sia finita e a teatro ogni attore reciti il proprio ruolo. La situazione è davvero grave! Come ha riferito il Premier Letta “Per essere in grado di reggere discussioni come quello sul futuro dell’Europa bisogna essere credibili in casa propria”. Beh! Certo giocando o in casa o in trasferta se non siete riusciti a contenere in tempo una situazione così catastrofica dobbiamo presupporre che i pantaloni dell’Italia sono completamente sgualciti, e a confermarlo è stato lo stesso Presidente che in un momento di lapsus ha rivelato: “Se uno ha i conti pubblici in disordine o ha le pezze….”. Forse ha fatto sorridere la platea della sala stampa ma non certo noi italiani dal momento che queste battute sono poco consone per un Premier, che rappresenta un Governo. Vedremo se l’autorità governativa è capace di ricomprare i pantaloni nuovi all’Italia o se come sempre le pezze toccherà a noi italiani metterle per riparare il fondo dei pantaloni. Le risposte le vogliamo anche noi. Tutto fumo e niente arrosto dunque. Per concludere, è d’obbligo citare i dati dell’Ufficio delle migrazioni internazionale (OMI) i quali informano che oltre 17000 casi di morte sono stati registrati negli ultimi 20 anni in media 80 persone sono morte nell’anonimato marittimo.

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La Polio continua a colpire ancora in Nigeria, dove il Governo e le ONG lottano per vaccinare il maggior numero possibile dei bambini. Ma alla vigilia della Giornata mondiale contro la polio, celebrata oggi venerdì, 25 ottobre, le aree più colpite di questo paese dalla malattia restano inaccessibili agli operatori sanitari. Ad Abuja, la capitale, le vittime della polio sono evidenti lungo le strade. Mohammad, 20 anni, passa da un auto all’altra e mendica monetine. Le sue gambe sono retratte e inutili, e il suo corpo riposa su uno skateboard di legno, che lui stesso ha costruito, e che spinge con la forza delle sue braccia in mezzo al traffico con l’aiuto delle sue mani. Mohammad aveva 4 anni quando ha contratto la polio e ha perso l’uso delle sue gambe. All’età di quattordici anni, la sua famiglia non poteva aiutarlo e ha iniziato a mendicare per le strade della capitale. Non è mai stato da un medico e non ha mai sentito parlare di poliomielite. Ma secondo le autorità sanitarie nigeriane, i giovani disabili, come Mohammad, che sono agli angoli delle strade di tutto il paese, quasi tutti sono vittime della poliomielite, una malattia a volte mortale ma prevenibile che è scomparsa in Occidente negli anni ’90. La Nigeria ha compiuto progressi significativi nella lotta contro la polio da quando Mohammad era piccolo. Nel 2013, sono stati identificati fino ad ora solo 49 casi di polio, la metà di quelli segnalati nello stesso periodo del 2012. Tuttavia, Kemi Lawanson, che coordina il programma PolioPlus del Rotary International in Nigeria ricorda che per ogni vittima, la malattia è devastante. ”Quando un bambino ha la poliomielite e viene effettivamente rilevata, o se non viene rilevata all’inizio quando il virus della polio colpisce i bambini, specialmente sotto i cinque anni, questa malattia ha la capacità di paralizzare per tutta la vita il minore”, ha spiegato Lawanson. Il Governo nigeriano e una serie di organizzazioni umanitarie stanno cercando di vaccinare il maggior numero possibile dei bambini. Ma secondo la signora Lawanson, a volte è difficile convincere i genitori che la vaccinazione protegge i loro figli. ”In alcune aree degli Stati dove la polio è endemica, c’è sempre la convinzione che il vaccino orale contro la poliomielite è una delle cause che determina la infertilità nelle donne”, ha continuato Lawanson. Questo è sbagliato, questa paura è assolutamente infondata, ma i genitori temono di vaccinare i loro bambini. Inoltre, ha aggiunto Lawanson, in Nigeria, dove la polio rimane endemica le vittime sono tutte situate al nord, dove gli insorti islamici stanno terrorizzando la popolazione dal 2009. All’inizio di quest’anno, nove operatori sanitari che facevano la vaccinazione contro la polio sono stati macellati nello Stato settentrionale di Kano. L’iniziativa globale per debellare la poliomielite precisa che gli operatori sanitari non hanno accesso ai bambini nello Stato di Borno, che vive sotto l’influenza della insurrezione islamista. Nel 2012, gli unici paesi che hanno segnalato casi di polio sono stati la Nigeria, l’Afghanistan, il Pakistan e il Ciad. Ma nel 2013, la malattia è scoppiata anche in Somalia.

Source: allafrica.com

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Perire in mare alla ricerca di un destino è il peggiore disastro per un clandestino. Il mare è fonte di evasione, di ispirazione, porta al largo e alla ricerca di nuovi orizzonti e scatena, sotto l’effetto delle costrizioni e delle frontiere virtuali che hanno creato l’egoismo e l’egocentrismo dell’uomo moderno, la crescente voglia di sopravvivere ma che diventa al tempo stesso assassina e mortale. Questo specchio tradisce le false speranze dei disperati dell’esistenza. Non è una esagerazione affermare che l’Europa ha, ancora una volta, mancato al suo dovere umanitario dal momento che la terra che ospita una nuvola di esseri umani prova un grande sgomento. L’Italia non s’è desta come evoca l’Inno di Mameli. Ancora oggi il Sindaco Giusi Nicolini chiede all’Europa di “cambiare la politica di asilo”. “Resto in attesa che cambi la politica di asilo non può  più essere consentito che venga chiesto a nuoto è vergognoso di fronte al mondo” ha scandito Giusi Nicolini. Questi africani che affrontano la vita, che navigano su delle imbarcazioni di fortuna, sfidano il Mediterraneo nell’unica speranza di raggiungere l’Eldorado europeo a causa della miseria, di un cattivo stile di vita, dell’autoritarismo e della instabilità politica sono il capro espiatorio di queste politiche migratorie selettive, inumane e selvagge di una certa Europa-cittadella, basata sulla cultura delle barriere, dei bunker che si raggomitola su se stessa. Shultz ha garantito che vuole affrontare l’emergenza dell’isola siciliana congiuntamente ai leader europei dei Ventotto, e ha chiesto delle risposte e di intensificare il sostegno a Lampedusa, e ha sottolineato soprattutto che dall’inizio del mese di gennaio su un’isola di 6000 abitanti sono arrivati “140 barconi con 13 mila rifugiati e che dal 2008 al 2012 sono arrivate ben 86 mila persone, cifre da capogiro. Questi dati dimostrano l’indifferenza, che circonda oramai questo fenomeno sul quale hanno chiuso sempre un occhio e per troppo tempo. Questi dati dimostrano un povera cultura, delle grandi potenze verso lo straniero. I Lampedusani hanno dimostrato nel corso di questi anni di avere una nobile cultura dell’ospite e della sua accoglienza non si sono tirati indietro come hanno fatto molti Stati che hanno chiuso le frontiere per paura di scontrarsi con una realtà diversa dalla loro. Il sindaco di Lampedusa ha dichiarato: ‘Mare Nostrum’ non è una risposta, ma è una replica ignominiosa a una richiesta umanitaria e la Legge Bossi-Fini doveva essere chiamata Bossi-Fini-Maroni,  perchè è stato proprio quest’ultimo che ha allungato i tempi di permanenza nei centri in modo esasperato”. E dice bene il sindaco Nicolini, ma loro vivono a nord e noi viviamo a sud, le Leggi le fanno per il nord non per sanare le ferite del sud. L’immigrazione clandestina è un problema che ha diverse sfaccettature dove la soluzione idonea dimora in un approccio pedagogico, comprensivo, umano sotto ogni punto di vista, e proprio questo che eviterà, ancor,a di assistere al massacro dei bambini che provoca solo rimorso e  tristezza.

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Bengasi – La Libia ha celebrato il secondo anniversario della Festa della Liberazione Mercoledì, 23 ottobre, in un clima di tensione e di inquietudine che incute insicurezza. A causa degli attentati e degli omicidi che avvengono quasi ogni giorno spinti dall’estremismo militante che passa attraverso la mancata istituzione di un esercito professionale, i libici sono sempre più preoccupati per il futuro, dopo due anni dalla morte di Muammar Gheddafi. ”La Libia è diventata un caos totale a tutti gli effetti”, ha riferito Abdel Wahab Elourfi, impiegato presso il Ministero della Pubblica Istruzione. ”Echeggia l’influenza dei gruppi estremisti nel Paese, l’appello al federalismo, e altre richieste di secessione”, ha dichiarato il brigadiere della polizia, Hosni al-Akouri. “Credo che il paese vivrà nei prossimi giorni molti scenari tristi considerando i dettagli della scena politica attuale”. Da parte sua, Nour al-Hoda Issa, allievo di 17 anni al liceo, spera che venga creata una situazione migliore, ma desolato aggiunge: “le armi sono ovunque e non c’è stabilità nel paese.” ”Due anni dopo la morte di Gheddafi, la situazione in Libia è diventata un sinonimo di omicidio e di morte”, ha dichiarato Hanan Khalifa, dentista al centro odontoiatrico di Bengasi. “La situazione è estremamente grave qui, ma dobbiamo continuare a essere ottimisti e a credere che il futuro sarà migliore”, ha commentato, Othman al-Shahibi, laureato in Gran Bretagna, spiegando che il suo paese è diventato caotico, con uno Stato che viene costruito lentamente. “Il ripristino della sicurezza è graduale, occorre del tempo. La sua costituzione alla fine sarà ben sviluppato”.

Source: http://fr.allafrica.com

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Il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, non ha incontrato Papa Francesco in Vaticano oggi Mercoledì, 23 ottobre, contrariamente a quanto aveva annunciato l’ufficio di Netanyahu, mercoledì, 16 ottobre, ha reso noto una fonte diplomatica. In un comunicato, stampa l’ufficio del Primo Ministro israeliano Netanyahu aveva indicato che l’autorità doveva “incontrare il Papa in Vaticano, Mercoledì, 23 ottobre” Ma una fonte diplomatica ha rivelato alla AFP che la riunione non ha avuto luogo, e ha sottolineato che le trattative con il Papa devono essere fornite con sufficiente anticipo. Un portavoce del Primo Ministro ha rifiutato di commentare la notizia. Questo doveva essere il primo incontro tra Netanyahu e Papa Francesco. Al contrario il Presidente palestinese, Mahmoud Abbas, ha incontrato il Papa in Vaticano e lo ha invitato a visitare la Terra Santa, come aveva fatto all’inizio di questa anno il Presidente israeliano Shimon Peres. A riguardo, Papa Francesco ha espresso a più riprese il suo desiderio di andare in Terra Santa, ma questo viaggio non è ancora stato annunciato da parte del Vaticano. Dopo Peres, il Presidente libanese Michel Suleiman e il re Abdullah di Giordania, Mahmoud Abbas è stato il quarto leader del Medio Oriente ad essere ricevuto dal Papa.

Source: gnet.tn

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23 Ottobre 2013 – Il capo delle operazioni per il mantenimento della pace delle Nazioni Unite ha lanciato un allarme oggi mercoledì, 23 ottobre, sulla escalation dei conflitti nella regione sudanese del Darfur e sulle difficoltà che questa intensità dei conflitti comporta per gli operatori umanitari e le forze di pace. In una sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su questo tema, Hervé Ladsous, ha evidenziato la precarietà dell’ambiente di sicurezza e la crescente necessità di proteggere i civili, e ha anche riferito che le Nazioni Unite hanno un costante dialogo con i paesi che contribuiscono alla missione congiunta delle Nazioni Unite e della Unione Africana in Darfur (UNAMID), allo scopo di migliorare le attrezzature e l’addestramento delle forze di pace. “Stiamo lavorando con i paesi allo scopo di preparare lo spiegamento di nuove unità per garantire che le quote siano conformi alle norme e alle esigenze operative”, ha spiegato Ladsous. Nel frattempo, il capo della UNAMID, Mohammed Ibn Chambas, ha riferito al Consiglio di Sicurezza che la situazione è diventata complicata per i conflitti tribali che affliggono la regione i quali hanno causato un gran numero di vittime civili e hanno provocato massicci spostamenti della popolazione. Inoltre ha aggiunto che la missione lavora congiuntamente con le autorità sudanesi per promuovere la riconciliazione tra i vari gruppi tribali.

Source:un.org

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Una rivista scientifica ha redatto un elenco di vittime di guerra dal 2003 al 2011. Un bilancio scoraggiante al quale vanno ad aggiungersi ogni giorno nuovi morti. Alla fine di ogni guerra arriva il momento di contare i morti. Questa è la missione che è stato affidata alla rivista scientifica americana PLoS Medicine. In collaborazione con alcuni accademici americani e grazie al supporto di esperti del Ministero della Sanità iracheno, è stata elaborata una relazione la quale ha fornito un record scoraggiante in dieci anni di violenze, fino ad arrivare al 2011. Tra l’invasione delle forze della coalizione occidentale, giunte per far cadere il regime di Saddam Hussein nel 2003, e il loro ritiro definitivo nel 2011, circa 500 000 persone hanno perso la vita sul suolo iracheno. Una cifra che ha scosso le statistiche precedenti, tra le quali quella di Iraq Body Count (inventario delle vittime) che aveva calcolato che le perdite ammontavano a 115.000, e questo calcolo può essere al di sotto della verità secondo alcuni.

“Rischio di morte” permanente

Questo nuovo studio è notevole per la sua funesta precisione, il 60% delle vittime sono state uccise durante gli scontri, e il 40% è morto a causa delle conseguenze indirette del conflitto. Una valutazione alla quale bisogna aggiungere circa 60.000 persone morte in Iraq dopo che erano fuggite (soprattutto in Siria e in Giordania). “Questo studio farà riflettere due volte (gli Stati) sulle conseguenze di una invasione e offrirà una maggiore consapevolezza del costo delle vite umane”, ha dichiarato Amy Hagopian, esperto di salute pubblica presso la Università di Washington e membro del progetto di censimento. Questo lavoro di ricerca, tuttavia, è stato molto difficile svolgerlo soprattutto in un paese ancora avvolto nel caos, ma è stato fatto in maniera così dettagliata che indica chi ha ucciso e con quali mezzi. Questo è ciò, che emerge da un paragrafo il quale sottolinea che il 60% delle vittime del conflitto sono state uccise dai proiettili, quasi il 13% dalle autobombe e, infine, solo il 9% ha perso la vita in varie esplosioni. Questo clima di violenza permanente regna in Iraq da un decennio. Il “rischio di morte” negli ultimi dieci anni è tre volte più importante per un uomo che durante gli anni della dittatura. Il tasso di mortalità (secondo i referti dei Medici a livello mondiale), è passato dal 5,5 su 1000 prima dell’invasione a 13.2, quaranta mesi dopo l’arrivo degli americani. Contro chi puntare il dito per questo drammatico bilancio? I soldati della coalizione? Le milizie irachene? Ogni parte ha la sua responsabilità di quasi il 30% dei decessi.

“Corruzione e nepotismo”

Per quanto riguarda il restante 40%, questa percentuale corrisponde alle vittime indirette del conflitto, morti a causa delle terribili condizioni di salute, per la mancanza di cibo, per le infrastrutture carenti, lo stress post-traumatico e la criminalità dilagante. “Il Governo iracheno è crollato dopo la invasione degli Stati Uniti, e la economia, è stata afflitta dalla corruzione e dal nepotismo”, ammette amaramente Jean-Pierre Luizard, direttore di ricerca al CNRS. Le infrastrutture mediche essenziali, sono crudelmente carenti. Secondo un rapporto delle università di Boston e di Brown, in Iraq oggi sono presenti 22.000 medici (18.000 sono fuggiti dopo l’invasione) mentre 84 sono i psichiatri del paese, e la popolazione ammonta a 33 milioni di abitanti. Oltre a ciò c’è una grave mancanza di accesso all’acqua potabile (l’80% dell’acqua del paese non viene trattata).

Lo spettro di una guerra civile

Nonostante il ritiro delle truppe occidentali, il lutto iracheno è tutt’altro che finito. Se l’indagine è stata estesa fino al 2011, la violenza, continua a essere una cancrena in Iraq. La guerra contro la coalizione ha lasciato il posto a una nuova lotta fratricida tra la maggioranza sciita al potere (vecchio spauracchio di Saddam Hussein) e i sunniti (sostenitori dell’ex dittatore). L’Iraq vive da due anni a ritmo di bombe e di autobombe. Secondo Pierre-Jean Luizard questi attacchi “contano più di 10 000 morti (tra questi la maggioranza sono civili) alla fine del 2011″. Il 2013 segna l’apogeo di queste violenze, che sono ancora più mortali rispetto a quelle del 2008, nel cuore del conflitto.

Source: lepoint.fr

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“Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore: Fecemi la Divina Potestate, la somma sapienza è i primmo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. (Dante Alighieri – Canto terzo versi 1-21). Poche speranze dunque per chi entra e non esce dalla farsa della politica italiana. Pinocchio al posto dei politici doveva avere la laurea. Diciotto giorni dopo il naufragio di Lampedusa, ieri lunedì, 21 ottobre, sono stati celebrati ad Agrigento i funerali delle 366 vittime. A presenziare alla cerimonia oltre agli ambasciatori dei paesi di origine delle vittime, c’erano anche il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, e il suo omologo per il dipartimento ministeriale della Integrazione, Cecile Kyenge. Il Sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, assente dalla celebrazione perchè occupata in un colloquio con Napolitano, ha dichiarato una cosa giusta: “Tuteliamo gli Eritrei e poi invitiamo il loro Governo? Se proteggiamo chi scappa dall’Eritrea per non fare il militare, perchè poi invitiamo il Governo Eritreo alla commemorazione dei morti? Perchè in Italia egregio Sindaco, Giusi Nicolini, i politici non conoscono i termini delle parole italiane e neanche il loro uso appropriato. Clandestini! Chi sono i Clandestini? In qualsiasi vocabolario della lingua italiana, la parola clandestino viene indicato con il sinonimo di “nascosti”. Quindi  parlando in italiano corretto queste persone si nascondono dall’Eritrea, dalla continua guerra civile in Libia, dalla fame, dalla disperazione. Queste persone fuggono dalla fame e dalla guerra e dunque oltre a essere clandestini sono anche fuggiaschi. I nostri politici sono dei parolieri nati, perchè usano le parole a loro gusto e piacimento infatti è  comodo dire non nasconderti, non fuggire, tanto poi c’è la Legge Bossi-Fini che sanziona tutto il preambolo come reato. Quindi anche gli italiani in America, in Germania o in tutti le parti del Mondo dove sono andati a nascondersi e sono fuggiti quando l’Italia non dava loro prospettive di una vita dignitosa, sono anche loro clandestini? Il Primo Ministro Angelino Alfano alla commemorazione dei defunti a Agrigento, è stato accolto da alcuni eritrei attivisti che hanno urlato: “Assassini…Assassini! Basta con la Legge Bossi-Fini” Di rimando il Vice Premier ha risposto “I cosiddetti attivisti che hanno gridato ‘Assassini’ sono quelli che vogliono le frontiere libere e gli scafisti in libertà. Non l’avranno vinta, noi proteggeremo le nostre frontiere salvando vite umane”. Ma Dr. Alfano ‘mi consenta’ ma lei dove vive? Le frontiere sono già libere e anche gli scafisti sono liberi e se lei ha partecipato a una commemorazione di 366 vittime il Governo italiano non sta proteggendo le frontiere e neanche salvando le vite umane altrimenti tutta questa gente e tutti questi morti da dove arrivano?  Il 1° ottobre del 2004 il Consiglio dei Ministri varava il regolamento attuativo della Legge Bossi-Fini, prendendo atto dei rilievi della Corte Costituzionale. Il provvedimento conteneva il finanziamento  per la creazione di centri di trattenimento dei clandestini. Ma i centri di trattenimento dei clandestini sono delle strutture pubbliche destinate a raccogliere i migranti nelle loro terre di origine, allo scopo di impedire che raggiungano il territorio nazionale, anche in riferimento alle strutture pubbliche destinate a ospitare gli immigrati clandestini che stanno per essere espulsi dal territorio nazionale. Ricapitolando queste persone sono definite impropriamente clandestini perchè si stanno cautelando dalla guerra e dalla fame e questo rientra nei diritti di ogni uomo, in aggiunta se tutta questa folla arriva in Italia evidentemente non esistono strutture che possono essere definite centri di trattenimento dei clandestini. Dove sono finiti dunque questi finanziamenti, acclamati dalla Legge Bossi-Fini? Senza entrare nel merito legale della Bossi-Fini, non credo che se così tanti migranti sono morti sia responsabilità solo di qualche scafista sconsiderato, non è che la nostra accoglienza sta assumendo le caratteristiche del diritto penale?  Una ‘beffarda passerella’ l’ha definita, Don Mosè Zerai un sacerdote eritreo. In effetti non ha tutti i torti perchè i manichini politici non beffano solo gli eritrei ma anche noi italiani  soprattutto il popolo siciliano e lampedusano che ancora una volta viene lasciato in balia delle false promesse.

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Il Presidente della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, John Ashe, ha oggi dichiarato che la tragedia della schiavitù continua a vigere nella attualità per molte persone, attraverso forme sottili che includono la disuguaglianza socio-economica, l’odio, i pregiudizi e il razzismo. Questa è la dichiarazione di Ashe nel corso della sessione celebratada da questo organo di dibattito delle Nazione Unite, come parte delle attività del bicentenario dalla abolizione della Tratta Transatlantica. “Tra i principi che hanno ispirato la carta delle Nazioni Unite rientrano la uguaglianza e la non discriminazione. La Dichiarazione Universale dei Dirittti dell’Uomo proclama che tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali nella dignità dei diritti, e che la schiavitù e la tratta degli schiavi devono essere proibiti in tutte le sue forme”, ha ricordato Ashe. Il Presidente della Assemblea è rimasto soddisfatto della continuità degli sforzi e in  questa occasione è stato eretto in una sede distaccata da quella delle Nazioni Unite un monumento permanente in riconoscimento della tragedia della schiavitù e della tratta degli schiavi. Il disegno che ha vinto il concorso al quale hanno partecipato 310 artisti di 83 paesi è stato ‘L’Arca del Ritorno’ dell’haitiano Rodney Leon.

Source: Source: un.org

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Migliaia di articoli, sono stati scritti in tutto il mondo, per la ripresa dei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi. Il conflitto arabo-israeliano non è così centrale come molti pensano. Diversi politici, diplomatici e analisti sostengono la teoria che se il conflitto tra Israele e i suoi vicini arabi sarà risolta, non ci sarà più la tensione tra l’Occidente e il mondo musulmano, e la pace regnerà a partire dalla Indonesia fino al Marocco, attraverso l’Afghanistan, l’Iran, l’Iraq, l’Algeria e altri Paesi. Come giustamente osservato da David Ouellette a La Tribune de Sherbrooke: “I talebani, per esempio, cercano di ripristinare il loro emirato fondamentalista in un paese più lontano dal conflitto israelo-palestinese, cioè l’Afghanistan, un paese dell’Asia centrale cronicamente destabilizzato dai propri interessi nazionali e geopolitici tribali degli Stati musulmani vicini che sono stati i primi a essere sorpresi e arrabbiati per aver appreso che i loro fervori teocratici e jihadisti se saranno temperati come per incanto diventeranno un accordo di pace tra israeliani e palestinesi”. In altre parole, un accordo di pace tra Israele e i suoi vicini non si ferma alla guerra civile in Siria, che ha provocato oltre 100.000 morti, non stabilizzerà il Libano diviso su base comunitarie, non risolverà la guerra civile latente in Egitto in seguito al colpo di Stato contro l’ex Presidente (islamista, ma eletto) Mohammed Morsi. Questo accordo non eliminerà la ostilità di Al-Qaeda contro i valori occidentali, non eliminerà le ambizioni nucleari dell’Iran, come neanche la ricerca della egemonia regionale in questo paese, e in nessun modo risolverà il secolare e sanguinoso conflitto tra sciiti e sunniti.

Il principio di base di ogni accordo è “Due stati per due popoli”

Tutto ciò ha per corollario quindi l’obbligo di riconoscere che gli ebrei sono un popolo, e che loro hanno diritto alla autodeterminazione nelle loro terre ancestrali e Israele deve essere riconosciuto come Stato ebraico dai palestinesi. Ciò significa anche, il riconoscimento che i palestinesi sono un popolo (e non solo una parte del popolo arabo), e che hanno il diritto alla autodeterminazione di uno Stato vitale, contiguo e pacifico e di raggiungerlo affianco a Israele (e non al posto di Israele). L’accordo deve coinvolgere tutti i paesi della regione, conformemente alle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Questo significa, il ritiro di Israele dai territori acquisiti durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967 (con diversi insediamenti ebraici in Cisgiordania) e il riconoscimento di tutti i paesi a vivere entro confini sicuri e riconosciuti. In altre parole, gli Stati arabi e Israele saranno obbligati a stabilire le relazioni diplomatiche e la concessione del mutuo riconoscimento.

Lo Stato palestinese sarà smilitarizzato.

Forti garanzie di sicurezza saranno forniti da Israele. Proprio come i profughi ebrei dei paesi arabi sono stati assorbiti da Israele, i profughi palestinesi saranno integrati nello stato palestinese. Altrimenti, si verranno a creare due Stati: Uno palestinese e uno che lo diventerà entro un certo termine. Nessun capo di Israele è pronto, con tutte le ragioni, di firmare un patto suicida. La storia non può essere riscritta, alcuni sviluppi sul terreno rimangono, secondo le garanzie americane del 2004 dopo l’impegno di Israele a ritirarsi unilateralmente da Gaza. Una soluzione creativa deve essere trovata per Gerusalemme. I Diritti religiosi per tutti (cristiani, musulmani e ebrei) non sono stati soddisfatti a Gerusalemme da quando è stata riunita sotto la sovranità israeliana. Basta ricordare che, sotto il controllo della Giordania tra il 1948 e il 1967, gli ebrei non avevano accesso al Muro Occidentale (erroneamente chiamato il Muro del Pianto). Qualunque è la soluzione alla quale i negoziatori arrivano, l’accesso alla città tre volte santa non può essere compromessa. Inoltre, ogni comunità religiosa deve continuare ad avere il controllo dei suoi luoghi sacri, come avviene attualmente.

Source: quebec.huffingtonpos

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La maggior parte della popolazione mondiale vive in aree urbane. Ciò che forse è meno noto è che la copertura dei servizi igienico-sanitari non procede in parallelo a quello della popolazione urbana. Secondo le stime di UN-Habitat, il 40% degli abitanti delle città vive in baraccopoli, una percentuale che è in costante aumento, oltre ai 20 milioni di persone che ogni anno aderiscono al mucchio. Se i cittadini hanno un migliore accesso generale ai servizi igienici rispetto a quelli rurali, le condizioni sanitarie della città sono deteriorate. L’alta densità della popolazione, provoca una gestione inadeguata dei rifiuti solidi e una carenza dei sistemi di drenaggio. Il programma sull’acqua e l’igiene (WSP), recentemente concluso, indica che bisogna adottare un approccio multidimensionale al complesso problema per ottenere risultati significativi. Le aree urbane densamente popolate non hanno aree dove possono essere smaltiti gli escrementi, i quali contengono degli agenti patogeni nocivi. Da qui l’importanza critica di servizi affidabili e della rimozione igienica dei fanghi fecali da trattare altrove e, se possibile, da riciclare. Qualsiasi guasto in questa catena, può avere gravi conseguenze per la salute pubblica, per non parlare dei rischi per l’ambiente urbano e i disagi per i residenti. Lo stesso vale per le fognature: Nonostante gli ingenti investimenti nelle infrastrutture, i problemi di trasporto e di trattamento sono comuni. L’igiene urbana deve integrare i poveri in un quadro che copre ogni agglomerato: qualsiasi difetto provoca la contaminazione di queste zone densamente popolate, e coinvolge un gran numero di altre persone. Da qui l’interesse a trovare soluzioni molto parziali in materia di salute pubblica, di economia, sociale e ambientale. Per sviluppare servizi efficienti di igiene urbana, la pianificazione deve riguardare tutte le persone, indipendentemente dal loro livello di ricchezza. L’igiene urbana non può essere gestita in modo isolato: La pianificazione inadeguata e il fallimento delle politiche dei sistemi di drenaggio possono causare inondazioni, soprattutto ai tropici, che rendono inefficaci le infrastrutture sotterranee (latrine, fosse settiche e acque reflue) e causare una diffusa contaminazione fecale. A causa di una cattiva gestione dei rifiuti solidi i sistemi di drenaggio vengono ostruiti, peggiorando le inondazioni e aumentando il volume sbarcato nelle latrine, mettendo gli scarichi a rischio. L’igiene urbana richiede un forte ambiente favorevole: La chiarezza del quadro politico, la legislazione e le norme promuovono la coerenza e la uniformità tra tutti gli anelli della catena di servizi. Per funzionare bene, l’ambiente istituzionale deve coinvolgere attori pubblici e privati ​​nelle aree dove sono più efficaci, combinando le modalità di finanziamento adeguate, una gamma equilibrata e diversificata di qualità del servizio privato in tutta la catena e i finanziamenti pubblici per la fornitura dei beni pubblici. L’igiene urbana deve essere basata su meccanismi di responsabilità chiari. Lo sviluppo della igiene urbana spesso inciampa sulla mancanza di servizi continui e efficaci come le infrastrutture esistenti (latrine, sistemi di drenaggio, fognature e stazioni di depurazione). Per garantire che tutti i fornitori di servizi possono svolgere pienamente il loro ruolo essenziale nella vita di ogni giorno, devono essere ritenuti responsabili delle loro azioni. Ciò richiede la introduzione di specifici meccanismi e di responsabilità effettive.

Source: worldbank.org

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A al Mazmoon nello Stato di Sennar, la situazione è tesa. Questo villaggio del Sudan sud-orientale normalmente tranquillo è stato teatro di conflitti negli ultimi mesi. Oltre 3.800 sudanesi sono stati rimpatriati, tra questi 1.800 ex combattenti hanno cercato di costruire nuove case e fattorie nella piccola comunità. Tra i nuovi agricoltori, molte persone hanno abbandonato il loro pascolo nel sud e sono fuggiti oltre il confine, quando il Sud del Sudan aveva formalmente dichiarato la propria indipendenza a luglio del 2011. L’aumento della popolazione a Mazmoom ha preoccupato i suoi abitanti, e a fortiori molte persone della comunità hanno paura che l’arrivo di nuova gente possa mettere a dura prova le risorse locali, creando tensioni tra gli abitanti del villaggio e i nuovi arrivi, causando inevitabilmente ulteriori controversie. Per far fronte a questa potenziale fonte di violenza, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) ha aiutato gli abitanti del villaggio a costruire e a attrezzare una scuola elementare e un centro comunitario il cui costo totale ammonta a $ 120 000. Oltre a fornire una formazione di valore nella regione, la scuola è fondamentale per ridurre le tensioni e per reintegrare pacificamente i rimpatriati nella comunità. Una delle principali preoccupazioni della gente locale è che la crescita della popolazione sta mettendo pressione sulle risorse e sui servizi sociali di base. “In una regione dove gli scontri tribali sono spesso risolti con kalashnikov (o conflitti violenti), le consultazioni comunitarie hanno rivelato che i residenti locali temono la possibilità di nuovi conflitti tra gli agricoltori e i pastori, soprattutto per quanto riguarda le risorse del territorio e la loro proprietà”, ha dichiarato Noori, del CEO di Elnasaiem, una ONG locale che ha attuato il progetto per UNDP, che ha fornito a Elnasaiem finanziamenti, formazione e servizi allo scopo di istituire un comitato atto a monitorare la comunità e il controllo degli armamenti. Il comitato utilizza la nuova scuola per organizzare corsi serali volti a istruire sui pericoli delle armi di piccolo calibro e quelle leggere, sulle alternative alla violenza armata, sulla risoluzione dei conflitti e a ripristinare la pace. “Vogliamo dimostrare che l’uso delle armi ha un prezzo, e, invece di garantire la sicurezza, contribuisce alla instabilità e alla insicurezza”, ha spiegato Nuri. In questi edifici sono stati inseriti anche insegnanti preparati e le donne del posto frequentano i corsi di matematica e di lettura. Sono oltre 2.000 i membri della comunità che hanno utilizzato questi servizi fino ad oggi. UNDP e Elnasaiem hanno anche avviato un progetto per sei mesi di un Forum che consentirà a coloro che sono stati coinvolti in una controversia di risolvere le loro differenze, e di mantenere contatti stabili con il Governo sulle questioni relative all’accesso ai servizi di base e a altre misure necessarie per la sistemazione dei rimpatriati nel sud del Sudan. “La risoluzione delle controversie in materia di assegnazione di terreni o tra agricoltori e allevatori è uno dei problemi più comuni che il Forum ha permesso di regolare. “Siamo stati in grado di parlare con il Governo a nome della comunità”, ha sottolineato Ahmed, di 60 anni, che ha recentemente utilizzato il servizio per risolvere una controversia con il suo vicino. “Abbiamo potuto spiegare la situazione della sicurezza ai nostri rimpatriati nel Sudan meridionale. Per ridurre il potenziale di conflitto tra gli agricoltori e i pastori, l’autorità governativa nazionale ha risposto al comitato di sicurezza, e ha indicato a sua volta dei percorsi per gli animali e ha disposto dei lotti di terreno ai rimpatriati nel Sudan meridionale”. La scuola e la comunità sono state completate nel mese di agosto del 2012 e sono gestite da insegnanti funzionari che assicurano i corsi ai bambini fino all’ottavo grado. Il progetto ha ricevuto il sostegno dei Governi del Giappone e della Norvegia e rientra in un portafoglio di $ 75 milioni spesi da UNDP per il disarmo, nel contesto del Programma relativo a questo argomento, come anche la smobilitazione e la reintegrazione in Sudan. La Entità sudanese ha fornito terra e personale al centro e alla scuola della comunità e prevede di aggiungere quattro nuove aule e due uffici in queste istituzioni.

Source: undp.org

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La Unione europea spera che i colloqui tra le grandi potenze e l’Iran saranno “molto produttivi”, ha dichiarato Martedì, 15 ottobre, il portavoce di Catherine Ashton, il capo della diplomazia estera della UE che ha presieduto alla riunione. ”Speriamo che questi due giorni di negoziati saranno molto produttivi, siamo cautamente ottimisti”, ha continuato il portavoce, Michael Mann, a nome della Unione europea. “La atmosfera è molto diversa con la nuova squadra iraniana”, ha precisato. La Ashton ha cenato lunedi notte, 14 ottobre, con il Ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, i negoziati dureranno due giorni tra l’Iran e il gruppo 5 +1 (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina, Germania), e sono stati svolti con i direttori politici e i Vice Ministri stranieri e alla presenza della Ashton. Mann ha anche indicato che “la proposta” è stata presentata dalla delegazione iraniana nei negoziati sulla questione nucleare iraniana. “Gli iraniani hanno fatto una presentazione + powerpoint + della loro proposta, all’inizio della riunione e c’è voluto quasi un’ora di tempo”, ha informato, senza fornire ulteriori informazioni. Inoltre, il portavoce ha sottolineato che per la Unione europea, la “palla è nel campo iraniano”, e ha aggiunto che l’Unione ha fatto a suo tempo “una proposta che è sul tavolo e che gli iraniani conoscono” e che “non c’è altra alternativa”. Secondo questi ultimi, l’obiettivo di questo incontro è quello di raggiungere un accordo entro un anno, facendo un primo passo entro un mese o due.

Araqchi, il nuovo responsabile per i negoziati

E’ al nuovo arrivato che viene affidato il duro compito di condurre i negoziati a Ginevra sulla questione nucleare iraniana. Araqchi, 51 anni, è stato per un breve periodo, Vice Ministro degli Affari Esteri sotto la Presidenza di Mahmoud Ahmadinejad e precedentemente ambasciatore in Finlandia e in Giappone. Ieri ha inviato al 5 +1 (i cinque membri del Consiglio di sicurezza più la Germania), una proposta riservata di Teheran, sulla quale bisogna esporre se sarà sufficiente per raggiungere l’apertura proposta dal nuovo Presidente iraniano, Hassan Rohani. “Siamo seri, non siamo qui come rappresentanza simbolica o per perdere il nostro tempo”, ha ammonito.  Araqchi, spera in un nuovo round di negoziati entro un mese e in una prima “avanzata iniziale” a partire da oggi. Gli europei e gli iraniani sono d’accordo che “l’atmosfera è più positiva” rispetto ai precedenti incontri.

Source:  letempsdz

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Una bambina, di 4 anni, pallida, bionda e con gli occhi azzurri, guarda timidamente verso l’obiettivo della macchina fotografica. Sembra una storia normale. Ma non lo è. Questa piccola è il centro di un mistero da risolvere. In Grecia la Polizia lo scorso giovedì, 17 ottobre, ha aperto una indagine contro un paio di zingari che si sono presentati come i loro genitori, ma non lo sono. Ora la polizia non ha idea di chi sia o da dove provenga questa bambina. Avete qualche idea per contribuire a svelare il mistero? I funzionari greci sperano che inviando le immagini della bambina sarà possibile aiutarla a scoprire chi è. La ragazza è stata trovata in una comunità di rom nei pressi della città di Larissa, nella Grecia centrale, in base a un ente di beneficenza chiamato ‘Il sorriso del bambino’ che ora le offre le giuste cure. La polizia ha avuto dei sospetti dal momento che la minore, è bionda, con la pelle chiara e gli occhi azzurri, e non sembra essere la figlia della coppia che sosteneva di essere i suoi genitori. “Le caratteristiche della ragazza e le affermazioni controverse di quelle persone che affermano di essere i suoi genitori ha portato le autorità a raccogliere campioni per il test del DNA”, informa un comunicato stampa della ONG. “I risultati dei test del DNA hanno dimostrato che queste persone non sono i genitori biologici della bambina”. Le autorità hanno immediatamente affidato la minore alle cure della organizzazione caritatevole ‘Il sorriso del bambino’ che avranno cura di lei “fino a quando non sarà trovata la soluzione migliore per difendere l’interesse del minore”. Le due persone che hanno dichiarato di essere i suoi congiunti sono stati arrestati e devono rispondere alle accuse di sequestro di minore, e di falsificazione dei documenti di identità, ha riferito la agenzia di stampa di Atene e della Macedonia. Tra i documenti sospetti da parte della polizia è stato anche trovato un certificato di nascita che risale al 2009 e il registro battesimale delle autorità di Atene. La donna, di 40 anni, è in possesso anche di due diversi documenti di identità e la famiglia aveva registrato che aveva dato alla luce tre bambini tra i mesi di giugno e novembre del 1993, e di altri tre figli tra ottobre del 1994 e febbraio del 1995. La bambina al momento viene seguita da uno psicologo della polizia greca, ha asserito l’agenzia di stampa. Chiunque ha informazioni può chiamare il numero verde europeo per i bambini scomparsi o contattare la organizzazione ‘Il sorriso del bambino'.

Source: (CNN) 

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Mosca – Due persone sono rimaste uccise a causa di una esplosione di una bomba nel cortile di una Moschea a Kabardino-Balkarie, Repubblica instabile del Caucaso russo nello Tchétchénie, hanno indicato, venerdì, 18 ottobre, le Forze dell’ordine. Un ordigno non identificato è esploso alle 3h20 nel cortile di una Moschea del villaggio di Dougouloubgueï dove sono state ritrovate alcune parti dei corpi, informa il comunicato della Polizia. Secondo le fonti di una sezione locale del Comitato d’inchiesta, due persone sono morte in questa esplosione che ha provocato un buco di un metro di profondità. L’esplosione ha rotto i vetri delle case vicine alla Moschea. In base alle recenti informazioni, le vittime della esplosione sono coloro che hanno collocato l’ordigno esplosivo, hanno indicato le fonti vicine alle Forze dell’ordine, citate dalla agenzia di stampa Interfax. I pezzi dei corpi sono stati ritrovati vicino a un kalachnikov rubato da un posto di controllo della polizia, continua l’informatore. L’incidente ha avuto luogo vicino alla città di Baksan, teatro di un attentato nel mese di luglio del 2010 contro la centrale idroelettrica dove alcuni assalitori avevano ucciso due poliziotti e fatto esplodere le turbine. Il Caucaso russo è in preda a una ribellione esacerbata da due guerre successive condotte dalle Forze russe contro i separatisti nello Tchétchénie. Dopo la prima guerra dello Tchétchénie, (1994-1996), la ribellione è stata progressivamente islamizzata e sempre più oltrepassato le frontiere di questa piccola Repubblica trasformandosi nel mezzo degli anni 2000 in un movimento islamista armato e attivo in tutto il Caucaso del Nord.

Source: AFP / 18 octobre 2013 08h46

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Tagbilaran (Filippine) – Il potente sisma che ha colpito le Filippine centrali all’inizio di questa settimana ha provocato 172 morti e 22 dispersi, tra i quali cinque bambini, dichiara un rapporto preliminare pubblicato oggi Venerdì, 18 ottobre, dalle autorità locali. L’isola turistica di Bohol, che è stata l’epicentro del terremoto avvenuto Martedì, 15 ottobre, ha pagato il prezzo più pesante con 160 vittime, ha annunciato il servizio della protezione civile nella regione. Altre dodici persone sono morte in altre isole. Mentre ventidue persone non rispondono all’appello a Bohol, tra queste anche cinque bambini che stavano giocando nei pressi di una cascata, ha rivelato il capo della polizia locale, Dennis Agustin. La speranza di ritrovarli in vita è sottile, ha aggiunto. “Esistono poche probabilità. Il terremoto ha continuato a scuotere la terra per ben quattro giorni. Alcuni sono stati probabilmente sepolti dalle frane, altri sono ancora sotto le strutture crollate”, ha informato AFP. Gli abitanti sono rifugiati negli edifici ancora in piedi o nei campi di fortuna, terrorizzati dalle numerose scosse di assestamento. Quasi un milione di persone vivono a Bohol, una isola a circa 600 miglia a sud di Manila, conosciuta per le sue spiagge, le sue colline chiamate in modo atipico “colline del cioccolato” e i suoi piccoli primati. Le Filippine sono sulla cintura di fuoco del Pacifico, che è allineata con il bordo esterno dell’Oceano Pacifico che contiene centinaia di vulcani ed è per questo che i terremoti sono frequenti come anche le eruzioni vulcaniche.

Source: 20minutes.fr

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Damasco Lampedusa … Milano dopo alcuni giorni, un numero crescente di profughi siriani in transito verso l’Europa del nord, sono rimasti bloccati alla frontiera, e sostano alla Stazione Centrale di Milano, dove è stata lanciata l’allerta di una minaccia di crisi. Sono circa 150 gli emigranti, tra questi numerose sono le famiglie con i figli piccoli, che siedono in silenzio, lontano dal trambusto della grande sala delle partenze sulle piattaforme tra le scale mobili. Alcuni volontari vanno in loro aiuto distribuendo riso e panini. ”Il flusso è iniziato nelle trascorse due settimane”, ha dichiarato Alberto Sinigallia, Presidente di una delle organizzazioni umanitarie presenti sul posto, Fondazione Progetto Arca. “Fino all’altro ieri, sono arrivati dal sud tra le 30 e le 40 persone al giorno, hanno trascorso la notte qui e sono andate via il giorno successivo. Abbiamo dato loro cibo e coperte. Ma da ieri, le frontiere della Svizzera, dell’Austria e della Francia sono state chiuse. Non sappiamo cosa accadrà domani, ma oggi le persone continuano ad arrivare, dunque la situazione sta per esplodere”, ha continuato il Presidente della FPA. Alla domanda se il numero degli arrivi è rimasto stabile, ha risposto: “Le uscite sono state oramai bloccate: le persone da 60 sono passate a 120 al momento sono quasi 150 e domani dalle 200 alle 220. Attualmente la polizia ferroviaria chiude un occhio e permette loro di dormire negli spazi ferroviari, ma già da adesso iniziano a essere visibili i primi disguidi”, Alberto Sinigallia è molto preoccupato. Una famiglia siriana (che è voluta rimanere nell’anonimato), composta da una una coppia e dalle loro due figlie di 10 e 12 anni, ha rivelato che sono stati arrestati e respinti dalla polizia austriaca, mentre la congiunta era, insieme ad altri siriani, sul punto di andare in Germania. Il padre, di famiglia che ha 35 anni, e aveva un edificio di proprietà a Homs, ha riferito che la polizia austriaca ha usato violenza contro di lui e che il denaro che portava con se è scomparso durante la detenzione. La famiglia poi è stata rispedita al confine, e affidata alla polizia italiana prima di arrivare a Milano. Il nucleo, ha impiegato cinque mesi per fare il viaggio da Homs (Siria), passando attraverso la Giordania, l’Egitto e la Libia fino ad arrivare a Lampedusa e poi a Milano, da dove spera di raggiungere la Norvegia.

“Un enorme desiderio: Vivere una vita normale”

Secondo Sinigallia, quasi quaranta persone sono partite per la Francia ma sono tornate indietro Mercoledì, 15 ottobre: “Penso che i confini sono stati chiusi perché il flusso è iniziato a diventare importante”, sostiene Sinigallia. Data l’urgenza, il sindaco della città di Milano Giovedì, 16 settembre, ha dichiarato lo “stato crisi”, ha informato un portavoce, Gabriella Polifroni. “All’inizio, li abbiamo lasciati cercare un alloggio in alberghi o in appartamenti, ma non vogliono restare a Milano e neanche in Italia. Il desiderio di lasciare l’Italia è giusto, non possiamo obbligarli a rimanere”. Tuttavia per far fronte alla emergenza, il sindaco sta cercando di negoziare l’accesso alle docce calde gratuite messe a disposizione alla stazione. Ma la città non è in grado di gestire questa situazione e di conseguenza chiedono gli aiuti promessi dal Governo dopo la tragedia di Lampedusa, che ha ucciso centinaia di migranti”. Attualmente, c’è un ampio divario tra le decisioni politiche e le esigenze umanitarie”, spiega Gabriella Polifroni. Questa situazione assume anche una dimensione psicologica per i rifugiati, avverte Sinigallia. “Queste persone in antecedenza avevano cominciato a ricostruire le loro vite ed erano entusiasti. Ma adesso che hanno rubato i loro soldi, e sono stati restituiti a un paese nel quale non vogliono rimanere, hanno il morale completamente a terra”. “C’è una madre che ha partorito sulla barca mentre era diretta a Lampedusa, ed è stata accolta da una famiglia della zona, ma il marito è depresso perché non sa cosa fare, e neanche dove andare”, ha asserito prima di concludere che: “Queste persone sono molto forti e hanno anche sofferto molto, ma resta comunque il grande desiderio di ritornare ad avere una vita normale e di grande dignità”.

Source: lematin.ma

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Alcuni vengono abbandonati dai loro progenitori, mentre altri lo sono stati da chi li ha partoriti, spesso “illegalmente”. Fondata nel 1970, l’orfanotrofio o “Dar El-Hadanah” ospita in media ogni mese venti bambini la cui età è compresa tra i quattro e i sei mesi di vita nella maggior parte dei casi sono stati raccolti dalle maternità o in casi molto rari presentati direttamente ai servizi sociali dalle famiglie vulnerabili. Questi bambini rimangono nell’istituto che li ospita meno di tre mesi prima di essere adottati da coppie sterili o famiglie benestanti che vogliono mostrare la solidarietà agli innocenti, fornendo il loro calore e l’affetto che non hanno ricevuto fin dalla nascita. La gestione della istituzione è fornita dalla direzione della azione sociale, come anche da alcuni benefattori che non lesinano sui mezzi per fornire a questi bambini un conforto donando latte, pannolini, abbigliamento e giocattoli. Sfortunatamente, questo supporto materiale non sostituisce la mancanza di affetto materno e familiare che può essere letto sui volti dei cherubini, costretti, per un certo periodo, a vivere in solitudine. Questo elemento è reso evidente dall’ingresso in due sale dove sono ammassati sui letti una ventina di bambini. L’emozione è molto forte e non è possibile rimanere indifferenti davanti a quello che è un dramma, anche se le condizioni dimostrano una corretta igiene sanitaria.

Dounia: un sorriso intensamente espressivo

Osservando il letto della piccola Dounia, di otto mesi, la reazione è immediata. Lei si sforza di prendere la mano che gli viene tesa. Non bisogna essere uno specialista in psicologia infantile per capire il dolore interno che mina questa bambina che ha bisogno di gesti d’amore. La situazione diventa insopportabile quando Dounia, aggrappata a me, non mi lascia andare. Nessuno può misurare quanto a questa bambina manca l’affetto, e il calore che emana dalle sue dolci e piccole guance rosa diventa sudore profuso. Il direttore della scuola materna non ha potuto trattenere le lacrime e tutti sono scoppiati in lacrime. Abbiamo lasciato la scena con un sapore amaro, racconta l’interlocutore, la tristezza e soprattutto l’incomprensione per la crudeltà di quelle madri che rifiutano questi angeli. Le parole non possono esprimere la reazione di questi bambini, orfani, quando vedono un qualsiasi visitatore. A giudizio del capo della istituzione “Sono gli assistenti a occuparsi di loro, oltre a un psicologo, ma niente può sostituire i genitori, perché tutto il lavoro è insufficiente”. E’ vero, questi bambini sono vittime delle loro madri, dei loro padri, della società, perché ogni volta è sempre una questione di salvare l’onore della famiglia. I bambini abbandonati sono un fenomeno sociale e secondo le statistiche della direzione della azione sociale, viene aggravato ogni anno in tutto il paese, con quasi 4.000 bambini abbandonati e oltre 3000 sono nati fuori dal matrimonio. Queste cifre parlano da sole, pur sapendo che la maggior parte di questi bambini finiscono negli orfanotrofi dove potranno vedere il sole dopo la loro adozione.

L’asilo: un paradiso difficile per i bambini

Dopo la loro casa, i bambini che si ritrovano in questo istituto, si sentono quasi in una prigione. A parte l’igiene personale e la cura, questi minori non ricevono nessun altro privilegio. Non vanno fuori e non c’è un programma stabilito per ogni passeggiata, soprattutto perché l’Istituto di Tlemcen non ha uno spazio verde o un giardino dove i bambini possono essere esposti all’aria pulita. Questo non è un ambiente adatto al loro sviluppo fisico e psicologico. Essendo stati privati ​​del loro battesimo, i responsabili della protezione sociale hanno dato loro i nomi a seconda dei loro gusti e non secondo i desideri di coloro che li hanno generati, sono stati privati ​​della loro libertà di toccare qualsiasi cosa che si muove, di sporcare i loro vestiti, di guardare il cielo e la natura o semplicemente di essere catturati tra le braccia di un padre o di una madre e di fare una passeggiata nelle arterie di una città o di sedersi su una panchina del parco. Non imparano a dire “papà” o “mamma”. Questi sono momenti che sono molto importanti per lo sviluppo di un bambino e per il suo equilibrio mentale. Non hanno nessuno che gli scatti una foto per catturare quei momenti, come invece accade a tanti altri bambini della loro età. Non hanno il diritto a festeggiare un compleanno o a spegnere una candelina, come fanno invece tutti gli altri bambini. Questi bambini soffrono in questi settori e siamo sicuri che quelli che non sono cerebralmente stabili soffrono ancora di più e soprattutto soffriranno in futuro. Una cosa è certa, questi bambini porteranno le conseguenze di questo dramma sociale per il resto della loro vita. Il sospiro del piccolo Fouad, di 18 mesi, incarna il dolore e l’angoscia di tutti i bambini che vivono nei brefotrofi.

Source: letempsdz

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Dakar- I naufragi mortali dei migranti al largo di Lampedusa sono di un orrore particolare e inammissibile, ha dichiarato il Presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keïta, il quale ha proposto che venga aperto un Summit sulla emigrazione onde evitare nuove tragedie. Se i recenti eventi a largo di Lampedusa sono di un orrore particolare e inammissibile, ogni anno, migliaia di giovani africani, vedono svanire il loro sogno di Eldorado nel Mediterraneo, nel mar Rosso o nel Sahara, ha spiegato Keïta in un comunicato trasmesso dalla Presidenza malese alla agenzia di stampa AFP di Dakar. A giudizio del Presidente malese, la tragedia ha provocato nella coscienza di tutti la stessa indignazione.”Voglio lanciare un appello che incita ad allestire un Summit internazionale, per un dialogo inclusivo tra i Pesi da dove partono queste navi e i Paesi d’arrivo, allo scopo che le responsabilità oramai assunte permettano di evitare nuove tragedie legate alla emigrazione. Il Mali sarà vicino a tutte le buone volontà del mondo compreso quella del Santo Papa, della Unione Africana, dei Paesi del Mediterraneo e dell’Europa”, ha scandito. E’ giunto il tempo di fare una profonda riflessione e di agire per risolvere definitivamente l’equazione della emigrazione, che sta diventando una delle più grandi crisi della nostra civiltà. Una riflessione attraverso la quale i dirigenti soprattutto africani sono stati interpellati. Per mettere in atto tutto ciò, ha chiarito, bisogna che le risorse dell’Africa siano utilizzate con consapevolezza, bisogna combattere la corruzione e creare nuovi posti di lavoro. Tuttavia l’Africa, da sola, non può uscire da questa grave situazione, ha bisogno di solidarietà, che non sia apparente, e concessa per presa di coscienza, ma ha bisogno di una partecipazione sostanziale, imperativa e che riesca a risolvere le sfide alle quali l’Africa deve far fronte per non essere più la fonte dalla quale sgorgano altri problemi ma la loro soluzione, ha concluso Keïta, nel corso della sua visita ufficiale svolta lo scorso sabato, 12 ottobre in Guinea equatoriale.

Source: romandie.com

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E i nostri soldi dove vanno a finire? Il Governo italiano attualmente è impegnato a orchestrare le sue manovrine che rincarano la dose alle tasche degli italiani, a mandare avanti il Progetto TAP che rovina l’ambiente e a limitare non solo le cure per le cellule staminali ma anche a non fornire gli aiuti umanitari ai profughi e ai cittadini di Lampedusa. La domanda è d’obbligo se i nostri soldi non servono a sviluppare le ricerche per la cura dei malati, e nemmeno a fornire gli aiuti umanitari, allora i nostri soldi quali tasche vanno a ingrassare? Ritornando alla tragedia di Lampedusa la situazione è rimasta completamente invariata, ma non stavano lavorando a una legge a favore degli immigrati? A quanto pare no. Lo Stato italiano è obbligato entro 96 ore a trasferire i profughi verso i centri di accoglienza civili e utili, e invece non adempie a questa Legge. Il popolo di Lampedusa e i profughi compreso le salme di chi non c’è più sono vittime della mancata applicazione di una legge in vigore in Italia. Ma il paradosso è ancora più ampio di quanto possiamo pensare, lo Stato italiano impedisce di fornire tende a questa povera gente e dulcis in fundo il Papa che nella sua generosità voleva offrire spazi di proprietà della Chiesa cattolica ai rifugiati, e l’offerta, che era stata fatta tramite l’arcivescovo Konrad Krajewski, Elemosiniere del Papa, dopo aver fatto un sopralluogo sull’isola di Lampedusa e aver verificato la gravità della situazione, è stata rispedita al mittente. Dunque la pleonastica saccenza dello Stato italiano non ha limiti, non tiene conto della propria Legge, e obbliga il Vaticano a non fornire aiuti. Analizzando lo scenario, la situazione di questi poveri profughi è quella di essere passati dalla padella alla brace, oltre a subire la Legge Bossi-Fini. Egregia Santità lei predica bene ed è consapevole della missione che le è stata affidata ha subito portato soccorso ai più bisognosi, ma lo Stato italiano razzola male. Non è possibile lasciare donne e bambini sotto la pioggia e a rischio di epidemie. Il sindaco Giusi Nicolini nonostante gli aiuti che le vengono offerti per far fronte a questa grave situazione umanitaria deve anche lei rispedirli al mittente. Tuttavia il primo cittadino di Lampedusa in collaborazione con la parrocchia locale, dando uno schiaffo morale alle autorità statali, ha organizzato due tende ludiche fuori dal campo per far giocare i bambini. La misericordia di Dio non ha confini. Per concludere il Governo Eritreo ha deciso di prendere i feretri e riportarli in Eritrea, informa l’ambasciatore eritreo, con sede in Italia Zemede Tekle Woldetatios. Ma anche in questo caso il Governo italiano ha fatto orecchie da mercante. Ma allora quando dicono che lavorano al Governo cosa fanno scaldano solo i banchi? Questa povera gente, che sono non dimentichiamolo dei rifugiati, vivono sotto l’acqua, sotto il vento, sotto il freddo, in condizioni igieniche non accettabili e soprattutto non c’è una tutela dei minori, dal momento che i bambini vanno tutelati, oltre al fatto che lo Stato italiano non sta tutelando nemmeno i suoi cittadini, i coraggiosi Lampedusani.

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I preparativi per i più grandi esercizi della NATO degli ultimi 10 anni, sono nella loro fase finale. Un gruppo di 300 soldati sta completando la realizzazione dei posti di blocco, dei sistemi di comunicazione e della banca dati per il settore militare. Le manovre strategiche, chiamate ‘Jazz Steadfast 2013′, saranno svolte tra, il 2 e il 9 novembre. Il poligono principale è in Polonia, intorno alla città di Drawsko Pomorskie. Tuttavia, parteciperanno anche la Lettonia, la Lituania e la Estonia e parte degli addestramenti saranno tenuti nei rispettivi territori. Citando l’opinione di Mosca, quest’ultima ha ribadito in diverse occasioni, che questo evento “farà rivivere lo spirito della guerra fredda” e danneggia i loro interessi strategici. Ricordiamo che i quattro paesi hanno una frontiera comune con la Russia (nel caso della Polonia e della Lituania, sono limitate dalla enclave russa di Kaliningrad). La NATO, a sua volta, continua a insistere che le manovre non considerano la Russia come un potenziale nemico e invita i funzionari russi ad assistere alle esercitazioni. Sono tenuti a partecipare alle esercitazioni un totale di 6.000 soldati di almeno 20 dei 28 paesi membri della Alleanza. L’obiettivo ufficiale è quello di “testare le capacità di comando e di controllo, oltre alla azione congiunta di una rapida forza operativa”. Più specificamente, lo scenario prevede una risposta comune degli alleati contro l’intervento internazionale. Alcune delle manovre saranno dedicate a rispondere a un massiccio attacco informatico contro i paesi della NATO. Le esercitazioni dovranno servire a testare la efficacia del piano sviluppato dalla Alleanza nei primi mesi del 2010 allo scopo di stabilire come difendere i propri interessi nell’Europa orientale. E’ previsto che in caso di aggressione armata contro la Polonia e i paesi baltici, l’intervento delle Forze operative della Alleanza oltre alle nove divisioni della Germania, del Regno Unito e degli Stati Uniti, questi ultimi due attraverso i porti del Nord della Polonia e della Germania. Infine anche Londra e Washington hanno inviato le loro navi da guerra.

Fonte: RT

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Il Gruppo della Banca Mondiale e lo Gibuti hanno firmato domenica, 13 ottobre, gli accordi destinati al finanziamento di un progetto per lo sfruttamento delle risorse del vulcano Gibuti volto alla produzione della energia geotermica. IDA, la istituzione della Banca Mondiale dedita ai paesi più poveri al mondo, fornirà al progetto geotermico della energia un credito di $ 6 milioni a condizioni molto favorevoli. Questo progetto ridurrà i costi energetici del paese e faciliterà l’accesso alla elettricità a tutte le persone dello Gibuti. I contratti di credito e di sovvenzione sono stati firmati da, Dawaleh Ilyas Moussa, Ministro delle Finanze e della Economia del Gibuti , e da Inger Andersen, Vicepresidente della Banca mondiale per il Medio Oriente e dell’Africa del Nord. ”L’energia geotermica può giocare un ruolo importante nella politica energetica dello Gibuti il cui obiettivo è quello di rendere capace l’energia verde di coprire tutti i bisogni relativi a questo ambito entro il 2020″, ha dichiarato Ilyas Moussa Dawaleh. “Tutti i cittadini dovranno avere accesso a una fonte di energia elettrica affidabile e conveniente, essenziale per lo sviluppo economico e per il benessere della popolazione”. Il progetto aiuterà lo Gibuti a valutare la viabilità commerciale delle risorse geotermiche nella caldera di Fiale, sita nella regione del lago Assal. Lo sviluppo delle capacità di produzione della energia geotermica consentirà allo Gibuti di soddisfare pienamente il suo picco di richiesta, ridurre la sua dipendenza energetica e diminuire il 70% del costo di produzione della energia elettrica. Una energia geotermica pulita, ridurrà le emissioni di anidride carbonica e permetterà alle persone di vivere in un ambiente sano. “Abbiamo lavorato a stretto contatto con diversi partner di sviluppo per realizzare questo progetto”, ha informato Inger Andersen. “Grazie a questa collaborazione, riteniamo che il contributo delle tecniche avanzate di esplorazione geotermica nello Gibuti può fare la differenza”. Il progetto, il cui costo ammonta complessivamente a 31 milioni dollari, sarà anche finanziato dal Fondo OPEC per lo Sviluppo Internazionale (OFID), dalla Banca africana dello sviluppo (attraverso il Fondo africano dello sviluppo), il Fondo danese per la energia sostenibile dell’Africa e l’Agenzia francese per lo sviluppo. Le autorità dello Gibuti, da parte loro, potranno contribuire con $ 500 000. Per quanto riguarda la partecipazione del Gruppo della Banca Mondiale, il progetto è finanziato dalla International Development Association (IDA), istituzione fondata nel 1960 per aiutare i paesi più poveri del mondo, fornendo prestiti senza interessi (noto come crediti) e borse di studio per la realizzazione di progetti che stimolano la crescita economica, riducono la povertà e migliorano le condizioni di vita dei poveri. IDA è una delle principali fonti di sostegno degli 82 paesi più poveri del mondo. Queste risorse aiuteranno a migliorare la vita di 2,5 miliardi di persone che vivono con meno di due dollari al giorno. Dal 1960, IDA ha sostenuto le attività di sviluppo in 108 paesi. Il volume annuale dei suoi impegni, è in costante aumento, e negli ultimi tre anni ha avuto una media pari a 15 miliardi di dollari. La Banca Mondiale ha inoltre indirizzato i progetti delle risorse provenienti dal Global Environment Facility (GEF) e dal World Map per lo sviluppo geotermico (GGDP) attraverso il programma di assistenza alla gestione del settore energetico, (ESMAP). Questi due fondi fiduciari amministrati dal Gruppo Banca Mondiale, hanno fornito borse di 6,04 milioni e 1,1 milioni dollari per il progetto.

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“L’empowerment delle donne è fondamentale per sradicare la fame e la povertà. Privare le donne dei loro diritti e delle opportunità, significa spogliare i loro figli e la società in nella quale vivono di un futuro migliore. Questo è il motivo per cui le Nazioni Unite hanno recentemente lanciato un programma di empowerment sulle donne rurali e sul rafforzamento della sicurezza alimentare”.

Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite

Le donne di campagna, svolgono un ruolo critico nelle economie rurali dei paesi sviluppati e in via di sviluppo. Nella maggior parte del mondo, queste donne sono impegnate nello progresso della produzione agricola, forniscono cibo, acqua e il carburante per uso domestico, guidano le attività extra-agricole allo scopo di migliorare le condizioni di vita delle loro famiglie. Inoltre, svolgono funzioni vitali nella cura dei bambini, dei malati e degli anziani. La prima Giornata internazionale della donna rurale ha fatto il suo esordio il 15 ottobre del 2008. Questa nuova giornata internazionale è stata decisa dalla Assemblea Generale nella sua risoluzione (A / RES / 62/136), il 18 dicembre del 2007. La Assemblea ha riconosciuto in questo modo il “ruolo e il contributo delle donne di campagna, soprattutto quelle appartenenti alle popolazioni indigene nella promozione dello sviluppo agricolo e rurale, e al miglioramento della sicurezza alimentare e alla eliminazione della povertà nelle zone agricole”. In conformità al suo programma pluriennale del lavoro per il quadriennio 2010-2014, la Commissione sulla condizione delle donne ha scelto come tema prioritario per la sua 56.ma sessione nel 2012 “La indipendenza delle donne rurali e il loro ruolo nella lotta contro la povertà e la fame, lo sviluppo e le sfide attuali”.

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Roma – “Abbiamo dato il via alla operazione Mare Nostrum”. Questa è la dichiarazione rilasciata dal Ministro degli Interni, Angelino Alfano, alla conclusione del Vertice sulla emergenza immigrazione svolto oggi lunedì, 14 ottobre, a Palazzo Chigi, a Roma. Nella operazione sono stati introdotti droni, elicotteri con strumenti ottici a raggi infrarossi, una nave anfibia San Marco che entrerà in azione dal 18 ottobre, una unità ospedaliera e ampi spazi per il ricovero dei rifugiati. Oltre a ciò, sono state integrate le regole del diritto internazionale sulla navigazione. “Non è detto che se interviene una nave italiana i profughi saranno trasportati in un porto italiano, tutto ciò sarà valutato in base al luogo dove è stata svolta la operazione”, ha precisato Angelino Alfano. Intanto a Lampedusa un barcone con 137 profughi, è arrivato questa mattina alle 5, e 22 di loro sono donne. Con tutta ipotesi tra questi sono nascosti i tre scafisti e a riguardo sono state aperte delle indagini contro 2 tunisini e un algerino che sono gli unici magrebini dell’equipaggio mentre tutti gli altri sono di origine siriana. Infine nella giornata di oggi la Guardia di Finanza, al largo di Capo Spartivento, a Reggio Calabria, ha bloccato un peschereccio che aveva issato sulla sua nave la bandiera egiziana e 18 membri del team sono in stato di fermo. Secondo le ultime notizie sembra che questa è la nave che ha trasportato i 226 stranieri. L’operazione è stata coordinata dal Procuratore della Repubblica aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri.

Source: ansa.it

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Il Presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, ha ricordato questo sabato, 12 ottobre, che mancano cinque giorni da un “momento pericoloso” per il mondo e ha spronato gli Stati Uniti a aumentare il tetto del debito onde evitare una sospensione dei pagamenti nel Paese provocando ripercussioni a livello globale. “Quanto più ci avviciniamo alla data limite, maggiore sarà l’impatto nei Paesi in via di sviluppo” ha allertato Kim nella dichiarazione rilasciata alla chiusura della Assemblea congiunta svolta tra il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM) a Washington, di comune accordo con un rapporto emesso dalla agenzia EFE. ”Potrà essere un evento disastroso per il mondo nell’ambito dello sviluppo, il quale a sua volta potrà danneggiare gravemente anche le economie più avanzate”, ha affermato Kim, facendo riferimento alla moratoria che avrà luogo se gli Stati Uniti non espanderanno l’apice del debito federale di 16,7 milioni di dollari con la speranza che sia raggiunto il prossimo, 17 ottobre, precisa EFE. Nel frattempo, i dibattiti tra il Presidente della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, e il Presidente Barack Obama sulla chiusura del Governo degli Stati Uniti sono arenati.

Source: cnnespanol.cnn

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E’ strana, questa paura paranoica della invasione, questo desiderio di “proteggersi” a tutti i costi da quegli esseri umani che ogni anno prendono il cammino dell’esilio verso i Paesi ricchi che loro immaginano come terre di speranza. Ma i ricchi hanno deciso che questa umanità è indesiderabile. Hanno rafforzato i loro confini, hanno creato barriere, hanno costruito muri sempre più alti. Una strategia di guerra reale implementata per contenere “l’invasore”. A effetto domino, altri grandi paesi come il Brasile, la Cina e la Russia hanno sviluppato la “santuarizzazione interna” allo scopo di limitare la migrazione economica delle aree povere verso quelle ad alto sviluppo. Le barriere fisiche sono strumenti efficaci per criminalizzare l’immigrazione e rendere accettabile l’uso di espressioni inaccettabili come: “immigrato illegale”. Crediamo che violano la legge con questi nuovi ostacoli, giuridici o fisici, creando una nuova categoria di delinquenti: il migrante. Uno spregio del diritto internazionale e dei valori universali. La mappa, compilata per la prima volta nel 2003 grazie al meticoloso lavoro di Olivier Clochard del laboratorio Migrinter a Poitiers, viene aggiornata regolarmente e questo documento purtroppo ogni volta che vengono aggiunti punti neri, crescono in parallelo i cerchi rossi. Dal 1° gennaio 1993, Gerry Johnson, un cittadino della Liberia – un paese devastato da una sanguinosa guerra civile – viene trovato soffocato in un carro merci a Feldkirch, in Austria. Il 3 ottobre 2013, una barca affonda vicino a Lampedusa con 500 migranti a bordo, per lo più provenienti dall’Africa orientale. Tra queste due date, e questi due luoghi, vengono aggiunti quasi 17.300 migranti – in base alle stime un minimo di spargimento di sangue è stato ignorato – hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa, una terra di libertà e di diritti umani. Muoiono anche quando sono rimpatriati, come è successo a Marcus Omofuma cittadino nigeriano ucciso il 1° maggio del 1999 da tre sadici poliziotti austriaci mentre era a bordo di un aereo Balcan Air a causa di un rimpatrio forzato. In Occidente i compagni ben graditi, dalle tasche profonde, e a Est, gli indesiderati, i mendicanti, i piccoli popoli del mondo troppo povero per noi per “meritarli”. Una simmetria quasi perfetta: esistono isolotti di povertà a ovest e le isole ricche a Oriente.

Manicheo?

Difficile da dirsi. La geografia politica europea dei visti mostra con una certa crudeltà una visione del mondo europeo, poco generosa. A riguardo la domanda è d’obbligo: E’ logico che l’Unione europea chieda ai cittadini del Kosovo, lo Stato più povero di tutta l’Europa, un visto troppo caro per entrare nello spazio di Schengen? Esistono molti modi per dividere il mondo, in zone, e in regioni. Indipendentemente che sia sul principio delle nazioni, sul raggruppamento delle nazioni, sugli indicatori socio-economici, che su quelli politici, ricordano il cinismo che a noi non piace vedere su noi stessi: Il nostro egoismo, la nostra violenza. Fingiamo di aiutare lo sviluppo, e esportiamo i poveri come modelli inapplicabili.

E noi imponiamo loro dei visti inaccessibili.

Eppure i poveri dell’Africa, per esempio, offrono anche cultura, musica e teatro. I diplomatici, i professori, gli studenti, i lavoratori, gli scrittori, e tante altre persone che l’Europa rimpatria a volte come salsicce su un aereo, quando non sono riusciti a ottenere un visto o un permesso di soggiorno. Questo progetto è in gran parte basato sul meticoloso lavoro delle ONG dei Paesi Bassi, senza il quale questa macelleria rimane in gran parte ignorata.link aiuo

Source: monde-diplomatique.fr

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Rendendo omaggio al suo lavoro per il disarmo e alla non proliferazione, il segretario generale della ONU Ban Ki-moon ha porto le sue congratulazioni alla Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC), che ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace del 2013. “A iniziare dai Campi di battaglia fino ad arrivare ai laboratori, tutti questi sono passati sul tavolo delle trattative, le Nazioni Unite sono onorate di lavorare a stretto contatto con la OPAC per eliminare la minaccia rappresentata dalle armi chimiche a tutti i popoli e in tutti i tempi”, ha dichiarato Ban. ”La OPAC ha rafforzato in modo significativo lo stato di diritto nel campo del disarmo e della non proliferazione. In gran parte grazie ai suoi sforzi, il 80% delle scorte delle armi chimiche dichiarate nel mondo sono state distrutte. Sono fermamente convinto che questo successo potrà servire come fonte di ispirazione per altri ingranaggi della macchina mondiale del disarmo allo scopo di soddisfare le aspettative della comunità internazionale”. Se la OPAC ha ottenuto un riconoscimento dopo quasi un secolo dal primo attacco di armi chimiche, tuttavia questo fenomeno rimane ancora un “chiaro pericolo”, come ha dimostrato la crisi in Siria, dove un team preliminare congiunto ONU-OPAC è stato inviato a supervisionare la distruzione delle scorte esistenti. Il Consiglio di Sicurezza dovrà approvare la distribuzione, senza precedenti, di una missione congiunta OPAC-ONU in Siria, che assumerà i termini della squadra degli ispettori della ONU sulle accuse relative all’uso delle armi chimiche nel paese. “La OPAC ha un compito specifico: Eliminare le armi chimiche e impedire la loro riapparizione. Ma è anche stata investita di una missione più ampia: Dimostrare che la disumanità della guerra può portare l’umanità alla solidarietà e alla cooperazione internazionale”, ha riferito il segretario generale. Ban Ki-moon che ha anche sottolineato che il progresso deve essere fatto verso il sostegno di tutti i membri della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, esortando gli Stati a firmare, a ratificare e a attuare senza indugio uno strumento giuridicamente vincolante. Da parte sua, il direttore generale della OPAC, Ahmet Üzümcü, ha spiegato che il premio Nobel serve solo a stimolare l’impegno e la dedizione della organizzazione che lui dirige. “Per oltre 16 anni, abbiamo fatto quello che era di nostra competenza. Ma siamo sempre stati ispirati dallo spirito umanitario che viene dalla Convenzione sulle armi chimiche. Siamo consapevoli che il nostro lavoro ha contribuito silenziosamente ma inesorabilmente, alla pace nel mondo”. “E’ stato un grande onore per me e per i miei colleghi. Ma senza l’appoggio degli Stati membro, tutto questo non era possibile”.

Source:http://fr.allafrica.com/stories/201310111464.html?aa_source=mf-hdlns

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La malnutrizione è la causa di quasi la metà di tutte le morti infantili registrate in tutto il mondo. Spesso c’è uno scarso dibattito sul ruolo preventivo svolto dagli operatori sanitari, dai medici, dagli infermieri, dalle ostetriche e dagli operatori sanitari nella comunità, i quali, sono di vitale importanza nella promozione della buona nutrizione materna e infantile, in particolare nei primi 1.000 giorni, di questa piccola finestra cruciale che si apre tra la nascita e il secondo compleanno di un bambino. Ad esempio, gli operatori sanitari operanti nelle comunità indiane, agiscono ne loro interno in modo pro-attivo allo scopo di identificare le donne incinte e i bambini sottoposti al rischio di malnutrizione. Tuttavia, i bambini più a rischio sono quelli meno propensi a vedere un operatore sanitario. Dei 30 paesi con il più alto tasso di problemi nella crescita, risultato della malnutrizione cronica, 29 sono classificati come i paesi con le maggiori carenze di personale sanitario. In Afghanistan, dove quasi 3 su 5 bambini hanno problemi di sviluppo, sono solo sette gli operatori sanitari, medici, infermieri e ostetriche, per ogni 10.000 persone. La carenza globale degli operatori sanitari qualificati significa che i bambini dei paesi più poveri non ricevono le cure appropriate che invece rallentano la morte per cause legate alla malnutrizione. Tutto ciò deriva dalle scarse informazioni che le donne in stato gravidanza ricevono sulla buone abitudini nutrizionali non solo per se stesse ma anche per i loro bambini. Abbiamo bisogno di più operatori sanitari, di maggiore formazione e di un ampio sostegno per prevenire e curare la malnutrizione nei luoghi dove è più necessario.

Che cosa otteniamo?

Come parte di un ampio sforzo per prevenire la mortalità materna, infantile e neonatale e quella dei bambini appena nati e per raggiungere una copertura sanitaria universale, Save the Children porta avanti un ​​lavoro di incidenza politica allo scopo di:

- Garantire che le iniziative globali di nutrizione riconoscono il ruolo che gli operatori sanitari svolgono per migliorare la nutrizione materna e infantile.

- Aumentare gli investimenti nella assunzione e nella formazione di nuovi operatori sanitari.

- Elaborare e attuare piani per il costante sviluppo della formazione professionale degli operatori sanitari, tra i quali un maggiore sostegno e una larga supervisione, come anche migliori salari e incentivi per incoraggiarli a lavorare in aree remote.

- Assicurare che la nutrizione diventi una parte fondamentale del curriculum di formazione a tutti i livelli degli operatori sanitari.

Nel mese di novembre in Brasile sarà celebrato il terzo ‘Global Forum’ sulle risorse umane per la sanità. Save the Children, chiede ai leader mondiali di cogliere questa opportunità per assicurare a tutte le madri e a tutti i bambini di avere un facile accesso agli operatori sanitari allo scopo di ricevere una maggiore informazione e un miglior sostegno che sono necessari per rispettare le norme nutritive e salvare vite umane.

Source: http://blogs.savethechildren.es/todoscontamos/2013/10/10/desnutricion-materna-e-infantil-debemos-invertir-en-trabajadores-sanitarios/

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I soccorsi continuano, nel canale di Sicilia, i salvagenti vengono lanciati dagli elicotteri e le scialuppe di salvataggio arrivano dalle navi che stanno prestando soccorso. L’alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati di Malta e Lampedusa, intervenuto sull’isola italiana, ha ricordato che a partire dall’inizio del 2013 sono 32.000 le persone accolte, due terzi delle quali ha richiesto asilo. La UNCHR ha reso noto che ha accolto con favore le azioni compiute da parte della Commissione Europea come anche quella degli altri Stati, ma ha anche sottolineato che tra i sopravvissuti rientrano i rifugiati che sono stati in antecedenza nel campo di Shagarab, nell’est del Sudan, e in quello di Mai Aini, nel nord dell’Etiopia. La rabbia che ha fatto seguito alle morti di Lampedusa sembra essere tra le cause dei disordini dello scorso fine settimana nel campo di Mai Aini, nei quali è rimasta uccisa una persona. In questo ultimo naufragio 10 sono i bambini che sono stati salvati e trasportati al centro di accoglienza di Lampedusa. Anche in Egitto sono stati registrati 12 morti, un altro scafo è affondato davanti alle coste egiziane. Le autorità hanno confermato che 116 sono i sopravvissuti e sono tutti di nazionalità palestinese e siriana. Oggi è anche la Giornata Internazionale delle bambine, dichiarata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e stabilita per riconoscere i diritti delle bambine e le sfide che affrontano in tutto il mondo. Venire a conoscenza che molti bambini vengono imbarcati su queste navi con la speranza di trovare un futuro migliore e che molte madri hanno fatto la traversata morendo con i figli ancora in grembo è un argomento che incita a riflettere.

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Il triangolo della morte (Malta-Libia-Lampedusa) non ha tregua e non ha pace e continua a provocare nuovi morti. Un turbine mortale oramai sconvolge le acque del Mediterraneo. Tutto questo continua a avere luogo perchè non bastano le leggi, le modifiche e gli interventi, non è così che viene sanata la situazione. Bisogna risalire alla fonte e punire tutti coloro che istigano alla traversata. Intorno alle 17.15 di oggi venerdì, 11 ottobre, un barcone con 250 persone al largo di Lampedusa e tornato a rovesciarsi. La zona nella quale è avvenuto l’ennesimo dramma è di competenza della Repubblica di Malta la quale ha subito diffuso una mappa per avanzare le ricerche e i soccorsi. Secondo fonti della Marina Militare l’elicottero della nave Libra è stato il primo a lanciare l’allarme a quasi 80 miglia a Sud Ovest della Repubblica di Malta e a 60 miglia a Sud-Est di Lampedusa. Citando le notizie della Marina maltese i migranti vedendo il velivolo sorvolare le acque del Mediterraneo hanno iniziato ad agitarsi provocando il rovesciamento del barcone. Altre navi oltre alla Lybra stanno dirigendosi verso l’area della disgrazia. Da Lampedusa sono partite due motovedette della guardia Costiera e due della Guardia di Finanza congiuntamente a un elicottero. Il bilancio di questa tragedia sono 12 morti, 150 sono stati recuperati vivi e sono attualmente a bordo della unità navale della Repubblica di Malta e altri 50 sono stati messi sulla Lybra. Ma non è finita, il bilancio dei morti dell'incidente di Lampedusa dello scorso, 3 ottobre, ammonta a 339. Bisogna fermare questa ondata di persone che continuano a morire, e che comunque non è possibile contenere in nessun dove. Bisogna risalire alla fonte e capire i motivi che portano tutte queste persone, nonostante le ultime notizie, ad attraversare il triangolo della morte. La situazione bisogna sanarla altrimenti la ferita continuerà a essere una piaga. Non è possibile che nessuno ostacola queste partenze. Oltre tutto bisogna anche guardare a un altro aspetto: Tutti questi morti nel Mediterraneo cosa comporta a livello ambientale?  Il Sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, continua a dire: “Bisogna mettere riparo”. La disperazione del primo cittadino di Lampedusa non trova consolazione. Nove giorni sono passati e al di là delle condanne, delle polemiche e delle lamentele no è raggiunta una soluzione capace di salvare la vita dei migranti e mettere ordine alla gestione dei flussi migratori. Troppo è il tempo che hanno passato a dormire. Oltre 500 migranti sono stati riscattati nella notte tra giovedì e venerdì nel canale di Sicilia in varie operazioni separate e coordinate dalla Guardia Costiera italiana confermano le autorità. Bisogna mettere riparo prima che sia troppo tardi.

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Malala, è il simbolo della lotta per l’istruzione delle ragazze, ha ottenuto il, Premio Sakharov, per la libertà di pensiero, assegnato dal Parlamento europeo. Vengono premiate le persone che lottano contro l’intolleranza, il fanatismo e l’oppressione, e Malala Yousafzai è una adolescente pakistana che stava quasi per morire un anno fa dopo che i Talebani mentre era sul pulmino per andare a scuola le avevano sparato alcuni colpi di pallottola creandole dei seri problemi alla salute. All’annuncio del premio, di rimando i Talebani hanno reso noto che “Malala non ha fatto nulla” per meritare questo riconoscimento. E’ passato quasi un anno da quando il mondo ha conosciuto Malala Yousafzai colpita dai talebani che sono saliti sull’autobus della scuola e l’hanno colpita alla testa e al collo. E’ sopravvissuta per miracolo dopo aver subito una serie di operazioni in Pakistan e in Gran Bretagna. Il pomo della discordia che aveva fatto infuriare i talebani mettendoli contro Malala era stata la famosa libertà di pensiero per la quale oggi ha ricevuto il premio Sakharov. Quando aveva 11 anni, e i talebani avevano occupato la regione della Valle dello Swat nel nord-ovest del Pakistan, lei aveva un blog sul sito della BBC, dove aveva denunciato le esecuzioni sommarie, le fustigazioni pubbliche, e, naturalmente, la distruzione della sua scuola. L’istruzione, soprattutto per le ragazze, è stata la causa per la quale Malala ha deciso di dedicare la sua vita. “Io parlo a nome dei diritti delle donne e dell’istruzione delle bambine, perché sono quelle che soffrono di più”, aveva spiegato alla tribuna delle Nazioni Unite nel mese di luglio di quest’anno ai margini di un discorso molto acclamato. Malala, che vuole diventare un politico, a poche settimane dal ricevimento di numerosi riconoscimenti per la sua lotta è diventata una figura di supporto in tutto il mondo: La sua autobiografia è stata appena pubblicata, la Regina d’Inghilterra l’ha invitata a Buckingham Palace. Ma i talebani pakistani non lo accettano, e hanno ripetuto questa settimana che hanno sempre voluto la sua morte, e che attaccheranno quando sarà il momento. La giovane militante pakistana è stata anche nominata per il Premio Nobel per la pace che sarà assegnato Venerdì. Malala ora vive in Gran Bretagna.

Source:  RFI

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Finalmente qualcosa inizia a muoversi, ma come inizia a evolversi? “Lo Stato deve regolare i flussi migratori e deve realizzare dei veri centri di accoglienza non solo per motivi di ordine pubblico ma anche per questioni umanitarie. Bisogna punire invece coloro che istigano e sfruttano questi fenomeni migratori che non sono monitorati e causano tragedie come quelle di Lampedusa”. Questa è la dichiarazione rilasciata dal sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, dopo che la Commissione di Giustizia al Senato ha dato la luce verde all’emendamento del Movimento Cinque Stelle proposto dai senatori Andrea Buccarella e Maurizio Cioffi, il quale elimina il reato di immigrazione clandestina. L’emendamento riguarda la delega sulla messa alla prova. Il sottosegretario alla Giustizia ha riferito, giustamente che “La sanzione penale pecuniale non può essere seguita”. Come possono i migranti che lasciano le loro case portare con loro dei beni?  Ma c’è un altro particolare da non sottovalutare che è collegato a questo fenomeno: Il sovraffollamento delle carceri. In Italia esistono dei penitenziari che oltre a una scarsa igiene contengono il doppio dei detenuti rispetto ai reali posti destinati che una casa circondariale può ospitare. Questo significa aumentare il tasso del rischio di malattie oltre ai vari suicidi che molte volte sono stati registrati all’interno delle case di detenzione. Per aprire e chiudere parentesi le case circondariali servono a reinserire il soggetto nella società, ma con il sovraffollamento all’interno delle carceri ben poco può essere fatto per il loro reinserimento. Come sempre le Leggi prima di essere adottate devono essere ponderate. Via libera anche al permesso di soggiorno a lungo termine e speriamo che anche le tasse per il rinnovo non siano esagerate.  Le acque iniziano a muoversi a livello anche economico, infatti a riguardo è stato stanziato un fondo di 190 milioni di euro allo scopo di superare le difficoltà che comporta un flusso di stranieri che supera ogni misura, mentre 20 milioni di euro saranno destinati per accogliere i minori.

Trenta mila migranti  

Non è semplice integrarsi in un paese che non è nelle origini, ma che comunque offre ospitalità. Anche gli italiani sono migrati all’estero come lo sono tantissimi altri cittadini di altri Stati. Bisogna guardare i pro e i contro in ogni situazione. Molte volte dicono vengono a rubarci il lavoro. Non è rubare perchè fanno dei lavori umilissimi vengono sottopagati e a volte anche sfruttati, e questo bisogna riconoscere che nessuno o in pochi sono gli italiani che si accorciano le maniche e si mettono a loro pari. La disoccupazione a volte ce la cerchiamo noi che vogliamo vivere nel comodo. Ma  a riguardo bisogna anche sottolineare che le aziende per assumere un cittadino italiano deve far fronte anche a delle spese che in altri paesi sono minori. Gli stranieri comunque fanno circolare la moneta in Italia perchè anche loro mangiano bevono e si abbigliano come fanno tutti gli italiani e danno anche la possibilità di esportare i nostri prodotti all’estero, quindi non tutti i mali vengono per nuocere. Dunque maggiori certezze e maggiori diritti per i rifugiati. Il decreto legislativo recepisce la prima delle tre direttive comunitarie di estensione della protezione internazionale e del diritto di asilo. Questo è davvero un passo importante come ha dichiarato lo stesso Letta. Ma non è tutto con questo decreto agli stranieri beneficiari di protezione e ai loro famigliari viene revocato l’obbligo di documentare la disponibilità di un alloggio idoneo, superare un test di conoscenza della lingua italiana che serviva per rilasciare un permesso a lungo termine. Le leggi non vanno cambiate dopo le tragedie le leggi servono per prevenire le tragedie e soprattutto a distinguere i buoni dai cattivi esempi. Tuttavia anche questa approvazione ha i suoi pro e i suoi contro, dal momento che bisogna contenere e non alimentare questo fenomeno. L’Italia a livello territoriale è stretta con questo lascia passare dove li andremo a mettere tutti senza dei veri centri e cosa comporterà questa nuova delibera? Per quanto tempo potranno sostare in Italia? E’ stato realmente ponderato il pro e il contro di questa luce verde del Senato? Ancora una volta le Leggi vengono fatte senza una reale stima dei pro e di contro.

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Non c’è Pace tra gli uomini che non hanno avuto buona volontà. Non è solo una vergogna questo è un vero e proprio terremoto sociale. Evoco il terremoto perchè nel 2009, gli abitanti del comune dell’Aquila in Abruzzo, avevano lanciato l’allarme per le continue scosse di terremoto ed erano stati rassicurati, ma quando l’ondata sismica è arrivata sono morte oltre 300 persone oltre ai vari vari danni. L’Italia è così vive alla giornata, ancora non succede niente quindi possiamo dormire sonni tranquilli. Il Presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, il Premier Enrico Letta, il Vicepremier Angelino Alfano e il Commissario Ue degli Affari Interni, Cecilia Malmstrom sono atterrati all’aeroporto di Lampedusa per rendere omaggio alle vittime del naufragio avvenuto lo scorso 3 ottobre. Tutti sono addolorarti. Già! Col senno di poi è facile fare gli onori di casa a chi è morto per un briciolo di libertà e a chi subisce una realtà asfissiante. I lampedusani hanno protestato, e hanno fatto bene perchè è davvero una vergogna dormire su una Torre di Pisa che pende. Gli abitanti di Lampedusa hanno subito l’omertà non solo del Governo italiano ma anche della Unione Europea, questa gente è cittadina italiana non lo dimentichiamo. E’ una indecenza lasciare un popolo in balia dei quattro venti senza porre rimedio a nulla. Esistono delle verità nascoste che nessuno ha mai voluto sentire e prima o poi la verità viene fuori. Le verità nascoste è la voce del popolo lampedusano, che vive di pesca, di turismo ed è stato portato completamente allo stremo da una politica stagnante oltre che povera sotto ogni aspetto. Le verità nascoste, hanno dichiarato che “Tra un pò loro non saranno più padroni della loro terra”, che subiscono furti in casa e anche violenze e nonostante tutto hanno avuto la saggezza, l’onestà di prestare soccorso. Questo popolo merita più di chiunque altro non solo il Nobel per la Pace merita molto di più: Ritrovare una gerarchia etnica oramai contaminata. Non è possibile abbandonare un popolo non è sensato. Ma è successo. Un pescatore che ha prestato soccorso, ha riferito: “Eravamo in barca e la compagna di mio nipote stava per essere violentata da un tunisino, nonostante tutto ho prestato soccorso perchè non me la sono sentita”. Bisognava arrivare a tutto questo per far scomodare dalle poltrone i potenti e farli atterrare sul suolo di un’isola che è italiana e capire realmente la gravità del problema? Queste persone convivono da anni con questo sfacelo. “Andate al centro di accoglienza. Andate a vedere come vive questa gente. Assassini!” Cari Lampedusani il sazio non crede al digiuno ecco perchè è successo tutto questo. Chi siede alla poltrona, non capisce chi lavora e vive con le fatiche che offre il mare. Non capisce che può esserci anche una epidemia, non capisce, quello che voi subite, non capisce quello che voi state vivendo e soprattutto quello che avete vissuto e non capisce la condizione degli altri. I morti sono arrivati a 302, il bilancio delle vittime continua a salire, 210 sono uomini, 83 donne e 9 bambini. Ma sale anche la rabbia di un popolo che non è mai stato ascoltato, un coro di voci bianche che reclama rispetto. Questo è un lutto perenne che nessuno potrà mai cancellare, un lutto per le famiglie che hanno perso i loro cari, e un lutto per i lampedusani, perchè anche per loro qualcosa è morto. E’ morto il commercio, il turismo, queste persone vivono di questo, e riprendere le briglie di un cavallo oramai sciolto non sarà facile. Non credo che sulla coscienza avranno solo 300 morti, sulla coscienza hanno la vita di un popolo che è italiano. Il Presidente francese, François Hollande, invita a trarre una lezione da Lampedusa, Manuel Barroso ha dichiarato: “L’Europa non può girarsi dall’altra parte”… Il MEA CULPA E’ DI MOLTI NESSUNO ESCLUSO.

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Le operazioni per la distruzione delle armi chimiche in Siria sono iniziate, da oltre 48 ore. Ban Ki-moon, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, precisa i contorni della missione per lo smantellamento, che ha mobilitato un centinaio di uomini i quali dovranno condurre una “operazione mai tentata prima”, ha dichiarato Ban. Una operazione che sembra molto difficile. La Organizzazione delle Nazioni Unite stima che 1000 sono le tonnellate delle scorte delle armi chimiche che saranno distrutte. Un compito estremamente complicato. Ban Ki-moon ha in programma di istituire un gruppo composto da un centinaio di esperti, i quali ispezioneranno tutti i luoghi chimici siriani a novembre, e in seguito rimuoveranno l’intero arsenale entro e non oltre il mese di giugno.

Gli ostacoli non mancano

A partire dalla stessa guerra. Ban Ki-moon ha osservato che due colpi di mortaio e diverse autobombe sono esplose nei giorni scorsi nei pressi dell’hotel dove il primo team di esperti è già in azione.

Alto costo

Il costo della disattivazione resta un punto di domanda. Assad ha parlato di un miliardo di dollari, e le stime indipendenti non sono poi così distanti. Le Nazioni Unite invece non rilasciano informazioni a riguardo e indicano solo la creazione di un fondo di finanziamento senza dire chi pagherà. Infine, Ban Ki-moon, confessa la sua impotenza se la Siria rifiuterà di collaborare, e se il Consiglio di Sicurezza non apporrà resistenza. La missione, ha dichiarato, risulterà essere un completo fallimento. Sul terreno, la guerra continua. I ribelli hanno lanciato ieri un importante attacco contro due basi militari strategiche a nord-ovest del paese, nella provincia di Idleb, durante il quale almeno quattordici persone sono state uccise, conferma l’Osservatorio siriano per i diritti umani, (OSDH).

Source: http://www.rfi.fr/moyen-orient/20131008-onu-entame-destruction-arsenal-chimique-syrie

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Il FMI ha rilanciato una vecchia ricetta per l’Uruguay: cioè “è critico moderare” l’aumento salariale. L’organizzazione intravede le sfide nella inflazione e nel mantenimento della competitività. Inoltre ha suggerito di monitorare l’abbassamento dell’IVA e gli acquisti con carte di credito. Ieri è stata portata a termine, la missione del Fondo monetario internazionale (FMI) che ha svolto la sua annuale visita di due settimane allo scopo di tenere sotto controllo la economia uruguayana. Tutto ciò, rientra nell’articolo 4 della organizzazione, il quale prevede per tutti i paesi membri, e l’Uruguay lo è, un programma di prestito concordato. La sfida principale osservata dal Fondo monetario internazionale per l’economia uruguaiana è quella di “gestire una transizione fluida verso la potenziale crescita e allo stesso tempo moderare la inflazione e mantenere la competitività”, ha dichiarato il capo della missione in Uruguay, Oya Celasun, in una intervista congiunta con il quotidiano ‘El Pais’ e il ‘The Observer’. “Per sostenere l’obiettivo di ridurre la inflazione è critico moderare l’aumento reale degli stipendi”, ha avvertito in una dichiarazione, una ricetta che è stata ripetuta più volte all’Uruguay. ”I forti e continui aumenti del costo del lavoro possono essere tradotti in un aumento della inflazione e in un maggiore incremento del valore reale che comporterà di conseguenza la perdita della competitività esterna che a sua volta danneggerà la crescita delle esportazioni”, ha precisato il FMI. A giudizio di Celasun, le linee guida del Governo per la contrattazione salariale “vanno nella giusta direzione” e ciò ha scaturito un aumento dei salari reali (cioè al di sopra della inflazione) che vanno dallo 0% al 3% associato a una “maggiore produttività”. In aggiunta “in vista dei rischi” bisognerà “ridurre la indicizzazione” dello stipendio. Questo è il castigo che viene applicato quando la inflazione reale supera ciò che era stato previsto per ottenere l’aumento. Celasun inoltre ha preferito non quantificare quanto l’aumento dei prezzi è dovuto all’aumento delle mensilità e ha sottolinenato che è “un fattore tra i tanti”. Allo stesso tempo, “ridurre la rigidità dei salari aiuterà a proteggere i posti di lavoro dai rischi verso i quali incorre la economia dell’Uruguay", ha osservato il funzionario del FMI, il quale ha indicato che “in generale” il Governo di questo Paese è “in armonia” con le raccomandazioni della agenzia. Il FMI ha anche fatto riferimento alla nuova politica attuata dalla Banca Centrale dell’Uruguay (BCU) destinata a contenere la inflazione, attraverso la quale ha cercato di maneggiare il prezzo del denaro (tramite il tasso di riferimento) con la quantità in circolazione (tramite gli aggregati monetari). Mentre ha evidenziato che “va nella giusta direzione”, la “politica restrittiva degli ultimi due mesi, che attesta l’aumento dei rendimenti nominali nei bilanci”, e ha segnalato anche di avere “nuove sfide pratiche” e ha “messo in evidenza la autorità della comunicazione.” “E’ importante” avere un buon dialogo, ha scandito Celasun perché aiuterà ad “adattarsi” più velocemente ai cambiamenti. “In futuro, dobbiamo guardare da vicino in che misura il nuovo regime compirà gli obiettivi destinati alla inflazione”, ha completato. Attualmente lo scopo è quello di aumentare i prezzi dal 4% al 6% (mentre il prossimo anno sarà ampliato dal 3% al 7%), ma questo è un obiettivo lontano. Nei 12 mesi chiusi a settembre la inflazione era del 9,02%.

Spese e ribasso dell’IVA

A giudizio di Celasun la “forte crescita della spesa sta rallentando,” e “una posizione politica fiscale più restrittiva potrà contribuire ad alleviare alcuni degli oneri a livello di politica monetaria, nel momento in cui sarà moderata la inflazione”. Inoltre, “aiuterà a mantenere il debito netto su un percorso discendente, che è un obiettivo adatto”, ha aggiunto. Per quanto riguarda la inclusione finanziaria, Celasun ha rilevato che “il settore finanziario in Uruguay può contribuire maggiormente alla crescita”, e questo “è un passo positivo per dare a un maggior numero di persone l’accesso ai servizi finanziari.” Questo progetto prevede un ribasso dell’IVA per gli acquisti con carta di credito di due punti in modo permanente, anche se nel primo anno della imposta saranno quattro i punti. Secondo il capo della missione del FMI “deve essere monitorato” l’effetto che può avere su un aumento dei consumi e quindi più pressione sul rialzo dei prezzi. Dobbiamo anche seguire attentamente come influisce la “riscossione delle imposte”, anche se dall’altra parte può avere una “maggiore formalizzazione”, ha continuato. Insomma “dipende dalla velocità” di attuazione del progetto. Nel complesso per l’economia uruguaiana “non prevediamo rischi elevati a breve scadenza. Le vulnerabilità macro-finanziarie sono contenute” e il paese crescerà del 4% quest’anno e del 3,5% il prossimo anno.

Controversie con l’Argentina senza impatto

“Non credo,” è stata la laconica risposta del capo della missione del FMI, Oya Celasun alla domanda se la controversia tra Uruguay e Argentina per la cartiera UPM potrà generare rischi per l’economia. Alla domanda sul turismo del paese vicino, Celasun ha risposto che “ciò che è stato notato nel corso dell’ultimo anno e mezzo è che il turismo dell’Argentina è sceso, ma a causa dei fattori interni al paese”. A sua volta, ha considerato che “è possibile che la tendenza degli ultimi trimestri” degli uruguaiani ad andare a fare shopping in Argentina continuerà ancora “per un breve periodo”.

Source: http://www.elpais.com.uy/economia/noticias/receta-fmi-salarios-fiscal.html

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Un obbligo giuridico e morale a Lampedusa è quello di ritrovare i corpi dei migranti naufragati, giovedì, 3 ottobre, alle porte dell’Europa. Ma il tempo ha impedito ai subacquei di svolgere il loro lavoro. Le autorità italiane prevedono di recuperare la barca che attualmente è sita a 40 metri sotto il mare. Trecento morti, è solo una stima, ma è soprattutto uno shock e una speranza a prenderne coscienza. Il tono sale in Italia. A Lampedusa, dopo l’emozione è tempo di dare risposte alle domande. Prima c’è stato un vivace dibattito sulle leggi italiane che penalizzano e scoraggiano i pescatori e le persone a salvare le barche dei migranti, dopo altri quesiti sono stati posti sul dispositivo Frontex, responsabile di proteggere le frontiere esterne della Unione europea. Ieri il Presidente della Regione ha denunciato i disservizi e ha chiesto dove sono i radar, e come è stato possibile non notare la barca. E più in generale, gli interrogativi cadono sul ruolo dell’Europa nel suo insieme, perché l’Italia si sente completamente abbandonata.

Comprendere le cause

Come ha dichiarato anche il Presidente della Camera, Laura Boldrini, dobbiamo capire le cause di queste tragedie e mettere a fuoco ciò che sta accadendo in Somalia e in Eritrea, per esempio. E la mobilitazione alla quale stiamo assistendo in tutta Italia offre speranza qui a Lampedusa. Per il sindaco della città, Giusi Nicolini, le cose dovranno cambiare. Abbiamo bisogno di leader politici che affermano la loro volontà ad andare avanti: “Loro devono dire che vogliono cambiare le cose e poi vedremo cosa accadrà. Ma per me, c’è un prerequisito: devono dimostrare la volontà di cambiare. E’ insopportabile rimanere impotenti. Tutto questo, sarà veramente una risposta a questa terribile tragedia”.

Corridoi umanitari

Il Presidente della Assemblea Nazionale italiana era, ieri Sabato, 5 ottobre, presente a Lampedusa, mentre la visita del capo del Governo, Enrico Letta è prevista per Lunedì, 7 ottobre. Anche il Ministro per la Integrazione, Cécile Kyenge, è andata sull’isola, e ha chiesto la creazione di corridoi umanitari. Di origine africana, il Ministro è stato paragonato dalla Lega Nord a “una scimmia”. La Lega Nord, a sua volta, non era presente alla conferenza stampa svolta ieri sull’isola, alla presenza di numerosi funzionari di tutti i partiti italiani.

Source: http://www.rfi.fr/afrique/20131006-drame-lampedusa-action-politique-question?ns_campaign=editorial&ns_source=FB&ns_mchannel=reseaux_sociaux&ns_fee=0&ns_linkname=20131006_drame_lampedusa_action_politique_question

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Due settimane dopo l’attacco mortale avvenuto presso il centro commerciale Westgate di Nairobi, sabato, 5 ottobre, le Forze speciali americane hanno condotto un doppio raid contro gli estremisti islamisti in Libia e in Somalia. L’operazione condotta in quest’ultimo Paese mirava a colpire un importante capo degli shebas, mentre quello di Tripoli in Libia ha permesso di catturare Abu Anas al-Libi, una figura di spicco di al-Qaeda. L’uomo è sospettato di essere coinvolto negli attacchi contro le ambasciate americane a Nairobi, in Kenya, e Dar es Salaam, in Tanzania, nel 1998. La prima operazione è stata condotta dalle Navi Seals, l’elite della Marina degli Stati Uniti in Barawe nel sud della Somalia, a 180 chilometri dalla capitale, Mogadiscio. Il commando è arrivato nelle prime ore dell’alba di Sabato, 5 ottobre, via mare, e ha attaccato la città. Lo scontro a fuoco è durato oltre un’ora, ed è stato supportato dagli elicotteri americani. Le Navi Seals avevano nel mirino un leader di al-Shabaab. Ma a causa di una frettolosa ritirata, non hanno potuto confermare se il leader jihadista è morto durante l’attacco. Un funzionario Usa ha rivelato al ‘New York Times’ che il raid era stato pianificato da una settimana e mezza, in relazione all’attacco al centro commerciale Westgate a Nairobi.

Minacce

Questa operazione, è la prima di questa dimensione in quattro anni, hanno informato gli esperti, dal momento che gli Stati Uniti hanno preso sul serio la minaccia rappresentata da Al-Shabaab, non solo per la regione ma anche per l’Occidente. La seconda operazione, che ha avuto luogo a Tripoli, in Libia, ha permesso alle forze speciali statunitensi di sequestrare Abu Anas al-Libi, una figura di spicco di Al Qaeda, sospettato di aver istigato gli attacchi di Nairobi e di Dar es Salaam nel 1998. Il Governo degli Stati Uniti, aveva messo una taglia sulla sua testa di cinque milioni di dollari.

Immagini dell’attacco al Westgate

Dopo 15 giorni dell’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi, sono state diffuse da una emittente televisiva keniana le immagini, a circuito chiuso, del giorno dell’attacco. Nel video quattro uomini, con borsa a tracollo, circolano in una parte del supermercato Nakumatt. Uno di loro era vicino alle casse e parlava al telefono tenendo il suo fucile nella mano destra. Un portavoce dell’Esercito keniano ha reso noto che le quattro persone riprese sono state identificate e i loro nomi sono apparsi sulla stampa locale e che appartengono al gruppo al-Hijra, una organizzazione keniana di estremisti affiliata ai membri di al-Shabaab.

Source: http://www.rfi.fr/afrique/20131005-attaque-westgate-nairobi-assaillants-islamistes-decontractes-westgate-videosurveillance?ns_campaign=editorial&ns_source=FB&ns_mchannel=reseaux_sociaux&ns_fee=0&ns_linkname=20131005_attaque_westgate_nairobi_a

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Membri della UE dal 2007, la Bulgaria e la Romania sperano di aderire alla Convenzione di Schengen, che elimina i controlli alle frontiere, ma alcuni paesi sono riluttanti. Cosa accadrà dunque il 1° gennaio del 2014?

Nonostante il loro ingresso nella UE avvenuto nel 2007, la Bulgaria e la Romania subiscono ancora “le misure restrittive transitorie” in Francia e in altri sette paesi, in particolare a livello di occupazione. Ma dal 1° gennaio 2014, bulgari e rumeni potranno circolare liberamente in Francia, e in altri paesi della UE. In vista delle comunali del 2014, UMP e FN, Jean-Francois Cope e Marine Le Pen, hanno affrontato questo tema scottante con un forte potenziale elettorale, e temono che l’apertura dello spazio Schengen verso questi paesi provocherà un afflusso di Rom e una immigrazione clandestina verso la Francia. Un amalgama che non è stata causata da Viguenin Kristian, Ministro bulgaro degli Affari esteri, il quale ritiene che l’adesione al Trattato di Schengen – che è impaziente di vedere adottata – “non può e non deve essere correlato a quei soggetti che non hanno nulla a che fare con questo caso”, come per esempio i Rom. Per ora, contrariamente a quello che lasciano intendere alcuni dibattiti della destra, la Bulgaria e la Romania non sono in procinto di fare il loro ingresso nello spazio Schengen. Dunque, cosa accadrà il 1° gennaio del 2014? Decrittazione.

Quali sono le attuali condizioni di accesso al territorio francese per i bulgari e i rumeni?

Attualmente a ogni cittadino bulgaro o rumeno è permesso di rimanere tre mesi in terra francese come turista. Per lavorare in Francia, è necessario eseguire una delle 291 attività registrate nell’elenco ufficiale del Ministero del Lavoro e giustificare un contratto con una società con sede in Francia. La lista originale comprende solo 150 mestieri domestici, ma grazie alla effettiva espansione da ottobre del 2012, “oltre il 72% delle offerte presentate al Centro per l’impiego” sono ora accessibili ai rumeni e ai bulgari, secondo il Ministero delle Lavoro.

La Romania e la Bulgaria faranno parte dello spazio Schengen il 1° gennaio 2014?

Valide per sette anni a decorrere dalla data di adesione alla Unione europea, le restrizioni nel campo occupazionale saranno revocate il 1° gennaio del 2014. “I cittadini rumeni e bulgari saranno in grado di svolgere un lavoro senza una residenza o permesso di lavoro, ma dovranno, come tutti i cittadini europei, disporre di risorse sufficienti e di una assicurazione sanitaria per poter rimanere più di tre mesi in Francia. In caso contrario, saranno considerati illegali e soggetti alla espulsione”, ha reso noto Romeurope.
Anche se sarà consentita la libera circolazione dei cittadini bulgari e rumeni, la abolizione delle restrizioni attualmente in vigore non significa che la Bulgaria e la Romania entreranno nello spazio Schengen, che prevede invece la abrogazione dei controlli alla frontiere interne e un maggiore monitoraggio delle frontiere esterne della UE. Anche se entrambi i paesi hanno soddisfatto i criteri tecnici per la ammissione, alcuni Stati, come l’Olanda, credono che Sofia e Bucarest devono avanzare maggiori progressi contro la corruzione, allo scopo di proteggere i confini in maniera affidabile. Per quanto riguarda la parte francese, il Ministro degli Interni, Manuel Valls, ha recentemente assicurato che la adesione di questi due paesi “non avverrà il 1° gennaio”. Una versione ripresa da Najat Belkacem-Vallaud, portavoce del Governo, il quale ha riferito, che non sono state raggiunte le condizioni per permettere alla Romania e alla Bulgaria di fare il loro ingresso nello spazio Schengen.

La situazione potrà cambiare entro il 1° gennaio?

Allo scopo di convincere i Governi europei riluttanti, il Ministro bulgaro degli Affari Esteri ha annunciato il 2 ottobre che aderirà alla riunione della prossima settimana, dei suoi omologhi europei, dove avrà occasione di vedere anche Laurent Fabius. “Incontrerò il Ministro degli Esteri francese, e ho intenzione di chiarire le ragioni specifiche per le quali la Francia ha messo in dubbio la adesione della Bulgaria alla Convenzione di Schengen”, ha avvisato nel corso di una conferenza stampa, e ha garantito che “la Bulgaria è una frontiera affidabile della Unione europea”. Secondo Kristian Viguenin, la possibilità di una “adesione al Trattato di Schengen in base alle tappe può essere reale”. Ciò significa che saranno aperti inizialmente i confini dello spazio aereo, ma non quelli territoriali. Una possibilità che è stata sollevata dal Primo Ministro, Jean-Marc Ayrault, nel corso di una visita a Bucarest nello scorso mese di luglio. La decisione di includere la Bulgaria e la Romania nello spazio Schengen sarà presa dal Consiglio della UE, all’unanimità, ma la data è stata continuamente rinviata per mancanza di un accordo tra i membri.

Source: http://www.france24.com/fr/20131004-schengen-roumanie-bulgarie-immigration-roms-emploi-fn-ump

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Il 3 ottobre scorso, in Madagascar sono state linciate e uccise 3 persone da una folla di malgasci agguerriti. Roberto Gianfalla, di 50 anni, originario di Palermo e con doppia cittadinanza italo-francese è morto insieme ad un francese di nome Sebastien e a un malgascio. Secondo la dinamica dei fatti riportati dai media locali, nei giorni precedenti era stato ritrovato il corpo mutilato dei suoi organi genitali e senza lingua un bambino di otto anni, sulla spiaggia paradisiaca di Nosy Be, a Nord del Madagascar. Sospettati di questa tragica scoperta e di traffico di organi un francese, un franco-italiano e un malgascio, gli stessi sono stati bruciati vivi da una folla di rivoltosi. Parigi e il Ministero della Difesa italiano hanno confermato la veridicità del fatto. La Farnesina sconsiglia al momento di viaggiare verso questo paese, mentre la Francia ai suoi connazionali sconsiglia di muoversi e le scuole francesi sono temporaneamente state chiuse. Contraddittorie sono le opinioni, chi pensa che è un atto di stregoneria, chi invece suppone un traffico di organi mentre alcuni espatriati francesi non credono a queste storie, il corpo del bambino scomparso è stato ritrovato mercoledì, 2 ottobre, è stato trasportato dal mare sulla spiaggia ed era ancora vestito.  In questo Paese i linciaggi pubblici non sono una novità, ma sono aumentati in seguito al colpo di Stato del 2009 che ha portato al potere il Presidente, Andry Rajoelina, il quale ha fatto sprofondare il paese in una grave crisi economica. A aprile del 2012, una coppia francese, Gerald e Johanna Delahaye Fontana, sono stati assassinati dopo essersi arresi su una pericolosa spiaggia poco affollata a dieci chilometri da Tulear, nel sud della grande isola. I loro corpi sono stati scoperti pochi giorni dopo, pieni di ecchimosi.

Source:http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2013/10/04/madagascar_linciaggio_farnesina_italiano_tra_vittime.html

http://www.france24.com/fr/20131003-madagascar-trafic-organes-deux-etrangers-francais-lynches-mort-police

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LE TRAGEDIE COME QUELLE ACCADUTE A LAMPEDUSA SONO ANCHE LA CONSEGUENZA DI UNA ANOMALA LEGISLAZIONE SULLA IMMIGRAZIONE FONDATA SUI RESPINGIMENTI E SUI QUALI OCCORRE PORRE RIMEDIO.

LA TRAGEDIA DI LAMPEDUSA DEVE ESSERE DI MONITO ALLE AUTORITÀ POLITICHE AFFINCHÈ INTERVENGANO AD IMPEDIRE TRAGEDIE COME QUELLE AVVENUTE, ULTIME DI UNA LUNGA SERIE.

LA STRAGE DEGLI IMMIGRATI, UOMINI, DONNE E BAMBINI, IMPONE UNA PRESA DI POSIZIONE CHIARA SULLA NORMATIVA IN TEMA DI IMMIGRAZIONE E SUI LUOGHI DI INTRATTENIMENTO, COME I CIE, CHE VIOLANO I PIÙ ELEMENTARI DIRITTI UMANI, COSTRINGENDO ALLA RECLUSIONE IN LUOGHI INFAMI SENZA ALCUNA RAGIONE CHE LEGITTIMI LA PRIVAZIONE DELLA LIBERTÀ PERSONALE PER UN TEMPO ILLOGICAMENTE LUNGO E SENZA AVER COMMESSO REATI.

NON PUÒ ESSERE RESPINTO CHI FUGGE DALLE GUERRE CIVILI E DALLE VIOLENZE VANIFICANDO IL DIRITTO DI ASILO POLITICO!

AUSPICO CHE SIMILI TRAGEDIE RISVEGLINO IL BUON SENSO COMUNE MA SOPRATTUTTO LE AUTORITÀ POLITICHE ITALIANE E INTERNAZIONALI.

S.E. Dott. Acc. Colombo Marco Lombardo

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IN QUALITÀ DI GOVERNATORE DELL’ACCADEMIA INTERNAZIONALE UMANITARIA OPERE – AIUO, ESPRIMO A MIO NOME E DI TUTTA L’ACCADEMIA IL PIÙ PROFONDO CORDOGLIO AI PARENTI DELLE VITTIME E SOLIDARIETÀ AI PROFUGHI. ANCHE IO RITENGO, A SOSTEGNO DEL SINDACO DI LAMPEDUSA, GIUSI NICOLINI, CHE NON SI PUÒ FAR FINTA DI NULLA DI FRONTE ALLA TRAGEDIA ALLA QUALE ABBIAMO ASSISTITO OGGI. UNA VERA VERGOGNA!!!!!!!!!; NON È POSSIBILE LASCIARE MORIRE ESSERI UMANI CHE SCAPPANO DALLA LORO TERRA . NON SONO CLANDESTINI. CHIEDONO ASILO POLITICO. CHIEDONO DI VIVERE. NELLA LORO TERRA I BAMBINI VENGONO UCCISI. FUGGIRE È LA LORO UNICA SPERANZA. 500 PERSONE SONO PARTITE DALLE COSTE DELLA LIBIA, E I POCHI SOPRAVVISSUTI, NUDI, IN MARE, HANNO ATTESO PER ORE AIUTI ARRIVATI  SOLAMENTE QUANDO ORMAI PER MOLTI NON C’È STATO PIÙ NULLA DA FARE……..,GRIDAVANO “SALVATE I BAMBINI”………!!! GIOVANISSIMI, TRA I 16 E I 25 ANNI, MOLTI DI LORO SONO MORTI PER IPOTERMIA. NON È POSSIBILE ACCETTARE TUTTO QUESTO SENZA FARE NULLA, SENZA MOSTRARE CORAGGIO PER URLARE AL MONDO L’ANOMALIA DELLA LEGGE “BOSSI - FINI” CHE DISCIPLINA TALE FENOMENO E CONDANNA PER FAVOREGGIAMENTO I PESCHERECCI CHE PROVANO AD AIUTARE GLI IMMIGRATI.
MA, SOPRATTUTTO, NON E’ POSSIBILE NON URLARE AL MONDO CHE NESSUNO E PER NESSUN MOTIVO, SIA ESSO DIVERSO PER RAZZA O RELIGIONE, PUÒ ESSERE LASCIATO MORIRE ……. OGNI GIORNO, OGNI MALEDETTO GIORNO CI GIUNGONO NOTIZIE TRAGICHE, PERCHÉ OGNI GIORNO SEMPRE PIÙ PERSONE NON POSSONO AGIRE. LA VITA È UN BENE PREZIOSO PER TUTTI ANCHE PER COLORO CHE CERCANO UNO SPIRAGLIO DI SALVEZZA.  È ORA DI ALZARE LA VOCE CONTRO L’ANOMALIA DELLA LEGGE “BOSSI –FINI” E SOPRATTUTTO CONTRO LA VIOLAZIONE DEL DIRITTO ALLA VITA. TUTTI ABBIAMO QUESTO DIRITTO E NESSUNO PUÒ TOGLIERCELO!!! DOV'È L'EUROPA? DOVE SONO LE LEGGI? E DOV'È SOPRATTUTTO LA COSCIENZA UMANA?
IL MEDITERRANEO È IL PIÙ GRANDE CIMITERO DEL MONDO…… QUESTA È UNA VERA VERGOGNA E A TUTTI I POTENTI DELLA TERRA, DICO: RAVVEDETEVI! UN GIORNO DI TUTTO CIO' DOVRETE RISPONDERE A DIO.
S.E. DOTT. ACC. COLOMBO MARCO LOMBARDO

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Washington – La polizia nei pressi del Capitol Hill nella tarda serata di oggi giovedì, 3 ottobre ha aperto il fuoco contro una vettura inseguita dalle autorità nei pressi della Casa Bianca, è rimasta colpita una donna alla guida di un auto dove all’interno c’era anche un bambino, ha dichiarato una fonte di Intelligence alla CNN. Il bambino sembra essere fuori pericolo secondo le testimonianze. La scena caotica, con una vampata di spari vicino al cuore del Governo degli Stati Uniti ha radunato uno sciame di pattuglie della polizia e ha bloccato il Congresso e gli uffici circostanti a causa della situazione di emergenza. Le Forze della Polizia hanno anche chiuso Pensylvania Avenue di fronte la Casa Bianca. Le sessioni della Camera e del Senato sono state immediatamente sospese e sono stati evacuati tutti gli uffici ubicati nella zona e le autorità hanno chiesto di tenersi lontano da porte e finestre. Il blocco alle strutture in seguito è stato revocato. Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è stato immediatamente informato dell’incidente. Una fonte di Intelligence ha confermato che fino ad ora non c’è nessun legame con il terrorismo.

Source:http://edition.cnn.com/2013/10/03/politics/u-s-capitol-shooting-main/index.html?hpt=hp_t1

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Caronte trasportava oltre il fiume Acheronte le anime dei morti, le Valchirie a servizio del Dio Odino trasportavano i morti nel Walhalla, gli scafisti, speculano sulle persone e le traghettano sull’Isola delle false speranze: Lampedusa. E’ successo ancora e speriamo che la vicenda non continui ad essere recidiva, anche se nulla ostacola gli scafisti a fare man bassa dei soldi che gli ‘speranzosi’ mettono da parte perchè sognano un futuro migliore. Le testate dei giornali echeggiano questo ennesimo dramma accaduto giovedì, 3 ottobre, al largo di Lampedusa. Una nave trasportava tra i 450 e i 500 immigrati i quali erano per lo più somali e eritrei, racconta Rfi. Almeno 133 sono i morti ma il bilancio delle vittime continua a salire. Donne, bambini di tenera età rientrano tra le vittime. 151 persone invece sono state fino ad ora salvate, ma oltre 200 sono ancora disperse. L’Italia ha già annunciato un lutto nazionale. Antonio Guterres, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha elogiato la “rapida azione della Guardia Costiera italiana per salvare vite umane”, e ha asserito “Questo fenomeno dei boat people che fuggono dai conflitti o dalle persecuzioni e muoiono in mare continua a amplificarsi provo un grande sgomento”. Non è possibile che avvenga ancora tutto questo soprattutto per i bambini, e per le donne in stato di attesa che sono pressati tra l’ondata di persone che cercano un bagliore di salvezza e le onde del mare che li trasportati lontano. L’igiene è completamente assente, come anche il cibo e le risorse idriche, quale speranza può dare uno scenario così povero di qualsiasi mezzo e di qualsiasi gesto umano? Un uomo di origine tunisina è stato arrestato perchè è stato identificato da uno dei sopravvissuti come uno degli scafisti. L’imbarcazione era lunga 15 metri ed era partita dalle coste libanesi con circa 500 persone a bordo. Ha iniziato ad avere delle averie, e i migranti non sono riusciti a mettersi in contatto tramite cellulare con la guardia costiera italiana. A causa di tutto ciò hanno acceso un fuoco per lanciare un SOS provocando di conseguenza un incendio e il battello si è infine capovolto. Queste tragedie non devono accadere. All’inizio di questa settimana 13 migranti soprattutto di origine eritrea sono morti per annegamento mentre cercavano di raggiungere le coste a nuoto nei pressi di Ragusa. Non è chiaro se questi migranti sono stati gettati in mare, dagli scafisti di un barcone con 200 persone.

Source:http://www.rfi.fr/afrique/20131003-naufrage-lampedusa-migrants-somalie-skytg24?ns_campaign=editorial&ns_source=FB&ns_mchannel=reseaux_sociaux&ns_fee=0&ns_linkname=201

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In Mali, i minori, alcuni di appena 13 anni, che sono impegnati e associati come bambini soldato ai gruppi armati sono attualmente detenuti con gli adulti dalle forze del Mali. Alcuni hanno dichiarato che hanno subito delle torture. Questo è ciò che ha rivelato Amnesty International al termine di una visita di quattro settimane nel paese. L’organizzazione ha incontrato nove bambini di età compresa tra i 13 e i 17 anni, detenuti con gli adulti nella Centrale Remand Prison Camp I dalla gendarmeria di Bamako, la capitale, perché sospettati di associazione a gruppi armati. Uno di loro, un pastore di 15 anni, è stato arrestato dalle forze del Ciad Intouké, nella regione settentrionale del Kidal, e poi consegnato alle forze francesi, e ha riferito che a lui non avevano chiesto l’età, e l’interrogatorio non aveva avuto luogo nella sua lingua madre, il Tamasheq (lingua dei Tuareg), prima di essere consegnato alla polizia di Bamako in Mali. Durante il volo, era stato bendato e gli avevano legato le mani e i piedi. Alcuni bambini invece hanno raccontato che sono stati torturati o maltrattati dalle forze del Mali.  ”Mi hanno appeso al soffitto per un quarto d’ora e minacciato di farmi l’elettrochoc. Hanno intimato di uccidermi”, ha segnalato uno di loro a Amnesty International. ”Secondo il diritto internazionale, i bambini devono essere tenuti separati dagli adulti. la Legge del Mali vieta di inserire i bambini detenuti tra gli adulti. Le Autorità di questo Paese sono responsabili di prevenire l’UNICEF quando fermano i fanciulli sospettati di associazione ai gruppi armati, in modo che le loro famiglie possano essere identificate e il loro caso venga trattato dagli esperti addetti alla tutela dei minori”, ha asserito Gaëtan Mootoo, ricercatore di Amnesty International in Mali. Questi bambini sono stati accusati di vari reati: Cospirazione, ribellione contro la sicurezza interna ed esterna dello Stato e atti di terrorismo. Altri bambini detenuti a causa dei loro presunti legami con i gruppi armati, sono stati consegnati alla UNICEF dalla maliana gendarmeria e dalle forze francesi. Alcuni hanno issato bandiera bianca o sono stati arrestati dalle forze armate francesi del Mali e del Ciad, in seguito alla operazione militare lanciata a gennaio di quest’anno per riprendere il nord del paese, e sono caduti nelle mani dei gruppi armati a aprile del 2012.  Altri minori non sono ancora stati localizzati, e c’è il timore che sono ancora associati a gruppi armati o sono nascosti nelle loro comunità per paura di rappresaglie o di essere incarcerati. Dall’inizio del conflitto in Mali, a gennaio del 2012, le organizzazioni sui diritti dell’uomo come Amnesty International hanno condannato il reclutamento e l’impiego di bambini soldato da parte dei gruppi armati e dei vigilantes sostenuti dalle autorità di questo Paese. Amnesty International sollecita le autorità di questo Stato, integrate nella multidimensionale Missione delle Nazioni Unite per la stabilità in Mali (MINUSMA) e altri organismi delle Nazioni Unite a cercare di stabilire dei contatti con le comunità locali per aiutare i bambini uniti ai gruppi armati che attualmente sono in clandestinità. Anche in questi organismi bisogna migliorare lo sviluppo dei programmi di riabilitazione e di reinserimento degli ex bambini soldato. La organizzazione ha anche chiesto la liberazione di tutti i bambini detenuti dai gruppi armati quali: Il Movimento per la unicità e la jihad in Africa occidentale (MUJAO), il Movimento Nazionale per la Liberazione della Azawad (MNLA un movimento Tuareg) e Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), come anche le milizie di autodifesa supportati dalle autorità del Mali. Nel rapporto del 2012 del Segretario Generale delle Nazioni Unite, pubblicato questa settimana sulla situazione dei bambini nei conflitti armati, per la prima vengono esplicitamente nominate le parti del conflitto in Mali come i responsabili del reclutamento e dell’impiego dei bambini soldati e della violenza sessuale nei confronti dei minori. “I responsabili della MINUSMA devono assolutamente mettere all’ordine del giorno la questione dei bambini soldato e di altri bambini associati alle forze armate”, ha concluso Gaëtan Mootoo.

Source: http://www.amnesty.sn/spip.php?article1132

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Un nuovo rapporto della OIL indica che la lotta contro il lavoro minorile è sulla buona strada, anche se l’obiettivo di eliminare le peggiori forme entro il 2016 non sarà raggiunto in base al ritmo attuale. Un nuovo rapporto della Organizzazione Internazionale del lavoro (OIL), dal titolo ‘Misurare il progresso nella lotta contro il lavoro minorile’, indica che il numero dei bambini lavoratori in tutto il mondo è diminuito di un terzo a partire dal 2000, cioè da 246 è sceso a 168 milioni. Nonostante questi dati, i progressi non sono sufficienti per eliminare le peggiori forme di lavoro minorile entro il 2016, un obiettivo che la comunità internazionale aveva concordato con la OIL. “Andiamo nella giusta direzione, ma i progressi sono troppo lenti. Se vogliamo davvero porre fine alla piaga del lavoro minorile in un prossimo futuro, allora dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi a tutti i livelli. Esistono 168 milioni di ragioni per questo”, ha dichiarato il Direttore Generale della OIL, Ryder. Le recenti stime di questa organizzazione, pubblicate pochi giorni prima della Conferenza mondiale sul lavoro minorile che è stata svolta a Brasilia mesi più tardi, dimostrano che la maggior parte dei progressi sono stati raggiunti tra il 2008 e il 2012, quando il dato globale era sceso da 215 a 168 milioni. Oltre la metà di 168 milioni di bambini lavoratori in tutto il mondo sono impegnati in attività pericolose, che mettono a diretto repentaglio la loro salute, la loro sicurezza e il loro sviluppo morale. Attualmente, il numero di bambini impegnati in lavori pericolosi è di 85 milioni contro i 171 milioni riscontrati nel 2000. I lavori dannosi sono spesso considerati come l’equivalente delle peggiori forme di lavoro minorile come per esempio i bambini impegnati in lavori pericolosi rappresentano la stragrande maggioranza di coloro che vivono le forme peggiori di lavoro minorile. Altri punti chiave del rapporto:

- Il maggior numero dei bambini lavoratori in termini assoluti, vive nella regione Asiatico-Pacifico (78 milioni), ma l’Africa sub-sahariana rimane la regione con la più alta prevalenza del lavoro minorile rispetto alla proporzione della popolazione, oltre il 21%.
- L’incidenza del lavoro minorile è più alta nei paesi poveri, ma i paesi a medio reddito hanno il maggior numero dei bambini lavoratori.
- Il lavoro minorile è diminuito del 40% per le ragazze dal 2000, contro il 25% per i ragazzi.
- L’agricoltura è di gran lunga il settore che impiega più bambini (98 milioni di bambini, o il 59%), ma il fenomeno non è trascurabile nei servizi (54 milioni), o nella industria (12 milioni), soprattutto nella economia informale.

(VEDI GRAFICO) Tra il 2008 e il 2012, il lavoro minorile tra i bambini di età compresa tra i 5 e i 17 anni è diminuita nella regione Asiatico-Pacifico, nella America Latina e nei Caraibi e nelle regioni sub-sahariane.
La regione Asiatico-Pacifico ha registrato di gran lunga il maggior calo, da 114 a 78 milioni tra il 2008 e il 2012.
Il numero dei bambini lavoratori è sceso nell’Africa sub-sahariana (6 milioni), e modestamente in America Latina e nei Caraibi (1,6 milioni).
9,2 milioni di bambini lavorano in Medio Oriente e nel Nord Africa.
Fattori di progresso

La relazione della OIL, individua una serie di azioni che hanno permesso di implementare i progressi nella lotta contro il lavoro minorile negli ultimi anni. Le scelte politiche e gli investimenti che accompagnano l’istruzione e la protezione sociale sembrano particolarmente rilevanti per ridurre il lavoro minorile. Altri fattori includono la volontà politica dei Governi, il crescente numero di ratifiche di due convenzioni della OIL sul lavoro minorile, forti scelte politiche e quadri normativi solidi. Nessuno “può attribuirsi il merito di tutto ciò, perché numerose sono state le persone che hanno attirato l’attenzione sugli effetti negativi del lavoro minorile sulla crescita economica, sul futuro delle nostre società e sui diritti dei bambini. Tuttavia, il ruolo della OIL a capo della lotta contro il lavoro minorile, attraverso le sue norme e il sistema di supervisione, la consulenza, lo sviluppo delle capacità e l’azione diretta, merita una menzione speciale”, ha concluso Constance Thomas, il direttore del programma internazionale della OIL per la eliminazione del lavoro minorile, (IPEC) .

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Hans Lipschis, tutore presunto di Auschwitz, è stato accusato all’età di 93 anni dal Tribunale di Stoccarda. L’indagato sostiene di essere stato un cuoco del campo di sterminio.

La Giustizia non guarda agli anni. Il tribunale di Stoccarda ha accusato un presunto guardiano di Auschwitz di omicidio. L’anziano indagato, che oramai ha 93 anni, è Hans Lipschis e secondo la stampa tedesca, ha negato le accuse mosse contro di lui dichiarando che è stato solo un cuoco nel campo di sterminio, dove quasi un milione persone sono morte tra il 1940 e il 1945. Il Centro Simon Wiesenthal, da parte sua, non ha dubbi sulla colpevolezza di un uomo che è stato collocato al quarto posto nella lista dei più ricercati criminali di guerra nazisti. Dopo aver vissuto una vita tranquilla nella Germania del dopoguerra Lipschis Hans è emigrato a Chicago nel 1956. Ma le autorità statunitensi lo hanno espulso nel 1982, quando il suo dossier di anziano SS è diventato pubblico. In seguito a questo evento è andato a vivere a Ostalb nel Baden-Württemberg, una ricca regione meridionale della Repubblica federale, dove questo pensionato ha dimorato tranquillamente fino a quando la giustizia non lo ha raggiunto questa settimana. L’accusa era inimmaginabile qualche anno fa. Per quasi sei decenni, i giudici tedeschi non hanno raggiunto un accordo, in effetti, sul destino di un ex nazista, e stabilire di conseguenza se la responsabilità individuale per concorso in omicidio poteva essere provata. La decisione della Corte di Giustizia Federale, che risale al 1969, aveva permesso ai numerosi complici diretti o indiretti, alla fine dell’Olocausto di vivere i loro giorni in pace. Ma nel 2011, a Monaco, John Demjanjuk è stato condannato a cinque anni di carcere per complicità nello sterminio di oltre 28.000 ebrei senza evidenza di reato. La Corte ha giudicato che la sua qualità di guardiano del campo di Sobibor era sufficiente per stabilire la sua responsabilità. Questa condanna ha creato un precedente che ha permesso oggi di aprire nuove indagini. Non volendo perdere questa “opportunità”, il Centro Simon Wiesenthal non ha esitato a lanciare nel mese di luglio una “operazione dell’ultima chance”. L’associazione con sede a Los Angeles ha offerto 25.000 € a chiunque trovava i complici nell’Olocausto. Nulla a che vedere con Auschwitz, oltre 6000 SS hanno partecipato allo sterminio di interi convogli innocenti. Anche se quasi tutti i responsabili di questa atrocità sono morti, gli investigatori tedeschi hanno trovato quaranta persone che sono oggi ancora vive. Tutti novantenni, e non hanno molto tempo per rispondere dei loro crimini.

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Un gruppo di attivisti ha riferito che gli aerei da guerra del Governo, hanno bombardato una scuola pubblica nel nord della Siria oggi Domenica, 29 settembre, uccidendo almeno 12 persone, la maggior parte sono studenti. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede in Gran Bretagna, ha rivelato che l’attacco aereo del regime ha avuto luogo oggi Domenica, nella città di Raqqa, che è l’unico capoluogo di provincia della Siria sotto il controllo dei ribelli. Almeno 30 sono stati gravemente feriti, secondo il Media Center per i ribelli di Raqqa . L’Osservatorio ha aggiunto anche, che il bilancio delle vittime è destinato a salire perché molti dei feriti hanno riportato gravi lesioni. La città è stata strappata dal controllo del Governo nello scorso mese di marzo, ed è attualmente dominata dal gruppo di Al-Qaeda, Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Il regime del Presidente Bashar al-Assad ha fatto affidamento sulla sua forza aerea per attaccare le zone controllate dai ribelli in un conflitto che dura da due anni e mezzo nel paese. Un video raccapricciante presumibilmente registrato durante l’attacco è stato caricato su YouTube dal MCRR. Siamo in piena sintonia con quanto espresso da una Fonte del Times of Israel, che ha esposto: “Anche se non è necessario guardare oltre i primi secondi il video non è possibile che YouTube permetta di divulgarlo liberamente senza censura e senza avvertimento contro la visione da parte di minori o persone sensibili, le immagini sono veramente raccapriccianti, anche noi sconsigliamo la visione, nel rispetto di tutti coloro che sono morti.

Source: Source:http://www.laproximaguerra.com/2013/09/bombardeo-del-ejercito-sirio-contra-colegio-raqqa-imagenes-impactantes.html#

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Il cancelliere Elias Jaua, ha dichiarato venerdì, 27 settembre, a New York, che l’ONU è “dirottato” dall’imperialismo e ha ribadito ciò che affermato il suo paese sulle barriere degli Stati Uniti in riferimento alla presenza in seno alla Assemblea generale delle Nazioni Unite del Presidente venezuelano Nicolas Maduro. Parlando alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite, alla quale Maduro non ha partecipato, Jaua ha anche criticato il Premier degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha asserito nel Forum di Martedì, 25 settembre, che gli Stati Uniti sono “eccezionali” e ha ricordato in diverse occasioni la figura del defunto Presidente Hugo Chavez. “Il Venezuela vuole, alla presenza di tutti voi, segnalare un sequestro: “questa organizzazione è stata sequestrata”, ha ammonito Jaua nel suo intervento nel dibattito della Assemblea Generale, spiegando che “il rapitore ha molte facce e “cambia nome e bandiera”, ma continua a essere sempre lo stesso: “l’imperialismo”. Jaua ha iniziato il suo intervento segnalando che Maduro non ha aderito alla tavola rotonda a causa di una serie di ritardi, di ostacoli, di vincoli e per la mancanza di garanzie per lui e per i membri della sua delegazione da parte degli Stati Uniti. Questa, ha aggiunto, è una “flagrante violazione” degli obblighi che impongono gli Stati Uniti relativi all’Accordo sulla sede delle Nazioni Unite. Il Ministro degli Esteri venezuelano ha denunciato che “nessuno osa” proporre alle Nazioni Unite di punire gli Stati Uniti per queste “violazioni flagranti”, come il mantenimento della struttura detentiva di Guantanamo o l’uso di droni, che a suo giudizio “hanno causato decine di migliaia di vittime innocenti”. Jaua dunque ha proposto che il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, dia inizio alla creazione di una agenzia all’interno delle Nazioni Unite allo scopo di lavorare per garantire a tutti gli esseri umani, il diritto alla privacy e a comunicare senza intercettazioni. In aggiunta ha comunicato che bisogna realmente considerare “se il quartier generale delle Nazioni Unite deve rimanere in questo paese, dove il Governo non rispetta la organizzazione, per non parlare della sovranità di ciascuno dei suoi membri”. Fino ad ora, ha concluso, il Venezuela ha accolto la proposta del Presidente della Bolivia, Evo Morales, che vengano ubicate “diverse filiali secondarie di questo corpo, in varie parti del mondo”.

Source: http://www.eluniversal.com/internacional/130928/jaua-dice-que-la-onu-esta-secuestrada-por-el-imperio

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Rabbia e sgomento a Dakar. E’ da due settimane che manca l’acqua a causa di un guasto alla rete di distribuzione della stazione di Keur Momar Sarr a 200 km dalla capitale. Non una goccia d’acqua nei rubinetti e alcune persone sono state colpite dalle inondazioni. Per placare il clima sociale teso dopo due settimane di pausa, il Presidente senegalese, Macky Sall ha promesso che le bollette dell’acqua saranno stornate questo mese. Macky Sall ha realizzato un sopralluogo Venerdì, 27 Settembre, alla Stazione di Keur Momar Sarr, sita a 200 km a nord da Dakar, dove continuano i lavori di riparazione. Nel frattempo, la metà delle persone che vivono nella regione di Dakar non hanno ancora l’acqua potabile e alcune persone vivono sommersi d’acqua a causa delle inondazioni. Nel quartiere di El Hadji Pathé, a Keur Massar, il mese scorso, una ondata di acqua verde ha allagato le strade, i cortili e le case, comportando un black-out generale. E come se non bastava, ora le persone devono affrontare la carenza di acqua potabile. Marie Diaw non sa come fare: “Abbiamo tutti i problemi di questo mondo. Mancanza di energia elettrica, di acqua, e ad aggravare la situazione anche l’acqua stagnante. C’è una fila molto lunga per ottenere una bottiglia, a volte due, perchè tutti vanno nello stsso posto e non è sufficiente per soddisfare le esigenze di tutta la famiglia. Abbiamo dovuto subito attingere l’acqua dai pozzi potabili che sono nelle vicinanze. Sappiamo che è acqua sporca, e che non bisogna berla, ma con un pò di candeggina possiamo bere comunque. Non abbiamo davvero altra scelta”. Anche Ibra è del posto. Condivide la stessa confusione e ha dichiarato: “Siamo scoraggiati da questo tipo di situazione. Siamo stati inondati da acqua verde e sporca, piena di zanzare. Noi non capiamo il motivo e viviamo allo sbando. C’è molta rabbia e la gente è stanca. La paura è percepibile ovunque, perché le persone non sanno dove stanno andando e quando avrà fine tutto questo disguido”.
Source: http://www.rfi.fr/afrique/20130928-le-manque-eau-potable-fait-monter-colere-dakar

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Papa Urbano VII, era nato a Roma nel 1521, proveniva da una famiglia appartenente alla nobiltà genovese, Giovanni Battista Castagna aveva studiato diritto civile e canonico presso varie università d’Italia prima di intraprendere una brillante carriera. Sindaco, Arcivescovo di Rossano, Presidente di varie congregazioni al Concilio di Trento, nunzio in Spagna, e a Venezia, vantava un curriculum più che eccellente, e soprattutto lo era in tutti gli ambiti. Nel 1583, era diventato cardinale-prete della Chiesa titolare di San Marcello e l’anno successivo era stato nominato governatore di Bologna. Ogni volta, dimostrava una straordinaria prudenza, una ottima capacità amministrativa e una incredibile e rara efficacia. Era naturale che, in seguito alla morte di Sisto V, il 27 Agosto del 1590, veniva nominato come suo successore da 54 cardinali riuniti in conclave, il 15 settembre. La notizia della sua elezione aveva causato una ondata di gioia universale, soprattutto in Spagna, dove il suo passaggio aveva segnato gli animi.

Un elenco per i poveri

Subito dopo la sua elezione, aveva rivoluzionato il modo di governare di un Papa. Distribuiva denaro ai più bisognosi i quali vivevano nelle periferie e aveva ordinato di redarre un elenco di tutte le parrocchie povere allo scopo di soddisfare le loro esigenze. Immediatamente aveva ordinato a tutti i fornai della città di fare più grandi le pagnotte e soprattutto di venderle a prezzi inferiori alle persone, pagando tutto di tasca sua.  Urbano VII, aveva addirittura offerto lavoro agli svantaggiati e aveva ordinato il completamento delle opere pubbliche avviate dal suo predecessore, il palazzo del Vaticano e il Quirinale, e gli edifici della Chiesa di San Pietro. Come un buon manager, non aveva dimenticato di motivare i cardinali, e voleva che aumentavano il loro scarso reddito. Ancora più incredibile, aveva regolato i debiti di tutti i monti di pietà dello Stato ecclesiastico … tutto senza il consiglio di Jacques Attali.

Una guerra contro il lusso

Il Pontefice non aveva aperto le porte solo al buon senso, ma aveva iniziato una guerra contro il lusso, fino a vietare ai ciambellani del Vaticano di indossare degli abiti in seta. Urbano VII era stato anche il primo a vietare il fumo nei luoghi pubblici e aveva minacciato di scomunicare chi fumava nel portico o all’interno di una chiesa, sia se era tabacco da masticare, da fumare la pipa o in forma di polvere. Aveva condannato formalmente il nepotismo, e non aveva voluto nominare uno dei suoi parenti nella sua curia o presso il Consiglio Generale di Hauts-de-Seine. In questo contesto aveva anche esiliato i suoi genitori di Roma ai quali aveva vietato di chiamarlo “Eccellenza” come era stato fatto in precedenza. In breve, il suo pontificato era stato un forte debutto tanto che la cerimonia di intronizzazione del Papa non era ancora stata celebrata. Pochi giorni dopo la sua elezione, il nuovo Pontefice era ammalato gravemente ed era stato costretto a restare a letto con una febbre da cavallo dovuta dalla malaria. L’incanto era sfumato, i fedeli pregavano per il suo recupero. Erano state ordinate Preghiere di 40 ore, come anche processioni interminabili che attraversano le strade intorno a San Pietro, ma il Papa intanto aveva ricevuto il Santissimo Sacramento.

Ultimo desiderio … pio

La condizione del Papa virtuoso peggiorava. Un giorno, aveva espresso il desiderio di andare al Quirinale, dove l’aria è più pulita e più sana, ma gli avevano ricordato con fermezza che non era usuale per un Papa essere visto in città prima della sua incoronazione. In quel caso non aveva avuto la forza di insistere, ed era rimasto in Vaticano fino alla sera del 26, la febbre era aumentata di dieci volte, lo avevano confessato, e aveva ricevuto la comunione e l’estrema unzione. Moriva il 27 settembre. Buono fino all’ultimo respiro, aveva lasciato in eredità la sua fortuna personale per l’Arci confraternita della Annunziata, come dote delle ragazze povere. Il Papa benefattore veniva sepolto nella Basilica Vaticana, Gregorio XIV diventava il suo successore. I resti di Urbano VII saranno trasferiti dopo 16 anni nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, dove un magnifico monumento è stato eretto in suo onore.

Source: http://www.lepoint.fr/c-est-arrive-aujourd-hui/27-septembre-1590-le-pape-urbain-vii-veut-aider-les-pauvres-dieu-s-en-debarrasse-immediatement-27-09-2012-1510625_494.ph

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Nei giorni scorsi, il Presidente della fondazione di origine canadese, per la giustizia e l’equità, ha rivelato una scioccante notizia per il Burundi sul traffico sessuale che colpisce le ragazze per lo più minorenni, su tutto il territorio del paese dell’Africa centrale, e su una scala che nessuno sospettava. Dopo sei mesi di tempo dedicati all’indagine la relazione rilasciata da Florence Boivin Roumestan supera di gran lunga ogni finzione. Nel documento parla di traffico sessuale di dimensioni senza precedenti in Burundi. Ragazze tra i 10 e i 16 anni vengono reclutate nei villaggi più poveri e remoti del paese, portate in città e successivamente introdotte nei bordelli di tutte le città e a Bujumbura sono collocate in tutti i distretti. “Cominciamo a percepire la grandezza! Esistono case chiuse ovunque!” ha esclamato Florence Boivin Roumestan, della ONG giustizia e equità .

Affamate e picchiate

L’altro obiettivo principale di queste reti mafiose, sono le giovani liceali che vengono attratte dai bagarini, i quali spesso sono compagni di classe, secondo il Presidente della Fondazione canadese per la giustizia e l’equità, ed è questo il motivo per cui tutte queste ragazze non hanno il coraggio di parlare: “Dobbiamo renderle docili, dobbiamo domarle. Le picchiamo, non gli diamo cibo, e in questo modo diventano del tutto obbedienti al trafficante”.

Una rete nota alla polizia

Queste rivelazioni hanno avuto l’effetto di un elettroshock sulla società burundese, che non conosceva, o che chiudeva un occhio. Ma Lunedì, 23 settembre, è il comandante della polizia del Burundi per i minori che ha confermato queste accuse. “Ciò che la signora ha dichiarato non è una menzogna. Ma questo non è una novità. Questo è un fenomeno che è esploso da un paio di anni”, ha precisato il colonnello Christine Sabiyumb, spiegando che “Sono ben organizzati”, in particolare con i gruppi di ragazze delle scuole superiori che sono in tutte le zone della capitale del Burundi.

Source:http://www.rfi.fr/afrique/20130924-burundi-revelations-trafic-jeunes-esclaves-sexuelles?ns_campaign=editorial&ns_source=FB&ns_mchannel=reseaux_sociaux&ns_fee=0&ns_linkname=20130924_burundi_revelations_trafic_jeunes_esclaves_sexuelles 

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Mentre tutti gli occhi sono concentrati sul combattimento militare in Siria, la dimensione umana del conflitto resta nascosta. Un giornalista di RT, Mauricio Ampuero, narra la vita di una generazione alla quale è stata negata il diritto all’infanzia. I bambini, che sono i più vulnerabili di questa guerra, sentono sulla propria pelle la paura per la propria vita e quella delle loro famiglie, invece di ricevere sicurezza e una buona educazione. Il conflitto in Siria ha lasciato circa due milioni di bambini senza possibilità di andare a scuola, oltre 2.500 scuole sono state distrutte dai bombardamenti e solo 300 sono state ricostruite. Ma la guerra non solo ha distrutto migliaia di scuole, ha colpito anche la vita di molti di questi piccoli che hanno visto le loro case distrutte o hanno dovuto abbandonarle e addirittura hanno dovuto piangere la morte dei loro genitori. Dal quando il conflitto è iniziato più di un centinaio di bambini sono morti mentre andavano a scuola o i loro servizi sono stati attaccati. “Provo un grande dolore e continuo a vivere nella paura che qualcosa di brutto accadrà. Quello che mi manca è giocare con lui, eravamo sempre insieme, c’era un ambiente molto amichevole. Aveva i capelli neri e gli occhi dello stesso colore gli volevo molto bene. Spero che Dio protegga tutti”, dichiara Walaa Salam, sorella di un bambino assassinato. Quel giorno, Walaa era uscita di casa per andare a scuola. Come adesso, ma questa volta la accompagna una sua amica. Preferisce non ricordare quando è rimasta ferita, ma che è comunque una parte della sua vita. La storia di Walaa continua a ripetersi ancora. E nonostante questo ancora cercano di andare a scuola, cercano di vivere la loro infanzia. “Eravamo a casa avevamo fatto la prima colazione e stavamo andando a scuola. Una munizione di mortaio lo ha colpito e lui è caduto a terra. Io invece sono rimasta ferita. C’erano stati molti feriti. Sono andata in ospedale, ma ero angosciata dalla morte di mio fratello”, ha continuato Walaa. “Gli scontri intorno alla nostra casa erano stati molto forti. Ciò che mi spaventava di più era il rumore. “Ho nostalgia di giocare a calcio con i miei amici del quartiere”, racconta a RT, Alsamman Jawad, un rifugiato. La sua famiglia ha deciso di lasciare la loro dimora e di trasferirsi a Damasco. Ha preso solo l’essenziale. Ma Jawad ha conservato un pensiero, un segreto ben custodito che anche Walaa conserva in silenzio. Questa è la guerra dove i bambini affrontano la grande sfida di andare a scuola per combattere la minaccia di una generazione perduta, ma soprattutto per realizzare il desiderio che Walaa, Yawaar e molti altri piccoli mantengono in segreto: Fare la pace e riprendersi la Siria.

Source: http://actualidad.rt.com/actualidad/view/106847-rt-siria-guerra-ninos-paz

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Come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno aiutato le forze della sicurezza del Kenya durante l’assedio del centro commerciale Westgate, anche il Governo israeliano ha avuto i suoi interessi geopolitici in Kenya e in Somalia. Fin dall’arrivo della notizia della occupazione del centro commerciale di Nairobi da parte della milizia islamica Al Shabab della Somalia, un aereo militare israeliano era arrivato nella capitale del Kenya allo scopo di sostenere le forze presenti americane e britanniche e liberare insieme ai soldati e ai poliziotti keniani molti ostaggi. Al Shabab – Al Qaeda in Somalia, aveva avvertito di voler commettere attacchi nel vicino Kenya a causa dell’aiuto militare fornito da questo paese nella lotta per il caotico Corno d’Africa, che è immerso in una guerra civile dal 1991.

Interessi geopolitici

Il Kenya e Tel Aviv hanno rafforzato i loro legami militari nel 2002, dopo che una bomba di Al Qaeda era esplosa nei pressi dell’Hotel Paradise di Mombasa, uccidendo 13 keniani e tre israeliani. Quello stesso giorno, in una azione coordinata, 261 passeggeri a bordo di un aereo Arkia, società israeliana, hanno corso un grande rischio quando sono stati lanciati due missili che fortunatamente non hanno colpito la nave. Da allora, gli istruttori israeliani hanno iniziato a addestrare i soldati antiterrorismo del Kenya. Israele, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono vicini al Kenya, perché è un paese chiave nella lotta geopolitica contro il Sudan, che è alleato con l’Iran e la Cina, per combattere Al Shabab in Somalia.

Source: http://www.laproximaguerra.com/2013/09/por-que-envio-israel-soldados-para-liberar-centro-comercial-nairobi.html

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Ginevra – I decessi dovuti al virus dell’AIDS sono scesi in modo significativo del 30% rispetto al picco del 2005, grazie al miglioramento dell’accesso alle terapie antiretrovirali, indicano i dati delle Nazioni Unite.”Le nuove infezioni sono in calo del 33% rispetto al 2001 e del 52% sui bambini”, precisa il Programma delle Nazioni Unite contro l’AIDS (UNAIDS) nel suo nuovo rapporto del quale MAP ha avuto una copia Martedì, 24 settembre. Secondo la relazione di UNAIDS 35,3 milioni di persone erano affette dall’HIV nel 2012, durante il quale sono stati registrati 2,3 milioni di nuove infezioni, delle quali 260 000 riguardavano i bambini, e 1,6 milioni di morti. Alla fine del 2012, 9,7 milioni di persone hanno avuto accesso alla terapia antiretrovirale, con un incremento di quasi il 20% in un anno. Secondo l’organizzazione internazionale, l’obiettivo è quello di raggiungere 15 milioni di persone entro il 2015. In aggiunta è stato segnalato che “alcuni progressi” nella lotta contro la co-infezione dal virus dell’AIDS e le morti di tubercolosi in questi pazienti è sceso del 36% dopo il 2004. “Non solo siamo in grado di raggiungere il traguardo prefissato per il 2015, garantendo l’accesso alle terapie antiretrovirali a 15 milioni di persone, ma siamo in grado di andare oltre in modo da non tralasciare nessuno” ha spiegato il Direttore Esecutivo della UNAIDS, Michel Sidibé. L’informativa evidenzia i notevoli sforzi realizzati nel trattamento antiretrovirale per le donne in gravidanza allo scopo di prevenire il contagio ai propri figli prima della nascita. Con questi criteri, quasi 670.000 bambini sono stati salvati dal 2009 al 2012. L’intento è quello di ridurre del 90% nel 2015 le nuove infezioni nei bambini, “un obiettivo oramai possibile”, secondo l’UNAIDS. Nell’Africa sub-sahariana, la regione che conta il 90% delle infezioni con 3,3 milioni di casi riguardanti i giovani, il progresso è “particolarmente drammatico in molti Paesi”. I fondi raccolti a livello internazionale sono rimasti stabili dal 2008 a causa della crisi, ma i paesi hanno aumentato il loro budget. Nel 2012, hanno contribuito al 53% del totale delle spese stimate a 18,9 miliardi di dollari, sapendo che lo scopo fissato dalle Nazioni Unite è tra i 22 e i 24000000000 nel 2015. L’agenzia dell’ONU, ha rilevato anche che la discriminazione continua a ostacolare la lotta contro l’epidemia in alcuni paesi. “I progressi sono lenti per garantire l’accesso alla lotta contro l’AIDS per i soggetti più a rischio, come i tossicodipendenti”, conclude il rapporto.

Source: http://www.lemag.ma/Le-sida-en-net-recul-dans-le-monde-les-deces-en-baisse-de-30-pc-ONU_a75464.html

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La Russia cambierà la sua posizione sulla Siria nel caso in cui il Presidente Bashar al-Assad dimostrerà che sta "barando", ha dichiarato Sabato, 21 settembre, il capo della amministrazione presidenziale russa, mentre continuano le intense trattative diplomatiche per l'adozione di una risoluzione delle Nazioni Unite sul disarmo chimico a Damasco. "Quello che dico per ora è teorico e ipotetico, ma se fiutiamo che Assad bara, allora cambieremo la nostra posizione", ha avvisato Sergei Ivanov, alle agenzie di stampa russe, durante un convegno organizzato dall'Istituto Internazionale Studi Strategici di Stoccolma(IISS).

Ancora nella fase "teorica"

Se sarà stabilito, senza ombra di dubbio, che una delle parti in Siria ha mentito negando l'uso delle armi chimiche, "ciò, comporterà un atteggiamento diverso che implicherà l'uso del capitolo VII. Ma tutto è ancora teorico, fino a quando non saranno ammesse delle prove" ha precisato in seguito nella sua  dichiarazione rilasciata alla agenzia di stampa TT svedese. La Russia è contraria alla adozione di una risoluzione ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, che prevede "misure coercitive" che integrano le sanzioni economiche e l'uso della forza. Nel suo discorso, Ivanov ha ribadito l'opposizione della Russia a un intervento militare in Siria, lacerato da un conflitto che ha causato oltre 110.000 morti in 30 mesi, e ha aggiunto che "bisogna capire che (Assad) non controlla l'intero territorio siriano. Ancora non sappiamo dove geograficamente ha tutte le scorte delle armi chimiche. Penso che sarà chiaro tra una settimana".

LA SIRIA HA TRASMESSO L'INVENTARIO DEL SUO ARSENALE CHIMICO

L'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) ha annunciato Sabato, 21 settembre, che il termine di scadenza fissato dal contratto russo-americano il quale stabiliva che, la Siria doveva trasmettere l'atteso inventario del suo arsenale chimico era, il 14 settembre. Tuttavia, la OPAC ha rinviato un incontro stabilito in calendario per Domenica, 22 settembre, il quale doveva definire il programma sulla distruzione ed era volto a considerare la richiesta di adesione della Siria nella Convenzione del 1993 sulla proibizione delle armi chimiche. Secondo fonti diplomatiche, il testo che serve come base di lavoro per la riunione, ed è stato discusso da Washington e da Mosca non è ancora pronto. Tuttavia, questo incontro era un prerequisito per tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Secondo l'entourage del Presidente della Repubblica francese, Francois Hollande, difenderà Martedì, 24 settembre, presso l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite l'adozione di una 'succinta risoluzione', anche se gli occidentali cercano di convincere Mosca che il loro progetto non comporta la minaccia di una azione militare immediata. La Cina, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, da parte sua, ha solo chiesto una rapida attuazione dell'accordo USA-Russia per la distruzione delle armi chimiche, pur esprimendo la speranza di una soluzione politica alla crisi.

Source: http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2013/09/21/la-liste-des-armes-chimiques-syriennes-en-cours-d-examen_3482308_3218.html

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Allo scopo di verificare le recenti informazioni che circolano sui social network, e in particolare una pubblicazione che rivela la morte, nella serata di mercoledì, 18 settembre, di una intera brigata di jihadisti in Siria, che contava 43 tunisini, Business News ha contattato Badis Koubakji, il Presidente della 'Associazione in aiuto dei Tunisini all'estero', per avere maggiori ragguagli sulle ultime stime. Badis Koubakji, ha dichiarato che, "Numerosi massacri hanno colpito molti jihadisti tunisini e non è da escludere che altri atti non avranno luogo". Tuttavia ha preferito non confermare l'informazione della serata del, 18 settembre, a causa della mancanza di prove e di conseguenza ha deciso di aspettare la notifica della lista delle persone realmente decedute. Comunque ha confermato che: "Dall'inizio degli affronti in Siria la partenza di migliaia di giovani tunisini per andare a combattere ha provocato oltre 1900 morti già certificati", ha concluso il Ministro.
Source: http://www.businessnews.com.tn/details_article.php?t=520&a=40939&temp=3&lang=

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Sabato, 21 settembre, è la Giornata internazionale del morbo di Alzheimer. In Francia, circa 855.000 persone, soprattutto anziani, sono state colpite dal morbo di Alzheimer e dai disturbi correlati. Un costante aumento viene registrato con l'invecchiamento della popolazione. Una sfida per la società. Le alterazioni della memoria, i problemi di linguaggio o di orientamento, i disturbi dell'umore, sono tutti sintomi che preannunciano il morbo  di Alzheimer e variano a seconda del paziente, e comportano la perdita della autonomia. Questa malattia degenerativa del cervello è la principale causa dell'inizio della dipendenza degli anziani. In prima linea, i parenti, e soprattutto il coniuge. Anche se sono anziani, sono destinati a svolgere il ruolo quotidiano di custodi del 70% dei pazienti che vivono a casa. Risultato: sono esausti fisicamente e psicologicamente.

I progressi limitati del recente Progetto sull'Alzheimer

Per consentire ai congiunti una pausa, l'ultimo progetto dedicato all'Alzheimer, era stato lanciato da Nicolas Sarkozy ed è stato completato lo scorso anno, lo scopo era quello di aumentare drasticamente il numero delle strutture ricettive provvisorie in grado di accogliere di giorno i malati. Sono stati compiuti progressi, ma resta comunque ancora lontano il compito da svolgere. Erano stati previsti 11.000 posti diurni ma ne sono stati creati solo la metà. Per non parlare del costo per le famiglie, che resta elevato, nonostante l'aiuto. Per quanto riguarda  le associazioni, bisogna sviluppare in primo luogo e soprattutto non le cure mediche per i pazienti ma: la terapia occupazionale, la musicoterapia o la terapia psicomotoria, dal momento che i farmaci già esistenti hanno, nella migliore delle ipotesi, solo un effetto minimo sui sintomi. Molti sono gli argomenti che saranno messi in piano dal Ministero della Salute francese. Le misure saranno annunciate nei primi mesi del 2014.

Source:http://www.rfi.fr/france/20130921-maladie-alzheimer-journee-mathieu-ceccaldi-recherche?ns_campaign=editorial&ns_source=FB&ns_mchannel=reseaux_sociaux&ns_fee=0&ns_linkname=20130921_maladie_alzheimer_journee_mathieu_ceccaldi_recherche
 

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Una fonte diplomatica bene informata ha dichiarato al quotidiano libanese As-Safir che "La guerra degli Stati Uniti in Siria è iniziata e terminata quando due missili sono stati sparati e demoliti, lasciando notizie contrastanti, dal momento che Israele ha negato ogni responsabilità e la Russia ha confermato la presenza dei missili, fino a quando Israele ha rilasciato una dichiarazione che indica che loro hanno sparato nel contesto di una esercitazione congiunta tra Israele e gli Stati Uniti e quei missili sono caduti in mare, e che non c'è nessun legame con la crisi siriana", ha chiarito la fonte, aggiungendo che "le forze degli Stati Uniti hanno sparato due missili da una base Nato in Spagna, e che sono stati rilevati subito dai radar russi e dai sistemi di difesa della Russia. In seguito, uno di questi è esploso in aria mentre il secondo si è schiantato in mare a circa 200 km al largo dalle coste della Siria". In questo contesto, ha continuato l'informatore, "la dichiarazione rilasciata dal Ministero della Difesa della Russia, che notifica il rilevamento di due missili balistici sparati verso il Medio Oriente, dimentica volutamente due punti: il primo è stato il luogo da dove sono stati sparati i due razzi, e il secondo è la loro demolizione. Perché? Perchè nel momento in cui l'operazione militare è stata lanciata, il capo del servizio di intelligence della Russia in contatto con l'intelligence USA ha riferito che "colpire Damasco significava colpire Mosca, e sono stati rimossi i termini "abattuti due missili" dalla dichiarazione per preservare le relazioni bilaterali e evitare una escalation. Pertanto gli USA hanno dovuto immediatamente riconsiderare la loro politica, l'approccio e le intenzioni sulla crisi siriana, poichè ora sono sicuri di non poter eliminare la presenza russa sul Mediterraneo e il loro coinvolgimento nella difesa della Siria".
Source: http://www.laproximaguerra.com/search/label/siria

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Rinascimento, Messico (CNN) - Quando le acque hanno invaso la sua capanna di legno, Saturnino Medina è salito fino sopra al soffitto. Le acque avevano fatto scoppiare un muro e avevano trascinato la sua cucina. Medina e la sua famiglia non hanno quasi più nulla adesso, dopo che il vento e la pioggia del nubifragio 'Manuel' hanno raggiunto la città di Rinascimento, sita a quasi 20 km a nord-est della città turistica di Acapulco. Giorni dopo che la tempesta era piombata come una depressione tropicale sullo Stato messicano di Guerrero, migliaia di turisti erano ancora intrappolati a Acapulco e migliaia di famiglie continuavano a lottare per riprendersi, assicurando che il Governo li aveva dimenticati. Medina e la sua famiglia sono stati nutriti con uova e omelette donati dai vicini e hanno potuto idratarsi grazie ai cartoni scaduti di succhi di frutta che hanno trovato in un cassonetto posto nei paraggi, e ha garantito che fino ad ora non hanno ricevuto nessun aiuto da parte della Entità del loro Paese. "La verità è che io non so cosa dire," precisa. "Il Governo ci ignora. Aiuta tutti gli altri, ma hanno dimenticato Rinascimento". La città è uno dei tanti luoghi in Messico che sono stati devastati dalle tempeste che hanno inondato il paese. Le autorità federali hanno informato che almeno 101 persone sono rimaste uccise in Messico dalla tempesta 'Manuel', che ha colpito la costa pacifica del paese, e da 'Ingrid', che ha colpito la costa del Golfo. Le operazioni di soccorso sono continuate in tutto il paese Giovedì, 19 settembre. Una indagine aerea ha rivelato un enorme numero di frane, ha confermato il Ministro, Miguel Angel Osorio Chong, e ha aggiunto che sono arrivate altre segnalazioni di sparizioni, che le autorità non hanno ancora confermato A Rinascimento, che è una delle zone più colpite, racconta Alma Rojano, l'acqua mi arrivava all'altezza del collo dentro casa. Giorni dopo le intense piogge, ruspe e squadre addette alla pulizia finalmente hanno raggiunto la città Giovedì. In una conferenza stampa tenuta sempre Giovedì sera, i funzionari federali hanno spiegato che le condizioni meteo avevano reso impossibile raggiungere la zona fino a quel momento. Ma hanno promesso che l'aiuto della autorità governativa non tarderà ad arrivare. "In questo momento siamo di fronte a una situazione davvero precaria", ha osservato il Presidente, Enrique Peña Nieto, che ha asserito che le forti piogge che hanno devastato gran parte del paese hanno raggiunto delle proporzioni "storiche".

I turisti intrappolati

Ana Benavides, un turista di un network statunitense vicina a Acapulco, ha cercato di uscire dalla sua auto, ma ha potuto procedere solo per un miglio prima di rimanere intrappolata nelle strade bloccate. Ha aspettato per 12 ore di fila insieme a migliaia di altri turisti rimasti ingabbiati e che speravano solo di prendere un volo. Oltre 10.000 turisti erano stati evacuati in questo modo, alcune persone, nella loro disperazione, hanno dormito in fila. La tempesta 'Manuel' ha lasciato circa 40.000 turisti intrappolati a Acapulco. A partire da Giovedi, più di 10.000 sono fuggiti tramite un volo militare o commerciale dalla zona devastata dal nubrifragio. I funzionari speravano di riaprire la strada di Acapulco Venerdì, 20 settembre, consentendo a migliaia di persone di uscire e accelerare di conseguenza il flusso di cibo e di altri aiuti necessari al territorio.
Il peggio della tempesta mortale è passato, ma la tensione e la confusione rimangono e l'entità del danno comincia solo ora a venire alla luce. Il tempo comunque a Acapulco è migliorato.

Source: http://cnnespanol.cnn.com/2013/09/21/victima-de-la-tormenta-el-gobierno-nos-ignora/

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Una pace senza giustizia in Sud Africa? Khadija Patel, giornalista e blogger rivela la sua analisi.

La scorsa settimana, la Corte d’Appello degli Stati Uniti alla seconda istanza ha definito inammissibile il processo in Sud Africa intentato contro le aziende statunitensi soprattutto per il loro supporto diretto alle agenzie di sicurezza sotto il regime dell’apartheid. La Corte ha rilevato che le aziende statunitensi non devono essere ritenute responsabili delle violazioni dei diritti umani poichè non hanno avuto luogo negli Stati Uniti. In una dichiarazione, il Gruppo di Supporto Khulumani, che rappresenta le vittime dell’apartheid, ha dichiarato che “questa decisione mette in evidenza i limiti del diritto internazionale dal momento che considera non responsabili le società multinazionali complici delle gravi violazioni dei diritti umani”. E c’è del vero in questa affermazione.

Trovare delle scusanti per queste aziende è disonesto

I 40 anni di apartheid in Sud Africa sono stati caratterizzati da gravi violazioni dei diritti umani, per esempio i massacri, le torture, la detenzione degli oppositori politici, e una discriminazione razziale disastrosa dalle quali è faticoso riprendersi. Mentre ogni Stato è responsabile del proprio sistema di giustizia, che va dalla sicurezza alla politica estera, attraverso gli affari interni, il benessere economico del Sud Africa è stato sostenuto da queste multinazionali. Trovare delle scusanti per queste imprese come se fossero delle organizzazioni non politiche, che operano in un universo parallelo è disonesto.

Non c’è mai stato un tribunale come quello di Norimberga

Proprio il rifiuto del Sudafrica di perseguire i crimini dell’apartheid ha sollevato numerosi interrogativi sul ruolo del diritto internazionale. Per definizione, il diritto internazionale è la condanna dei crimini internazionali e impone l’obbligo agli Stati di perseguire e punire questi atti criminali. Quindi non è un insulto al buon senso per un crimine come l’apartheid essere giudicato in base al diritto internazionale.  Source: http://fr.allafrica.com/stories/201309130521.html

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Francia, Stati Uniti e Regno Unito hanno concordato Lunedì, 16 settembre, a Parigi una strategia comune allo scopo di indurre questa settimana il Consiglio della Sicurezza delle Nazioni Unite a trovare una “risoluzione forte e urgente” alla minaccia rivolta al regime siriano, dell’uso della forza se Damasco non rispetterà le condizioni imposte dal Consiglio mirate a smantellare il suo arsenale chimico. Dopo aver concordato con la Russia a Ginevra, il rilascio delle armi proibite, il Segretario di Stato degli Stati Uniti, John Kerry, ha sottolineato che la risoluzione sarà inquadrata nel capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e contempla “gravi conseguenze” per il regime. Kerry ha anche aggiunto che Mosca ha accettato a Ginevra il ricorso al capitolo VII. Ma il Governo moscovita ha reagito immediatamente alla notizia, e il Ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha ribadito che l’accordo non contiene alcun riferimento al capitolo e che il documento non può essere utilizzato per adottare una risoluzione che prevede l’uso della forza. In questo inizio di ciò che sarà probabilmente una trattativa difficile che stabilirà i termini della risoluzione che deve plasmare l’accordo sul disarmo chimico del regime siriano, firmato tra Stati Uniti e Russia Sabato, 14 settembre,  Kerry ha adottato una retorica ferma e aggressiva, e ha osservato che l’obiettivo del processo politico attuale è quello di permettere “ai siriani di sbarazzarsi di Bashar al-Assad”, dal momento che quest’ultimo ha: “Ha perso il senso della responsabilità e non può continuare a governare il paese”. “Se il regime di Assad ritiene che non siamo seri, entrerà in un gioco pericoloso”, ha chiarito Kerry ai giornalisti nel Quai d’Orsay congiuntamente al suo omologo francese, Laurent Fabius, e a quello del Regno Unito, William Hague, dopo l’incontro all’Eliseo con François Hollande. Il capo della diplomazia statunitense è stato risoluto riguardo al quadro che dovrà ispirare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza. “Se Assad non rispetterà i termini, non confondetevi, siamo tutti d’accordo, compreso i russi, il suo regime avrà gravi conseguenze”. “L’accordo impegna nel modo più assoluto gli Stati Uniti e la Russia a imporre le misure menzionate nel capitolo VII se il regime siriano verrà meno a quanto stabilito”, ha avvisato. Senza mezze misure, Kerry ha chiarito che “la Russia ha accettato a Ginevra che il capitolo VII venga in modo specifico menzionato in questo iter se sarà notificata una anomalia o se una persona utilizzerà armi chimiche in Siria. In una di queste due circostanze, sarà adottato automaticamente il Capitolo VII, come concordato a Ginevra”. Il Ministro francese, Laurent Fabius, ha cercato di aumentare la pressione su Damasco per dire che la Francia spera che il testo definitivo delle Nazioni Unite faccia riferimento alla necessità di punire i responsabili dei crimini di guerra, e ha annunciato che Parigi ha indotto un incontro internazionale che sarà tenuto a New York per rafforzare gli aiuti alla Coalizione Nazionale Siriana senza dimenticare la conferenza di pace Ginevra2.

La risposta di Lavrov

Da Mosca, Lavrov ha risposto ai messaggi dei partner occidentali, e ha osservato che le dichiarazioni degli alleati, sulla risoluzione che dovrà essere adottata questa settimana indicano che “non è stato ben inteso l’accordo di Ginevra” e rivelano “il mancato desiderio di rileggere il documento.” “In un primo momento, la decisione dovrà essere presa dalla Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, poi sarà sostenuta dal Consiglio di sicurezza e in questo caso il capitolo VII non è previsto” ha continuato il Ministro in una conferenza stampa con il suo omologo egiziano, Nabil Fajmi. Tuttavia, a Ginevra Lavrov ha ammesso che gli americani “avevano un grande desiderio” e cioè che la risoluzione del Consiglio di sicurezza includa la possibilità di utilizzare la forza. “Ma il documento concordato, che è la nostra guida per la risoluzione e il nostro obbligo reciproco, non contiene tale menzione”, ha precisato il Ministro, secondo il quale “Spesso, durante l’attuazione della risoluzione adottata dalla Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, sappiate che non devono essere adempiuti quegli obblighi dai quali possono sorgere problemi di sicurezza, e che il Governo e l’opposizione non devono intraprendere azioni che minacciano il lavoro degli ispettori, o che chiunque esso sia, non importa chi, utilizzi armi chimiche”. Dunque, “sulla base di prove concrete”, il Consiglio di Sicurezza potrà prendere una nuova decisione sulla base del capitolo VII, “ma questa è un’altra soluzione completamente differente,” ha spiegato. Lavrov ha esortato a mettere fine allo sviluppo del processo politico e spera che gli Stati Uniti saranno conformi a quanto concordato, nonostante le voci provenienti da ovest. “L’accordo più importante con gli Stati Uniti consiste nel preparare un progetto di risoluzione nel quale vengono dettagliate le procedure, i luoghi dove sono le sostanze chimiche e i suoi ingredienti, e il  giusto numero di competenti necessari”, ha continuato Lavrov. Il Ministro russo ha anche criticato l’opposizione siriana che impone le condizioni per lo svolgimento della conferenza di Ginevra 2, e ha dichiarato che è giunto il momento di “costringerla” a partecipare invece di cercare di “convincerla”. Lavrov ha accusato i leader della Coalizione nazionale siriana perchè rifiutano di intraprendere provvedimenti per arginare il problema in modo costruttivo, e per questo motivo sono stati invitati a riprendere il dialogo a Mosca. Lavrov ha insistito che il suo paese sta lavorando con l’opposizione e con tutti i membri, ad eccezione della Coalizione, che sono passati per Mosca. “Siamo convinti che dobbiamo parlare con tutti e che per risolvere il conflitto la chiave non è l’isolamento, ma l’inclusione di tutti,” ha concluso.

Source: http://internacional.elpais.com/internacional/2013/09/16/actualidad/1379315765_773360.html

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Diverse migliaia di persone sono state sgomberate con la forza dai campi di fortuna, allestiti a Mogadiscio, nell’ambito della riorganizzazione della capitale che continua a realizzare progetti di Governo, scrive Amnesty International in un rapporto pubblicato Venerdì, 13 settembre. Gli sgomberi forzati sono continuati e sono stati anche accelerati negli ultimi mesi, e le autorità non sono in grado di fornire un riparo alternativo e sicuro per accogliere queste persone. “E’ assolutamente inaccettabile che le persone che hanno raggiunto la capitale in cerca di protezione sono state sfrattate. Questa situazione ha portato a numerosi abusi dei diritti umani. Il Governo ha il dovere di proteggere questa parte vulnerabile della società e deve garantire la loro sicurezza”, ha scandito Gemma Davies, ricercatore internazionale di  Amnesty in Somalia. A causa del ciclo di  siccità, delle carestie e dei conflitti armati che durano da 20 anni e hanno già causato un centinaio di migliaia di vittime, più di 300 000 persone hanno cercato rifugio nei campi profughi allestiti a Mogadiscio. A gennaio 2013, l’Entità somala aveva annunciato un trasferimento di centinaia di migliaia di sfollati interni che attualmente invece vivono a Mogadiscio nelle tendopoli site alla periferia della capitale, allo scopo di liberare lo spazio atto a sviluppare i progetti destinati alla ricostruzione e allo sviluppo urbano. Questo piano ha avuto molte lacune in termini processuali, ma anche nei tempi e nella scelta delle aree di reinsediamento, che non sono protette. “Anche se la sicurezza è migliorata di poco, le ampie zone di Mogadiscio rimangono molto pericolose, tanto che il Governo non ha il loro completo monitoraggio. E le aree di reinsediamento per gli sfollati sono site proprio in queste aree”, ha precisato Gemma Davies. I lavori di sviluppo svolti a Daynille, sito di reinsediamento situato a nord della città, sono stati sospesi per motivi di sicurezza. Tuttavia, gli sgomberi forzati sono continuati e sono cresciuti negli ultimi mesi, anche se non c’è un altro posto sicuro per il trasferimento. Nelle ultime settimane, i ricercatori di Amnesty International a Mogadiscio hanno incontrato diverse decine di sfollati che erano stati sfrattati dai campi installati al centro della capitale, senza ricevere un adeguato preavviso e spesso cacciati con la forza. Fatima, ha 60 anni, lavora a Bakara al mercato nel centro di Mogadiscio. Ha rivelato ad Amnesty International che cosa è successo. “Verso le 8 del mattino, i miei figli mi hanno chiamato per dirmi che il nostro rifugio era stato distrutto. Quando sono arrivata, già  non c’era più nulla. Quattro uomini armati erano sul posto, avevano demolito tutto. Non sapevo cosa fare. Ho perso quasi tutto. Ho ricostruito un rifugio di fortuna nella stessa zona. Io non so cosa fare e non ho un posto protetto dove andare”. I delegati di Amnesty International a Mogadiscio hanno raccontato che hanno visto un gran numero di rifugi distrutti: il pavimento era disseminato di pezzi di tela e di teloni di plastica utilizzati per costruire i ripari. Lo scorso 14 Agosto, un bambino di 8 anni e una madre di nove bambini sono stati uccisi quando le forze armate hanno aperto il fuoco in risposta ad una protesta da parte dei residenti minacciati di sfratto. Amnesty International ha chiesto al Governo somalo di sospendere tutte le espulsioni dal momento che le garanzie necessarie non sono state attuate, in conformità agli obblighi presi verso il diritto internazionale e relativo ai diritti umani. Quando gli sfollati saranno reinsediati, è imperativo mettere  a disposizione degli alloggi alternativi sicuri e soddisfacenti. “Per diversi decenni, i somali sono stati costretti a spostarsi da un luogo all’altro a causa dei conflitti, della carestia e della siccità. Gemma Davies ha concluso affermando che “Oggi, finalmente, il paese ha un Governo centrale, ed è giunto il momento di concentrarsi su una soluzione sostenibile per gli sfollati nel paese, una risoluzione che permetta a queste persone di essere incluse nella ricostruzione della Somalia”.  Source: http://amnesty.org/fr/for-media/press-releases/somalia-forced-evictions-mogadishu-put-thousands-displaced-even-greater-ris

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Cheng Xingtao, ha 26 anni è nato cieco ed è un disabile mentale. Suo padre, Cheng Yuanchao, oramai settantenne lo ha abbandonato dopo aver perso la casa ed è andato a vivere con le figlie. Questa triste storia ha dell’incredibile, ed è realmente accaduta in Cina. L’anziano settantenne ha raccontato che ha trasformato suo figlio handicappato in un vero cavernicolo, lo ha incatenato nudo a una parete di una roccia, e tutto questo è accaduto a Chengling nella provincia di Henan, Cina centrale. Cheng Xiangtao ha 26 anni è non vedente oltre che disabile mentale ed è legato alla caviglia da una catena chiusa da un lucchetto, la chiave la detiene il padre che lo va a trovare tre volte al giorno portandogli cibo e acqua. “Non ho una casa mia e non ho un posto dove ospitare mio figlio. Questo è il meglio che potevo fare, lo visito tre volte al giorno porto cibo e acqua. La catena è l’unico modo per proteggerlo. Lasciandolo libero può farsi male”, ha dichiarato Cheng Yuanchao, aggiungendo: “Non sono un uomo ricco e non siamo mai stati in grado, io e la mia famiglia, di offrire le cure mediche appropriate. Non c’era altro posto per lui, non mi piace vederlo in una grotta ma è l’unica alternativa”, ha concluso l’anziano padre che vive con le figlie in una casa normale. Le immagini hanno scioccato i commentatori cinesi dopo che sono apparse sui social network. “E’ terribile, ha commentato uno di loro, e questo è il meglio che gli poteva dare? Sono trattate meglio i maiali e le mucche”. In Guatemala invece Giles Clarke, ha raccontato tramite le sue preziose foto, che esiste uno orfanotrofio fuori dalle mura della capitale dove vivono i bambini disabili che sono stati abbandonati fin dalla nascita. Sono curati 24h/24h dai medici volontari e dai collaboratori. La fondazione è stata creata dai frati francescani e dai medici locali. “Ho visitato i reparti dei bambini e ho incontrato alcuni di loro, sono ragazzi fantastici”, ha raccontato Giles. Il ruolo della Hermano Pedro Social Works Foundation (Opere Sociali del Santo fratello Pedro), è quello di dare una casa ai bambini disabili, con problemi mentali e fisici come la paralisi cerebrale, l’idrocefalia, la sindrome convulsiva, o il ritardo psicomotorio oltre alle altre condizioni di disabilità. Questi bambini hanno bisogno di cure speciali e permanenti e sono assistiti giorno e notte, dal momento che non sono autosufficienti. Nell’orfanotrofio ricevono medicine, cure speciali, cibo, vestiti e viene stimolata la loro formazione tramite la fisioterapia, l’idroterapia e altre cure onde evitare maggiori contrazioni muscolari. Sono essere come noi con la stessa anima e lo stesso cuore e con la stessa voglia di vivere….Accettiamoli! Source: http://www.dailymail.co.uk/news/article-2406853/Chinese-father-chains-blind-mentally-ill-son-cave-losing-home.html

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Burundi – Il Consiglio di Amministrazione del Fondo Monetario Internazionale, (FMI), ha completato la terza revisione dei dati registrati sul Burundi nell’ambito del programma sostenuto grazie a un accordo raggiunto con l’Extended Credit Facility (ECF). Il completamento della revisione aprirà la strada alla erogazione di un importo pari a 5 milioni di DSP (circa 7,5 milioni di dollari), che porterà il totale erogato, nell’ambito dell’accordo, a 15 milioni di euro DSP (circa 22,6 milioni di dollari). Il Consiglio ha inoltre approvato la richiesta di apportare dei cambiamenti ai criteri di realizzazione tra la fine di settembre e la fine di dicembre 2013 e una realizzazione continua del rendimento in relazione al debito estero non agevolato contratto o garantito dal Governo o dalla Banca della Repubblica del Burundi. L’accordo triennale con il ECF per il Burundi era stato approvato il 27 gennaio del 2012 (cfr. comunicato stampa No.12/35) con un livello di accesso totale pari a 30 milioni di DSP (circa 45,3 milioni di dollari). Al termine delle delibere del Consiglio, Shinohara, il Vice amministratore delegato e Vice Presidente, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il Burundi ha compiuto notevoli progressi nella attuazione del suo programma appoggiato dal ECF in un contesto economico e socio-politico difficile. La crescita economica dovrà rimontare e l’inflazione, nel frattempo è scesa grazie anche ai moderati prezzi internazionali dei prodotti alimentari e dell’energia e alla restrittiva politica monetaria. Le prospettive economiche a medio termine tuttavia restano difficili, e sulle stesse pesa il rischio di un ribasso che deriva dalle incertezze del contesto esterno e dall’afflusso di profughi in fuga dal conflitto esploso nel Congo orientale. Rimane vitale affrontare con vigore le politiche e le riforme strutturali delineate nel programma. “Lo slittamento delle entrate è stato oggetto di misure correttive che hanno costituito la base di un bilancio rettificato adottato dal Parlamento. Per garantire il successo del programma, sarà essenziale riaffermare il desiderio di aumentare la mobilitazione delle entrate, tramite un ulteriore rafforzamento della amministrazione tributaria che controlla le esenzioni. Un lavoro dunque sarà necessario anche per intensificare la riforma della gestione delle finanze pubbliche. “La sostenibilità del debito rimane il punto fermo della politica del bilancio a medio termine. Il Burundi continua a presentare un elevato rischio di eccessivo indebitamento, e a fortiori è importante che i futuri prestiti siano soprattutto elargiti sotto forma di sovvenzioni o prestiti a condizioni estremamente favorevoli. I lavori svolti per fornire gli ultimi ritocchi alla legge che disciplina il debito costituiscono un passo importante per il potenziamento del quadro di gestione del debito pubblico. “La politica monetaria deve continuare a essere concentrata sulla stabilità delle aspettative della inflazione che è sicuramente diminuita negli ultimi mesi, ma il finanziamento di un possibile deterioramento fiscale per concorso della banca centrale potrà nuovamente alimentare l’inflazione e annullare i guadagni di recente immatricolazione. Il mantenimento della flessibilità del tasso di cambio consentirà alla economia di adattarsi agli shock esterni. http://fr.allafrica.com/stories/201309091826.html

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Accogliendo l’accordo raggiunto tra la Federazione russa e gli Stati Uniti grazie al quale saranno distrutte tutte le armi chimiche in Siria, il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, Sabato, 14 settembre, ha espresso la speranza che l’accordo segnerà l’inizio della la fine delle ” terribili sofferenze” che il popolo siriano ha dovuto subire. In una dichiarazione rilasciata dal suo portavoce, il capo delle Nazioni Unite ha accolto con favore l’accordo raggiunto tra il Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e il Segretario di Stato degli Stati Uniti, John Kerry, destinato alla supervisione e alla distruzione delle scorte di armi chimiche in Siria. L’annuncio di questo accordo giunge dopo tre giorni di intense trattative sviluppate a Ginevra tra Lavrov e Kerry, la cui conclusione dopo una settimana di intensa attività diplomatica è stata inaugurata dalla proposta russa di chiedere a Damasco di consegnare le armi chimiche e porre l’arsenale sotto il controllo internazionale. Giovedì, 12 settembre, il Segretario generale ha ricevuto una lettera inviata dal Governo siriano, la quale lo informa che il Presidente Bashar al-Assad è pronto a firmare e a rispettare la Convenzione del 1992 che proibisce non solo lo sviluppo, la produzione, l’immagazzinaggio e l’uso delle armi chimiche ma anche la loro distruzione. Il 14 settembre, il portavoce di Ban ha reso noto che la Convenzione entrerà in vigore in la Siria il 14 ottobre prossimo. Nel frattempo, i campioni prelevati da un team di esperti delle Nazioni Unite per stabilire se sono state utilizzate armi chimiche durante l’incidente mortale, del 21 agosto, sono ancora sotto esame dei laboratori europei. La squadra, come anche il segretario generale dell’ONU, ha affermato che “lavorando instancabilmente” la relazione attinente a questo caso sarà presentata in breve tempo. Nel comunicato del, 14 settembre, Ban ha asserito che è desideroso di voler ricevere maggiori informazioni sui termini dell’accordo USA-Russia, e ha garantito allo stesso tempo il supporto delle Nazioni Unite nella sua attuazione. “Il segretario generale spera che l’accordo, da un lato, prevenga ogni futuro l’uso delle armi chimiche in Siria e, in secondo luogo, ma offra anche un contributo atto a spianare la strada per arrivare a una soluzione politica la cui mancanza ha provocato una terribile sofferenza al popolo siriano”. Per ciò che concerne le trattative sulla crisi, il comune rappresentante speciale delle Nazioni Unite e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi, attualmente ha intensificato gli sforzi allo scopo di organizzare una conferenza internazionale di pace in Siria, comunemente chiamata “Ginevra II,” una proposta di lunga data fatta dal diplomatico algerino. Proprio ieri, Brahimi ha tenuto presso il Palais des Nations, i colloqui con Lavrov e Kerry sulla convocazione di questa conferenza. Parlando alla stampa dopo il loro incontro, il Joint Special Representative ha riferito: “Il lavoro che fannp è estremamente importante nella sua essenza, ma è importante anche per coloro che lavorano insieme a loro per il successo della Conferenza di Ginevra”.

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Rimane ancora irrisolto il caso dei 9 bambini di età compresa tra sette (07) e i tredici (13) anni, appartenenti alla comunità del villaggio di Bolounga, cantone Malimba-Ocean, nel quartiere di Mouanko, Dipartimento di Sanaga Marittima che il, 30 agosto di quest’anno, intorno alle 8:30, hanno fatto una passeggiata nel bosco adiacente al loro villaggio, per trovare le lumache e poi rivenderle, allo scopo di preparare il loro rientro a scuola in programma Lunedi, 2 Settembre. Il Marketing delle lumache è molto popolare in Camerun, e viene esercitato sia dai giovani che dagli adulti. Nove bambini dunque andavano in cerca di lumache nella foresta, e provengono tutti da quattro famiglie diverse, e i loro nomi completi sono: Ernest Etongo (13 anni); Ihowe Carine (12 anni); Moanguele Eugene ( 12 anni); Moussango Denis (12 anni); Pempe Giulia (12 anni); Sappe Caterina (12 anni); Olinga Olinga Jean Claude (09 anni); Ebenye Madeleine (09 anni); Soppo Francesco (07 anni). Nel pomeriggio del giorno dello scorso 30 agosto, nessuno di questi nove bambini è tornato a casa. Rispondendo alla richiesta delle famiglie preoccupate di non vedere i loro figli, il capo del villaggio di Bolounga, Benjamin EDONGUÉ, ha iniziato a raccogliere tutte le comunità del villaggio, e ha organizzato una battuta di caccia nella foresta, per cercare i bambini scomparsi, ma le ricerche sono risultate infruttuose. Il Governo che è entrato in azione, ha rivelato nel corso di una conferenza stampa, i nomi dei presunti indagati, tramite il Ministro delle Comunicazioni, Tchiroma Bakary. Speriamo che lo storia abbia un lieto fine.

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In Kenya è nascosto il tesoro più grande che una terra arida può desiderare. Un team di Unesco ha individuato una delle più grandi, a livello mondiale, riserve idriche sotterranee, che sarà in grado di placare la sete del paese africano nei prossimi 70 anni. La scoperta è molto importante perché quasi la metà dei keniani, 17 milioni, non hanno acqua potabile, ed è ancora più entusiasmante rispetto alla scoperta di un giacimento di petrolio dal momento che cambierà la vita della popolazione, e consentirà lo sviluppo di questa zona creando aziende agricole e nuove infrastrutture. Per ora, grazie ai lavori di prospezione e di trivellazione, è stato ipotizzato che esistono due grandi falde acquifere, la più grande delle quali ha una capacità di almeno 200.000 metri cubi, mentre quella più piccola è di 10.000 milioni. Oltre a ciò, bisognerà determinare la dimensione di tre pozzi, anche se gli scienziati credono che saranno molto più piccoli. I risultati sono stati ottenuti nella zona semi-desertica del Turkana nel nord del Kenya, in prossimità del lago salino che prende lo stesso nome e che è condiviso con l’Etiopia. Dopo l’annuncio del ritrovamento, il Ministro dell’ambiente del Kenya, Judi Wakhungu, ha scritto su Twitter che le falde acquifere sono una “speranza e apportano un sollievo alla siccità nelle zone rurali del nord”, dove quasi il 37% della popolazione è denutrita. L’ingegnere incaricato alle indagini, il francese Alain Gachet, ha garantito che le riserve di acqua segneranno un completo cambiamento di Turkana nei prossimi 10 anni e la regressione dei “decessi per fame e per sete”. La regione di Turkana era nota perchè era una grande area fossile umana, quindi la scoperta di acqua per Richard Leakey, capo dell’Istituto del Turkana Basin, conferma ciò che aveva sempre sostenuto cioè che “esisteva un antico lago all’origine e che l’acqua deviando il suo percorso doveva essere nascosta da qualche parte”. Il Turkana è il lago più grande del mondo in un deserto permanente, e secondo l’associazione ‘Gli Amici del Lago Turkana’, la sua posizione isolata è stata preservata. Oggi è una delle regioni più selvagge e incontaminate, e comprende una ricca biodiversità e fauna selvatica. Circa 700.000 persone sparse in piccole comunità sopravvivono grazie alla pesca e all’allevamento attività comunque colpite dalla mancanza di acqua. La missione di Unesco ha ricevuto l’appoggio del Governo Keniano e il finanziamento del Giappone, grazie ai quali è stata permessa la mappatura del territorio attraverso una nuova tecnologia di navigazione satellitare la quale utilizza le tecniche petrolifere per la ricerca dei serbatoi idraulici. Gli scienziati hanno informato che le falde acquifere keniane non sono molto profonde, e quindi sono fiduciosi che il loro sfruttamento sarà veloce e poco costoso.
Source: http://sociedad.elpais.com/sociedad/2013/09/12/actualidad/1378978383_559824.html

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Desideroso di andare avanti, il Presidente, Barack Obama, ha deciso di abbandonare per ora la minaccia militare per fare leva sul regime di Assad allo scopo di distruggere il suo arsenale chimico. La Casa Bianca ha dichiarato Venerdì, 13 settembre, che è disposta a revocare ogni riferimento sull’uso della forza nella risoluzione delle Nazioni Unite per attuare l’accordo con la Siria. Il testo proposto al Consiglio di sicurezza dell’ONU, presentato dalla Francia includeva una nota sull’uso della forza nel caso in cui la Siria non rispettava le condizioni che obbligano a non impiegare le armi proibite o il gas sarin in 189 paesi, particolarmente difficile nel caso di un arsenale chimico e ancora di più nel bel mezzo di una guerra civile. Il Congresso ha inoltre lavorato, questa settimana, a un testo simile. Ma un portavoce della amministrazione democratica ha confermato Venerdì, 13 settembre, che gli Stati Uniti sono ancora pronti a rinunciare a questo requisito, che sembrava essere il backup delle ore precedenti. Obama ha iniziato la settimana difendendo un attacco militare, poi ha chiesto al Congresso di ritardare la sua votazione per ricevere l’autorizzazione, precisando che se veniva approvata, bisognava prendere misure di emergenza contro Assad. Il Presidente degli Stati Uniti ha cercato per ora di ritardare una guerra che non ha voluto far scoppiare per due anni. A tal proposito, i preparativi militari sono stati rallentati ed è improbabile che vengano utilizzate al momento le minacce belliche, anche se non menzionarle nella risoluzione dell’ONU non significa escludere completamente un possibile attacco. Anche se gli Stati Uniti hanno garantito di non parlare di rappresaglie nella decisione, questo Stato potrà comunque agire senza l’avallo del Consiglio di sicurezza, come stava per fare alla fine di agosto, e Obama ha messo in chiaro che non continuerà ad aspettare il consenso dell’Onu, che ha definito tutto ciò “il fallimento di un processo interminabile” in una dichiarazione di San Pietroburgo firmata anche dalla Spagna all’inizio di questo mese. “Il Premier è convinto che bisogna mantenere questa minaccia sul tavolo”, ha riferito Martedì, 10 settembre, John Kerry, il Segretario di Stato, in una audizione tenuta davanti la Commissione dei Servizi Armati della Camera dei Rappresentanti. “Vogliamo agire, e abbiamo bisogno di sapere che se possiamo farlo, o se è solo un ritardo o un gioco o irrealtà, parliamo all’unisono e chiediamo al regime di Assad di rendercene conto. L’uso della forza non sarà messo fuori discussione”, ha scandito rivolgendosi ai membri del Congresso.

I negoziati proseguono

Questo Sabato, 14 settembre, prosegue il terzo giorno di colloqui a Ginevra tra Kerry e il suo omologo russo, Sergey Lavrov, per cercare di convincere la Siria a ricevere un controllo e la distruzione del suo arsenale chimico, uno dei più grandi al mondo e finora non riconosciuti da parte del regime di Damasco. Il lavoro può richiedere anni per la logistica e la complessità politica e le trattative potranno anche essere più lunghe. Il Consiglio di sicurezza non prenderà nessuna decisione fino a quando non sarà raggiunto un accordo tra gli Stati Uniti e la Russia, l’alleato commerciale della Siria e il suo rappresentante politico nel mondo. L’Onu ha già inviato alla Siria i documenti per firmare la convenzione che vieta le armi chimiche, in vigore dal 1997, e alla quale hanno aderito 189 paesi. Ma il passo burocratico comporta anche un reale disarmo, più complesso da controllare e nel quale l’ONU riconosce di avere poca esperienza. Dopo un incontro con l’emiro del Kuwait, Obama ha ricordato Venerdì, 13 settembre, che aspetta che i colloqui “diano i suoi frutti”, ma ha insistito che qualsiasi accordo non è valido. “Qualsiasi accordo deve essere verificabile ed applicabile”, ha scandito il Presidente, che ha insistito a voler mantenere lo spiegamento dei caccia-torpedinieri nel Mediterraneo, in caso di attacco. Il discorso settimanale del Presidente questo Sabato sarà dedicato dedicata alla difesa della diplomazia.

 

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Bengasi - Una potente esplosione ha colpito un edificio del Ministero degli Esteri libico lo scorso Mercoledì, 11 settembre, a Bengasi. Un tempo la sede ospitava il consolato americano, ma era stato chiusa da Muammar Gheddafi pochi anni dopo il suo arrivo al potere nel 1969, ha dichiarato un funzionario degli Esteri a AFP in condizione di anonimato. I fautori di questo bombardamento "hanno voluto far sapere che le rappresentanze diplomatiche non sono al sicuro in questa città", ha aggiunto. Questa esplosione coincide con il primo anniversario dell'attacco contro un altro edificio consolare americano nella seconda città più grande della Libia. Nessuno è stato arrestato dopo l'attacco dell'11 settembre del 2012, contro la missione americana a Bengasi, nel quale sono morti l'ambasciatore Christopher Stevens e altri tre americani. Anche se l'ex capo della milizia di Ansar Al-Sharia, Ahmed Boukhtala, era stato accusato dagli Stati Uniti di un suo coinvolgimento nell'attacco, quest'ultimo circola ancora libero in Libia. In aggiunta, un team americano per rintracciare gli aggressori ha recentemente lasciato la Libia. Ibrahim el-Mejbri, 29 anni, giornalista a Bengasi, ha confermato che l'inchiesta sembra essere bloccata. "Sono partiti da qualche tempo. Avevano accusato Boukhtala, ma nessuno dei due Governi ha rilasciato informazioni ufficiali o certe", ha dichiarato Magharebia. "La partenza degli americani indica che loro sono a conoscenza dell'entità dell'autore dell'attacco e che hanno studiato il suo caso, a meno che la rivelazione della verità denuncia una minaccia per la loro sicurezza", ha spiegato Nermin Masoun Fazzani, dipendente di 29 anni presso il Dipartimento del bilancio. "Il Governo libico è totalmente estraneo agli eventi che sono stati verificati nel paese e non ha fatto nulla per perseguire i responsabili dell'attentato contro il Consolato degli Stati Uniti", ha concluso. Source: http://fr.allafrica.com/stories/201309120466.html

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Giovedì, 5 settembre, il Summit del G20 ha avuto inizio a San Pietroburgo (ex Stalingrado), in Russia. Il Summit come raramente accade ha avuto un menù molto copioso. Oltre alle questioni attinenti al settore economico e allo sviluppo, l’equazione siriana è stata al centro del dibattito dal momento che la comunità internazionale è divisa sulla folle condotta mortale di Bachar-Al Assad. Alla resa dei conti delle più grandi potenze del mondo, elargita verso i paesi del Terzo Mondo, l’Africa è stata rappresentata dall’Etiopia che ha assicurato la Presidenza attuale dell’Unione africana, del Sengal che amministra il NEPAD ( Il nuovo partenariato per lo sviluppo economico dell’Africa) e l’Africa del Sud che rientra tra i Paesi BRICS (paesi emergenti). Tutto ciò, esprime una certa considerazione per questo continente e per l’interesse che lo stesso suscita, ma la vera sfida è rappresentata in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU con tutti i relativi vantaggi, dalla rappresentanza dell’Africa e del terzo Mondo. Ritornando alla questione siriana che è un caso che vive un clima di tensione tra gli Stati Uniti e la Russia, i Premier vogliono punire Bachar- Al Assad per l’orrore che ha provocato sul suo popolo e per aver bloccato gli interventi legali forniti dalla Comunità europea tramite il suo veto all’ONU. La revoca unilaterale da parte degli Stati Uniti in questo faccia a faccia Obama-Putin, ai margini del Summit rappresenta un forte segnale  di degrado di questa tensione dove il caso Snowden (dal nome del giovane americano ricercato dagli Stati Uniti e al quale la Russia ha offerto asilo), rientra, per un motivo o per un altro, nella questione. La fiducia, non è dunque la prima virtù di questo Summit e bisogna sperare che non sia contro producente per la situazione nella quale è caduta la Siria. In questo contesto, i motivi e gli interessi non sono gli stessi dei partecipanti al G20. Mentre le grandi potenze riversano le loro preoccupazioni sulle questioni geo-strategiche, i Paesi Brics pensano a migliorare le loro performance di crescita e quelli del Terzo Mondo, tra i quali l’Africa, sono assillati dai problemi domestici di sopravvivenza e dalla cattiva amministrazione. Di fronte agli orrori che Bachar ha fatto subire al suo popolo bisogna sperare di uscire da questo Summit  con una coalizione più ampia come vogliono Obama e Hollande in attesa di prestare soccorso al popolo siriano.  Source: http://fr.allafrica.com/stories/201309061145.html 

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3000, è il numero di marocchini detenuti nelle carceri algerine. Sono persone condannate alla detenzione dai tribunali algerini per reati e crimini comuni. “Molti di loro, sono stati arrestati per contrabbando, o per narcotraffico o per permessi di soggiorno irregolari. Alcuni devono scontare condanne che a volte arrivano fino a 25 anni”, ha chiarito Hassan El Amari della sezione MOHR Oujda. Un numero destinato ad essere sempre più crescente a causa della campagna di arresti effettuati questa estate contro i cittadini marocchini accusati di immigrazione clandestina. Alcune fonti hanno informato che sono quasi 51 gli arresti regionali causati dalla immigrazione clandestina. Secondo Hassan El Amari, i prigionieri marocchini vivono in condizioni di detenzione deplorevoli e inumane. “Il Governo algerino non assicura a questi detenuti, nemmeno i diritti minimi garantiti dalle convenzioni internazionali sui diritti umani”, ha continuato, specificando che l’amministrazione penitenziaria procede spesso a degli spostamenti considerati arbitrari per questi carcerati e per il loro sparpagliamento in altre prigioni. Secondo l’informatore di allAfrica, per i parenti dei detenuti è un vero e proprio martirio andarli a visitare in Algeria. “Per arrivarci, i congiunti hanno bisogno di volare da Casablanca a Oran e successivamente a Algeri prima di trasferirsi nel paese dove sono ubicate la maggior parte delle prigioni algerine” ha osservato, aggiungendo: “Il problema è più acuto per gli anziani e per i disabili senza contare i soldi e il tempo necessario per stabilire questi incontri. Secondo alcune testimonianze che abbiamo raccolto sul posto, una famiglia composta da madre e figlia ha trascorso quasi dieci giorni in Algeria per visitare suo figlio”.

Source: http://fr.allafrica.com/stories/201309070540.html 

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Il Presidente afghano è andato a Islamabad Lunedì, 26 agosto, per convincere il nuovo Governo pakistano a fare pressione sui talebani, che usano il Pakistan come base, allo scopo di avviare i colloqui di pace diretti. Visitando il Pakistan per la prima volta in 18 mesi, il Presidente afghano Hamid Karzai è arrivato a Islamabad Lunedì, 26 agosto, per i colloqui principalmente dedicati alla situazione dei talebani nel suo paese dopo il ritiro delle truppe della NATO alla fine nel 2014. Hamid Karzai, ha chiesto al vicino Pakistan, storicamente vicino ai talebani afghani, di aiutarlo a stabilire un dialogo diretto con gli insorti per mettere fine a 12 anni di guerra nel suo paese. Kabul accusa regolarmente Islamabad di destabilizzare il suo paese sostenendo i ribelli talebani che combattono contro le forze nazionali afghane fragili e i loro alleati della NATO. Nel corso di una conferenza stampa con il Primo Ministro pakistano, Nawaz Sharif, che ha vinto le elezioni parlamentari a maggio, Karzai ha dichiarato che spera che il Pakistan “sostenga il processo di pace afghano e offra l’opportunità e una piattaforma per il dialogo tra il Consiglio superiore afghano per la pace (HCP) e il movimento talebano”. Il HCP è un organo statale istituito da Karzai per portare i talebani sul tavolo dei negoziati. Diversi membri hanno accompagnato il Presidente afghano Lunedì a Islamabad. “Il Pakistan continuerà a favorire con tutti i mezzi possibili, gli sforzi della comunità internazionale per raggiungere questo nobile obiettivo, che è indispensabile per porre fine al conflitto e alla instabilità” nella regione, ha scandito Nawaz Sharif, che ha anche implorato una maggiore interazione tra le due economie. Il Premier afghano all’origine doveva sostare solo per qualche ora in Pakistan e tornare nel pomeriggio a Kabul. Ma dopo la sua prima intervista, Karzai, che è uno degli uomini più minacciati del mondo il quale non esce dal suo Palazzo blindato di Kabul se non per delle visite occasionali a casa o all’estero, ha finalmente deciso di prolungare la sua visita come segno di buone relazioni con Nawaz Sharif. “Ha prolungato la sua permanenza e passerà la notte a Murri” dove incontrerà di nuovo il Primo Ministro del Pakistan, ha rivelato un altro funzionario del Governo pakistano, che ha voluto rimanere nell’anonimato, martedì 27 agosto. I Talebani afghani al potere a Kabul dal 1996 al 2001, sono stati aperti negli ultimi mesi ai colloqui di pace, e aspirano anche a “monopolizzare” il potere dopo il ritiro della maggior parte delle 87.000 truppe NATO previsto per la fine del prossimo anno. Ma i ribelli hanno rifiutato di impegnarsi nei colloqui diretti con Hamid Karzai, che accusano di essere un burattino degli Stati Uniti, oltre al fatto che dovrà lasciare la sua carica di capo dello Stato. Infatti il Presidente, in base alla Costituzione, non può aspirare a un terzo mandato nelle elezioni presidenziali del prossimo aprile.

“Preparatevi allo Status quo”

HCP aveva informato prima di questa visita a Islamabad che chiederà al Pakistan di rilasciare il più grande dei talebani afghani imprigionato nelle carceri pakistane, Mullah Abdul Ghani Baradar, ex braccio destro del mullah Omar, leader supremo dei talebani. Se Islamabad è storicamente vicino a talebani, è dal 2001, anche una alleato formale dei loro potenti nemici americani, e, in quanto tali, hanno arrestato molti rifugiati afghani ribelli nel loro territorio. Su richiesta di Kabul, il Pakistan ha rilasciato 26 talebani afghani. I Funzionari afghani ritengono che queste versioni permettono di dimostrare la loro buona volontà agli insorti e sperano che questi ex detenuti convincano i leader talebani a partecipare ai colloqui di pace. Ma molti analisti sostengono che queste versioni non avranno alcun impatto sul processo di riconciliazione in Afghanistan, perché i talebani che sono stati rilasciati sono tornati al campo di battaglia e Islamabad non ha rimesso in libertà i prigionieri considerati i ​​più influente compreso Mullah Baradar. Karzai “vuole che il proprio canale di comunicazione con gli insorti, sia indipendente dagli Stati Uniti”, ha precisato Borhan Osman, un membro del Network dell’Afghanistan. “I tentativi di trasformare il Pakistan non sono nuovi, ma analoghe iniziative hanno fallito in passato”, ha aggiunto. Il grande quotidiano pakistano “Dawn” non aveva pronosticato per lo scorso Lunedì grandi progressi nei negoziati, perché il contesto non è favorevole, dal momento che la fine del mandato di Karzai, porterà all’arrivo di un nuovo Governo di Islamabad, che deve ancora stabilire i propri marchi con l’Afghanistan, e il cambio, questo autunno, del capo dell’esercito pakistano, l’istituzione più potente del paese. “Preparatevi allo Status quo”, ha riassunto il giornale.

Source: http://www.france24.com/fr/20130826-visite-hamid-karzai-pakistan-negocier-paix-taliban 

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La Tepco ha dichiarato Martedì, 27 agosto, che circa 300 tonnellate di acqua contaminata erano fuoriuscite da un serbatoio della centrale nucleare giapponese di Fukushima. Un disastro ecologico che la società elettrica riesce a malapena a contenere. Da un serbatoio sono traboccate quasi 300 tonnellate di acqua radioattiva sparse nelle vasche e nel terreno della centrale nucleare giapponese di Fukushima, ha riferito la società elettrica Tokyo Electric Power (TEPCO), la quale cerca di pompare questo liquido per prevenire ulteriori contaminazioni sul posto. La radioattività misurata a circa 50 cm sopra le vasche è di circa 100 millisievert per ora, ha continuato la stessa fonte. Un operaio che è stato esposto a questo livello accumula in un’ora la dose massima autorizzata in cinque anni in Giappone per i lavoratori del settore nucleare, ha spiegato il portavoce TEPCO Masayuki Ono nel corso di una conferenza stampa.

“UNA PERDITA ANCORA IN CORSO E CHE IN FUTURO POTRA’ FLUIRE NEL MARE”.

La fuoriuscita di acqua è stata scoperta Lunedì, 26 agosto, alle 09:50 (0:50 GMT), e proveniva da uno dei molti serbatoi di stoccaggio installati sul luogo e conteneva acqua parzialmente depurata da alcuni elementi radioattivi ma ancora contaminata. La Tepco è riuscita a sedare la fuoriuscita Martedì, 27 agosto, tuttavia restano nel serbatoio quasi 670 tonnellate di acqua. Un litro di acqua contiene circa 80 milioni di becquerel di stronzio e di altri elementi radioattivi che emettono raggi beta. Per precauzione era stato allestito un muretto intorno a questi serbatoi di acqua allo scopo di fermare il liquido in caso di perdite. Ma sembra che alcune valvole sono rimaste aperte, e hanno lasciato penetrare il flusso di acqua radioattiva, fuori dallo spazio chiuso. Tepco ha anche avvisato che con il tempo, l’acqua contaminata potrà mescolarsi all’Oceano Pacifico sito a 500 metri dal luogo. L’Autorità di regolamentazione nucleare ha collocato quest’ultimo incidente su una scala delle International Nuclear Event Scale (INES) da 0 a 7, e ciò corrisponde ad una “anomalia”. Comunque non sono stati trovati grandi cambiamenti nella misurazione della radioattività presso le vasche remote. “La cosa più importante in questo momento è quella di riuscire a trasferire l’acqua rimasta nel serbatoio, che continua a perdere, in un’altra cisterna”, ha ragguagliato Ono. Tepco ha iniziato a pompare queste vasche locali Lunedì alle 19:00 (10:00 GMT) ad una velocità di circa un metro cubo l’ora. Il gruppo cerca anche di potenziare una piccola diga che è stata costruita vicino ai serbatoi in previsione di forti piogge che potevano rovesciarsi sul centro nel corso della giornata Martedì, come da clima locale.

Il problema della gestione dei contaminati

La gestione dell’acqua radioattiva (conservata in centinaia di enormi vasche create soprattutto con una diversa localizzazione sul posto) è uno dei problemi più acuti affrontati dalla Tepco, che lotta da marzo 2011 contro le conseguenze dell’incidente di Fukushima Daiichi (220 km a nord est di Tokyo), a seguito di un forte terremoto e uno tsunami di massa. Questo liquido deriva in gran parte dal raffreddamento dei reattori. Questi problemi di stoccaggio non sono gli unici ai quali la TEPCO deve far fronte. Dopo l’incidente, grandi quantità di acqua sono andate ad accumularsi nel sottosuolo tra i reattori e il vicino Pacifico dove alcuni flussi hanno raggiunto una velocità di 300 tonnellate al giorno, secondo le valutazioni più recenti. Tepco tenta inoltre di risucchiare quel liquido radioattivo sepolto, composto dalla massa d’acqua dei reattori fuoriuscita dopo l’incidente, sul posto è presente anche dell’acqua sotterranea come anche l’acqua piovana. L’azienda vuole cercare di ridurre i rigetti, inizialmente negati, prima di renderli evidenti. Nelle scorse due settimane, il Primo Ministro del Giappone, Shinzo Abe, aveva promesso il coinvolgimento assiduo delle autorità nella gestione delle acque contaminate. Secondo l’esperto francese Jerome Joly, Vice Direttore Generale dell’Istituto francese per la protezione radiologica e la sicurezza nucleare (IRSN), l’impatto ambientale di questi flussi delle acque sotterranee contaminate è marginale rispetto alla radioattività totale rilasciata nel 2011 al momento dell’incidente. Source:http://www.france24.com/fr/20130820-japon-centrale-nucleaire-fukushima-nouvelle-fuite-tonnes-eau-radioactive-contamination-reservoir-tepco 

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L’esplosione di una bomba in un cortile di una scuola nel nord della Siria ha provocato oltre dieci morti tra i bambini, riporta un team della BBC che era sul posto. Secondo i giornalisti, il bombardamento era simile ad un attacco chimico. Un videoreportage del team di giornalisti della BBC rivela scene di orrore e caos dopo il bombardamento di una scuola nella provincia di Aleppo (Siria settentrionale). Una bomba incendiaria, lanciata Lunedi, 26 agosto, nel cortile della scuola, ha ucciso più di dieci alunni e ferito gravemente molti altri, confermano i giornalisti della BBC. Anche se nulla è confermato, il bombardamento era simile a un attacco chimico, lo confermano le ustioni delle vittime, che sono simili a quelle causate dal napalm o termite. Secondo testimoni presenti sul luogo del disastro, un aereo ha lasciato cadere la bomba sulla scuola dopo aver attraversato la zona. E’ stata sentita una forte esplosione seguita da una colonna di fuoco e fumo. Il video mostra il lavoro degli infermieri e dei soccorritori muniti di maschere anti-gas che cercano di aiutare le vittime rimaste ustionate, e stesi sul pavimento di un ospedale di fortuna. Molti di loro avevano oltre il 50% della loro superficie corporea bruciata dal bombardamento. Source: http://www.france24.com/fr/20130830-reportage-bbc-montre-horreur-syrie-alep-journalisme-attaque-chimique 

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Un video che circola da Sabato, 24 agosto, sui social network, mostra decine di detenuti nella prigione centrale di Luanda, la capitale dell’Angola, che vengono picchiati dalle guardie, i quali a loro volta sono assistiti da elementi delle forze di sicurezza. Le ragioni di questo vero e proprio pestaggio continuano a rimanere opache, ma il nostro osservatore è felice che le violenze che subiscono i detenuti nei centri penitenzari congolesi, finalmente vengono messi in evidenza. Le immagini sono scioccanti. Trenta prigionieri seminudi, sono riuniti nel cortile del carcere e vengono picchiati dalle guardie carcerarie, dalla polizia e, più sorprendentemente, dai pompieri. La procedura è spesso la stessa: La vittima viene trascinata per terra e circondata da un gruppo di uomini che lo bastonano su tutto il corpo. Nell’ultima parte del video, scopriamo corpi segnati e volti storditi. Uno dei prigionieri lamenta di avere un braccio rotto. Due testimonianze oculari raccolte da FRANCE 24 sostengono che queste immagini sono state girate nel centro di detenzione Comarca Viana a Luanda da parte di un ufficiale della polizia con il suo telefono cellulare. Contattati da France 24, i dirigenti della Associazione per la difesa dei diritti umani Maka Angola, che hanno mandato in onda il filmato sui social network, specificano che l’operatore del video amatoriale ha dichiarato di voler far luce su queste pratiche. Per vari motivi non mostriamo il video che può essere visionato direttamente su Youtube: ‘DENÚNCIA Agressão da policia na cadeia de Viana Luanda’. Il Ministero degli Interni dell’Angola, prendendo atto di queste scene raccapriccianti ha emesso un comunicato lo scorso, 26 agosto, nel quale annuncia l’apertura di una inchiesta per identificare i responsabili. Questi atti di violenza risalgono al, 19 marzo 2012. Per la cronaca, il 2012 era stato segnato da un altro scandalo della prigione, verificato nel mese di settembre, che aveva infangato i funzionari del carcere Comarca Viana. Un video pubblicato sui social network aveva già dimostrato le sevizie che erano costretti a subire i detenuti, spingendo le autorità pochi mesi dopo a destituire dalla sua carica il direttore. All’epoca dei fatti, il Ministero dell’Interno aveva citato: “Un atto isolato, che non mette in pericolo la qualità del lavoro e la dedizione dei suoi dipendenti”. Di fronte a questa affermazione, le immagini barbare di Comarca Viana pubblicate in questi giorni hanno provocato confusione per due cose: O la corrispondenza delle immagini, come sostengono le autorità risale a una data precedente (19 marzo 2012) alla cacciata dal carcere del suo direttore (febbraio 2013), in questo caso il Governo può spiegare che stanno lavorando da allora per limitare i pestaggi, o sono molto più recenti, e ciò può contaminare la sua credibilità. Source: http://observers.france24.com/fr/content/20130827-video-amateur-devoile-barbarie-matons-une-prison-angolaise-luanda-police-pompiers 

Il distretto urbano di Orodara sito nei frutteti di Burkina Faso comprende le regioni degli Hauts-Bassins e delle cascate. Gli alberi da frutto sono la principale fonte di reddito della popolazione e il mango è la più importante produzione di frutta. Ma intorno al mango è nato un fenomeno che ha iniziato a prendere sempre più piede: Il lavoro minorile nei frutteti. Per misurare l’impatto di questo fenomeno apparso nei titoli dei giornali negli ultimi anni, abbiamo incontrato diversi attori che operano nelle filiere del mango. A Orodara città che produce frutta per eccellenza a Burkina Faso, da cui il nome di “Frutteto di Burkina” a luglio l’inverno è in pieno svolgimento. Il giorno prima, una forte pioggia era caduta sulla città. Quasi tutta la popolazione era preoccupata per il lavoro nei campi. In città, regnava una calma piatta, fatta eccezione della zona commerciale. E’ in questa atmosfera cupa che i bambini svolgono le loro attività quotidiane, tra le quali la raccolta nei frutteti di mango. Una pratica antica a Orodara. La provincia di Kénédougou comune urbano di Orodara non è la sola a sperimentare questo fenomeno. E’ comune anche a Koloko, Kourinion, Samogohiri e a Kangala. Infatti, molti bambini che rientrano in una età compresa tra i 6 e i 14 anni, sono dediti a questa attività durante le vacanze. L’alunno che frequenta la classe CE1, Ibrahim Traoré e i suoi amici non vanno nei campi per aiutare i loro genitori. Hanno deciso di andare a prendere e a raccogliere i manghi da un frutteto per guadagnare qualche soldo. Questi ragazzi hanno firmato un “contratto” con un commerciante di mango, di nome Hamidou Belem. L’affare è fatto, e venti bambini dal mercato vengono imbarcati su un trattore-rimorchio, in un angolo del veicolo, sono ammucchiati cesti di foglie di Palmyra, che saranno utilizzati per raccogliere manghi.

Source: http://fr.allafrica.com/stories/201308230799.html
 

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Le Nazioni Unite hanno annunciato che un milione di bambini siriani sono ora rifugiati all’estero a causa della guerra civile nel loro paese. “E il milionesimo bambino profugo e non è solo una statistica, è un vero e proprio bambino, strappato dalla sua casa, e anche dalla sua famiglia, che è stato messo di fronte agli orrori dei quali non possiamo nemmeno immaginare”, ha dichiarato il direttore dell’Agenzia per i diritti del bambino (UNICEF), Anthony Lake. I più giovani costituiscono almeno la metà dei rifugiati siriani. La maggior parte sono rifugiati in Libano, in Giordania, in Turchia, in Iraq e in Egitto, ma sono più propensi a fuggire in Africa e nel Nord Europa. 3500 bambini sono anche rifugiati in Giordania, in Libano e in Iraq, senza alcun sostegno familiare. Più di 2 milioni di bambini sono stati sfollati all’interno del paese per sfuggire al conflitto. Secondo le Nazioni Unite, più di 100.000 persone sono state uccise da quando la violenza è iniziata due anni fa, tra queste 7.000 sono bambini.

Siria: l’indignazione non basta

“La posta in gioco è niente meno che la sopravvivenza e il benessere di una generazione innocente, ha asserito Antonio Guterres, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. I giovani della Siria hanno perso le loro case, le loro famiglie e il loro futuro. Anche dopo aver attraversato il confine, sono rimasti traumatizzati, depressi e hanno bisogno di un motivo di speranza”. L’Alto Commissario per i Rifugiati è riuscito a registrare ogni bambino profugo attraverso il suo nome. L’agenzia delle Nazioni Unite aiuta anche le madri che hanno partorito in esilio a ottenere i certificati di nascita per i loro figli, in modo che non diventino apolidi. Source:http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2013/08/23/syrie-un-million-d-enfants-refugies-a-l-etranger_3465327_3218.html 971939_343031435831520_1601810681_n

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A giugno del 2012, una giovane adolescente era stata arrestata, in seguito al ritrovamento dl corpo di un bambino sepolto vicino casa sua sull’isola di Feydhoo nell’Atollo Shaviyani (Nord). L’adolescente. vittima di ripetuti stupri da parte del suo patrigno era rimasta incinta e l’uomo aveva voluto liberarsi del bambino. Durante le indagini di stupro rivolte al patrigno, la polizia aveva scoperto che la giovane donna aveva avuto dei rapporti consensuali con un altro uomo. Il procuratore generale in seguito a ciò aveva presentato una denuncia contro la ragazza per “fornicazione” a novembre del 2012. Il 25 febbraio, un tribunale dei minori aveva condannato la ragazza, la cui identità è rimasta segreta, alla frusta e a otto mesi di arresti domiciliari, per aver avuto rapporti sessuali extraconiugali. Il tribunale delle Maldive aveva basato la sua condanna su due elementi: La legge islamica e il diritto comune inglese. Dunque in base alla legge della Sharia, il sesso prima del matrimonio è considerato illegale, un crimine che non viene applicato ai turisti. Questo caso aveva fatto esplodere una ondata di critiche a livello internazionale indicando il trattamento discriminatorio delle donne in questo arcipelago dell’Oceano Indiano, nota meta turistica. In seguito a ciò a febbraio di quest’anno, il Governo delle Maldive ha fatto appello di revocare la condanna proprio in ragione delle numerose reazioni che aveva causato questo caso in ambito internazionale, in particolare tra le organizzazioni a difesa dei diritti umani. “Annullare questa pena era la cosa più giusta da fare” ha dichiarato Polly Ruscott, Vice responsabile di Amnesty International per L’Asia – Pacifico.
“Nessuno deve essere perseguito per aver fatto sesso fuori dal matrimonio. Le vittime di abusi sessuali hanno bisogno di sostegno, non punizione. Le Maldive devono ottemperare agli obblighi del diritto internazionale vis-à-vis”, ha aggiunto. Secondo Amnesty Internazionale, almeno 180 persone sono state condannate alla fustigazione per “fornicazione” nel 2009, mentre altre sono state vittime di stupro o di altri crimini sessuali. Nel 2011, quasi il 90% dei condannati per questo crimine erano donne. L’Alta Corte delle Maldive ha annullato Mercoledì, 21 Agosto, la condanna a cento frustate una ragazza di 15 anni per aver avuto rapporti sessuali extra coniugali. In una dichiarazione, la Corte ha precisato che l’adolescente, il cui patrigno è in carcere per stupro, era stata ingiustamente condannata, la sua confessione era stata fatta mentre lei soffriva di stress post-traumatico. Il Presidente delle Maldive, Mohamed Waheed, ha reso noto che è “felice” per la cancellazione. “Il ruolo del Governo è quello di proteggere le vittime, ma abbiamo dovuto agire nel rispetto della legge”, ha precisato il suo portavoce. L’arcipelago ha sottoscritto numerosi trattati internazionali che vietano la tortura e altri trattamenti crudeli, come la Convenzione contro la tortura, alla quale ha aderito nel 2004. Source: http://www.lemonde.fr/international/article/2013/08/23/aux-maldives-une-adolescente-accusee-de-fornication-echappe-au-fouet_3465584_3210.html 

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L’Unione europea ha deciso di sospendere la concessione di licenze di esportazione di armi verso l’Egitto, una mossa che i paesi come la Spagna hanno già adottato nelle scorse settimane e ora sono impegnati ad adottarlo congiuntamente i Ventotto.
“Gli Stati membri hanno accettato di sospendere le licenze di esportazione verso l’Egitto di qualsiasi materiale militare che può essere usato per la repressione interna”, ha annunciato il capo della diplomazia europea, Catherine Ashton, in seguito al Consiglio straordinario dei Ministri degli Esteri convocato a causa della violenza in Cairo.
I Ministri hanno inoltre convenuto di prendere in considerazione l’aiuto che danno all’Egitto, in risposta al peggioramento della violenza che ha provocato centinaia di morti, riporta AFP.
I Ventotto hanno anche concluso di “revisionare l’assistenza in Egitto, con il buon senso che chi aiuta i gruppi più vulnerabili del paese e la società civile deve continuare a farlo”, ha dichiarato la Ashton. Il diplomatico dell’UE ha ribadito l’appello europeo rivolto “a tutti i partiti” allo scopo di “fermare la violenza, le provocazioni e mettere a tacere tutti quei discorsi che incitano all’odio”. L’alto rappresentante ha spiegato anche, che il blocco condanna “fortemente” la violenza in Egitto, da parte delle forze di sicurezza, e ritiene che hanno effettuato una repressione “sproporzionata”, come gli “atti di terrorismo e l’omicidio di agenti di polizia nel Sinai, la distruzione di numerose chiese e l’assedio delle comunità copte, gli attacchi alle installazioni governative e ai musei”. “L’UE vuole che tutte le parti siano impegnate a stabilire un dialogo reale e inclusivo per ripristinare il processo democratico”, ha aggiunto.

Egitto, un partner cruciale

La Ashton ha sottolineato che l’Egitto è “un partner cruciale” per l’UE nella regione del Mediterraneo meridionale e che quindi “la relazione bilaterale è di grande importanza”. Alla domanda se l’UE ha perso peso come un player internazionale nella regione, la Ashton ha spiegato che il blocco “non è destinato a mediare, perché solo il popolo d’Egitto dovrà dettare il proprio processo di dialogo politico”. “La questione è, come possiamo aiutarli basandoci sull’esperienza che abbiamo in molti dei nostri paesi i quali non hanno esattamente una storia facile”, ha concluso la baronessa. 971939_343031435831520_1601810681_n

Source: http://www.elmundo.es/elmundo/2013/08/21/union_europea/1377097360.html

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Se l’uso di armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad sarà confermato, ciò costituirà un “crimine contro l’umanità” e saranno apportate “gravi conseguenze”, ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, il quale ha alzato la voce contro il regime siriano, Venerdì 23 agosto, avvertendo che se è realmente fondata la tesi sull’uso di armi chimiche nei pressi di Damasco ciò costituirà un “crimine contro l’umanità” e comporterà “gravi conseguenze”. “Qualsiasi uso di armi chimiche, ovunque, da chiunque e in qualsiasi circostanza, viola il diritto internazionale. Tale crimine contro l’umanità avrà gravi conseguenze per la persona che ha commesso questo crimine intollerabile”, ha avvertito Ban nel corso di una sua visita a Seoul. “Questa è una seria sfida per la comunità internazionale nel suo insieme, e per l’umanità, soprattutto perché è successo mentre la missione di esperti delle Nazioni Unite era nel paese “, ha aggiunto il segretario generale, che ha ancora una volta affermato che il gruppo di ispezione delle Nazioni Unite indaga su questi presunti attacchi chimici.

Non c’è tempo da perdere

“Non c’è un motivo fondato che comporta un rifiuto da parte del Governo o delle Forze dell’opposizione di cercare la verità a riguardo”, ha dichiarato. “Non c’è tempo da perdere”, ha sottolineato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, che ha chiesto all’Alto rappresentante per il disarmo, Angela Kane, di andare a Damasco immediatamente. Un ufficiale della sicurezza a Damasco ha nuovamente negato le accuse dell’opposizione confermando alla AFP che l’utilizzo di queste armi, durante il primo giorno di lavoro degli esperti delle Nazioni Unite in Siria era “un suicidio politico”. Gli esperti delle Nazioni Unite sono arrivati ​​in Siria, Domenica scorsa. Il loro mandato era limitato a determinare se sono state utilizzate armi chimiche in passato a Khan al-Assal (nord), a Ataybé (vicino a Damasco) e a Homs (centro). Ma le N. U, avevano annunciato che il leader del team, Aake Sellström, aveva avviato i negoziati con il regime allo scopo di indagare sull’attacco di Mercoledì. Per risparmiare tempo, l’opposizione siriana ha rivelato di aver raccolto campioni dalle vittime, che saranno rilasciati agli esperti delle Nazioni Unite. “La squadra delle N. U. ha parlato con noi, e dal momento che abbiamo preparato i campioni di capelli, di pelle e di sangue questi saranno inviati a Damasco attraverso messaggeri di fiducia”, ha dichiarato a Reuters oggi venerdì, 23 agosto, Abu Nidal, un membro dell’opposizione che ha parlato da Arbin, una città sotto il controllo dei ribelli. Quel che è certo è che un attacco ha avuto luogo Mercoledì, 21 agosto, nel Ghouta orientale e a Mouadamiyat al-Sham, aree della periferia sud-occidentale di Damasco e ha provocato numerose vittime, anche se il saldo rimane poco chiaro. L’opposizione ha segnalato più di 1.300 morti, ma l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo (OSDH), che si basa su una vasta rete di attivisti e medici ha registrato 170 morti e sarà in grado di confermare l’uso di armi chimiche. L’ONG ha riferito un nuovo bombardamento militare Giovedì, 22 agosto, nella stessa area.
A sostegno delle accuse sui presunti massacri le immagini e i video che riportavano i cadaveri di bambini piccoli sono stati trasmessi da attivisti anti-regime. Essi mostrano bambini inanimati che si trovano a terra vicino agli uomini che non hanno alcuna traccia di sangue, o i medici che cercano di rianimare i bambini che sembrano incoscienti. AFP ha analizzato con alcuni software specializzati una delle immagini più dure dell’attentato del Ghouta dove è possibile vedere i corpi dei bambini messi in fila. L’analisi conferma che non c’è nessuna manipolazione dell’immagine e la stessa è stata scattata, il 21 agosto, secondo i meta dati del documento. Source:  http://www.france24.com/fr/20130823-armes-chimiques-syrie-ban-ki-moon-hausse-ton-damas-onu-nations-unies  

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Due potenti esplosioni hanno colpito la città di Tripoli, nel nord del Libano. Le esplosioni sono state entrambe detenute nei pressi di una moschea. Il Ministro della Sanità ha riferito che sono stati registrati almeno 27 morti e oltre 350 feriti. Due esplosioni hanno scosso oggi Venerdì, 23 agosto, la città di Tripoli, la grande città portuale sunnita nel nord del Libano, uccidendo almeno 27 morti e creando oltre 350 feriti, ha riferito il Ministro della Salute. La prima esplosione ha avuto luogo presso la moschea di Al-Taqwa dove gli adoratori stavano lasciando la preghiera del Venerdì. L’Imam del luogo di culto, Sheikh Salem Rifai, aveva rivolto un appello a giugno, ai suoi sostenitori per la jihad contro il regime di Bashar al-Assad. L’altro attacco, che ha avuto luogo nei pressi di una moschea, l’Al-Salam, è stato verificato nei pressi della casa del Primo Ministro, Najib Mikati, che non è a Tripoli, ha rivelato il suo ufficio. La capitale del Nord del Libano è regolarmente teatro di scontri tra la maggioranza sunnita che sostiene la rivolta siriana e la comunità alawita, piuttosto favorevole al regime di Bashar al-Assad. Le esplosioni sono state realizzate una settimana dopo che una autobomba suicida ha ucciso 27 persone a Roueiss, sobborgo sciita di Beirut, roccaforte di Hezbollah, potente movimento sciita libanese alleato di Damasco. Source: http://www.france24.com/fr/20130823-double-explosion-attentat-tripoli-liban-mikati 

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Un tribunale Mercoledì, 21 agosto, ha ordinato il rilascio su parola dell’ex Presidente egiziano Hosni Mubarak, in carcere dopo la sua caduta nel mese di febbraio 2011. Una liberazione che può esacerbare le divisioni tra i rivoluzionari. Mercoledì 21 agosto, la Corte ha accettato gli arresti domiciliari di Hosni Mubarak. Il procuratore ha dichiarato che non ha potuto fare ricorso in appello. L’ex Presidente egiziano sarà rilasciato già da Giovedì, secondo il suo avvocato. “Legalmente, questa decisione è giustificata in quanto l’ex Presidente ha superato il periodo massimo di carcerazione preventiva che è di due anni”, conferma Sonia Dridi, FRANCE 24 corrispondente al Cairo. Secondo l’Ufficio del Primo Ministro, l’ex rais sarà però messo agli arresti domiciliari. Hosni Mubarak dovrà inoltre comparire in tribunale per un nuovo processo per il caso di omicidio dei manifestanti durante la rivoluzione del 2011. La nuova udienza sarà tenuta Domenica, il giorno stesso in cui la guida suprema dei Fratelli Musulmani, Mohamed Badie, sarà processato per istigazione a delinquere dei manifestanti anti-Morsi. Ironia della sorte, i due uomini sono detenuti nello stesso carcere di Tora al Cairo. Per quanto riguarda il deposto Presidente Mohamed Morsi, lo stesso è tenuto in isolamento dal 3 luglio. Source: http://www.france24.com/fr/20130821-egypte-hosni-moubarak-libre-morsi-prison-el-baradei-vienne-revolution-twitter-facebook 

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In seguito alla dispersione dei sit-in, i sostenitori di Mohamed Morsi, il 14 agosto, sono state uccise quasi 600 persone, e sessanta chiese copte sono state parzialmente o completamente distrutte in Egitto. I Fratelli Musulmani negano ufficialmente la responsabilità degli attacchi. A sud del Cairo, Fayoum che è una delle roccaforti della Fratellanza, nel secondo turno delle elezioni presidenziali del 2012, Mohamed Morsi aveva ricevuto quasi il 80% dei voti. Per una settimana almeno cinque chiese sono state bruciate nella regione. Ma anche la costruzione della Associazione Amici della Bibbia nella stessa città di Fayoum. Michel Agaiby, copta di 31 anni racconta per rfi. A mio parere, i sostenitori di Mohamed Morsi hanno bruciato le chiese. C’è poco o nulla. Ovunque c’è solo cenere, muri carbonizzati, hanno bruciato, la biblioteca, le sale studio, il teatro, i computer, e le Bibbie. Agaiby Zaki aveva già visitato il centro della comunità copta, la città di Fayoum, e ha riferito: “Enormi sono i danni. Mi si spezza il cuore. Perché? Perché tutto questo? Non lo so”. Su una parete gli aggressori hanno lasciato un messaggio. “La morte di Sissi”, ha riferito Said, l’ufficiale sotto copertura per monitorare la sua posizione: “Sono venuti all’interno della moschea. Hanno bloccato l’intera strada e strappato le sbarre di ferro. Hanno rotto la porta e sono entrati. Erano in  molti, almeno un migliaio di uomini. In primo luogo sono andati in biblioteca e hanno cominciato a bruciare tutto. E’ chiaro, era la Fratellanza musulmana”. Bevendo un tè con un amico musulmano, a pochi chilometri di distanza dall’incidente, Zaki ha citato che la persecuzione contro i copti non è una cosa nuova: “Noi siamo sempre le vittime, qualunque sia la situazione politica. Qui, si è soliti odiare i cristiani!” Source: http://fr.allafrica.com/stories/201308210463.html

I cartelloni sulla Giornata Mondiale Globale della Gioventù (GMG), che sarà tenuta a Rio de Janeiro da martedì 23 a Domenica 28 luglio, annunciano trionfalmente: «Gesù avrà 4 milioni di seguaci: sii uno di loro” Ma “l’effetto Francesco” non sarà sufficiente. Nonostante l’afflusso di migliaia di iscritti, dopo l’elezione del Papa argentino, del 13 marzo, 1,5 milioni di giovani cattolici di tutto il mondo sono finalmente attesi in Brasile. “La crisi economica” non ha ostacolato l’ottimismo sfrenato degli organizzatori brasiliani e le loro previsioni. Questo evento, che ricorre ogni due o tre anni, non rimane la più grande dimostrazione di forza della gioventù cattolica. Questa volta, fatalità del caso o della “provvidenza “, come dicono a Roma, il raduno previsto dal suo predecessore, Benedetto XVI ricade sul primo Papa latinoamericano della storia, che arriverà in Brasile Lunedì, 22 luglio, e sarà il suo primo viaggio all’estero. Una destinazione piuttosto in linea con le preoccupazioni finora avanzate dal nuovo Papa: La povertà, la disuguaglianza sociale, la dimensione missionaria della Chiesa, il ruolo evangelico dei giovani. Unendo l’utile al dilettevole, l’appassionato di calcio avrà anche la possibilità di incontrare con le ex stelle Pelè e Zico e il giovane giocatore Neymar.

Source: http://www.lemonde.fr/europe/article/2013/07/20/premiere-visite-tres-symbolique-pour-le-pape-a-rio_3450481_3214.html

Il Parlamento ha definitivamente adottato nella notte, tra giovedì e venerdì, 18 e 19 luglio, il progetto di legge che precisa che può essere disposto un ricorso contro una decisione la quale dichiara che un bambino “pupilla dello Stato”, è “adottabile”. Il progetto sul quale il Governo ha chiesto la procedura accelerata (d’urgebza, una sola lettura aper Camera), è stato adottato all’unanimità dai senatori. Il progetto di Legge presentato dal Ministro della Famiglia, Dominique Bertinotti, è stato necessario in seguito a una decisione del Consiglio costituzionale del 27 luglio del 2012. Riguardava una questione prioritaria costituzionale (QPC), che aveva censurato una disposizione del Codice di azione sociale e delle famiglie (CASF), che organizza i ricorsi contro la decisione di riconoscere come pupille dello Stato alcuni bambini abbandonati o orfani. Questo ricorso, presentato presso il Tribunale di grande istanza, è aperto a alcuni genitori e sotto alcune condizioni, ai tutori dei bambini o a tutti coloro i quali giustificano un legame con il minore, e deve essere presentato entro un termine di 30 giorni. L’OPC è stato disposti per quei nonni che non possono esercitare questo ricorso. Il testo adottato precisa dunque il campo di individui che hanno diritto a contestare il blocco che fa del bambino una pupilla dello Stato: il padre naturale, e i membri della famiglia della madre o del padre naturali quando il bambino è nato sotto X. Ciò comprende principalmente la notifica di un provvedimento verso coloro che sono più vicine al minore, le quali avranno 30 giorni a partire dalla ricevuta di questa notifica a contestare l’arresto. ”Questo progetto di Legge apporta una risposta chiara a un problema circocritto ma che ricorre da anni, ed è stata quindi necessaria una revisione dello status della tutela dello Stato”, ha dichiarato la giornalista Isabelle Debré (UMP), la quale crede che il prossimo disegni di legge sulla famiglia potrà esserel’occasione per riflettere ulteriormente sul loro stato. “Saranno avanzate ulteriori discussioni sulla adozione”, ha assicurato Dominique Bertinotti.
Il 1 gennaio 2013 2345 avevano lo status di reparto Nazionale, contro i 7.700 di 25 anni fa.

Source: http://www.france24.com/fr/20130719-adoption-pupilles-letat-le-dispositif-recours-vote

L’autopsia di Philippe Verdon, la cui morte è stata annunciata da AQIM il 20 marzo, ha rivelato che l’ostaggio è stato giustiziato con una pallottola alla testa, ha dichiarato il Pubblico Ministero a Parigi. I resti sono stati rimpatriati dal Mali Mercoledì, 17 luglio. L’ostaggio francese Philippe Verdon, che era stato rapito a novembre del 2011 da Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) e il cui corpo è stato trovato all’inizio di questo mese nel nord del Mali, è stato ucciso da un proiettile allla testa. “Dopo il rimpatrio della salma in Francia, Mercoledì 17 Luglio l’autopsia è stata portata a termine e tramite un esame antropologico ancora in corso è stato accertato che Philippe Verdon è stato ucciso da un proiettile alla testa”, ha comunicato il procuratore. L’indagine è stata condotta dalla Direzione Centrale di Intelligence interno (DCRI) e dal Branch anti-terrorismo (SDAT). Hollande aveva annunciato Lunedi, 15 luglio che le forze francesi avevano trovato un corpo all’inizio del nord del Mali, prima di confermare la sera che era il corpo di Philippe Verdon. Il geologo era stato rapito insieme a un altro francese Serge Lazarevic, il 24 novembre 201,1 a Hombori (Mali nord-orientale). AQIM aveva annunciato che, il 20 marzo, Philippe Verdon, presentata come una spia, era stato giustiziato. Cinque cittadini francesi rimangono ancora oggi nelle mani di AQIM in Africa.

Washington – L’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) ha annunciato una strategia consolidata per la democrazia, i diritti umani e la governance diretti a fornire ai paesi le democrazie inclusive e i funzionari per promuovere la libertà, la dignità e lo sviluppo. Presentata giovedì, 11 luglio, questa tattica sottolinea l’importanza che assumono le solide istituzioni democratiche, il rispetto dei diritti umani universalmente riconosciuti e la governance partecipativa e responsabile, tutto l’essere fondamentale per migliorare la vita delle persone in modo sostenibile. Per la prima volta, questi elementi sono ad alti livelli e integrati nella missione globale di USAID la quale pone l’accento sulla partnership, sulla innovazione e sui risultati che producono effetti significativi, ha scritto l’amministratore di USAID, Rajiv Shah, nella introduzione a una relazione sulla strategia. La tattica prevede che la voce dei cittadini e l’espressione civica siano essenziali per poter costruire e sostenere le società democratiche. Inoltre, è stato affermato che le organizzazioni civiche che aiutano le persone a difendere i loro diritti devono essere in grado di operare liberamente nella società. Questi gruppi sono alcuni tra i più importanti partner per lo sviluppo della relazione sulla strategia di USAID. “USAID è fermamente impegnata a sostenere la società civile e a promuovere i diritti umani, compreso l’associazione e la libertà di espressione”, cita il rapporto. Shah ha riferito che l’USAID sta lavorando con i partner per sviluppare nuovi modi per proteggere i diritti umani e migliorare le capacità di risposta del Governo attraverso le applicazioni digitali, ma anche adattando le attività alle valutazioni basate sulla prova del sistema politico di ogni paese. L’amministratore di USAID ha inoltre aggiunto che la sua organizzazione comprende ulteriori innovazioni nel suo lavoro ed è fondata su tecnologie mobili, sulle reti sociali e sulla partecipazione dei giovani allo scopo di facilitare l’avanzamento del progresso democratico.

Source: http://fr.allafrica.com/stories/201307161419.html
 

La Repubblica di Malta ha cancellato i voli che aveva prenotato per i migranti in Libia, dopo un intervento di emergenza da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il Governo aveva programmato di mandare indietro le persone che erano arrivate ​​in barca, ma ha dichiarato di rispettare l’ordine CEDU. Il Primo Ministro, Joseph Muscat, ha precisato che oltre 400 migranti erano arrivati ​​la scorsa settimana, sulle coste maltesi e la Repubblica, la scorsa settimana aveva chiesto l’aiuto dell’Unione europea per contribuire a far fronte all’afflusso. Quasi 291 persone sono state salvate da una sola imbarcazione andata alla deriva la scorsa settimana, molto probabilmente erano partiti dalla Libia, anche se molti di loro sono originari dell’Eritrea. Altre 68 persone sono state salvate e trasportate con delle motovedette maltesi Mercoledì, 10 luglio. Muscat ha aggiunto che le autorità maltesi continuano a monitorare altre barche nel Mediterraneo. Nei mesi estivi è ricorrente vedere un flusso di imbarcazioni che trasportano i migranti dall’Africa. Molti arrivano a Malta o sull’isola italiana di Lampedusa, con la speranza di ottenere l’accesso ad altre parti dell’Unione europea. Lunedì, 8 luglio, Papa Francesco ha visitato Lampedusa, dove ha incontrato i migranti e ha celebrato la Santa Messa per loro, condannando la “indifferenza globale” per la loro situazione. La Corte europea ha pubblicato il suo ordine CEDU Martedì, 8 luglio, dopo una richiesta di soccorso da parte delle organizzazioni non governative interessate ai rapporti i quali informavano che il Governo maltese si apprestava a deportare i migranti. Le ONG hanno reso noto che questa è la politica del “rimandare indietro”, che è stata dichiarata illegale dalla Corte lo scorso anno dopo che era stata utilizzata dall’Italia nel 2009. Muscat ha confermato che il Governo aveva discusso il rimpatrio dei migranti in Libia, ma ha osservato che questa non è la politica del “rimandare indietro”. “Questo non è spingere indietro le persone, è solo un messaggio che non siamo i ‘Not pushovers’ ”, ha pubblicato il sito Times of Malta. Comunque Martedì, 8 luglio, il Commissario dell’UE per gli Affari interni, Cecilia Malmstroem, ha espresso la sua preoccupazione per il progetto di rimpatrio dei migranti, e ha scandito: “Tutte le persone che arrivano sul territorio dell’Unione europea hanno il diritto di presentare una richiesta di asilo e di avere una corretta valutazione della loro situazione”.

Source: http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-23253648

 

5 luglio 2013 – La vita lentamente torna alla normalità in alcune zone del Malì, che conta migliaia di sfollati e una pre-raccolta magra della stagione in corso, la principale priorità in questo momento è il cibo per l’agenzia di soccorso delle Nazioni Unite il cui tentativo è quello di impedire alla gente di morire di fame. “Durante questo periodo, le scorte alimentari delle famiglie sono iniziate a diminuire mentre i prezzi alimentari al contrario sono saliti”, ha riferito Alex Brecher-Doliver, portavoce del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM) al News Centre di Bamako, capitale del Malì che è anche la città più grande. Nelle ultime settimane, ha viaggiato tra Bamako, Mopti e Segou, nel sud e nelle zone del nord più colpite dalla crisi dello scorso anno, tra le quali Timbuktu. Il Nord del Malì è stato occupato dagli islamisti radicali dopo che i combattimenti erano scoppiati a gennaio del 2012 tra le forze governative e i ribelli Tuareg. Il conflitto ha sfollato centinaia di migliaia di persone e ha indotto il Governo del Malì a richiedere l’assistenza della Francia per fermare la marcia verso sud dei gruppi estremisti. Con l’occupazione islamista invertita con azioni successive, le Nazioni Unite hanno recentemente istituito la loro nuova missione di pace integrata nel paese – MINUSMA- allo scopo di consolidare la stabilità e creare le condizioni per la fornitura degli aiuti umanitari. Oltre 4,3 milioni di persone hanno ora bisogno di questi aiuti, mentre 1.4 milioni di individui richiedono una assistenza immediata alimentare nel nord, secondo i dati del PAM. Quasi 110 bambini muoiono ogni giorno, a causa della malnutrizione. Le Nazioni Unite hanno avuto accesso alle aree del nord, ma la situazione rimane “stretta”, ha precisato Brecher-Dolivet. “L’accesso umanitario nel nord rimane imprevedibile. Molti mercati funzionano, almeno in parte, ma il contante è un problema. Poche banche del paese sono rimaste aperte. Non c’è elettricità nelle principali città, spesso solo dalle 18:00 alle 23:00″ ha raccontato Brecher-Dolivet. “Anche se alcuni distributori di benzina non sono ancora funzionanti, il carburante, spesso di scarsa qualità, è reperibile”, ha sottolineato. “Sempre più negozi sono aperti, come anche gli uffici governativi in ​​vista delle prossime elezioni presidenziali”, ha aggiunto, parlando del programma elettorale del 28 Luglio. Alla domanda: “Cosa c’è a disposizione nei negozi”, ha risposto “Principalmente cereali – riso, miglio, sorgo. Pane, zucchero e olio”. Anche prima del conflitto, la situazione della sicurezza alimentare in Malì era precaria. Il paese dell’Africa occidentale che è il cuore della regione del Sahel, la cui frammentazione è estesa in tutto il continente dall’Oceano Atlantico a ovest fino al Mar Rosso a est. L’accesso al cibo nel Sahel è ostacolato dalla elevata povertà, dalle condizioni meteorologiche estreme, dal degrado ambientale, dai bassi investimenti nella agricoltura, dai prezzi elevati e dalla vulnerabilità del mercato. La comunità umanitaria ha lanciato un appello per raccogliere 1,7 miliardi di dollari allo scopo di aiutare milioni di bisognosi nella regione, che cercano riprendersi dalla crisi che ha investito circa 18 milioni di persone nel 2012. L’appello di quest’anno ha raccolto una somma inferiore al 40% rispetto ai finanziamenti. Viaggiando nel paese, Brecher-Dolivet ha visto gente dedita alla agricoltura, ma la stagione delle piogge è oramai iniziata. L’allevamento bovino è praticato anche in Malì, e quindi è comune vedere pecore, capre, mucche e asini che ti girano attorno, ha aggiunto. Il mese scorso, il PAM e il suo partner, l’Agenzia per la cooperazione tecnica e lo sviluppo (AGITO) nel sud del Malì ha iniziato a fornire assistenza alimentare agli sfollati e alle famiglie ospitanti. I beneficiari riceveranno per la prima volta contanti invece di cibo. Sempre più popolari, sono i trasferimenti di denaro contante per responsabilizzare le famiglie a decidere da se stessi qual’è il cibo che vogliono comprare, a livello locale, stimolando i mercati del posto. Programmi simili saranno lanciati il mese prossimo a Mopti, a Timbuctu e a Gao, se la sicurezza lo consentirà. In altre parti del nord, il WFP ha esteso il suo programma di alimentazione scolastica di emergenza a quasi 300 scuole. E’ stato anche messo in atto un programma di lavoro in cambio del cibo in progetti implementati vicino a Timbuktu per riabilitare l’irrigazione, oltre alle attività alimentari supplementari per le neo mamme e i loro bambini.

Source:http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=45351&Cr=+Mali+&Cr1=#.Udp81PlM-HN
 

Un team di esperti dell’Unesco ha rilevato che il danno causato dall’estremista Ansar Eddine MUJAO al patrimonio culturale di Timbuktu è più grave di quanto originariamente previsto. Questa missione è il primo passo verso la ricostruzione e la conservazione di questi siti, molti dei quali sono stati inclusi nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. “La distruzione inflitta sul patrimonio di Timbuktu è ancora più allarmante di quanto potevamo pensare”, ha dichiarato Lazzaro Eloundou Assomo del Centro del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, che ha guidato la missione. “Abbiamo scoperto che 14 dei mausolei di Timbuktu, soprattutto quelli che sono sui siti del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, sono stati completamente distrutti come anche altre due moschee a Djingareyber. Il punto di riferimento El Farouk, all’ingresso della città è stato raso al suolo. Crediamo che 4203 manoscritti del Research Centre Ahmed Baba sono andati perduti e altri 300.000 sono stati rimossi e spostati a Bamako e, in sostanza, richiedono urgenti misure di conservazione”, ha specificato. La missione dell’UNESCO ha lavorato congiuntamente a un team di specialisti del Malì dal 28 maggio al 3 giugno, la squadra del Malì ha condotto ampie indagini in città e ha avuto un incontro con le comunità locali. Il 6 giugno, i membri del team internazionale hanno viaggiato verso Timbuktu. Una riunione è stata tenuta il 7 giugno durante la mattinata nella capitale, Bamako, in seno alla quale sono stati condivisi i risultati delle osservazioni delle due squadre. L’obiettivo era quello di raccogliere quante più informazioni possibili sullo stato del patrimonio culturale della città, allo scopo di determinare ciò che c’è bisogno da fare per implementare la restaurazione, la ricostruzione e in sintesi cosa bisogna fare per proteggere questo patrimonio. Sono state anche definite le modalità di quando dovrà essere portato a termine questo lavoro. I risultati saranno utilizzati per mettere a punto un piano d’azione per il Malì. Questo piano è stato preparato nel corso di un incontro di alto livello presso la sede dell’UNESCO, il 18 febbraio. “A Timbuktu, abbiamo incontrato i rappresentanti delle autorità amministrative e militari, i leader religiosi locali e i responsabili per la protezione del patrimonio culturale, allo scopo di capire meglio quello che è successo, non solo per quanto riguarda i siti, i musei e le collezioni dei manoscritti, ma anche in termini di patrimonio vivente di pratiche culturali e religiose della regione che definiscono i popoli della regione”, ha precisato Lazzaro Eloundou Assomo. “Abbiamo prestato particolare attenzione agli importanti santuari dei tre Santi e al cimitero Alpha Moya. Abbiamo visitato il Ahmed Baba Institute e diverse biblioteche private per valutare lo stato dei manoscritti e lo stato di conservazione delle tre moschee. Abbiamo anche incontrato a lungo le comunità di Timbuktu e abbiamo ascoltato le loro opinioni sugli approcci per la ricostruzione dei mausolei, per salvare i manoscritti, e per far rivivere il patrimonio immateriale con l’intento di inserire questa azione in un vasto movimento della durata della pace e della riconciliazione”. Il Direttore Generale dell’UNESCO, Irina Bokova, ha ricordato, il 5 giugno, l’impegno della Organizzazione per la ricostruzione del Malì e la conservazione del suo patrimonio culturale. Bokova ha osservato che la riabilitazione del patrimonio del Malì  ”non è solo cibo, ma riguarda anche anche i valori”. “L’Unesco intende ricostruire i mausolei del Malì”, ha concluso.

Font:http://fr.allafrica.com/stories/201306110532.html

La sicurezza alimentare è peggiorata nettamente negli ultimi anni in Siria, e secondo le ultime stime la produzione agricola del paese tenderà a diminuire nel corso dei prossimi dodici mesi, cita un rapporto pubblicato Venerdì, 5 giugno, dalla agenzia delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e dal Programma alimentare mondiale (PAM). Secondo le Nazioni Unite, un siriano su cinque non può più produrre o acquistare cibo in quantità sufficiente per soddisfare le sue esigenze, e la situazione potrà peggiorare se la guerra non cesserà. La missione della FAO e del PAM valuta necessario di importare 1,5 milioni di tonnellate di frumento per il periodo 2013-2014. La produzione di grano attuale è pari a 2,4 milioni di tonnellate, il 40% in meno rispetto a quello prodotto prima del conflitto. Inoltre, la produzione di pollame è diminuito del 50% rispetto al 2011.

2,5 milioni di persone devono essere aiutate

L’insicurezza alimentare è stata aggravata dagli spostamenti delle popolazioni, dalle interruzioni nella produzione agricola, dalla disoccupazione, dalle sanzioni economiche, dal deprezzamento della valuta locale e dal prezzo elevato del cibo e della benzina. Il prezzo medio del grano è raddoppiato tra maggio 2011 e maggio 2013 in varie parti del paese. Il rapporto mette anche in guardia contro il rischio di epidemie nel bestiame principalmente a causa della carenza dei vaccini. In collaborazione con le organizzazioni partner in Siria, il WFP ha fornito assistenza alimentare a 2,5 milioni di persone nel mese di giugno, una cifra che con tutta ipotesi salirà a tre milioni nel mese di luglio. PAM prevede, inoltre, di aiutare un milione di rifugiati nei paesi vicini. Per garantire la sua missione, la FAO ha lanciato un appello urgente allo scopo di ottenere 41,7 milioni dollari in contanti, dei quali solo il 10% sono stati finora raccolti. Questi fondi sono per l’acquisto di sementi, fertilizzanti e forniture veterinarie. Inoltre il WFP, ha bisogno oltre 27 milioni di euro a settimana, e finora il suo finanziamento ha compiuto la sua missione in Siria da luglio a settembre e i fondi assicurati sono stati solo il 48%.

Dakar – I primi versamenti del Programma Nazionale per i sussidi alle famiglie saranno elargiti “tra il 15 e il 30 settembre”, ha dichiarato Venerdì, 21 giugno, a Dakar, il Delegato Generale per la previdenza sociale e la solidarietà nazionale, Faye Mansour. ”I primi versamenti del Programma Nazionale dei sussidi alle famiglie saranno emessi tra il 15 e il 30 settembre”, ha precisato Faye al termine di un Consiglio interministeriale relativo a questo programma. ”Questa riunione ministeriale ha lanciato un un messaggio felice alle famiglie che beneficiano di questo Programma”, ha reso noto, parlando della disponibilità di borse che saranno di ausilio alle famiglie per tre mesi. Il Consiglio interministeriale presieduto dal Primo Ministro, Abdoul Mbaye, ha incontrato diversi attori dello sviluppo sociale e alcuni rappresentanti delle istituzioni partner dello Stato del Senegal. Il Delegato Generale per il benessere e la solidarietà nazionale è più sereno adesso, grazie alla loro mobilitazione, per l’attuazione del programma sociale. ”Oggi, la novità è che abbiamo il contributo tecnico dei partner per lo sviluppo. Abbiamo constatato una mobilitazione dei donatori riguardo a questo progetto”, ha esultato Faye Mansour, citando la Banca Mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP). ”Questi partner hanno promesso di aiutarci nella realizzazione di questo programma, fornendo al Governo senegalese ingenti risorse. Questo è ciò che differenzia questa riunione ministeriale dalle altre”, ha concluso il Delegato Generale.

Font:http://fr.allafrica.com/stories/201306230121.html
 

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http://www.monrealepress.it/mp-premio-internazionale-della-pace-ci-sono-anche-due-monrealesi-1196.asp

Il Governo di Kartoum, è sempre più esposto alle ribellioni  in Darfur  e nei due Stati del Sud, ed è stato accusato di una lunga serie di violazioni dei diritti dell’uomo come anche di affermazioni strategiche “Terra buciata” nei villaggi dello Sato del Nilo BLu, pubblica ‘La voix de l’Amerique”.  Per questa ragione, continua il giornale, la Commissione dei Diritti dell’uomo del Congresso americano ha ordinato allo Stato sudanese di fermare le violenze e le estorsioni contro i civili. Preoccupati da questa grave situazione, i parlamentari americani, nel corso della loro ultima riunione, hanno esaminato l’intervento della poltica degli Stati Uniti in Sudan e le varie opportunità per alleviare le sofferenze dei civili. Alcuni testimoni davanti alla Commissione del Congresso hanno rivelato che almeno 5 milioni di persone in Sudan necessitano di aiuti umanitari e hanno fatto appello al Governo di Kartoum e dei gruppi implicati nei conflitti armati di garantire il libero accesso agli aiuti umanitari allo scopo di rifornire di alimenti e medicine i civili.  Ken Isaac, Vice Presidente della organizzazione umanitaria la Borsa del Samaritano  ha svolto di recente un sopralluogo per rendersi conto di persona della situazione purtroppo instaturata in Sudan e ha raccontato che decine di migliaia di persone attraversano momenti difficili. Alcuni legislatori hanno criticato il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama per aver invitato a Washington un alto responsabile sudanese, Nafi al Nafi, coinvolto nel genocidio di Darfour. Il Dipartimento di Stato a causa di tutto ciò ha annullato l’incontro dal momento che la visita prevista era legata a far rispettar al Sudan gli accordi di pace presi con il Sud del Sudan e i quali Kartoum ha costantemente violato ha riferito un responsabile nel corso della riunione del Congresso americano. Source: http://www.lavoixdelamerique.com/content/le-soudan-critique-par-une-commission-parlementaire-americaine/1686133.html

Nel corso dei rapporti della International Maritime Bureau (IMB), la tendenza continua. Sono stati registrati altri maggiori attacchi contro le navi nel Golfo di Guinea, al largo delle coste della Somalia rispetto al 2012, ha annunciato il BMI, nella sua relazione pubblicata il 18 giugno. Il caso ha calamitato l’interesse del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel corso dello scorso anno, il quale ha sostenuto una strategia comune per garantire la sicurezza nella zona. I capi di Stato della regione, a loro volta, a riguardo discuteranno la prossima settimana, nel corso di un Vertice in Camerun. La situazione è sempre più preoccupante. Secondo le cifre fornite da un portavoce di BMI,congiuntamente al RFI, sottolineano che otto navi sono state attaccate all’inizio di questo anno al largo delle coste dell’Africa, e 31 nel Golfo di Guinea. Questi dati confermano chiaramente ciò che già era evidente nel 2012, ovvero che il Golfo di Guinea supera la costa africana nel numero di attacchi. Le acque della Nigeria, del Benin, del Togo, di recente, sono stati classificate zone ad alto rischio come le definisce un gruppo di imprese di assicurazione. Spesso in questa zona del Golfo di Guinea, gli ostaggi non sono l’obiettivo principale dei pirati, a differenza di quanto accade nel Golfo di Aden, dove il bersaglio nella maggior parte degli attacchi sono le navi per il riscatto. Sembrano stuzzicati in particolare dall’olio raffinato per la rivendita sul mercato nero. Dal punto di vista dei pirati, “le cose devono muoversi rapidamente”, ha riferito l’Ufficio marittimo internazionale e “che sono, in genere più violenti con gli equipaggi”. Il Golfo di Guinea non conosce pattuglie militari internazionali come quelle che presenti al largo della Somalia e, di conseguenza, le navi sono più vulnerabili, soprattutto dal momento che non sono autorizzati ad avere, a bordo, delle guardie di sicurezza private a meno di 20 km in mare aperto.I pirati, vanno sempre più al largo. BMI ha rivelato che quest’anno hanno raggiunto i 200 km della costa.

La necessità di un piano strategico regionale

Questa recrudescenza della pirateria preoccupa il Golfo di Guinea le cui ambizioni sono state maggiormente sostenute ultimamente. Le condizioni operative e soprattutto le condizioni per garantire l’attività di produzione di petrolio andranno in rialzo. Le navi avranno anche maggiori probabilità di essere a dotate di guardie armate e di premi assicurativi. Queste misure hanno inevitabilmente un impatto negativo sulle economie più dipendenti dai paesi di produzione di petrolio. Source:http://fr.allafrica.com/stories/201306210505.html

Negli Stati Uniti, il Senato ha approvato Martedì, 11 Giugno, il dibattito di apertura su un disegno di legge per la riforma della immigrazione. Il dibattito è stato concentrato sulla regolarizzazione parziale o totale e sulle condizioni di questa legalizzazione. E’ stato raggiunto un passo importante? In questo paese che comprende circa 11 milioni di immigrati illegali, la riforma della immigrazione è diventata un vero e proprio serpente di mare negli ultimi 30 anni, nessuna riforma in materia di immigrazione è stata in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Barack Obama aveva promesso durante la sua campagna per la rielezione dello scorso anno, che se rimaneva alla Casa Bianca, dava atto alla riforma sulla immigrazione prevista per i circa 11 milioni e mezzo di immigrati clandestini che vivono negli Stati Uniti. La promessa è stata mantenuta, il 70% degli elettori ispanici ha votato per l’attuale Presidente degli Stati Uniti. L’opposizione repubblicana ha tratto le conseguenze e questo progetto bipartisan, è stato adottato nella commissione Senatoriale. Questo servirà da base per le discussioni sul progetto di legge, che devono essere aperte molto rapidamente. Il testo spiana la strada per una massiccia regolarizzazione dei clandestini, ma a una serie di condizioni: che paghino una ammenda, che non dipendono dai servizi sociali e non commettono alcun reato grave, e dopo 13 anni, potranno chiedere la cittadinanza.

Rafforzare la sorveglianza delle frontiere

Allo stesso tempo, il testo fornisce un programma per rafforzare la sorveglianza dei confini di Stato. Se il progetto ha una buona probabilità di essere approvato dal Senato, è probabile anche che sarà modificato alla Camera dei Rappresentanti, dove i Repubblicani più conservatori sono in una posizione di forza. La cosa più difficile è quella di non progettare alcuna regolarizzazione prima che la polizia di frontiera sia in grado di intercettare tutti gli illegali. Basta dire che il testo è ancora lontano da essere adottato. Negli ultimi 27 anni, tutti i tentativi per varare una riforma sulla immigrazione clandestina sono falliti negli Stati Uniti.Font:http://www.rfi.fr/ameriques/20130612-etats-unis-obama-immigration-reforme-democrates-republicains

Tripoli – Il capo di stato maggiore dell’esercito libico, Youssef al-Mangoush ha dato le sue dimissioni Domenica, 9 giugno, sulla scia di violenti scontri con le milizie di Bengasi che hanno fatto trentuno morti e un centinaio di feriti. Gli scontri sono scoppiati ​​Sabato, 8 giugno, quando centinaia di manifestanti hanno cercato di spostare la prima brigata della sede Scudo libico a Bengasi, e hanno circondato l’edificio, e hanno richiesto lo smantellamento delle milizie e l’intervento delle forze di sicurezza regolari. Prima della rassegna del suo mandato, al-Mangoush ha condannato queste violenze e ha annunciato che le prime brigate delle forze speciali dello Scudo libico sono state integrate nell’esercito, ha dichiarato La Libia Herald. Il Colonnello Abdullah al-Shaafi portavoce del comitato congiunto della sicurezza a Bengasi, ha riferito che la prima brigata delle forze speciali oramai detiene il controllo del quartier generale della brigata, dopo che lo Scudo libico è intervenuto per fermare gli scontri. Cinque membri delle forze speciali sono stati uccisi e altri dieci sono rimasti feriti durante una esplosione la cui causa rimane sconosciuta. In aggiunta ha sottolineato che le forze della Shield libica sono presenti nell’esercito come forze di riserva, sulla base di una precedente decisione del Congresso Generale Nazionale (CGN). Da parte sua, la CGN ha tenuto una riunione di emergenza Domenica, 9 giugno, per discutere degli sviluppi di Bengasi. Il suo Vice-Presidente, Juma Attiga, ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale e ha invitato tutte le parti a dar prova di moderazione. ”Tutte le parti devono assumersi le proprie responsabilità e devono dare la priorità a un dialogo nazionale serio tra tutti i soggetti politici, le parti sociali e la società civile, allo scopo di salvare il nostro paese e la rivoluzione dalle cause di sedizione e di conflitto”, cita una dichiarazione, che ha anche ricordato la decisione della CGN di nominare come Vice di al-Mangoush, il generale Salem al-Gnaidy a capo degli eserciti fino alla nomina di un nuovo capo di stato maggiore. Nella sua dichiarazione, il CGN ha chiesto al Governo di presentare entro due settimane, un piano per uno specifico meccanismo di integrazione di tutti i gruppi armati dell’esercito libico. La conferenza ha anche chiesto di prendere misure concrete per porre fine alla presenza di brigate armate, compreso, se necessario, l’uso della forza militare.Font:http://fr.allafrica.com/stories/201306110595.html

Il Sudan ha annunciato Domenica, 9 giugno, non solo la risoluzione del contratto sulla ripartizione dei proventi del petrolio, a conferma delle dichiarazioni del Presidente Omar al-Bashir, ma anche tutte le nuove disposizioni di sicurezza e di cooperazione economica firmate con il Sud Sudan. Accordi delineati a settembre e confermati a marzo del 2013. Khartoum afferma di aver dato un ultimatum a Juba nelle ultime due settimane, tramite il quale invita il Governo del Sud Sudan a non sostenere i ribelli del Sud Kordofan e del Nilo Blu. Un sostegno più volte denunciato. Bisogna dire che i ribelli riuniti nel Fronte Rivoluzionario sudanese, hanno stretti legami con le autorità del Sud Sudan dal momento che hanno combattuto fianco a fianco per strappare l'indipendenza del sud. Un appoggio ufficialmente smentito dal Sud-Sudan. Ma è probabilmente difficile evitare qualsiasi assistenza a Juba. Il Governo ha tenuto una riunione di emergenza Domenica. Il petrolio del Sud Sudan non ha altra scelta al momento che quella di transitare attraverso il Nord, via Port Sudan. La decisione del Presidente Omar al-Bashir rischia quindi di incidere pesantemente sulle finanze del sud.

Un regime che è allo stremo

Ma Khartoum ha molto da perdere. Il paese ha conosciuto dopo l'indipendenza del Sud, che attualmente detiene il 75% della produzione del petrolio dei due Sudans, una recessione senza precedenti. L'esercito sudanese non ha più gli stessi mezzi u